IL TUO DOLORE, IL MIO DOLORE. C.06 P.1068 18 Gennaio 2014

Parlando del più e del meno con Cesare, un amico, l’organista nella chiesa di un paese di montagna, non so’ come é successo ci siamo imbattuti in un triste argomento. Brutte malattie che purtroppo affliggono il nostro secolo, e inevitabilmente ci siamo ritrovati a parlare dei casi più strani e eclatanti che fanno scalpore. Come quel ragazzo molto giovane dice Cesare, un ragazzo sportivo, uno sciatore che è stato crudelmente colpito da un brutto male ad un anca. È successo improvvisamente, come un fulmine a ciel sereno. Qualche ora dopo mi ritrovo a pregare per questo sventurato ragazzo, e riaffiorò alla mente il triste ricordo di un grave incidente di cui fui vittima  qualche anno fa con una moto da enduro, a poche centinaia di passi dall’arrivo di casa.

Che momento terribile, subito dopo l’impatto frontale con una automobile, mi ritrovai scaraventato a terra. Cosciente non sentivo dolore al momento. Sentivo l’orribile sensazione di non poter muovere nemmeno uno dei muscoli delle gambe, della schiena e delle braccia. Nulla, ricordo bene di aver ringraziato il cielo di essere ancora vivo, anche se non sapevo per quanto ma ringraziai comunque perche’ fossero stati anche gli ultimi momenti di vita, ho potuto chiedere scusa a mia moglie subito accorsa sul luogo della disgrazia, e dopo la raccomandai a mio fratello Emilio che era con me al momento del botto.

Dissi confusamente più o meno quelle parole di scusa e mi abbandonai nelle mani del Signore. Venni trasportato d’urgenza ad un ospedale dove mi riscontrarono fratture multiple scomposte al bacino, non bastasse anche la complicazione di due vene interne rotte che potevano procurarmi il decesso per emorragia. Per questo mi trasportarono in un altro ospedale dove erano più attrezzati alla bisogna.

Circa due ore dopo, il male era diventato talmente insopportabile, che sobbalzavo dal dolore ogni qualvolta le ruote della auto ambulanza passavano su dei sassolini o leggere sconnessioni d’asfalto. Giungemmo al Maggiore di Bergamo, mi posero sotto una sofisticata apparecchiatura atta a tappare le falle emorragiche interne…  quasi impossibile ma il macchinario si ruppe…

Per fortuna quel reparto era dotato di un’altra apparecchiatura identica alla precedente, salvandomi la vita per il rotto della cuffia. Mi rimase solamente un indescrivibile, incontenibile, insopportabile atroce dolore, sedato da abbondanti dosi di morfina.

Undici giorni in una stanza di ospedale ricevendo tante visite quante non ne avevo avute nella mia vita. Mai avevo ricevuto tanti attestati di affetto da parte della gente, addirittura da persone che conoscevo appena, o che avevo conosciuto molti anni prima… ma mai avrei desiderato così tanto non vedere nessuno, al punto di voler solo la compagnia giorno e notte di mia moglie che si fece dotare di un lettino in corsia per starmi vicino. Dovevo sorridere, dovevo rassicurare chiunque gentilmente venisse a trovarmi e questo fu per me un disagio enorme.

Finalmente arrivo’ il momento del congedo ospedaliero, si sa’, non si  “vede l’ora” di poter tornare a casa nostra. Si tirano le somme della malattia e ti senti coccolato più intimamente, insomma sei tra le mura di casa. Non era la prima volta che venivo dimesso per terminare la cura a domicilio, ma fu la prima volta che mi pentii amaramente di aver lasciato Il luogo di cura. Il semplice trasporto in ambulanza rimarrà uno dei peggiori ricordi della mia vita, il dolore provocato era insopportabile ma il peggio arrivo’ il giorno seguente, a casa, infatti ovviamente fu interrotta la morfina che può essere somministrata solo nel posto di competenza, sostituendola con due iniezioni che mi venivano praticate ogni mattino sul divano in cui ero adagiato, davanti al camino che anche se di Maggio s’accese un falò per togliere l’umido di una pioggia che accompagnò tutto il mese. Ma erano due iniezioni da nulla che si spegnevano quasi sempre subito dopo cena, poche ore di sollievo, e poi sempre in compagnia dello spettro del dopo.

Ricordo infatti che quando si faceva ora di tarda serata, mia moglie raggiungeva il soppalcato del monolocale per andare a riposare.  Spesso non riuscivo a trattenere una lacrima sapendo che i dolori prendevano vigore con la quiete dei rumori della notte, e così fu per molte notti.  Poco meno di sessanta i giorni di totale immobilità, dove prima dei bisogni corporali pregavo non facesse troppo male, o perlomeno si potessero sopportare. Evitavo persino di guardarmi lì, alla fine della pancia. Quelle orribili quattro viti lunghe un palmo di mano aperta che entrando nella carne si avvitavano nel bacino, in un incrocio d’acciaio che teneva unita la frattura. Sensazione orribile avere un corpo estraneo nel tuo pur sapendo che rappresentava la salvezza, la guarigione. Come avere un ago pronto al l’uso piantato in un vena sul dorso della mano, non duole ma lo stesso inquieta.

Sessanta lunghi i giorni di dolori atroci. Poi una lunghissima riabilitazione di gambe e braccia.  Un anno e mezzo di questo lungo calvario, di paure, di incertezze in momenti in cui non si vedeva nessuna via d’uscita davanti me.   Lo sconforto la faceva da padrone, tutta quel’ impotenza uccideva più del dolore fisico, ma prevalse l’amore per la vita, l’amore di una moglie che non abbandona, e ancora una fiducia smisurata nel l’amore che esce dal cuore e si fa fede.

Un incidente o un infortunio non sono forse paragonabili a gravi malattie, tuttavia la gravità della parte iniziale e la determinazione a voler guarire sono paragonabili. Per questo vorrei con tutto il cuore essere vicino a quel ragazzo. Quello che conosce il Cesare. Il ragazzo ventenne che aveva un cancro al l’anca destra e non poteva più correre veloce sulle piste di neve pestata. Pregando per lui spero di averlo invitato a resistere per non mollare mai. Spero anche che quel ragazzo al tempo infelice, si sia messo nelle mani del grande consolatore, l’immensa fonte di speranza, incommensurabile aiuto dello spirito, quello che se ci credi ti fa guarire, se non qui nell’eternità, Dio. ti fa’ guarire sempre comunque. Guarirà anche quel ragazzo, qui o altrove.

Amore e fiducia che escono dal cuore e si fanno Fede. Sono stati incredibilmente momenti di pace. Forse gli unici abbia mai avuto nella mia vita. Momenti che dedicavo a me stesso prima che per altri, senza per questo escludere le persone che amo, a partire da Susy. La mia pace era anche la loro e la sua pace, perciò il pensiero di quel l’infausto incidente non è che un bel ricordo.

 

 

 

 

 

2 pensieri su “IL TUO DOLORE, IL MIO DOLORE. C.06 P.1068 18 Gennaio 2014

  1. Ciao Billi ,ho letto questo tuo scritto e sinceramente non sapevo di questo incidente che ti è capitato,mi dispiace moltissimo e penso veramente al dolore che hai dovuto sopportare,è da ammirare tua moglie per tutto quello che ha fatto ,che ha sopportato e il dolore che ha subito vedendoti soffrire.Non ho parole ,è una lettera scritta con il cuore e da come parli e qui ti do ragione Dio è sempre stato a tuo fianco ,tu soffrivi ,pure lui ,tu gridavi dal dolore e lui ti confortava,tu Billi hai un cuore speciale e Lui lo sa e ti starà sempre a fianco,salutami quell'”Angelo “di tua moglie e tienitela stretta ,ciao amico mio.

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