I miei viaggi. Calabria.

L’ età più bella diciannove/vent’anni almeno demograficamente parlando, era l’inizio degli anni ottanta. Per noi maschi i capelli lunghi e spettinati da ribelle erano una costante.  I jeans li portavamo rigorosamente strappati due o tre taglie più del dovuto, arrivavano a Bergamo da Prato, nel negozio allora denominato Luna Strass, andavano a ruba e ci si accapigliava per accaparrarsi i più lisi e malconci. Di solito venivano portati corti sulla caviglia per poter mostrare le Clark, scarpe classiche per i più fighetti o dei magnifici vacheros spagnoli, stivali texani tutti ricamati con il puntale talmente stretto che credo abbiano provocato parecchie malformazioni a chi li indossasse, ma ovviamente per tutti erano  solamente belli e comodissimi. Gli stessi jeans venivano stretti in vita da vistosissimi cinturoni in pelle, con le fibbie per i più giusti rigorosamente coniate a mano in ottone o bronzo, rappresentanti aquile, o fibbioni scozzezi, o gufi come nel caso del mio. Il “sopra” era rappresentato da magliette anchesse due o tre taglie maggiori alla tua, a quella età con cose attillate addosso saremmo sembrati tanti anoressici, eppoi avremmo perso il fascino di chi se ne sbatteva di tutto e di tutti. Le automobili in voga erano la mitica due cavalli e la dyane della Citroen, per i più abbienti invece la pallas DS, per non parlare della stratosferica citroen maserati, un amico ne possedeva una con una pantera rosa disegnata sul cofano, inutile dirvi che tr…..a  come un riccio, molto più di noi sicuramente. Comunque la mia era una modesta ma nuova fiammante Citroen Dyane 600 di cilindrata tre marce a closche in parte al volante, anzi dovrei dire la nostra Dyane, perché era in comproprietà con l’ allora mia fidanzata.. E arriviamo al viaggio vero e proprio, decidemmo infatti di trascorrere le vacanze di agosto in quel della Calabria ospiti di una famiglia di Alzano Lombardo composta da madre calabrese e papà e figli bergamaschi che possedevano una grande casa a Trebisacce vicino alla più famosa Castrovillari e tra le due lo splendido lungomare di Roseto Calabro. Non ricordo se per scelta o perché i miei non si fidassero a lasciarmi andare solo,  ma ricordo di aver portato con noi anche mio fratello Emilio, che al tempo aveva tra i dodici e i tredici anni, bisogna pensare che 40 anni or sono era quanto meno inusuale che un ragazzo  di non ancora vent’anni quale ero io, si avventurasse per un viaggio così lungo. Ho ben in mente una foto che gli scattai in un posto termale del luogo, Emi era rivestito completamente di fango nero e vedutolo seduto su uno scoglio a grogiolarsi al sole, pareva una canna da pesca ancorata a terra per pescare.  VI lascio immaginare le risate che faccio tutte le volte che rivedo quella foto, ovviamente con il disappunto di mio fratello, che non manca di ricordarmi che neanche io ero quell’omone che pensavo di essere, diciamo che in due pesavamo come una persona di media corporatura. Ebbene partimmo con la Dyane che a dir poco era stracarica di tutto e di più, il paraurti posteriore era sollevato da terra di una spanna o poco più, questo fu motivo di una accesa discussione tra me e Luisa perché dissi io non era il caso che per una semplice vacanza di una quindicina di giorni ci portassimo praticamente l’impossibile, in pratica mancava solo il Frac per i concerti di musica classica, poi a casa nostra non era rimasto nulla.

Ricordo che appeso ad una stecca della capote si era appesa persino una sveglia di quelle della nonna…per non parlare poi dell’orario di partenza davvero impossibile la scelta sempre di Luisa, fu di partire alle dieci di sera in modo che non avremmo avuto problemi di traffico intenso. Si certo, non fosse stato per l’insignificante particolare di svegliarmi di sopprassalto a pochi centimetri dal guard rail almeno in un paio di occasioni, sulla tratta Firenze Napoli, rischiando di terminare drammaticamente la vacanza non ancora iniziata in un catastrofico incidente. Il  mattino seguente alla partenza, tra Napoli e Battipaglia il paesaggio si presentava ai nostri occhi come un paese sconosciuto assumendo toni desertici, a tratti brulli ma fascinosi, la temperatura era completamente cambiata il caldo si era fatto molto  intenso, torrido ma non umido, asciutto, meno appiccicaticcio e fastidioso del nostro al nord.

I profumi e gli odori assumevano una loro precisa caratteristica, tutto era diverso, tutto sembrava strano. Fu così che dopo quindici, sedici ore giungemmo a Trebisacce, in provincia di Cosenza, la meta agognata. Che emozione essere lì a 1300 km. da casa, che meraviglia il mare di un azzurro intenso, con i fondali trasparenti, ricordo che più volte vi scendevo nuotando pensando di raggiungere quella stella marina a pochi metri, ma in realtà molto più distante di quanto l’acqua ti lasciasse credere, e spesso dovevo risalire in fretta perché le riserve di ossigeno nei miei polmoni si erano esaurite, e invidiavo Giovanni uno dei figli della famiglia che ci ospitava, egli padrone di miglior tecnica risaliva in superfice festante per aver catturato l’ennesima stella marina o qualche meravigliosa conchiglia, a quei tempi infatti il mare ne era pregno. Come quella volta di notte che venni invitato su una lampara, tipica imbarcazione del luogo adibita per battute di pesca alle tonnette.

Vi lascio immaginare uscire con quella piccola barca in mezzo al buio nero del Mar Ionio a km. di distanza dalla riva, pareva di galleggiare nel nulla. Il mare era una immensa tavola nera e in un punto vi si rifletteva la luce della lampada a prua che serviva ad attirare i pesci e poterli catturare con una lenza da gettare e ritirare a mani nude, non appena le tonnette davano strattoni che identificavano la loro presenza all’amo. Impaziente e con una certa inquietudine chiesi più volte ad Arturo e suo figlio Giovanni quando fosse arrivato il momento propizio per pescare. Quella calma nel buio e nel nulla mi terrorizava, di rimando loro risposero di avere pazienza che a breve avremmo pescato. Allorché verso le quattro del mattino o di notte se preferite, il primo strattone fu avvertito da Giovanni che con un sobbalzo accompagnato da un gridolino di gioia si affrettò a recuperare la lenza, che una volta terminata lasciò intravedere una sgusciante argentea tonnetta  che sbattendo a destra e a manca sul fianco della barca fu issata a bordo con tanto stupore da parte mia. Poco dopo anch’io catturai un pesce, poi ancora Giovanni, poi Arturo poi di nuovo io, in una ininterrotta secuenza che durò circa un’ora…

Poi improvvisamente alle prime luci dell’alba come era cominciata la pescata, tutto finì. Riempimmo un secchio di pesce, e mi fu detto che quel tipo di pesca era praticata solo ed esclusivamente a quell’ora in quel dato momento. Tutto in quei giorni assumeva un fascino unico, tipico, come quando ci si recava il mattino per le vie del paese per fare la spesa. Le botteguccie dei fruttivendoli esponevano prodotti tipici locali quale melanzane, pomodori e verdure varie dai colori intensi, forti come il sole che li generavano. L’immancabile peperoncino calabrese che assaggiavamo forse per la prima volta mi ha lasciato un ricordo indelebile che ancora oggi non dimentico, diverso da tutti e tra tutti quelli che negli anni a venire ho avuto occasione di assaggiare. Fu tra quei negozietti che mi innamorai dell’arte artigiana del posto, prevalentemente basata sulla fabbricazione di oggetti in terracotta, magnifici manufatti finemente colorati. Tutt’oggi conservo un “brigante” seduto su un sasso che ripone nel suo sacco del cibo o della refurtiva.

Per non parlare delle persone che producevano  questi oggetti, le donne prevalentemente vestite di nero con dei foulard in testa, e gli uomini con pantaloni di velluto o di panno grosso, con camicia rigorosamente bianca e gilet senza maniche con l’immancabile foulard anchessi  ma portato al collo. Visi fieri attraversati da grandi solchi scavati dal sole cocente e dall’aria fortemente salmastra. A quei tempi il turismo non era nemmeno contemplato,  sembravamo tanto diversi!  Noi ci stupivamo di loro e loro di noi, entrambi simili ma profondamente diversi per usi e costumi. Gente molto ospitale, come da caratteristica gente del sud, se chiedevi ad un vicino di casa un peperone o una zucchina, come minimo ti riempivano la sporta con chili di roba, e se ti veniva offerto del pesce, apriti cielo pancia fatti capanna ne avevi da scoppiare. Come successe quella volta che fummo invitati, io, Emi e Luisa a mangiare la tettarella di mucca ripiena di interiora, certo detta così la cosa potrebbe sembrare  a dir poco rivoltante, ma avreste dovuto assaggiare quella prelibatezza sapientemente cotta alla brace, una squisitezza!!!  Cibi semplici  unici, come quella stupenda pasta alla carbonara che ci venne preparata da quel poliziotto romano di origini calabresi, Achille, in vacanza anche lui in in quel periodo, non ricordo di averla mangiata anni dopo così buona nemmeno dalla buonanima Sora Lella a Roma nel quartiere trasteverino dove la sorella del compianto Aldo Fabrizi gestiva una famosa trattoria con la peculiarità di fare pasta e fagioli e appunto la carbonara meglio che in qualunque altra parte d’Italia.

Bei ricordi, a Castro, posti fantastici! verso Roseto Calabro a pochi km. da noi ci si recava alcune mattine per fare il bagno lungo quella magnifica spiaggia di ciotoli  grigi e neri perfettamente lisciati dall’acqua e dal tempo. All’ ombra delle rovine di una torre saracena posta all’angolo di un castello,  ci sdraiavamo in cerca di refrigerio dalla calura torrida e inclemente. La sera quando la luna illuminava lo stesso castello, dal lungomare potevi ammirare la sconcertante bellezza di quel luogo stupendo che assumeva tratti fiabeschi e mi piaceva pensare a quanto ero distante dalla mia casa, dal mio mondo facendomi sentire in un’altra dimensione e fantasticavo su quello che sarebbe stato il mio futuro, se già potevo bearmi di tali sensazioni ed emozioni. Forse è stato in uno di quei momenti che il Signore mio Dio, inizio’ a darmi segno del suo Esistere. Innanzi a quella magnificenza della natura, sentivo forte la presenza di una Spirito presente e Onnipotente quale risposta a tanta beltà che mi riempiva gli occhi il cuore e l’anima. E’ da allora che mi rifiuto di dare una risposta scientifica al Creato. E’ mia convinzione che la scienza non può spiegare in alcun modo il fenomeno Amore, Dio e’ Amore, e solo l’Amore poteva aver creato quel nero mare immenso sfiorato dalla luna che a tratti lo facea brillar. La brezza sul viso con il suo forte odore salato, quel senso di irriverente potenza della mia giovane età, la conquista della mia indipendenza, a sua volta alla conquista di una metà tanto agognata. Calabria terra meravigliosa del mondo, ti ho rivista negli anni a venire in più occasioni  in località diverse da Vibo Valentia, a Villa S. Giovanni sullo stretto di Messina, alla mitica Tropea e altri ancora. Ma mai più ti rivedro’ con gli occhi di un ventenne che nulla sa’ e tutto vuole sapere, stupenda Calabria sarai sempre nel mio cuore a ricordarmi quei tempi felici, che a volte stento a credere siano stati parte della mia vita.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...