La grande Russia. Mosca.

 

Era il duemilauno, e ho ben presente l’anno in quanto eravamo a ridosso tra il passaggio dalla lira, ahimè, che si trasformò in euro. La banconota europea avrebbe dovuto sanare i bilanci della nostra povera Italia…permettetemi di lasciare ai posteri l’ardua sentenza della riuscita o meno di questo intento. All’epoca per me il problema non sussisteva dal momento che non abbisognavo di nulla e quindi ero del tutto indifferente a questo “cambio” della guardia. Infatti decisi di comune accordo con un mio amico (per fortuna ora ex) di fare un viaggio che, oserei direi, azzardato. Destinazione Russia. Avremmo – come sempre – deciso per un viaggio da soli, senza consorti, e con le quali avremmo dovuto ovviamente fare i conti, prima e dopo la partenza, ma con il giusto dosaggio tra tempo e parole, riuscivamo sempre a spuntarla e quasi sempre l’epilogo era: “è l’ultima volta che te lo chiedo amore” …e poi si sa, ogni uno usa la sua tecnica persuasiva, che quasi sempre contiene piccole bugie. Eravamo tanto esuberanti e incontenibili a quei tempi, che le mogli non si opponevano più di tanto. Anzi, secondo il mio parere, alla fine erano ben felici di togliersi dai piedi i loro consorti, e la loro opposizione alla fine era una prassi che potrei dire giustificata. Per quanto riguarda mia moglie, ammetto che non ero mai molto contento di tanta magnanimità, del resto lei era ed è anche oggi una bella donna. Mi sa che alla fine il più preoccupato dei due ero io, ma l’uomo è uomo, caspita! Gioco-forza reggevo la parte del duro fino in fondo, ma, vi assicuro, mezzo cuore lo lasciavo a casa c…o.

E così, dopo la necessaria burocrazia per i documenti da consegnare all’Ambasciata russa di Milano, partiamo alla volta di Mosca. Mosca: già il nome mi fa paura che unito alla paura per il volo, da sempre il mio tallone di Achille, faceva cominciare il viaggio più con i dubbi che con certezze.

Tre ore, tanto durò il volo che mi ha fatto venire i brividi…letteralmente, anche per la presenza poco prima dell’atterraggio di piccole stalattiti ciondolanti sulle ali del velivolo. Appena sbarcati all’aeroporto di Mosca ad attenderci c’era un freddo gelido di circa meno20°, ma non fu l’unica cosa gelida. Le guardie, in maggioranza donne, nelle loro vestigia grigio verde spento e logoro, certo non ci misero a nostro agio. I sorrisi delle stesse poliziotte erano inesistenti al contrario, con una severità che era ancor più pronunciata dai capelli raccolti stile vecchia signora. Come non bastasse fummo “incanalati” a gesti verso delle corsie segnate per terra da due righe parallele che ci indicavano rigorosamente la “retta via”, con una severità accentuata dal disegno di un busto di donna in divisa militare, con il dito indice proteso verso il naso, che stava a indicare SILENZIO! Interessante vero? Strano comunque se si pensa allo sbarco a Honolulu nelle Hawaii, dove si avvicinano delle splendide ragazze con costumi sgargianti e colorati buttandoti delle collane di fiori al collo, dimenando il gonnellino di frasche palmizie, a Mosca si vive una sorta di pena del contrappasso.

Ma finalmente, tra lo stupore e la perplessità, ritirammo il nostro bagaglio e, preso un taxi, ci recammo al nostro albergo. Un albergo immenso di 500 stanze e un numero non precisato di ristoranti al suo interno che si affacciava direttamente  al Moscova, il grande fiume che attraversa Mosca vicinissimo alla Piazza Rossa con il famoso Cremlino, le cui mura di cinta merlate furono progettate e costruite da un famoso architetto milanese, ovviamente qualche secolo prima.

In un’ala dell’albergo Imperial si intravedevano pure le maestose guglie della Basilica di S. Basilio, anch’essa nelle vicinanze della Piazza Rossa. Lo splendido e regale paesaggio non è certamente l’equivalente dei moscoviti, dai quali si percepiva verso di noi un dispiacevole senso di ostilità. Le donne forse un po’ meno, ma gli uomini non ci guardano certo con simpatia, ma con sguardi sprezzanti e ostili, comunque di sufficienza quando ci andava bene. Del resto Galina, una guida turistica che ci accompagna per le vie e i musei della città, più volte venne fermata da guardie severe che, senza nemmeno farci cenno di nulla per il disturbo che ci stavano arrecando, afferravano la povera Galina per un braccio, e, divincolata da noi, veniva interrogata del perché fosse in nostra compagnia, nonostante fosse evidente che fossimo dei turisti. Il finale era sempre lo stesso, si vedeva chiaramente la povera donna estrarre dalla borsa qualche moneta da allungare furtivamente ai poliziotti per essere poi libera di proseguire il proprio onesto lavoro. Ovviamente, prontamente subito dopo si provvedeva a rimborsarla di questo ricatto legale che gli si perpetrava.

Ma quello che appena narrato è nulla in confronto all’episodio che ci capitò una sera e che regalò una grandissima paura mai provata prima…  la più grande paura mai provata. Cenammo verso le 20 in uno dei ristoranti dell’albergo, mi pare fosse il ristorante Ucraino, ci abbuffammo con pietanze tipiche e bevemmo solo vodka. Sarà stato il luogo o quella città fredda come i suoi abitanti, ma ammetto che la vodka a quelle gelide temperature scendeva nello stomaco come fosse acqua minerale. Dopo cena decidemmo di andare in un locale poco distante (non ricordo il nome), accompagnati da due simpatiche cameriere conosciute tra una portata e l’altra al ristorante Ucraino. Una di loro era incinta e fu proprio lei, Maria, che si offrì di accompagnarci in quel locale dove quella sera si sarebbe esibito un famosissimo cantante russo. L’amica Elena poi ci dice in uno stentato italiano misto a inglese che se ci fossimo annoiati di sentire quel cantante, nel locale vi si trovava pure una sala casinò. Che altro aggiungere, ben felici di andarci in questo famoso locale ambivalente, quindi: taxi e via…e in pochi minuti raggiungemmo il posto. Un bell’ ingresso, bodyguard in livrea, tappeto rosso, una folla incredibile che aspettava di entrare, ma non per noi, subito invitati a varcare la soglia.

Stesso copione dei giorni precedenti, donne che ti sorridono con sufficienza e uomini che ti guardano schifati…insomma l’ostilità la faceva da padrona. Ok, buon viso a cattivo gioco. Che ore sono? Presto, infatti il noto cantante non era ancora arrivato, che si fa? Le ragazze ci invitano a ballare, ma noi preferiamo andare nella sala casinò, quindi in qualche modo riuscimmo a  capirci e loro andarono nella sala di ballo a ballare, noi a giocare e ci si sarebbe rivisti più tardi. Roulette, io nonostante le giocate pareggiai mentre il mio amico “beccò” un “pieno” 36 volte la posta…non male: 350 euro di vincita. Molta gente non giocava, osserva. Elena ci venne a chiamare, finalmente il cantante arrivò, ce ne siamo rendemmo conto dalle urla festanti dei fans. Andammo tra la folla per sentirlo cantare, solo poco dopo capimmo del perché tutti i cantanti italiani che non hanno grande successo al loro paese, vanno a fare concerti in Russia. La musica e le parole del cantante russo erano a dir poco obsolete e patetiche, ecco perché i Phoo e Toto Cotugno spadroneggiano con i loro concerti. Ma si resistette per circa un paio d’ore per non offendere le nostre amiche.

Si fecero grazie al cielo le due di notte e tutti d’accordo decidemmo di tornare in albergo, casa ospitante per noi e fissa dimora per le “tipe” che ci lavoravano. All’uscita del locale, improvvisamente, mentre si stava attendendo il taxi, si avvicinarono minacciosi due poliziotti in divisa. Parlarono a voce alta con Maria e Elena e poco dopo le afferrano per le braccia e le trascinano verso un auto di servizio. Le ragazze si girarono per cercare di parlarci, ma vennero ripetutamente strattonate, e noi non capendo cosa loro tentavano di dirci in quel russo misto all’italiano dal quale l’unica cosa certa traspariva un velo di disperazione. Rimanemmo sbigottiti, io e Michele, senza parole, e cercando di capire cosa avremmo potuto fare. Nel mentre si avvicinò un ragazzo sulla trentina di bell’aspetto e si propose a gesti di portarci in albergo con la propria auto. Noi ancora trafelati e un po’ sgomenti accettammo subito pensando fosse stata una coincidenza fortunosa quell’invito. Ci avviciniamo all’auto, una jeep di piccole dimensioni, e da una delle due porte vi scese una seconda persona per reclinare il sedile e farci accomodare nel posteriore. Anche l’altro era un giovanotto dalla bella apparenza. Inizialmente sembra tutto normale, del resto noi eravamo preoccupati solo dalla sorte delle due povere ragazze. Partimmo e mentre uno dei ragazzi guidava, l’altro si era girato verso di noi per conversare, e mentre lo faceva ci accorgemmo che sembrava prenderci in giro, anche l’amico alla guida sghignazzava di tanto in tanto senza apparente motivo. Improvvisamente estrasse delle foto dalla tasca e indicandocele ci disse se desideravamo compagnia femminile, proponendoci alcune sue ‘cugine’.

Alla nostra risposta negativa, incalzò con l’offrici droghe, e ancora una volta noi rispondemmo di no. Immediatamente ci rendemmo conto che la strada fino ad allora percorsa era molta di più dell’esigua distanza che ci separava dall’albergo. Io con gesti e parole sconnesse feci presente ai due il particolare, e per tutta risposta il tipo alla destra estrae una pistola di grosso calibro dalla tasca e la rivolge verso di noi sorridendo beffardo. Merda, la tensione si fece altissima. Il mio amico non diceva nulla, atterrito e totalmente incapace di reagire. Io non fui da meno, ma del resto pensai… Questi se avranno tutto ciò che abbiamo in tasca ci lasceranno andare, ed è così che comincio implorante ad intrattenere una specie di trattativa. Per cominciare con gesti pacati, mi sfilai il Rolex per infilarmelo lentamente nelle mutande, aiutato da un buio pesto. Infatti mi accorgo che ci hanno portato in una fabbrica enorme dismessa, priva di qualsiasi forma di illuminazione. Doveva essere stata una siderurgica a giudicare dal suo aspetto ferroso e sinistro. Scena da film, ma di film non c’era un cazzo, era tutto maledettamente vero. Ho davvero sinceramente pensato che la nostra ora fosse  giunta. Fanculo…morire così a tremila km da casa. Con la forza della disperazione, mi rivolsi al mio compagno di sventure invitandolo a darmi tutto ciò che aveva in tasca, vincita compresa. Metto tutto il denaro insieme e lo offro a quello con la pistola cercando di spiegargli che era inutile che ci uccidesse, e anzi se ci avesse accompagnati all’albergo gli avrei consegnato altro denaro. Questo prese il denaro sorridendo da stronzo come per risposta, grazie a Dio positiva, il suo amico alla guida avviò  l’auto e ripartimmo. Ad un certo punto, percorso poche centinaia di metri intravedemmo un bagliore in lontananza. Sembrava una pattuglia di polizia, di quelle che controllano gli ubriachi o i drogati di notte, e così fu. Il mio amico finalmente ebbe un sussulto di gioia, e io con lui. Siamo salvi, pensammo. Ma ecco che senza essere fermati, i nostri due sequestratori si fermarono proprio di fianco ai poliziotti e tranquillamente si misero a confabulare tra loro. Di tanto in tanto, con le sigarette accese, poliziotti e stronzi si rivolgono a noi ridacchiando schernendoci palesemente. Avremmo dovuto  ricominciare ad implorare, e peggio di prima se pure le forze dell’ordine erano tacitamente complici. Terrore a mille! Poi inaspettatamente, improvvisamente come era cominciato quell’incubo tutto finì.  Ci lasciarono dopo circa due ore esattamente fuori dall’ingresso dell’albergo, che scoprimmo il giorno dopo essere distante solo qualche km dal casinò, pochi minuti di auto trasformati in un ora di paura.

In camera di corsa a farci passare lo spavento e a ringraziare Dio dello scampato pericolo. Non appena ci riprendiamo dallo shock ricomponiamo tutta la storia, ci fu chiaro che al casinò ci stavano tenendo d’occhio. Da lì è partito tutto, ma la cosa più disgustosa è stato che anche la polizia era d’accordo. E le ragazze? Arrivano verso le 6 dicendo di essere state sequestrate in una stazione di polizia, e ci fu dato pensare che avevano subito violenza per poter tornare indenni. O forse erano tutti complici? Chi se ne frega! L’importante è che fosse finito quell’incubo tremendo. Mancava ancora un giorno alla fine della vacanza, ma lo trascorremmo interamente in camera: la voglia della partenza dall’Italia lasciò ora il posto alla voglia di tornare in Italia. Era il primo anno del nuovo millennio che noi iniziammo con la paura di morire.

Non sono pentito di aver fatto quel viaggio, è stata lo stesso un’esperienza indimenticabile, di certo non la ripeterei mai più, non almeno in quel modo, da superficiali bulletti da città. Pensai che la prossima volta che semmai volessi ritornare in Russia, non andrei di certo a Mosca, ma a S. Pietroburgo… e con mia moglie, mentre ora ritorno sulle ruote della mia moto che sta salendo su per la strada che porta al Santuario della Madonna della Torre, a Pianico.

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