Sei anni anni or sono, oggi 26 Aprile 2014.

imagesCA9PJW26Ventisei Aprile Duemilaotto, bella giornata, soleggiata, l’ideale per una uscita in motocicletta da enduro, ma non solo.  Altri amici aspettano nel tal posto prefisso alle nove. Cosi che i quattro si ritrovano poco dopo la partenza nel letto del fiume Serio, stranamente in secca data la stagione non ancora attanagliata dalla calura estiva. L’inizio escursione non inizia certo nei migliori dei modi, il letto di un fiume è da “affrontare” in un solo modo, o apri la manetta del gas a tutta birra, o la moto per inerzia ti cede sotto il culo, scivolando sulle pietre lisce e levigate. Il più giovane di noi quel giorno aveva 43 anni, mio fratello, seguito per poco più da un amico se non sbaglio 45enne, poi un amico di quest’ultimo 50enne come me. Non fosse che l’amico dell’amico, il 50enne, era un ex campione o comunque una persona che di enduro ne masticava. Figurarsi se per noi tre enduristi della domenica, non fosse stato motivo d’orgoglio seguire come api al miele il suddetto ex campione della specialità. Cosi che il letto del fiume, non fu che l’inizio di una massacrante cavalcata, tra fitti boschi, scalate al limite del ribaltamento, sentieri impervi, e passaggi quasi impossibili. Ricordo di un passaggio tra due rocce, e noi con le gambe divaricate su di esse, facemmo passare le moto sotto, perché v’era posto solo per loro. Tre ore e mezza più tardi, l’onore era salvo per i tre della domenica, qualche scivolata, qualche caduta non seria e il congedo con appuntamento futuro, un arrivederci alla prossima, ringraziandoci reciprocamente per le faticose ma belle ore trascorse insieme. Andò che rimanemmo io e mio fratello Miglio (come amo chiamarlo affettuosamente) e decidemmo di fermarci in una pizzeria, a festeggiare la riuscita della nostra piccola performance, quindi buon cibo e perché no, una buona bottiglia di vino bianco, e dal momento che rimanevano solo pochi kilometri al ritorno, oltretutto senza sforzi di nessun genere, ci siam fatti pure un whisky,  oppure me lo son bevuto solo io, di questo son certo. Tornando verso  casa non potevamo esimerci  da passare al campetto d’allenamento per enduristi e crossisti in quel di Ponte Nossa. Inutile precisare, e parlo solo per me, che avevo già dato tutto quanto potessi dare, in termini di energie, e che quindi la fermata al campetto volesse motivarsi solo del salutare gli amici che speravamo trovarci. Ma tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino, e poco dopo, si era in pista immersi nella polvere, soprattutto a mangiarci quella che gli altri ci lasciavano indietro, ma non sia mai che ci si faccia da parte, mai, un motociclista non molla mai. E ci facemmo qualche giro di pista, una sosta per tirare il fiato, quel poco rimasto, e di nuovo dentro, che fu per tre o quattro volte almeno. Ok, i vecchietti rinnovavano cosi l’impegno prima con se stessi poi con gli altri di non gettare la spugna, e alle 16 circa ce ne andammo anche dal campetto,  acconpagnati  da tre amici, uno che si complimentava con te, un altro che ti derideva, e l’altro ancora che ti dava dello scoppiato se non bevevi qualcosa in compagnia. Anche se tengo a precisare che anche non c’avesse dato degli scoppiati avremmo bevuto comunque, con o senza di lui.  Dunque cinque amici che bevono allegramente cinque bionde medie che paga uno di loro, e le birre diventano cinque, ma a testa perché tutti vogliono pagare il loro giro…Ma grazie al cielo si riparte, la strada verso casa è sempre più vicina, per fortuna, ma uno di noi prima di infilarsi il casco dice agli altri… La volete vedere una bellissima ragazza? sono quelle domande che non attendono ne vogliono risposta. Ovviamente nessuno obbietta nemmeno io che ero il nonno del gruppo, e la ragazza mi poteva tranquillamente esser figlia, ma in fondo che c’è di male, una bellezza rimane pur sempre una bellezza, e va ammirata, pur che tu rimanga al tuo posto, con le mani e con la testa e poi, i fumi del tasso alcolico in quel momento non mi permettevano nessuna reazione ne negativa ne positiva, rimaneva solo quella passiva. Una volta raggiunto il bar dove lavorava quella ragazza, o ne era addirittura proprietaria, rimasi davvero incantato dalla sua straordinaria bellezza, che alla sua età è propria di molte, aveva infatti 17 anni Diana se non ricordo male, in aggiunta aveva quel che mia mamma diceva sempre… L’altèsa, l’é na meza belesa’. (che tradotto significa, l’altezza è già per se una mezza bellezza)  Ed il rituale si ripete, ammaliato estasiato, ma molto più semplicemente ubriaco fradicio, alla seconda birra media mi rifiutai di bere oltre, praticamente furono sette nell’arco di poco più di un’ora. A quel punto come purtroppo succede a chi passa di molto il limite, le parole escono dalla tua bocca ma non sono tue, i gesti sono ridicoli, gli occhi arrossati chiedono pietà, tu fai pietà, a tutti meno che al barista. Te ne devi andare, e cosi facemmo per l’ennesima volta in quel giorno. Troppo stanchi, troppo stinchi di birra e quant’altro, per fare quattro kilometri di mulattiera che ci dividevano dalla nostre mogli, decidemmo, o forse io decisi di fare la strada comunale, asfaltata. Da precisare che quel giorno malauguratamente avevamo lasciato il carrello per il trasporto delle motociclette, nella nostra abitazione cittadina, quindi per forza si rincasava a cavallo delle stesse moto. Velocità media tra i trenta e i quaranta km. orari, Miglio davanti me che di tanto in tanto inpennava un po’ per gioco, o forse perché annoiato dalla velocità lumachesca da me tenuta, ultima curva cieca poi tre tornanti pieni visibili e saremmo arrivati. Già saremmo, se sull’ultima curva nascosta, io non avessi deciso chissà per quali strani motivi, o comunque senza rendermene conto di invadere la corsia della parte opposta. Nulla di grave se dall’altra parte non fosse sopraggiunta un automobile, con due ignari quanto innocenti passeggeri, che se ne stavano pacatamente scendendo in quel di Gromo per la S. messa serale. Mi sono improvvisamente trovato di fronte il biscione che avvolge………………….. la reazione è stata nulla, o meglio era stata annullata precedentemente dalla mia carta d’identità e dai bar che avevo visitato, cosi che l’impatto fu terribile e inevitabile. La ruota anteriore della mia moto si incuneò al centro esatto del radiatore dell’auto, io conseguentemente invece di venire sbalzato con vigore in volo, mi auto bloccai con il bacino, esattamente tra coscia e pisello con inaudita violenza sul manubrio, strappando con la forza d’urto tre dei quattro bulloni che normalmente tengono fermi con una piastrina lo stesso, per quasi entrare con testa e casco nel vetro dell’alfa. Alla fine di quei disgraziati secondi la moto fu al di la dell’auto, ed io accasciato in posizione fetale davanti al muso dell’auto. E qui che inizia la parte fantastica di questa storia, e fantastica non sta per bella, sta come letteralmente scritta…fantastica, perché non a tutti sarà dato credere a ciò che avrò da dire nel proseguo. Il primo pensiero che ci crediate o meno è stato ringraziare Dio perché ero ancora vivo, anche se non sapevo per quanto, infatti ricordo che non muovevo un muscolo ed ero in uno strano torpore, non di particolare dolore, ma in uno stato di totale impotenza. Infatti quando arrivo’ dopo pochi minuti mia moglie, avvertita con un pietoso inganno da mia cognata a sua volta avvertita da mio fratello, con un filo di voce le chiesi scusa per la mia ennesima leggerezza, e la rinfrancai circa la mia eventuale dipartita. Da sotto il casco che nessuno mi toglieva per paura di causare un guaio alla spina dorsale, le dissi pure di non preoccuparsi che la mia splendida famiglia avrebbe pensato a lei per il resto della vita, e non l’avrebbero mai abbandonata.  Intanto mezzo paese si raduno’ sul luogo dell’incidente e mi fece  da contorno, sentivo il loro vociare e intravedevo qualche testa. Ma il mio problema rimaneva l’angoscia che avevo procurato alla mia dolcissima metà. L’elicottero-soccorso non venne preso in considerazione perché l’orario era vicino al crepuscolo, quindi non poteva intervenire, si opto’ per l’autoambulanza, che arrivo’ dopo circa una ventina di minuti, ricordo mi fece piacere che l’autista era un amico del paese, che di suo guida pullman di linea, Luca, grazie ancora Luca, non so’ perché ma mi conforto’ molto che fosse lui il mio autista, forse mi fece sentire più sicuro…non so’… Nel frattempo il dolore crebbe, crebbe tanto al punto da farmi impazzire di male per ogni minimo sobbalzo che l’auto ambulanza faceva, ma la sensazione peggiore e’ che sentivo qualcosa dentro di strano, come di liquido, e l’immobilità totale certo non mi rincuorava. Ma finalmente arrivammo all’ospedale più vicino dove dopo una visita sommaria, capirono che avevo una emorragia  interna per la rottura di alcune vene. Ecco la strana orribile sensazione che sentivo, e sorse conseguente la prima complicazione, quell’ospedale non era attrezzato alla bisogna, cosicché decisero di trasportarmi a sirene spiegate al Maggiore di Bergamo. Una volta la, venni messo immediatamente sotto un macchinario, e mentre iniziava l’intervento non invasivo, vidi i dottori confabulare tra loro, ed io non capivo il perché di uno strano puzzo di bruciato, e come mai non intervenissero. Semplice, l’apparecchiatura si ruppe. Dio volle che l’ospedale fosse dotato di una sosia per queste disgraziate coincidenze. Tanto fu che mi misero sotto l’altra e con una sofisticatissima apparecchiatura non invasiva, e dotati di un monitor, individuarono e “ripararono” prima una e poi una seconda vena. Tempo dopo seppi che sino a pochi anni prima la gente moriva spesso per colpa del troppo tempo che passava nel localizzare la vena, o le vene rotte, e il sangue nel contempo perso era fatale per quasi tutti i malcapitati. Quindi per me primo grande miracolo umano, di conseguente realizzazione Divina, dico io. Da questa sala operatoria alla corsia , rigorosamente sporco lercio dopo ore passate nel fango, nella polvere e quant’altro. Li ad attendermi mia moglie spaventata quanto me, e mentre mi veniva incontro, vidi un infermiere con quattro sacche di sangue che parlava con un collega e guardava me. Ricordo di aver guardato con supplica mia moglie, per cercare nei suoi occhi la risposta che pur essendo ovvia desideravo non fosse. Si mi disse Susanna, ne hai di bisogno amore!!! Ne hai perso parecchio e se non te lo aggiungono, rischi di morire. Ecco quello fu il momento più brutto e spaventoso dal momento del’ incidente avvenuto oramai otto ore prima. Panico, ma duro’ poco perché mi addormentarono, o qualcosa del genere. Fu la prima volta in vita mia che ricevevo sangue. Tempo dopo provai vergogna dell’indifferenza che mostrai negli anni della mia gioventù  nei confronti di quelle meravigliose persone degne di stima e lode quali i donatori di sangue. Dio li benedica per uno dei più bei segni di fratellanza umana che perpetuano con tanta splendida dignità e generosità verso il prossimo, Dio li benedica a nome e per nome delle vite umane che quotidianamente salvano e non aggiungo altro, le parole non bastano per ringraziare persone tanto speciali, chiunque essi siano. Ebbene mi risvegliai il giorno seguente in una stanza privata che mia moglie aveva richiesto, dopo che io la scongiurai di stare con me a dormire, non volevo se ne andasse mai, solo lei desideravo rimanesse con me. Pur apprezzando tutte le persone che sono venute a trovarmi, era talmente atroce il dolore che provavo, che dopo soli pochi minuti sentivo il desiderio di rimanere solo con mia moglie per potermi lamentare e spesso piangere, pacatamente ma piangere. Del resto risvegliarmi con quattro viti autofilettanti, piantate a quadrato, lunghe una ventina di centimetri per ognuna, nello stomaco in basso, che si ancoravano direttamente nelle ossa del bacino, con lo scopo di “riunirmi” le ossa dell’inguine, non era una passeggiata di salute. Se aggiungiamo che per i primi tre giorni rimasi sporco di sudore e fango come al momento dell’incidente,il tutto contornato da un costante dolore lancinante in tutto il corpo, uno poi, piange, ve lo assicuro piange, e la gente intorno non la vuole proprio. Ricordo bene di una sera che verso le sei mi fece visita una persona, forse una sorella, scongiurai mia moglie di dire che non me la sentivo proprio, nemmeno di parlargli. Rimasi undici giorni in quella stanza, e di questo periodo il pensiero più dolce che conservo, e’ della visita di un mio carissimo amico, Natale, un  omone di 130kg. Alto un paio di metri, questi pochi mesi dopo a sua volta fu ricoverato per un intervento che pareva cosa comune, ma non ne uscì mai più, almeno non vivo, ciao Nati. E dopo solo undici giorni mi fu chiesto se volevo essere dimesso, perché le cure se volevamo, potevano essere fatte da mia moglie, qualora il tempo glielo consentisse. Un po’ perplesso ma accettai naturalmente, dopo che Susanna mi diede la sua disponibilità incondizionata. E ci congedammo, con tanto di ringraziamento per tutto il personale, gentile come pochi, e naturalmente al chirurgo che aveva fatto l’intervento. Io è Susy decidemmo di andare nella casetta di montagna, in previsione di un paio di mesi di immobilità totale. La c’era il camino e tutto nella sua piccolezza rendeva più pratica la giornata a mia moglie, che ora con il senno di poi mi rendo conto di avere esasperato con una assistenza praticamente fissa, totale, povera donna, che pazienza. Come dicevo ci congedammo con un pizzico di perplessità, ma già dopo pochi giorni mi resi conto che era meglio rimanere all’ospedale ancora per parecchi giorni, sedato di morfina e imbottito di medicinali. Infatti il dolore divento’ insopportabile, non che a casa non venivo curato, anzi, ma erano palliativi al confronto del calmante lenitivo morfina. Ogni sera verso le 10 circa, la mia Susanna esausta mi salutava con un bacetto, per salire al soppalco subito sopra di una scala alla mia testa, per andarsene nelle braccia di Morfeo, ed io appena lei si girava, lasciavo scendere due lacrimoni tanti, sapevo che sarebbe iniziato il supplizio di dolori lancinanti al bacino e non solo. Così tutta la notte con brevi intervalli di dormiveglia, ricordo che il mattino verso le otto circa, iniziavo a tormentare il mio amore e tempestarla di domande… Chiedevo di Elsa, una graziosa signora che alle 8.30 circa veniva a farmi due iniezioni di calmante, che almeno affievolivano e lenivano in parte l’atroce dolore. Quando Elsa tardava anche solo di pochi minuti, per me era un supplizio, solo dopo parecchi giorni questa mi confesso’ che i ritardi erano con lo scopo di lasciarmi riposare un po’ più, ovviamente le spiegai che era meglio arrivasse con qualche minuto di anticipo…, e così fu, grazie Elsa cara. Due mesi incredibili, due mesi impossibili, due mesi forse desiderati. Due mesi in perfetta comunione con me stesso,  in simbiosi con mia moglie, in collegamento con il buon Dio, che non mancavamo di ringraziare e pregare tutti i giorni. E ribadisco due mesi desiderati, da qui il fatto della storia fantastica perché io ho come desiderato questa esperienza, questo incidente, io avevo bisogno di questa pausa con me stesso, con il mondo. Il mondo mi stava distruggendo, mi stava annullando, dovevo fermarmi, e GESÙ che mi ascolta sempre ha pensato bene di “salvarmi in questo modo, in questo meraviglioso modo. Si perché soffrire ti fa sentire più orgoglioso di Seguirlo, di Servirlo, di Amarlo, di lodarlo. Ti fa sentire più degno di chiamarti suo figlio, e per una volta nella vita ti fa sentir degno di servire a qualcosa e a qualcuno, e servire a Dio non è cosa di poco conto. Che poi ho parlato di due mesi di degenza, ma riguardava il periodo di un dolore spaventosamente insopportabile, ma la guarigione completa del corpo e dell’anima duro’ un anno e mezzo. In quei lunghi mesi ho rinsaldato un legame con mia moglie che non penso si adombrerà mai più. In quel tempo ho ricomposto i pezzi sparsi del mio cuore che rischiava sfaldarsi per sempre. Ho preso il sentiero sicuro della vita tanto cercato inutilmente per decenni. In quel periodo ho compreso cosa significa il secondo comandamento di Dio… Ama il prossimo tuo come te stesso, che poi non si impari mai a sufficienza come metterlo in pratica, e un’altra questione, e direi pure che è giusto così, altrimenti saremmo Dio stessi, che l’indirizzo sia quello, ed ogni giorno lotta per ottenere  di più, per avvicinarti al prossimo, Dio ci guarda con la Madonna che incessantemente intercede.  Insomma, direi che in conclusione non è stata una sorpresa questa mia disgrazia, che  lo presa come pura conseguenza di una serie di situazioni, in cui la liberazione e’ venuta in risposta. Ho avuto l’opportunità immensa di rimettermi in gioco, e divertirmi nel ricrearmi, inteso ovviamente per una vita terrena, niente di offensivo o irriverente al Divino. Che mi è sempre piaciuto reinventarci ,e già l’avevo sperimentato in altre occasioni, ma senza il tempo necessario per riflettere a sufficienza per tagliare rami secchi, e comunque senza la componente indispensabile della prova del dolore. E solo nel dolore che impari ad amare e rispettare conseguentemente la vita, e solo nel dolore che non intendi più perdere tempo con quisquilie, e perdite di tempo inutili. Che nonostante tutto vivendo in questo squilibrato mondo il tempo si perde lo stesso, spesso stupidamente. Ora ho davanti un’altra opportunità, un altra vita, e mi sento solo ringiovanire, non invecchiare, mi sento solo di dare non di ricevere, mi sento di amare non di odiare, non c’è tempo per l’odio odiare e tempo sprecato. E’ tempo di creare, e tempo di dare un senso a questa miserabile vita terrena, lasciare un impronta indelebile nell’animo di qualcuno che ripeterà le tue gesta, se si è ben seminato, questi creerà altro bene, bene più bene, il male e’ sconfitto, e’ questo il disegno di Dio, dall’inizio dei tempi, da quando noi stolti abbiamo deciso da noi. Piccole gocce di di Acqua che formano l’oceano del bene. E non è un sermone, e la storia della mia vita che ancora una volta e’ ricominciata a cinquant’anni, esattamente il ventisei Aprile duemila otto  alle diciotto di una sera di primavera.

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