Io, due ruote, la Romania,e un po’ di incoscienza.

Come quella volta di dodici anni fa, una sera di fine ottobre dico alla mia compagna che  sarei partito  per la Romania con la mia motocicletta nuova di pacca. Cosa ne penso’ lei, egoisticamente non ricordo, ma allora funzionava così. Era uno dei miei spazi, una delle mie piccole grandi pazzie. Fu così che partii un mattino di novembre da casa mia in Bergamo, la prima tappa fu di andare al cimitero dai miei, così, forse per avere una sorta di benedizione, ricordo che all’ingresso una signora stupita forse dal mio strano e inusuale abbigliamento da motociclista, dato che faceva già parecchio freddo, mi squadro’ come si guarda un marziano, e dopo avermi chiesto dove andassi, io risposi… in Romania, e questa ancora più stupita mi raccomando’ di fare molta attenzione. Non so… Ma ebbi la sensazione che mia mamma stessa me lo raccomandasse nei panni di quella gentile e premurosa signora,ma partii, testardo e incosciente come di mia natura quando voglio  assolutamente qualcosa. Cartina sul serbatoio e via in autostrada per il confine Triestino, alla prima dogana. A parte il freddo pungente, nessun intoppo, macinavo chilometri con una determinazione che nemmeno sapevo di possedere, e comunque quella volta mi ero intestardito di voler percorrere il massimo della strada possibile. Infatti verso sera inoltrata, arrivai al confine di Arad, in Romania, non scorderò mai che dopo aver pagato il biglietto autostradale, avanzai di qualche metro per fermarmi a sistemare i soldi di resto, ma sorpresa! Le gambe si erano intirizzite dal freddo a tal punto che si bloccarono e non riuscivo a muoverle, i piedi rimasero inchiodati alle pedane, risultato cado di lato, io, moto e bagaglio, rimanendo per terra qualche minuto prima di riprendermi, e a fatica estrassi la gamba incastrata dalla moto, ma mi rimisi in marcia poco dopo nel bel mezzo di una fitta nebbia, alla ricerca di un albergo che mi ospitasse per il meritato riposo. Finalmente dopo aver percorso in totale 1300 chilometri, intravidi un forte bagliore  che tagliava come una lama la spessa nebbia, era la rassicurante e invitante luce di un insegna d’albergo cinque stelle, e vi assicuro le meritava tutte, e il prezzo adeguato allo standard rumeno dell’epoca, 70 euro per cibo, pernottamento, parcheggio e mance comprese, ma non era il motivo per cui mi trovavo li, come non lo era il solito motivo del sesso a buon mercato, troppo triste il solo pensarlo, trovo penoso che delle povere ragazze si offrano per pochi denari, e mi fa l’effetto contrario, invece che eccitarmi mi rattristo a manetta, non c’è paragone con la sana conquista. Il mattino seguente di buon ora, riprendo la marcia, un pallido sole sembrava accompagnarmi con il suo tiepido conforto verso gli ultimi settecento kilometri di marcia rimasti, direzione Bachau un grazioso paese ai confini con il confine moldavo, la mi recavo in visita ad un gruppo di persone conosciute in Italia qualche tempo prima, a loro insaputa comunque perché loro stessi ignari della mia visita improvvisata. Così percorro un buon tratto di strada tra meravigliosi saliscendi, nel bel mezzo di colline appena tali, tanto eran dolci, non fosse stato per quei boschi di betulle e faggi inbrulliti dallo stanco autunno, sembrava di trovarsi tra i saliscendi ben coltivati e contornati da cipressi della nostra Toscana, poi tratti diritti con curve appena accennate, e di nuovo paesaggio collinare. Finché nel primo pomeriggio ma già all’imbrunire arrivo a destinazione, entro in un bar per un caffè e telefono a Radu un amico, questi dopo lo stupore iniziale e un po’ incredulo, mi raggiunge poco dopo accompagnato dalla sorella, baci abbracci di rito e mi si chiede che intendo fare, e per quanto tempo intendo rimanere in Bachau, io rispondo che di preciso non so’, che vedrò. Radu e Elena insistettero che intanto che ci pensavo dovevo assolutamente essere loro ospite per la sera e per la notte presso la l’abitazione dei loro parenti di origine zingara, nel villaggio poco distante di Rachitoasa. Mi fecero da apri strada con la loro auto, e io dietro per una quindicina di kilometri per lo più fatti salendo per una tortuosa strada di montagna, finché si giunse in quel grazioso villaggio rurale alpino, sembrava di tornare indietro nel tempo di almeno cento anni, le case erano per la maggior parte di legno, tutte ad un solo piano, gli steccati di legno che delimitavano le proprietà, non erano più alti di un metro, come volessero indicare che tutti erano padroni di tutto, e nessuno di niente, una comunità, i soli mezzi che mi capito’ di vedere erano dei carretti trainati da cavalli magri e scalcinati quasi a voler sottolineare la povertà del luogo, che non doveva comunque essere confusa con la ricchezza di fierezza dei suoi abitanti per lo più zingari, con rumeni in minoranza. E dopo le presentazioni di rito con il resto dei famigliari, venni invitato a mangiare alcune loro tipiche pietanze e a bere del loro vino, fresco d’annata di cui andavano particolarmente fieri. A mia volta cercai di contraccambiare con ottime formagelle e salame nostrano che avevo portato apposta, ma ricordo che non ne furono particolarmente colpiti, come del resto non lo fui io per il loro cibo e per il loro vino, ma ovviamente mentii spudoratamente per non offendere la loro entusiastica ospitalità. Ricordo che fini in una bella ubriacatura generale, tutti ciucchi, anche i nonni, e fini con un bel braccio di ferro tra me e i maschi della famiglia, e devo dire che ben mi difesi, probabilmente perché ero un po’ meno ubriaco di loro, verso la una, tutti a nanna finalmente, ero un po’ stanco. Il mattino seguente, Elena venne a bussare alla porta dove mi alloggiarono, io risposi e mi alzai dal letto e andai ad aprire, vidi lei e accanto un bambino di dieci anni circa con in mano un secchio con dell’acqua e un mestolo, e li guardai stupito mentre mi fregavo le mani incrociate sulle braccia per il freddo intenso, al che capii che mi invitavano a lavarmi esattamente li fuori nel cortile, nel bel mentre che iniziava pure a cadere qualche fiocco di neve lieve trasportata dalla brezza mattutina, ok mi dissi togliamoci il pensiero, mentre il bambino mi versava lentamente l’acqua mi sciacquavo velocemente il viso e le mani, ringraziaii ed in fretta rientrai, della colazione nemmeno se ne parlo’ non usi del farla, nemmeno si posero il pensiero di chiedermelo. Verso le dieci arrivo’ anche Radu, intanto la neve si era intensificata e scendeva più compatta e copiosa, tanto che decisi di lasciare la moto da loro in custodia e me ne andai con un taxi che feci arrivare telefonicamente da Bachau. Ringraziai tutti e me ne andai in un più confortevole albergo dove alloggiai per alcuni giorni a venire. Il tempo però non volgeva al meglio, anzi peggiorava sempre più rischiavo di rimanere bloccato dalla neve anche per mesi, motociclisticamente parlando, fu così che conversando  con alcune persone in albergo conobbi una persona che mi diede lo spunto per uscire da quella situazione, mi consiglio’ cioè di farmi trasportare con un carrello la moto, mentre io sarei stato comodamente al caldo nel furgone che lo trainava, furgone adibito al trasporto delle persone che faceva la tratta dalla Romania a Torino per “fare” il “cambio”delle ragazze che lavoravano nei nightclub del capoluogo Torinese, profittavano così dei passaggi pure alcuni parenti delle ragazze stesse. Pattuito il compenso, ci ritrovammo il tal giorno alla tal ora e… partenza, anzi ritorno per l’Italia, che comunque dopo un po’ mi manca sempre, qualunque sia il viaggio, ovunque mi trovi, la mia terra e’ unica, e mi manca. Sul pulmino feci conoscenza di un sacco di persone giovani e meno, ognuna con la sua storia da raccontare, purtroppo quasi sempre triste data la natura del loro viaggio, nonostante la buona compagnia, la percorrenza, era molto noiosa, forse anche per la velocità modesta che non superava mai gli ottanta, novanta kilometri orari, fu così che in quel dell’Austria ad un autogrill per un rifornimento, chiesi all’autista di scaricare la mia moto dal rimorchio e  mi comprai un paio di quanti invernali rivestiti all’interno con lana di pecora, di quelli che i camionisti usano per smontare le gomme del camion quando bucano, salutai tutti, ringraziai e orgogliosamente ripresi la marcia in sella alla mia splendida compagna di avventura, la mia Bmw. Cinque, sei ore dopo ero a casa da mia moglie entrambi felici di rivederci, ed io orgoglioso di aver dimostrato ancora una volta a me stesso di poter affrontare qualunque cosa con determinazione, coraggio e ancor più, un bel po’ di sana incoscienza, che se non c’è l’hai, viaggi poco, o non viaggi per niente.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...