Quand’ ero piccolo. 2020 365 & MEZZO

Quando ero piccolo andavo dai nonni, mi ci portava di solito il papà, che poi quasi sempre per lui, era una scusa per scaricarmi un paio d’ore che trascorreva al bar con gli amici, a bere vino e giocare al biliardo. E mi lasciava la, in quella cucina troppo grande anche per i grandi, alta e scura dal fumo del calore della stufa a legna, che scaldava le gelide notti ”gennarine”, bolliva l’acqua per il risciacquo delle stoviglie dopo i pasti, e cosa essenziale, cucinava.

Ai miei tempi di ragazzino degli anni sessanta, quando andavo a trovare i nonni o parenti anziani, v’era sempre un sapore nell’aria ben definito nelle mie nari. Non mi piaceva affatto quell’odore di aglio, o di cibo duro che veniva emanato nelle stanze, se chiudo gli occhi e respiro piano, posso ancora immaginarne lo sgradevole sapore.

Mio nonno lo ricordo in quegli anni, magro lungo e penso alto, lo so dalle foto perché quando lo vedevo era sempre ‘lungo’ nel letto, con cuffia bianca in testa tipo berretta, ma non di lana, cotone, che così, ricordo solo un prete nel vicentino, ma è un altra storia. Da rituale dopo qualche domanda, sempre le stesse, in un tremante dialetto bergamasco mi chiedeva chi fossi dei suoi nipoti e quanti anni avessi, poi chiamava mia nonna e si faceva dare il borsellino che stava li sul comodino, ma era difficile il movimento, vi estraeva lentamente qualche moneta, di solito venti al massimo trenta lire, di quel metallo spento dall’usura del tempo che è l’alluminio, e me le porgeva con la mano tremante. La nonna a pochi passi si metteva in posizione di non essere da lui vista, e agitava la mano, a indicarmi di lasciar correre e ringraziare comunque.

Qualche minuto più tardi lei prendeva dalla grande tasca del suo grembiule a fiori, il suo borsello e ne toglieva una grassa moneta da cento lire, che pur ferro, luccicava come un dollaro d’argento, che lo dico ora, ma allora non sapevo nemmeno se e dove fosse l’America. Allora sì che si faceva festa, con cento lire mi compravo una cioccolata con panna, andavo a vedere un film con Giuliano Gemma , o  Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, al cinema dell’oratorio, e farmi pure una castagnaccia in polvere venduta in bustine di carta, accompagnata da una cannuccia per poterla tirar su con grosse aspirate di bocca, le famose stringhe alla liquirizia e ci stava pure una bibita al tamarindo in contenitore di vetro spesso, lattine e plastica, non si sapeva cosa fossero, la novità assoluta che veniva dall’america per la fantasia di noi ragazzini era la gomma da masticare Brooklyn, nei gusti bianco cocco e fragola.

 

 

 

Che questo succedeva il giorno dopo, perché il babbo dalla nonna mi ci portava sempre di sabato, ed era solo il giorno dopo, cioè domenica che la mamma ti vestiva con scarpe lucide, calzettoni bianchi, pantaloni blu sopra il ginocchio e maglioncino che a spogliarlo faceva scintille, che ti era permesso di spendere la famosa mancia dei nonni, unita alle cinquanta lire dei genitori, con quasi duecento lire ti facevi una domenica da urlo, da non dimenticare. Oggi sembra ridicolo, ma per paragonare il ricordo di quella volta, non mi si chieda il perché, rubai da una cassetta di legno una banconota da diecimila lire ai miei genitori. Loro più di quarantacinque anni or sono, gestivano un bar, ed io vedevo dove mio padre riponeva l’incasso della giornata, per poi una volta la settimana portarlo in banca, ebbene quella volta con il cuore in gola, forse per gioco, senza cattiveria, mi impossessai impropriamente di una grossa banconota azzurra, 10.000£, senza effettivamente rendermi conto della gravità del mio gesto.

Vicino al bar gestito dai miei genitori,  quel negozio, quella drogheria, dove si vendeva dal salume ai libri di scuola, dal lucido da scarpe ai giocattoli, che per altri saranno stati tali, ma con i miei occhi di ragazzino pestifero, quell’armatura da gladiatore romano completa di spada e elmo color grigio argento, erano come le vestigia di un imperatore, mica giocattoli. Che quando il droghiere signor Morosini, mi diede il resto, era talmente tanto, che già che c’ero mi comprai pure due splendide fondine da cowboy  complete di pistole a cartucce di carta scoppiettante, cappello con stella in fronte, e gilet in finta pelle marrone. Considerate pure cioccolate con panna in quantità industriali e bibite a gogo’ per tutti gli amici che quel giorno ebbero la ventura di incontrarmi, e ancora avevo tremila e cinquecento lire di resto. Almeno quello fu recuperato dai miei a suon di scapaccioni ovviamente, quando la sera fui scoperto, tradito dal signor Morosini stesso, che non aveva bevuto la bugia che quella grossa somma mi fosse stata regalata per la mia promozione a scuola… anche perché a scuola ero una frana, uno ‘sbruffoncello’ che si illudeva di conoscere le risposte prima ancora fossero formulate le domande.

Anche i giocattoli sarebbero stati restituiti, non fosse che li sporcai a giocarci tutto un giorno intero sotto il ponte del fiume Serio,  in quella grossa cittadina dove abitavo, uno dei miei rifugi preferiti. Li non ti vedeva nessuno, e poco importava se allora il fiume era sempre impetuoso e pericoloso, e nemmeno era troppo importante accendere il fuoco con la legna secca raccolta sugli argini, direttamente sopra le tubature del gas ricoperte solo da un esile strato di terra. L’incoscienza di fare determinate cose sconsiderate, non mi è passata ora che i cinquanta li ho festeggiati da tanto, troppo tempo, impossibile a dieci anni  fossi cosciente…n’è pA possible. Questo per dare la giusta idea di cosa si potesse fare con circa 200 lire a quei tempi, l’equivalente oggi di 10 centesimi, che tutti noi speriamo vengano soppresse, perché ci danno fastidio in tasca, e comunque non ci compriamo nulla, come  del resto e’ impensabile comperare con così poco il sano divertimento di un ragazzino che era al settimo cielo con un pezzo di plastica grigia sul petto, della castagnaccia da tirar su con la cannuccia e un chinotto bevuto a canna con la bottiglietta di vetro. Di rado sento ancora quegli ‘odori di nonni’… non li sento più con il naso, li sento con il cuore.

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