Giacomo.

Erano belli quei tempi di  venticinque anni fa. Forse perché io è Claudio avevamo poco più di trent’anni, e si viveva spensierati di quella sana menefregaggine che l’età impone. Noi all’epoca si gestiva un allevamento di cani che con il tempo divento’ anche un maneggio, con un piccolo gruppo di cavalli, e nel contempo di tanto in tanto si faceva pure qualche gara provinciale. Ad aiutarci ad accudire i cavalli, tra gli altri c’era pure Giacomino, fratello minore della donna di Claudio, Marina. Giacomino aveva all’epoca circa 12-13 anni, era un bellissimo ragazzino biondo vivace come pochi, e oltre che a dare una mano con pulire e dar da mangiare e strigliare i cavalli, li montava pure, con grande passione e bravura, al punto che Claudio l’aveva di fatto destinato ad essere il fantino che rappresentava la nostra piccola scuderia, ovviamente con discreti ed incoraggianti risultati, al punto che Jak, ( così io chiamavo simpaticamente Giacomo ) era ben presto diventato l’orgoglio del suo papà Aldo, brava persona, grande lavoratore e paziente ed indulgente padre di famiglia, brontolone ma solo per gioco, solo per darsi un tono di capofamiglia, ma con un cuore grande come l’amore per i suoi quattro figli, e per sua moglie Pierina anch’essa fiera ed orgogliosa di Giacomino e delle altre sue tre figlie. Qualche anno passa per Jak,  ed insieme la sua passione per i cavalli, forse qualche piccola incomprensione con Claudio e con noi, forse gli ormoni che scalpitavano per altre esperienze, o semplicemente voglia d’altro, che a quell’eta’ i cavalli vengono senz’ altro dopo. E Giacomino si allontana da quel mondo, che in fondo era più nostro che suo, e si incammina in quello che vuole diventi il suo mondo personale. Cosa poi sia successo in quello spazio di tempo che precede i suoi venti anni, ancora non è dato sapere con precisione ne a me, ne a Claudio, e forse nemmeno agli stessi genitori di Giacomino e alle sue sorelle, che ancora oggi non capiscono. Invece quello che purtroppo poi tutti noi abbiamo tristemente capito e constatato, e che la strada da lui scelta e’ tortuosa, infida, piena di insidie, compagnie e amicizie che era meglio non incontrasse, falsi miti da emulare, che portano Giacomino a fare un uso smodato di sostanze inebrianti, troppo grandi per lui, troppo grandi per chiunque, che forse così voleva diventare uomo, forse così credeva di essere uomo, in realtà con il passare del tempo lo hanno imprigionato in una serie di errori da cui l’ormai Giacomo, non ne sapeva più uscire. E mille volte ha gridato aiuto, e mille volte, cercava di farci capire che non c’è la faceva più con le sue forze, ma quando lo faceva, mandava segnali troppo forti per noi, come quando minacciava, picchiava, terrorizzava, anche se avremmo dovuto capire che non era lui a fare e dire determinate cose, in realtà era chi si era impossessato di lui, quel maledetto demone che non si accontenta di rovinare una vita, ma la riduce in schiavitù, e costringe pure a far star male chi sta vicino alla persona colpita, così da mietere  più vittime, in un completo tripudio di disperazione e devastante impotenza. Chi sta vicino alla persona colpita da questo sfortunato e disperato modo di vivere, da principio, aiuta come può, consola di tanto in tanto, poi con il tempo molla, un po’ per viltà, un po’ per menefreghismo, lascia perdere, dicendosi che comunque se le voluta lui, che non è colpa nostra e lascia l’incombenza e la disperazione ai genitori, alla mamma, quella non mollerà mai per nessun motivo al mondo, per il proprio figlio e’ disposta a morire se necessario. Ma altri mollano, a noi dopo un po’ non importa più capire, e non ci interessa più di voler capire e abbandoniamo quella cosa più grande di noi, e lasciamo soli questi disperati. Finché una sera, una orribile brutta sera, una telefonata, ci arriva improvvisa con tutta la sua semplice brutalità in cui ci viene detto che Giacomo, non c’è la faceva più a lottare, non c’è la faceva più ad uscire da quel tunnel senza uscita, e decide di farla finita, con quella vita ostile che non capiva come addomesticare, che non capiva come riuscire a renderla più mite nei suoi confronti, che non l’ha voluto, che l’ha rifiutato. E allora, resta l’immenso vuoto dentro di te che forse potevi fare di più, il rimpianto di quello che ora con il senno di poi avresti potuto fare, mille domande senza risposta e l’angoscia che si mescola all’impotenza che ti prenderà ogni volta che il pensiero tornerà a te Giacomo. Ora ognuno se la vedrà a modo suo, da parte mia senza retorica ne falsi moralismi non mi resta che pregare per te Giacomino, e continuare a sperare in ciò che Credo, cioè in quel Dio misericordioso che sicuramente non terra’ conto del tuo gesto inconsulto di disperazione, ma al contrario ti accoglierà in quel mondo migliore che non hai mai avuto su questa terra, ed insieme , ci ritroveremo a cavalcare i nostri cavalli tra le nuvole, e rivedrò quel bel sorriso che avevi, bello come eri, bello come sei, e stai sicuro il tuo amico Annibale non ti dimenticherà mai, sei solo andato avanti e se puoi perdonami per quel che potevo e non ho saputo fare per te. Ciao Jak.

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