La bella estate nei pascoli e sotto le stelle. 365/6

imageUn pezzo di luce che attraversa il bosco e arriva dritta addosso a chi ha voglia di scaldarsi un po’ il cuore. L’invito è in una baita. Qualche giorno prima eravamo ad un matrimonio, di Angelo e della simpaticissima Nicoletta. E cosi Aldo, il pastore fratello dello sposo ci ha invitato nella sua baita assieme ad altri amici. Una serata. là, in mezzo ai boschi. Ognuno di noi portava qualcosa da mangiare. Noi eravamo “armati” di torta di mele. Due jeep stracariche di uomini e cibarie, cominciano ad inerpicarsi tra i dolci saliscendi della valle Sedornia, cosi per qualche kilometro, sino ad arrivare allo slargo di San Carlo, attraversato da un chiassoso e limpido torrente in piena. Subito dopo, all’inizio di una ripida salita di fronte a noi, uno sciame di festanti pecore brucanti, qualche capra inerpicata nel bosco ripido, e davanti a tutti un cavallo ben pasciuto dorato, di razza Avelignese, immancabili i cani da pastore, uno bianco, e uno nero, comandati a distanza con fischi e voce grossa da un ragazzo, Filippo, l’aiuto pastore di Aldo, che ci viene incontro, con l’incedere caratteristico di chi porta scarponi da montagna e giacchetta di velluto buttata sulle spalle senza maniche infilate, due bastoni di aiuto e di comando, si avvicinano a noi per augurarci il benvenuto. Scendiamo dalla jeep. Aldo ci viene incontro e spiega che in giornate di pioggia, il pascolo si protrae, perché le pecore se piove si riparano sotto le fronde degli alberi.

Aveva smesso da poco di piovere, bisognava approfittare e lasciarle pascolare il bestiame più possibile prima del ricovero, prima di essere alloggiate in un recinto che Filippo, apprendista pastore della Valle Seriana, si accingeva a preparare per la notte. Dopo i saluti di rito, Aldo per intrattenerci, si mette a parlare di quella pecora che di tanto in tanto, l’anno precedente intravedeva nei suoi pascoli, ma nonostante tentasse di prenderla per trovarne il proprietario, non vi riusciva mai.  Fabrizio con stupore, dopo la descrizione dettagliata della pecora disse: ma era la mia Nina, certo quella che persi in una notte di tempesta perché spaventata dai fulmini, ma non darti pensiero perché al primo arrivo della neve in novembre, è tornata, me la sono ritrovata nei pressi della stalla, e per giunta con il suo agnellino da poco partorito. Mi spiegano che non è singolare il caso in cui le pecore si allontanano dal gregge per partorire, come del resto fanno parecchi animali africani, standosene per lungo tempo in solitudine, e perché gelose del loro agnellino, e perché timorose, di essere disturbate nell’allevarlo, quindi accudirle indisturbate per i loro primi mesi.

Rimontammo in auto per iniziare una salita ripida in mezzo al bosco, di fronte un massiccio roccioso, imponente e maestoso, e ai suoi piedi una magnifica baita in pietra, con lo sfondo di una valle sottostante e i colori del cielo indescrivibili. In piedi a mo di guardiano, davanti all’uscio, un uomo sulla ‘settantina’, Giuseppe, un altro pastore, che già avvisato, ci aspettava con il fuoco acceso, e la polenta solo da buttare sul tavolaccio pronta per accompagnare le nostre cibarie portate da casa e cucinate dalle donne, torta e vino compresi. Poco dopo arrivò anche la jeep di Aldo con Filippo che legava alla catena quei magnifici cani da pastore, fedelissimi instancabili lavoratori, rifocillati con grossi tozzi di pane. Una volta accomodati all’interno di quella fiabesca abitazione, rifugio del pastore delle anime belle, intorno al tavolo, tutti festanti con i bicchieri di vino in mano , mi alzo esco ancora un attimo per approfittare delle ultime luci violastre di quel paradisiaco cielo , e la mente mi sfugge in un ricordo tanto simile e bello…

Quarant’anni prima ancora adolescente ricordo che chiesi ai miei genitori di poter andare con Silvano , un contadino di un paese che si chiama Fiorano, chiesi di andare con Lui all’alpeggio in quel di Orezzo per un mese e mezzo. Ottenuto il consenso dai miei genitori che lo stesso mi negavano sempre poco o nulla Avanti un mulo con il basto stracarico di tutte le masserizie necessarie alla sussistenza, dietro una ventina di mucche, poi noi, il pastore ed io, e nel mezzo due cani da pastore bergamasco. Bloda e Bayus. Anche li una splendida baita. Piano superiore fienile e nostro ricovero con brande della seconda guerra mondiale, cucina con fuoco sempre acceso, e pentola con polenta fresca ogni giorno. Al piano inferiore il reparto stallaggio per mucche e mulo. Silvano mi teneva occupato a far foglia secca rastrellata nel bosco. Caricavo il fogliame nella gerla che poi sarebbe servita da materasso per il giaciglio delle mucche. Oppure andavo al ruscello munito di mortaio di legno, l’acqua gelida facilitava  il solidificarsi del burro, che a furia di agitare in alto e in basso, il meccanismo prendeva forma assumendo quel color ’giallino’ talmente buono che ti invitava a mangiarlo a grandi morsi su una fetta di pane.

L’incarico più gravoso e pesante , rimaneva rastrellare il fieno tagliato con la ranza dall’esperto Silvano, su per quei ripidissimi prati, ma ancora più faticoso era riporlo su quell’attrezzo di legno fatto a forma di binario alto circa un paio di metri, che poi con l’aiuto di forza e gravità si caricava sulle spalle. Il peso complessivo sembrava fosse di cento kg e ti spezzava la schiena ora che avevi percorso le poche centinaia di metri che ti separavano dal fienile, ma l’orgoglio non poteva venire meno davanti al contadino che spesso ridacchiava senza malizia dei miei sforzi, simpatiche sciocchezze per Silvano uso al lavoro duro. Una notte fummo svegliati dal trambusto che si sentiva venire dalla stalla. Una mucca muggiva dolorante, la sotto nella stalla, scendemmo e fu subito chiaro il perché di questo muggito lamentoso, Bigia la mucca gravida non riusciva a partorire il suo vitellino… una specie di prolasso  vaginale, o tanto mi disse che fosse, ma abilmente e con sapienza dopo varie ore Silvano aiutò il parto del vitello. Il sabato sera si faceva festa dopo esserci ben lavati al fontanino, indossavamo i vestiti della festa, scarponi leggeri e via , lucerna alla mano accesa, imboccavamo il sentiero nel bosco che dopo circa un’ora ci portava in quella trattoria Belvedere in località Ganda. Silvano beveva vino con altri avventori e giocava alla morra , oppure a carte e per me era una festa per una fetta di torta e poter vedere una trasmissione della Rai, allora unica emittente , ovviamente in bianco e nero. Si stava sicuri con i fedelissimi cani da pastore che alla bisogna diventavano di guardia, Bloda e Bajus. Ecco le stesse sensazioni meravigliose le ho riprovate quarant’anni dopo, in quel paradiso della Fontana Mora, sede della baita di Aldo, e per fortunata coincidenza era pure la vigilia del compleanno di Susanna, che in quella sera, grazie ad Aldo , Filippo, Giuseppe, Carlo, Rita, Fabrizio,  Alda e Francesca mi hanno permesso di invitare la mia signora in un ristorante non a cinque stelle ma sotto milioni di stelle. E le stelle sono buchi nel cielo dove si vede l’infinito.

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