Otto, La mia Famiglia.

Questa è la storia di uno di noi, anche lui nato per caso in via Gluck. Ma le mie due sorelle gemelle, Angelina e Maria Bambina a quell’epoca erano già nate, e da circa  17 anni, come poco dopo nacque pure Giuliana che di anni ne aveva un quindicina circa. Insieme da brave sorelle sulle note della popolarissima,… Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte, cominciarono a perdere sistematicamente la vista, essendo miopi. negli anni 60/70 infatti portare gli occhiali da vista era motivo di scherno, e alle giostre di paese, non potevano certo presentarsi con quegli orribili occhialoni che allora c’erano, sembravano fatti apposta per le racchie e per chi era destinata  a rimanere zitella, e siccome comunque un po’ ci vedevano, li tenevano costantemente in borsa, ben lungi dal solo dire di averli, a quei giovanotti con pantaloni in gabardine, stirati con riga centrale perfetta, e con camice a due bottoni slacciati, con colletto altissimo penzolante ai lati. Che poi il mio primo fratello maschio non tardò a venire, evidentemente mio padre, Giuseppe, o beveva troppo, o semplicemente rispettava le regole dell’ immediato dopo guerra, dove le famiglie numerose erano ancora di buon auspicio, oggi bisognerebbe fare prima i conti con il lavoro, che non c’è, e di conseguenza con i soldi che pure scarseggiano, prima di mettere in cantiere una famiglia con più di due figli. Adelio, questo nome gli fu dato, per onorare un medico che operava nel vecchio ospedale maggiore di Bergamo caro alla memoria di mia madre Marianna, che lo stimava moltissimo, ed essendo Lei stessa stata per un certo periodo infermiera dello stesso ospedale, se ne ricordò, e auspicandone forse le gesta, volle chiamare appunto Adelio il primo maschio. Egli non tradi’ le sue aspettative, diplomandosi e laureandosi molto poi, diventando un industriale imprenditore quale è tuttora. Non dimenticherò mai le domeniche in cui a spinta, per non farmi sentire, mi impossessavo della sua stupenda Kawasaki 500 verde di tue toni diversi, e quatto quatto, dopo qualche decina di metri, l’avviavo per farci un giretto di un quarto d’ora, mentre Adelio finiva il pranzo, questi,  subito dopo, pettinato alla Mal dei Primitiv, con uno stupendo foulard alla Lucio Battisti, occhiali scuri partiva con la sua splendida motocicletta, che io avevo da poco riposto, in quel di una allora famosa discoteca a Sarnico. Non di rado si accompagnava con mia sorella Giuliana, essendo che loro due andavano parecchio d’accordo, e per idee, e per l’età, vicina per entrambi, ma una volta entrati in discoteca, ogni uno si faceva i fatti propri. Che per mia sorella Giuliana era la stessa cosa che per Adelio, i fatti propri riguardavano, l’una frequentare ragazzi,  e per l’altro frequentare ragazze, e senza forse…molte, e tutte bellissime, come del resto era lui, un gran bel ragazzo, il più alto della famiglia per cominciare, e mia mamma diceva sempre che l’altesa l’è ona mesa belesa. (altezza è di se una mezza bellezza) in netta contrapposizione a mia sorella Giuly, la più piccola di noi in famiglia per statura, ma lo stesso graziosissima, e molto carina, perché per via del suo nasino schiacciato, sembrava una giapponese.  Questa ultima affermazione è stata motivo di scherno per noi in famiglia, nei confronti di nostro padre, perché ogni tanto mia mamma, ridendo, si rammaricava del fatto di non aver sposato quel poliziotto a Milano, quando Lei ci lavorava come infermiera all’ospedale, e allora noi figli a quel punto, rincaravamo la dose dicendo che comunque una love story, ci doveva essere stata, seppur breve, se si considerava che mia sorella fosse appunto la più piccola di tutti in famiglia, ovviamente si scherzava, perché i nonni da parte di mamma, non erano batussi.  Anche per Giuliana, il nome le fu dato per preciso volere di mia mamma, non altrettanto dicasi per Angelina, rigorosamente imposto dalla suocera, mia nonna, carabiniera e padrona, come funzionava all’epoca, nella maggior parte delle famiglie, e purtroppo ancor oggi in qualcuna. Mi immagino lo stupore, quando su quella strada, pollice alzato all’insù, facendo l’auto stop, conobbe quello che divenne l’uomo della sua vita, e presentandosi disse, piacere mi chiamo Angela, piacere mio rispose lui, mi chiamo Angelo, e da allora, due Angeli per una vita sola. Mia nonna non vinse però la battaglia del nome alla sorella gemella,  a cui voleva dare il nome Maddalena,  mamma si impose, e la chiamò Maria Bambina, che a lei stessa, ancora oggi non piace molto, ma si sa, a pochi piace davvero tanto il proprio nome, come a pochi piace rivedere la propria immagine in una fotografia, e a pochissimi piace risentire la propria voce registrata, curiosità della vita. Spero che a Baby, sia piaciuta la sua vita, vissuta con l’unico uomo da lei conosciuto, che a cavallo della sua fiammante 500 Topolino nera, parcheggiata in quel cortile polveroso del cascinale di Seriate, l’ha rapita per convolare a giuste nozze, ovviamente non manchiamo nemmeno oggi,, noi fratelli, di rinfacciare a Piero, che si è cuccato il primo fiore della famiglia, stordendola, e ammagliandola con la sua parlantina da play boy dell’epoca di Gianni Morandi. Poi arrivo io, Annibale, che ben presto ho imparato a convivere con questo importante e altisonante nome, che lo stesso, più di cinquanta anni or sono, non lasciava spazio a dubbi, circa il fraintendimento del suo significato, nonché alla sua malversazione a mò di presa in giro. Anche questo “pilotato” da nonna padrona, perché il nonno, suo marito, era in procinto di morire, quindi anzitempo si decise per il suo nome, Annibale, che poi divenne anche il mio. Sempre amerò il ricordo di mio nonno, anche se visse ancora quindici anni dopo la mia nascita, pace all’anima sua. Direi che sin da piccolo, ho dato preannuncio di tribolazioni, a due anni contrassi una grave forma di eczema, che mi regalò in seguito alle cure per debellarla, sterilità, e asma allergica, che mi accompagneranno sino al giorno del tempo che non sarà più il nostro tempo. E che fosse destino che dovessi rimanere qua su questa terra, per fare per lo più guai, lo si capi subito, a quattro anni, quando caddi rovinosamente, dal primo piano della nostra casa, di Villa di Serio, dove nacqui, e mia madre disperata mi raccolse sul cemento del selciato sottostante, e si rese conto che a parte una piccola perdita di sangue dall’orecchio sinistro, non mostravo altri segni di malore, in pratica non mi ero fatto nulla. Riguardo alla mia innata stravaganza, come non ricordare quelle sere tarde, in cui mi svegliavo, a soli 5/6 anni, e non vedendo i miei genitori nel loro letto, di soppiatto, uscivo di casa, ed in pigiama, al freddo dell’inverno, al buio, eludendo la sorveglianza dei miei fratelli, percorrevo due/tre kilometri a piedi nudi, per raggiungerli, a cena dalla zia, o altri parenti. Che poi , io una spiegazione per l’attribuzione del mio nome, almeno l’ebbi, ma mai si seppe, come e perché, mio nonno venne chiamato Annibale in quel tardo 1800, facile supporre che gli venne dato, facendo preciso riferimento al condottiero cartaginese, che con grande clamore, valicò le alpi, con un buon numero di elefanti, per stupire e lasciare basiti i suoi avversari romani, conquistando di fatto Roma, per due anni a venire. E siamo all’ultimo componente della mia numerosa famiglia, Emilio.  Non ultimo ovviamente per importanza, nessuno di noi lo è rispetto ad un altro, almeno questo e quello che penso io, e dovrebbe essere di pensiero comune, come saggezza suggerisce. Emilio, ho iniziato a chiamarlo affettuosamente Miglio, solo da pochi anni, perché ho sempre creduto si chiamasse Emiliano, questo la dice lunga sul fatto che io nella sua adolescenza, ero troppo preso a combinar stronzate in quantità industriali, e avevo davvero poco a cuore l’andazzo famigliare di allora. Che cosi, Miglio, è nato poco meno di sette anni dopo di me, che sono il penultimo della mia famiglia. Ricordo di lui, una foto scattata sul tappeto verde del biliardo del bar gestito dai miei genitori, con il classico “paggetto” bianco, che faceva sembrare femminucce e maschietti, tutti uguali, indistinguibili, tra loro. Un grosso buco nero nella memoria, e me lo ritrovo a 12/13 anni, con me in Calabria, grasso che sembrava un acciuga, per raccoglierne le gesta qualche anno dopo, in cui con grande caparbietà e infinita pazienza, è stato l’ultimo a vivere gli ultimi tempi con nostro padre, che era rimasto senza nostra madre, e per questo, tardi, troppo tardi, lo ringrazio, ora e per il futuro. Con lui ho diviso molte gioie, e qualche dolore, ci siamo fatti un sacco di risate e meno pianti, che non ho avuto ancora l’immenso piacere di fargli da fratello maggiore, ma che spero in un futuro breve, sia possibile, anche perché per compiacerlo, non è compito facile, i suoi sbalzi di umore sono leggendari e repentini, ne sa qualche cosa, la brava donna che l’ha sposato. Angelina la mamma in seconda, di tutti noi, persona speciale a cui aggrapparsi nel bisogno, e aiuto speciale al più turbolento, io, ovvio.  Maria Bambina, moralità ineccepibile, aiuto instancabile della mamma in seconda, paziente compagna del marito.  Giuliana, mamma irreprensibile, amica speciale del fratello maggiore, e di tutti noi.  Adelio, fresco e brillante nel commercio, anacronistico nello stile di vita, dotto sentenziatore di verità anche se non senza imposizione.  Io Annibale, incrollabile ottimista, sprecone, un po’ spaccone, ma ora non troppo, esuberante,  generoso, altruista, eccentrico, stravagante, stupido ingenuo bonaccione, idiota credulone.  Emilio, coerente esempio di stabilità decisionale, in contrasto con instabilità  nei cambi d’umore, caparbietà, serietà.  Sei fratelli, tre femmine e tre maschi, ognuno differente tra loro, ma simili e accomunati nel bene fraterno, sempre pronti ad aiutarci l’un con l’altro, in ogni circostanza, in ogni bisogno, nonostante il giusto frapporsi dei rispettivi compagni, con un unico comune denominatore, amarci di quell’amore, onesto lascito di quell’ insegnamento grande, che è stata la vita ad esempio di mamma Marianna, colei che ha dato alla luce sei meravigliosi, impareggiabili fratelli.  Grazie papà, ma ancor più, grazie mamma, quel sentimento cosi come ce lo hai donato, non ha prezzo, nessuna eredità materiale può anche lontanamente comparare la tua, l’Amore non ha peso, e non ha prezzo. Ed inizia la mia storia, che non è, e non vuole essere una autobiografia, ma un semplice raccontarsi.

2 pensieri su “Otto, La mia Famiglia.

  1. Bel racconto,una fotografia o meglio un bel film su un passato che è ancora presente.. per fare un es /su un argomento che amo,le moto../la kwasaki verde due toni me la ricordo bene,io ero nell’altro Team,quello delle Suzuki..bianche e azzurre come lo sono anche adesso.Ora ho na Kawasaki,,è verde..Parlando del racconto,alterna momenti di poesia ad altri di spensierata,che dire..allegrezza ? Questa altalena tra modi di scitttura diversi mi pare quello della vita,che alterna momenti allegri e tristi,serietà e ironia..grazie per il racconto : minuti piacevoli quelli passati a leggerlo !

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