Due Eroi per un solo Amore. C.43 P.2621 30 Dicembre 2014.

Al penultimo piano di un bellissimo palazzo d’epoca appartenuto nella seconda metà del’ ottocento al Vescovo Gritti Carlo Morlacchi abitano due nostri coinquilini, il signor Remo e la sua consorte signora Carolina, persone di squisita educazione e impeccabile rettitudine morale, persone d’altri tempi, in cui il rispetto e l’onore vigevano prima del l’attuale arrogante malcostume. La signora Carolina sempre prodiga di complimenti e attenzioni nei nostri confronti, di fresco  ha invitato me e la mia signora, per un te’ pomeridiano, con lo scopo di augurarci vicendevolmente gli auguri di un Buon Natale, e noi felici accettammo, anche per profittare di salutare il signor Remo, che purtroppo suo malgrado, l’arzillo signore di qualche anno prima,  ora deve cedere all’incalzare del tempo inclemente, che lo ha costretto a oziare su di una sedia, o qualunque cosa gli permetta di star seduto comodo. Erano le cinque di un bel giorno freddo di Dicembre, io e Susy suoniamo alla porta di questi due signori, e appena entrati rimaniamo a bocca aperta per l’ordine e la pulizia di quel l’appartamento curato da due più che novantenni, intimorendoci quel che basta, per esternare i nostri complimenti, consci che nemmeno a casa nostra, arriviamo a tanto ordine meticoloso, pur avendo la metà dei loro anni.  Ci accomodiamo in cucina, dove salutiamo con un come va!  il signor Remo, accompagnando il tutto con una calorosa stretta di mano. Dopo i saluti di rito, sorseggiamo un buon caffè, e intanto che iniziamo a parlare del più e del meno,  io con la curiosità che mi contraddistingue, inizio a fargli delle domande, e la prima fu duopo che fosse… ma voi come vi siete conosciuti?

La signora Carolina inizia con un sorrisetto, quasi di imbarazzo, al che mi dice… Dovete sapere che mio Marito, il signor Remo, non è stato il mio primo amore, perché prima di frequentarlo ero fidanzata con un suo coetaneo, classe 1921, certo Andrea Caslini detto Rocco. Perché Rocco? Chiedo, e la signora aggiunge,… Rocco era il suo nome di battaglia, infatti Andrea apparteneva alla famosa 53o esima Brigata Garibaldi, Rocco fu un partigiano, fu catturato insieme a Giorgio Paglia, ed altri tredici persone, lassù alla Malga Lunga il 17 novembre del 44. Conosco la Malga Lunga, dico io, con Susanna e altre persone ci siamo stati in un paio di occasioni, ricordo che ci pernottammo anche, e interviene mia moglie dicendo che infatti avevamo visto pure l’improvvisato museo storico, con tanto di fotografie e ci raccontarono aneddoti di storia. Normale dirci in coro quanto fosse piccolo il mondo, che a distanza di 20 anni ci faceva ritrovare almeno in una parte di quella storia, in una singolare situazione di luoghi e memorie.   In quel frangente di 70 anni or sono, un rastrellamento eseguito dai fascisti in collaborazione con soldati tedeschi su alla Malga Lunga, aveva infatti provocato il ferimento di due partigiani e, finite le munizioni, il tenente Giorgio Paglia, che comandava quella piccola divisione della resistenza partigiana, accetto’  la resa a condizione che i feriti venissero curati, ma il patto non venne rispettato, e a resa avvenuta, i feriti furono uccisi a colpi di pugnale, e il rimanente impaurito ma incolume della squadra fra cui anche Rocco, il fidanzato della signora Carolina, vennero deportati a Costa Volpino.

E fu dopo un processo sommario, che vennero tutti condannati a morte, fatta eccezione per Giorgio Paglia, graziato perché figlio di  Guido, un eroe pluridecorato della guerra d’Etiopia nel 1934. Leggendaria fu la reazione del Tenente Giorgio, che dopo essersi visto respingere per l’ultima volta la richiesta di liberazione dei compagni scampati, rifiuto’ orgogliosamente la grazia, gridando…” O tutti o nessuno!”  E chiese e ottenne di essere fucilato per primo, quel triste giorno che i posteri ricorderanno sempre era il 21 novembre 1944.    E La signora Carolina per qualche attimo si interruppe, poi rivolgendo lo sguardo al marito signor Remo, con un flebile sorriso, quasi come a scusarsi con lui, si rivolge ai nostri sguardi e aggiunse… Spero che il mio Remo non si offenda, ma vi voglio raccontare ciò che mi  scrisse il giorno prima di essere giustiziato Andrea, Rocco il Partigiano.  Al che, ci aspettavamo che la signora, si alzasse per andare in qualche stanza per prendere la lettera, ma lasciandoci  basiti, inizio’ a parlare dello scritto, così, come se stesse leggendo un foglio, senza tentennamenti, ne perplessità alcune…

Caro padre e sorelle e cognato, questo e’ il mio ultimo scritto che vi giunge, poiché tra poco la mia vita sarà spenta. Sarò contento di rivedere mia mamma, e di rimanere sempre con Lei.  Dovete promettermi di non rimpiangermi, perché vano.    Un saluto ancora, un segno di vittoria per tutti gli Italiani, muoio per l’Italia, W l’Italia martoriata che presto sarà libera e indipendente.   Ora a te mia amata Carolina, non disperarti se questo ci separa per sempre, un saluto ancora, ricordati solo che ti ho amato sino alla morte, l’ultimo desiderio che ti chiedo è di mantenere la promessa, di non dimenticarti mai di me e questo mio saluto ti sia memore per tutta la vita.

La signora Carolina tenne fede alla promessa, perché dopo più di sessanta anni, ricorda e rispetta quella promessa, di quel partigiano, che solo un bacio le strappo’, ma immenso amore le promise per l’eternità.    Lunghi attimi di silenzio seguirono le ultime parole di quella commovente lettera, in pochi istanti venimmo pervasi da commozione per tanto amore distribuito in poche righe, poi a seguire un senso di profonda vergogna nel mio intimo, per un attimo il pensiero andò a quegli eroi che combatterono per la nostra libertà e di come ora abbiamo combinato questa povera Italia, si rivolterebbero nella tomba, ma si continuò ad ascoltare la graziosa signora Carolina, e con un gesto di malcelata indifferenza asciugai una lacrimuccia che a stento riuscii a nascondere e proseguimmo nel nostro conversare. Dopo venne il turno del signor Remo di raccontare la sua storia. Infatti Lui nella storia c’era già, in quanto lavorava alla cartiera Paolo Pigna, proprio insieme alla futura moglie Carolina, ma purtroppo per lui, ella si era già impegnata con L’eroe della resistenza Rocco, e al signor Remo, non rimaneva che farle una discreta e innocente corte, se non altro all’insegna di una semplice e falsa simpatia. Lo stesso, il signor Remo suo malgrado venne anch’esso chiamato alle armi il 14 gennaio del 1943, alla giovane età di 19 anni e mezzo, e cartolina alla mano si dovette recare al vicino distretto di Bergamo, per essere smistato insieme a molti altri, ognuno per le loro rispettive destinazioni. Al signor Suardi Remo, fu assegnato di far parte del gruppo ippotrainato, divisione Brennero e fu inviato conseguentemente a Bressanone. Il giorno seguente, dopo circa undici ore di viaggio, giunse alla destinazione a Lui assegnata, l’arrivo si rivelò da subito traumatico. Tutti malvestiti, il freddo la faceva da padrone, e gli indumenti pesanti che avrebbero dovuto indossare, furono dati a soldati arrivati precedentemente, e quindi furono costretti a tenere i loro leggeri per altri 15 giorni almeno. Il freddo pungeva più della fame. Vennero alloggiati in una rudimentale stalla, che poteva ospitare una ottantina di persone, con lettini miseri, coperte quando cerano, ed un solo cesso per tutti posto all’esterno.

Il signor Remo fu indirizzato ad un corso accelerato di telegrafista, e verso la fine di marzo, venne trasferito a Caserta, sempre in treno, tutti stipati all’inverosimile, affidato, si fa per dire, al 133esimo reggimento di artiglieria motorizzata. Giunto sul posto, come comitato di benvenuto, (se mi è permesso scherzare) l’incessante stridulo suono delle sirene che annunciavano un terribile bombardamento sulla vicina Napoli, tutti dovettero porsi in salvo tra spavento e sgomento generale. Nei primi mesi di giugno, il 133 esimo venne “spostato” in destinazione sconosciuta, e il 25 dello stesso mese, a Brindisi, dopo un giorno e una notte di viaggio sempre su binari per essere imbarcati scortati da un cacciatorpediniere a Patrasso in Grecia, dove vi sbarcarono.  Ivi giunti, su di un pianoro dove si erano temporaneamente sistemati, subirono un attacco da parte di partigiani Greci, senza potersi difendere per mancanza totale di armi e relative munizioni. Di tanto in tanto il signor Remo, si ferma nel racconto, e riprende dopo qualche attimo, con gli occhi arrossati dai ricordi, e la voce gli si strozza in gola, ma riprende a raccontare le sue avventurose storie di ordinaria follia umana, almeno per quella situazione di guerra, che tutte le guerre sono folli e il solo pronunciarle le rende tali… Il battaglione, al mattino del 29 giugno, fu inviato su dei barconi da sbarco alla volta di Zante, dove si trattennero sino al l’8 settembre.        Non potendo svolgere le sue mansioni per mancanza oggettiva di una radio, venne affidato alla telefonia, presso un palazzo Vescovile Ortodosso. Nel frattempo era stato assegnato al l’88 esimo gruppo autonomo batteria da costa. L’episodio che più sconvolse il signor Remo nella sua permanenza in Grecia, fu quando venne legato mani e piedi al centro di un cortile da mane a sera, sotto il sole cocente, punizione per essersi rifiutato di entrare in mare, non saper nuotare non lo rendeva di certo colpevole di alcuna disobbedienza.

L’11 luglio del 1943 ci fu lo sbarco degli alleati in Sicilia. Sul l’ isola tutti i soldati Italiani allertati, vennero posti di guardia armati del solo fucile con inserito nel caricatore sei colpi,  e i sergenti con una bomba a mano a fronteggiare un possibile attacco sulla costa Greca, che per fortuna non avvenne. L’armistizio del 8 settembre, firmato a Cassabile, fu l’inizio di un lungo, estenuante esodo, che si concluderà con il ritorno a casa, solo nel settembre del 1945.  Il 14 settembre del 43, sbarcarono sull’isola i Tedeschi, ed il generale delle forze armate militari Italiane, ebbe un incontro con altri ufficiali a Patrasso, per stabilire i termini della resa. L’impegno era che sarebbero tornati a casa tutti i soldati italiani, dopo essere stati disarmati. Il signor Remo, e compagni d’arme, furono imbarcati per Pireo, per poi raggiungere in treno Trieste, destinazione finale Jugoslavia.  Il viaggio di trasferimento durò 20 giorni e venti notti, e quando si fermavano per allarmi provocati per lo più da partigiani del luogo che erano soliti far saltare i binari minandoli allo scopo di deragliare i treni di passaggio, i soldati Italiani, compreso il nostro signor Remo, vendevano quello che era rimasto dei  loro vestiti per un tozzo di pane. Alla fine di quell’interminabile viaggio, finalmente raggiunsero Vienna, convinti che mancasse poco al rientro in patria. Era mera illusione purtroppo. Intanto, nel centro di Vienna, in un tratto percorso a piedi, vennero insultati, e presi a sputi in faccia, li tacciarono di essere dei traditori e ” Badogliani”, la realtà si svelo’ in tutta la sua crudezza, e capirono che non erano uomini liberi come pensavano, ma prigionieri.   Di seguito, furono trasferiti, su di un ennesimo convoglio, dove le truppe hitleriane, li rinchiusero sigillando completamente gli sportelli dall’esterno. Se mai si fossero addormentati, si risvegliarono a Berlino, dove ivi giunti, vennero spogliati di quel poco loro rimasto, e dopo un sommario inventario umano, vennero smistati ai lavori nelle industrie belliche tedesche. Il signor Remo andò con un gruppo di 85 persone per lo più Bergamaschi come lui, in una di queste fabbriche. Si lavorava con turni di 12 ore, con due pasti giornalieri, trattamento dignitoso, al confronto di come venivano considerati i prigionieri Russi e Polacchi.   Spesso, nel campo composto da 435 baracche, nei primi 2 mesi, racconta il signor Remo, faceva loro visita un prete, che con il pretesto delle confessioni, incitava i detenuti-lavoratori a resistere, e a non lasciarsi abbattere moralmente dalla falsa propaganda nazista.   Poi del prete improvvisamente non se ne seppe più nulla, e non e’ bello immaginarne il probabile perché.   Il soggiorno forzato a Berlino, durò dall’ottobre del 1943, al 25 Aprile del 1945, data della liberazione da parte dei Russi, gli stessi che promisero agli italiani liberati, che in breve tempo sarebbero tornati in Italia via mare, passando per Odessa.  Verso i primi di maggio, gli ufficiali Russi, vennero raggiunti dai colleghi alleati, che imposero a Italiani e Francesi di tornare indietro, mentre Greci e Rumeni dovevano proseguire. Il Signor Remo e compagni, per qualche tempo si fermarono a Furstlval, e li, le cose andarono di male in peggio.   I Russi lasciarono liberi i loro soldati di rubare e saccheggiare, perché il cibo scarseggiava, gli stessi quando si ubriacavano, cioè molto spesso, derubavano gli Italiani, che sfiniti e intimoriti, non opponevano nessuna resistenza.   Nel agosto del 45 poterono prendere il treno che li condusse al Brennero, per essere consegnati agli Americani.   Il signor Remo, durante il tragitto si procuro’ una grave ferita al piede, ma per paura che ciò potesse ostacolare in qualche modo il suo rientro, soffri a denti stretti, per il gran dolore.   Arrivati a Bolzano, ricevettero una tazza di brodo, sei sigarette, e una mela come compenso, che suona d’insulto, ma fu una manna dopo tanto digiuno fisico e morale. A Verona incontrarono un frate che radunava gli ex soldati diretti a Bergamo, così con un camion scoperto, arrivarono sino a Seriate, dove rimasero a secco di carburante, e dopo aver ottenuto un passaggio da un amico incontrato per caso, il signor Remo, dopo tre lunghissimi estenuanti anni di forzata lontananza da casa, finalmente poté abbracciare di nuovo i suoi cari, era il 7 settembre 1945.    Qualche momento di pausa, e dopo aver tirato un lungo sospiro, il signor Remo mi guardo’ con occhi lucidi, aveva terminato di illustrarmi con le parole la sua odissea e non era particolarmente felice di quei ricordi  strazianti per il suo vecchio cuore.

Sua moglie Carolina, dice che ancor oggi il marito rivive con incubi quel cupo periodo della sua vita, ed è la stessa signora Caterina, che continua il racconto, alzando di poco il tono della voce che s’era fatto basso, e con brio riprende il racconto da quel momento, anche perché si aprì finalmente una gioiosa parentesi per i due coniugi.  E’ facile immaginare che il signor Remo, non perse un solo giorno di tempo quando seppe della disgraziata sorte del promesso sposo, della signorina Carolina, l’eroe “Rocco” fucilato in piazza.  Remo rivendico’ il sacrosanto diritto di avvalersi della facoltà di secondo pretendente, ed essendo che per entrambi la situazione era consensuale, convolarono a giuste nozze.  Dal felice matrimonio, nacquero tre figli, due maschi e una femmina, uno di loro ebbe qualche problema di salute alla sua nascita, e la signora Carolina, racconta che siccome la situazione si presentava precaria, disperata non sapeva che fare, non rimanendogli che di mettersi nelle mani del Cielo.   Così fu che un giorno,  fece voto alla Madonna, e si reco’ a piedi da Alzano a Sotto il Monte da Papa Giovanni Vlll, il Papa buono.  Dodici ore a piedi, per pregare sotto la statua del Santo e sperare con il fervore della fede di ottenere la grazia per una rapida guarigione. La sera stessa dopo l’estenuante viaggio di supplica, la signora Carolina ricevette la notizia dal medico di famiglia che il figlio mostrava segni di un notevole miglioramento della sua condizione di salute, E al marito, signor Remo, riempi il cuore di gioia, Lui, che l’intanto che  agognava la Grazia di guarigione, leggeva pazientemente brani di libri, che narrava tutte le sere per alleviare il dolore alla sua adorata Carolina. Tempi duri, tempi belli, tempi di solidarietà, di rispetto, d’amore puro. Ed io e Susanna li, ad ascoltare tanta purezza di spirito, un po’ sbigottiti, un po’ stupiti, da tempi a noi non appartenuti, sbalorditi da tanto amore profuso con la semplicità di storia vissuta, valori  che ora non ci sono più. S’è fatta l’ora  di togliere il disturbo, e quasi senza parole, salutiamo con reverenza, e ringraziando per la bella testimonianza ce ne andiamo. Mettiamo dei fiori nei nostri cannoni.  una stretta di mano al signor Remo, un bacio alla signora Carolina, la donna di due Eroi, per un solo Amore.

 

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