Il libro di me. (rivisto e corretto il 7 9 19

E siamo di nuovo al cascinale fronte la nostra abitazione, la parte superiore era un grandissimo granaio diviso da una parete centrale, e dalla parte adiacente per il resto della sua lunghezza, un fienile, che ancora usavamo per la bisogna, anche se in piccola parte, ma il babbo, immagazzinava del fieno, per dare ai conigli d’inverno e non so perché altro ancora, il tutto era senza nessuna parete sul davanti. Curioso e’ il fatto che associo a questo fienile, ogni qualvolta rivedo fotograficamente nella mia mente quell’ampio stanzone, mi ritrovo da piccolo seduto a gambe incrociate sul fieno, in compagnia di altri due amichetti, uno più grande di noi, e il mio ricordo va’ sempre ad una barzelletta che mi venne raccontata proprio in quella circostanza, e mi piacque molto, al punto che ancora oggi la ricordo, e così recitava… Un Santone era in cammino con un suo discepolo, che chiamerò Martino, allorché si fece sera, e stanchi, si rivolsero ad un oste per chiedere ospitalità per la notte, e siccome non avevano denaro per pagare una stanza tutta per loro, il locandiere accetto’ di ospitarli gratis,  a patto che si arrangiassero sopra di un fienile, dove c’era un lettuccio a castello, ma ugualmente l’oste proseguì con un avvertimento che non lasciava nessun dubbio di interpretazione… Potete riposare nel fienile, sul letto a castello, ma guaiii a voi se farete rumore, io salirei e vi darei un sacco di legnate, non voglio in modo alcuno che disturbiate la quiete della mia locanda. Certo rispose Martino, così faremo signor oste. E così I Due, si accomodarono nel lettuccio, rispettivamente nel posto di sotto Martino, e nel giaciglio di sopra Il Santone.  Tutto tranquillo per un paio d’ ore, non fosse che ad un certo punto della notte si senti’ … Martino, Martino, svegliati, e di li a poco con voce assonnata Martino rispose, dimmi mio Santone, devi gridare a squarciagola gli venne risposto, forte forte con tutta la voce che hai in gola… Martino sbigottito, incredulo e anche spaventato, non oso’ replicare nulla, uso da tempo a non discutere cosa gli chiedesse il suo Santone, e grido’ forte forte come gli era stato chiesto. Inevitabile che di li a poco l’oste sali’ arrabbiato come pochi, e armato di un bastone davanti al letto a castello disse a gran voce, vi avevo avvertito, chi è lo scellerato che a gridato? Martino con voce tremante e flebile dal letto di sotto rispose, io signore, e impietoso l’oste inizio’ a percuotere il povero Martino sino a fargli molto male, e se ne andò, non prima di avvertirli che se sarebbe accaduto di nuovo, maggiore sarebbe stata la sua ira. Che passano due ore circa, e di nuovo si senti’, Martino, Martino, svegliati,  e grida a più non posso, fallo ancora. Martino era terrorizzato ma ancora senza obbiettare ubbidì, e si ripete’ inesorabile la scena precedente, botte da orbi, più forte ancora, sempre al povero Martino, sdraiato nel lettuccio di sotto. Dolorante e lamentoso, il povero Martino, si sentì chiamare una terza volta dal Santone, circa un’ora dopo con la stessa incredibile strana richiesta, non sapeva proprio più che fare, che pensare e che dire, ma ancora con il poco fiato rimasto dalle percosse precedenti, suo malgrado accetto’ e grido’ sperando fosse l’ultima volta, e che poi il Santone gli desse spiegazione di tutto ciò, e l’oste sempre più arrabbiato, con vigore smisurato si accanì sul povero malcapitato. Fu quasi l’alba, che il Santone sveglio’  Martino, semmai dormisse per le botte prese, e disse, caro Martino a questo punto l’oste se dovesse salire ancora, tanta sarebbe la sua rabbia, che rischieresti addirittura di morire dalla furia dei colpi che ti verrebbero inferti, ecco allora, scostati, sali al posto mio, e io scenderò nel tuo lettuccio, e griderò con quanto fiato avrò a disposizione, con tutta la forza di cui dispongo… E così fece, grido’ talmente forte che venne sentito in tutti i piani sottostanti, svegliando di fatto tutti gli ospiti della locanda. Si sentiva tremare le parete del fienile, tanto era l’impeto con cui l’oste furibondo saliva le scale, stavolta brandendo un bastone molto più grosso, e con gli occhi iniettati di sangue di fronte al letto a castello grido’… A TE SOTTO, NE HO DATE TANTE, MA ORA VADO DA QUELLO SOPRA E L’AMMAZZO DI BOTTE….      Ed è superfluo descrivere le risate che mi son fatto e che mi sto facendo anche ora, ma ve lo lascio immaginare, di certo non sarà la migliore barzelletta mai sentita, ma vuoi l’età, vuoi il promiscuo con il ricordo fanciullesco, ancora rido e sorrido.

Nel bel mezzo dei due caseggiati, che di fatto ne facevano uno, un grande cortile polveroso, l’aia, se la descriviamo a quegli anni, della grandezza di un campo di calcio a sette, e se per i due lati era da confine alle due case, alle estremità rimanenti,  facevano da confine un grande muro che era il perimetro di una fabbrica, la Roche, che ricorda una famosa casa farmaceutica, ma in realtà era una “ferriera” Italo Svizzera dove vi si lavorava il ferro da abili operai fabbri. Dalla parte opposta di confine al muro della fabbrica, un muretto divisorio alto poco più di un metro, con al suo centro, un grande cancello arrugginito lavorato con maestose punte a lancia che ricordavano per la loro fattura, uno stile ottocentesco e probabilmente lo era proprio. Al di la del cancello, un altro caseggiato a binario, praticamente in proseguo alla mia casa, con la differenza che erano due case che ospitavano  otto famiglie, quattro per parte, inoltre erano a due piani, costeggiate nella parte superiore da terrazze a ringhiera, simili alle case dette di “ringhiera” che allora si vedevano spesso sui navigli a Milano. E ancora, un grande cortile polveroso, con al suo termine un pergolato d’uva, dove le vecchiette dell’abitato, il tardo pomeriggio si riunivano armate di sedia impagliata personale, con l’altezza proporzionata alla loro statura, grembiule blu o neri tempestati di fiorellini simili alle margherite e nelle mani delle più ‘caparbie’ ferri da maglia per confezionare calze, maglie e quant’altro serviva in casa loro per nipoti e mariti. L’intanto ovviamente, condito da un sano pettegolezzo su tutto e tutti, le famose radio locali, i gazzettini del popolo, e le sentivi discutere animatamente quando giocavano a tombola, e perché una mezza sorda non aveva capito un numero chiamato, e perché una gridava prima di un’altra TOMBOLA, e diventava di fatto la vincitrice sopraffacendo altre tarde ad averlo capito.

Noi ragazzini si sentiva tutto ciò dall’altra parte del cortile di pertinenza della mia famiglia, ma eravamo troppo intenti nelle nostre discussioni, l’intanto che si giocava a calcio con palloni di gomma, che di cuoio nemmeno ne conoscevamo l’ esistenza, e l’arbitro era sempre quello più grandicello di noi, Mino, che era il diminutivo di Giacomo,  che anche se lui giocava nel ruolo di attaccante, diveniva indiscusso dal momento che era più grande di noi di quel 20 centimetri. Io giocavo nel ruolo di portiere, che mi è sempre piaciuto, e l’unica porta, era sempre posta contro il muro della fabbrica Roche. La rete della porta, era lo stesso muro, e a delimitarne la larghezza, si piantava nel terreno due paletti di legno, dove ci appendevamo delle maglie da noi spogliate prima per renderle più visibili che andavano rimossi ogni sera, perché il babbo non voleva rimanessero nel cortile. Partite interminabili, con le grida di richiamo di tanto in tanto delle rispettive mamme, che a fatica ci facevano rientrare in casa per la cena. Ma si faceva anche molto altro, il pomeriggio dopo la scuola, e dopo aver svolto i pochi compiti che allora venivano impartiti da clementi maestri, ci si apprestava a combinarne di ogni. Il gioco delle figurine per esempio,  che consisteva nel stare a una certa distanza di pochi metri dalle stesse, ammucchiate una sopra l’altra, tante a seconda dei giocatori, e poi a turno si tiravano dei piattelli al loro  indirizzo, piattelli ottenuti con piombo fuso, in modo che oltre il peso che aiutava il lancio, si arrestassero il più vicino possibile alle figurine dei calciatori appena depositate a terra, per la natura stessa del piombo che tende a grippare sul terreno piuttosto che scivolare come fa il freddo ferro… quindi facevano ottimo grip aumentando la capacità d’arresto e farti arrivare più vicini possibile all’obbiettivo, che infatti chi più si avvicinava vinceva tutte le figurine dei calciatori in palio.  E fin qui bene non si capisce dove stesse il fatto di combinarne di ogni tipo, ma aggiungo che per ottenere degli ottimi piattelli, bisognava comperarne un po’ dal ferramenta di quel prezioso metallo, il piombo, ma non c’erano i soldini per farlo, e allora ecco il rimedio malandrino, intanto che la mamma era occupata in altre faccende domestiche, furtivamente si smontava il tubo di scarico del lavandino

di casa in cucina che a quel l’epoca era di piombo e non di plastica, lasciando al suo posto un catino che raccoglieva solo poca acqua sporca per volta, poi svuotando un contenitore circolare fatto di lamierino e buttandone via il relativo  contenuto, del lucido per scarpe, si metteva lo stesso sul fornello di casa, vi si appoggiava un blocco di piombo appena trafugato, e lo si portava ad alte temperature per farlo sciogliere per bene, che una volta fatto, diveniva di forma circolare, e una volta raffreddato, ecco fatto, un bellissimo piattello di piombo fuso in un sol blocco. Piccolo inconveniente era che la mamma la sentivi urlare a squarcia gola, quando entrando in cucina, sentiva l’odore acre e nauseabondo del metallo appena fuso, e per lei era facile intuire pure che era senza lo scarico del lavandino. A quel punto all’udire il primo grido, si scappava in via Libertà, ma in fondo, che per i meritati scapaccioni c’era tempo la sera, quando prima di rientrare a casa per la cena, facevo una capatina sul mio albero dei moroni. Era su quell’albero poco lontano da casa, che spesso mi rifugiavo con me stesso per prepararmi alle giuste punizioni alle mie malefatte, che a ripensarci ora, la mamma era di molto clemente, e il babbo, ancor di più.

Quell’albero di gelso, o di moroni, mi era congeniale, perché facevo in un attimo a salirlo, avevo imparato bene come fare. Ricordo che ci salii per la prima volta in seconda elementare, perché in classe il nostro maestro, il signor Manara, ci aveva incaricato di raccoglierne le larghe foglie spesse in quantità tale da soddisfare l’appetito dei bachi da seta, che  tenevamo in una cassetta di legno a sponde alte per contenere mele, e svuotata era utilizzata per l’allevamento di quei graziosi animaletti, i bachi da seta che ci servivano da lezione per imparare a veder produrre la loro preziosissima filamenta che lavorata diveniva seta.

Così che assumendomi l’esclusiva del l’incarico di procacciare fogliame da foraggio, univo l’utile al dilettevole, perché intanto che strappavo foglie, assaggiavo anche i succulenti frutti di quel magnifico albero, more giganti, molto polpose, e talmente rosse che parevan viola, il loro succo era difficile da smacchiare, quando inevitabilmente ne mangiavo a manciate, ingurgitando il prezioso frutto, imbrattando le magliette e i calzoncini che indossavo, motivo di altre sgridate di mamma. Ma arrivava inesorabile il momento in cui bisognava si scendesse da quel l’albero, era l’ora del ritorno, e quando la facevo grossa e la mamma non era soddisfatta del solo sgridarmi, ecco che in casa, avevo il mio Albero dei Moroni di riserva, il solaio.  Li ci dovevo rimanere poco, quando faceva buio, sotto quel tetto scuro come la notte, i fantasmi dei bambini divengono più grandi, e i più leggeri dei rumori, più forti da sembrare urla di mostri.

In pratica non c’era nessuno dei giochi che fosse immune dal procuraci dei guai, se si decideva di giocare a colpirci con gli elastici, scattava la frenesia di procurarsi il migliore dei pezzi di legno, per costruire rudimentali fucili, almeno nella sembianza,  che per esempio mio padre custodiva gelosamente pezzi di asticelle  scelte per la costruzione delle sue conigliere, e li bisognava impossessarsene ovviamente contro la sua volontà, e non di un solo pezzo, ma già che c’ero, un paio anche per Ubaldo, e un altro per Guido, che Giovanni già l’aveva e Mino pure, quindi il piccolo furto era di tre pezzi, sempre che si riuscisse a intagliarne bene il legno stesso, in modo da dargli la forma più verosimile a somiglianza di fucile. Ma non finiva li, bisognava procurare anche della camera d’aria di bicicletta per annodarne gli anelli ad elastico, e ottenere la lunghezza desiderata, e dulcis in fundo, delle mollette da franca panni che allora erano in legno, inchiodata sopra il calcio dello schioppo.

Che il fucile di legno veniva intagliato con coltelli da cucina da buttare dopo un mono uso, altro danno, le camere d’aria se non si trovavano dal ciclista usate, bisognava prenderle dalla bici delle sorelle, e aggiungi pure sta marachella, e montata la molletta sopra il calcio del fucile, vi si inseriva una estremità del l’elastico, l’altra veniva fissata ad un chiodo posto a mo’ di mirino sul l’estremita Della canna di fucile.  A quel punto bastava prendere la mire sul bersaglio, e premere la molletta che rilasciava l’elastico e il gioco aveva inizio. Ma vuoi mettere la soddisfazione di quegli appostamenti dietro gli alberi del boschetto vicino a casa nostra che chiamavamo la Levata, e le conseguenti azioni di piccola guerriglia che nel mezzo ne seguivano, un po’ come l’attuale paint ball, giocato con moderni fucili a riproduzione fedelissima agli originali, che sparano proiettili di vernice, e per evitarli ti rifugi in buche scavate da pale meccaniche, o dietro a barili di lamiera vuoti, che noi invece, ci costruivamo delle capanne con rami e fogliame, gli stessi che usavamo anche quando andavamo a fumare le prime sigarette a dieci dodici anni, che quando andava bene, qualcuno si procurava i soldi per comperarne un pacchetto da dieci da dividere con tutti, le Ambassador, erano le più ambite nella loro elegante livrea marrone di sfondo, con una effige tipo cammeo al centro, oppure quelle al mentolo, che ti lasciavano fresca la gola e l’alito pulito, ma il più delle volte ci si accontentava di due o tre Alfa, che potevi acquistare anche “sciolte” ma quando proprio di soldi non c’è n’erano, si fumavano anche le “boghe” bacchetti di paglia vuoti nel loro interno, che per fortuna non si respiravano nei polmoni, sarebbe stato come mettere la faccia su di un fuoco in cui sopra vi fosse stato messo del fogliame verde. Che ho detto dieci dodici anni, ma le “boghe” per gioco si son fumate due tre  anni prima.

L’alternativa ai fucili potevano essere le cerbottane, quelle con i colpi di carta, fatti attorcigliando con il movimento circolare della mano destra un foglietto di forma rettangolare, che avvolto sull’indice sinistro diventava un magnifico proiettile a forma di cono allungato, che per fermarne l’estremità in modo che non si sciogliesse, andava bagnato con la saliva, introducendo la punta in bocca, e chi era più veloce nel fare i ‘colpi’, cioè il proiettile, aveva più probabilità di colpire l’avversario, che di solito era alla distanza di dieci quindici metri. Le cerbottane venivano vendute in negozi, che non ce n’erano negozi di giocattoli, in genere le trovavi nello stesso posto che ci trovavi salumi e formaggi, generi alimentari, polvere da lavare e carta da lettera, che tutto si vendeva in una drogheria. Dal signor Morosini era così, e il costo della spesa, era annotato su un  libricino con la copertina azzurra, e i più fortunati pagavano a fine mese, altri avevano bisogno di più tempo.

Che lo stesso i migliori sparatori di fiato in canne, non usavano quelle poste in vendita colorate a righe longitudinali, con mirino di plastica sul finale, corte, e troppo grosse di diametro, quindi più fiato, per un risultato di gittata del colpo in canna più corto, mentre quelle che servivano agli elettricisti per avvolgere due o più cavetti elettrici, erano leggermente più strette, e le potevi tagliare alla misura a te più consona, risultato, meno fiato, e gittata più lunga, da dieci metri passavi tranquillamente ai quindici, facendo anche maggior male pungendoti forte quando venivi raggiunto da un colpo, che se gridavi aiaaa! Era sicuro che eri colpito, non potevi fingere. E non parliamo poi dello stupido mirino posto sulle estremità delle ‘canne’ in vendita, andava bene per i più piccini per il loro effetto scenografico, ma per noi grandicelli era motivo di scherno.

Purtroppo solo da spettatori, potevamo assistere al gioco dei grandi, quelli di 12 13 anni, loro si divertivano nel boschetto della Levata, con archi artigianali di legno ben fatti, e si scagliavano contro frecce che ottenevano togliendo le bacchette che servono agli ombrelli a sostenere il telo, quelle che si inarcano, che al tempo eran grosse, perché gli ombrelli erano di stoffa pesante, e i manici di legno. Gioco pericoloso, Simone fu colpito da una di quelle frecce in un occhio… ancora oggi quel ragazzo ora novantenne, guida l’auto con la patente speciale. Giochi da ragazzi grandi, giochi da ragazzi sciocchi.

Per le vie del mio paese a Seriate, giravano con biciclette degli artigiani, che gridando a squarcia gola, invitavano chi ne abbisognasse a riparare l’ombrello rotto, così come v’erano i “mulitta” che nello stesso modo gli affidavi l’affilatura dei coltelli di casa, loro con quella buffa bicicletta mezza da porta pane, e l’altra mezza con una mola posizionata sul retro che una volta messa la bici su di un cavalletto robusto, alzava la ruota posteriore, disinserendo il giro ruota, e innescando una cinghia che con le pedalate faceva girare la mola che affilava gli arnesi da taglio.

Da grandi era pure costruire  i carrelli mobili, si partiva dalla piattaforma di legno grande come un quadro, abbastanza da ospitare un corpo inginocchiato sopra d’esso, si muniva di quattro ruote a sfera della dimensione di un bicchiere, i famosi ‘cuscinetti’ che venivano guidati da un manubrio fatto di un pezzo di legno semi bloccato al centro da una vite per poterne gestire le curve, funzionavano a spinta, ma il più delle volte si facevano scorrere in discesa dopo averla risalita a piedi con il carrello sottobraccio, un po come l’equivalente delle automobiline di legno senza motore, costruite oggi per le corse in discesa. Che se ben ci pensiamo, i giochi dei giorni nostri, sono il risultato di perfezionati giochi più rudimentali del nostro passato. Adesso si tirano frecce con archi muniti di bilanciere che scoccano frecce al carbonio, e il bersaglio non è più l’amico, ma animali di gomma disseminati su percorsi prestabiliti in base alla sicurezza.

E a noi piccoli rimaneva di percorrere nelle lunghe sere d’estate, il perimetro delle quattro vie che facevano da quadrato intorno al mio ed altri caseggiati, con le nostre fantastiche “Graziella” e per i più fortunati le bici da cross, che oggi chiameremmo montain bike. Manubrio alla easy rider, fatti a corna di mucca, con le manopole all’indietro, con infilati nelle manopole ai lati, quei “ciuffetti” cadenti di plastica colorata, sella lunga due posti, e gomme artigliate, e per i più duri molletta attaccata alle sospensioni che imbracava una cartolina che finiva con un lato sui raggi, che ad ogni poderosa pedalata, rumoreggiava tanto da farsi sentire bene, e ti dava quel tono di essere qualcosa in più di un semplice ragazzino in bici. E se la descrizione della bici cross e’ stata dettagliata, e’ perché io ne possedevo una, sella bianca e cornetta cromata da clacson a pressione manuale, che più per avvertire, serviva per farsi notare, qualora qualcuno non avesse sentito il ratatatatata della cartolina che sfregava sui raggi.

Che un giorno, ebbi la grandissima idea, di organizzarmi un “viaggio” marinando la scuola, e andai a trovare la zia distante di due o tre paesi, qualcosa come sette-otto km. tra l’andata e il ritorno, e se a dirla in questo modo sembra semplice, non lo è se si considera la mia età che non arrivava agli dieci anni, e non trascurabile era poi il fatto di aver marinato la scuola, e sapendo che la zia non avrebbe creduto di certo che io avessi  ottenuto alcun permesso dalla mamma in tal senso, comunque ci andai,  mi rimase solo l’idea di pensare che dire per giustificarmi al mio ritorno a casa da mamma, ma di fatto ci fu il “viaggio” compreso di tutti i centri abitati dei rispettivi paesi in cui transitai, ovviamente per pavoneggiarmi con il mio mezzo. Del resto, non era una novità che combinassi asinate in continuazione, come quando andavo solo o con amici ad accendere il fuoco sotto il ponte principale che attraversa il fiume serio, non normale ma accettabile se non si considera che le fiamme del foco, lambivano nella loro altezza le tubazioni del gas-metano.

O come spesso ci si inoltrava con torce accese, in quella grotta di villa Ambivere,  con l’accesso ai piedi di quella statua d’angelo alato, non era luogo che ci si potesse inoltrare senza guida autorizzata, in quanto all’epoca la grotta che serviva da collegamento con un’altra villa di Seriate, non era ancora stata bonificata, nel senso che celava parecchie insidie costituite da trappole e trabocchetti anti intrusionee. Ed ancora quando ci si introfulava di soppiatto all’interno della sacrestia della nostra chiesa parrocchiale, per poter accedere di nascosto dal signor prevosto, su quel campanile, che per raggiungerne la sommità, bisognava fare un infinita’ di gradini in legno in parte malsicuri, e il pericolo era costante e sempre in agguato.

Ma le scorribande più efferate, venivano compiute in gruppo, che anche i cani agiscono in branchi, ma noi non lo si faceva per avere del cibo, ma per provare a noi stessi di essere degli “ometti”, ed erano i più grandicelli di noi che facevano il “palo” mentre i più piccini trafugavano poche monete da dieci e cinque lire, dalle cassette delle elemosine poste fuori dal cimitero, senza lucchetti per scoraggiare i balordi,  si era ancora nel tempo in cui il timor di Dio incuteva grande rigore, e di un maggiore rispetto della proprietà altrui.  Ed erano sempre i grandicelli, che ci aspettavano fuori dalla salumeria che vendeva anche tabacchi, per diventare di fatto i proprietari di qualche sigaretta rubata all’ignaro gestore. Bravate da ingenui ragazzini che ci facevano acquisire un posto di riguardo alla lider ship all’interno del gruppo, che comunque ti facevano rimanere l’ingenuo stupido ragazzino di sempre, ma così funziona anche da adulti, che qualcuno profitta sempre della tua ingenuità a discapito tuo e beneficio loro. Sono effimere furbizie di chi si serve per un mero tornaconto terreno, che in un altro tipo di dimensione, diventa una dolorosa arma a doppio taglio, che quando si taglia il buono, l’ingenuo, prima subisce, poi capisce si cura e guarisce, quando si taglia il malvagio, il furbo, si fa una ferita talmente profonda che è impossibile cicatrizzare.

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