Il libro di me.

Due case parallele come un binario, che ne facevano di fatto una. Un vecchio cascinale, per una parte adibito ad abitazione, composto di tre piani, il piano terreno dove si accedeva ad un ampio ingresso, con atrio coperto, che oggi definiremmo sprecato,  alla sua sinistra, l’accesso alle scale che portavano al piano superiore, al suo centro, una porta che portava nell’ampia cucina padronale, dove oltre la stufa a legna e una cucina a gas di bombola, in lamiera smaltata di bianco facevano il grosso dell’arredamento, completato da qualche mobiletto in pura formica lastricata di legno finto per riporre le stoviglie e piatti. immancabile un grande tavolaccio, che ospitava gli allora sette commensali di famiglia, composta fino a quel momento di papa’, mamma, tre figlie, e due maschi. Che su quel tavolo, una volta l’anno si macellava il maiale, poco prima rincorso per il cortile da mio padre e il “massante” uomo che veniva chiamato per la bisogna, per l’ingrato compito di sgozzare l’animale praticamente vivo, per cavarne il sangue, che veniva raccolto in un contenitore per farne la classica torta, e questa pratica barbara, aveva il duplice scopo di servire affinché la carne del porco risultasse “pulita” e quindi migliore. Un anno c’era voluto per far si che il maiale arrivasse ad avere un peso che fosse almeno di 150 kg. e in un sol giorno veniva prima pulito del pelo dopo essere ammazzato, con versamento di acqua bollente tolta dal calderone della stufa, che veniva versata di tanto in tanto sul suo ormai inerme corpo, di mia mamma il compito, l’intanto che due uomini armati di affilatissimi coltelli, ne radevano con frenetica precisione la cute. Poi il povero suino, veniva issato con due ganci acuminati inseriti nelle zampe posteriori, ad una improvvisata struttura, per poterne asportare le interiora, che non venivano gettate, ma pulite con getti d’acqua che vi si faceva scorrere, perché gli stessi dovevano servire per insaccare la carne, prima squartata, selezionata, mischiata a una dose di grasso con l’aggiunta di droghe e a volte anche di altri tipi di carne magra di bovino.  E il Massante in quest’ultima fase faceva la differenza su altri suoi colleghi, perché da questo dipendeva la buona riuscita dei salami, dei profumati cotechini, e di tutti gli altri tipi di leccornie che solo il maiale sa produrre e aggiungo purtroppo per lui.  In quella che ai tempi nostri risulterebbe incomprensibile, erano giorni di festa, non solo per noi ma anche per i vicini, che da mio padre venivano dispensati con qualche “ricordino”  sotto forma di salume, la parte peggiore per me piccolino, a parte il sentire i grugniti strazianti dell’animale, quando questi capiva di essere preso per essere macellato, era il fingere mi piacesse la torta di sangue, al sol pensiero, ne sono ancora disgustato, perché a parte l’aspetto ripugnante, non era affatto gradevole nemmeno al gusto, che di dolce non aveva nemmeno la parvenza. Alla sinistra della porta della cucina invece, vi era l’ ingresso della sala, che possiamo definirla in questo modo, se si considera vi si trovasse al suo interno un divano in finta pelle marrone, un tavolo con il piano in marmo, e sei sedie stile anni sessanta, che in quegli anni si era, ma l’oggetto che più ti faceva capire di essere in sala, era un magnifico televisore Dumont in bianco e nero, 42 pollici credo, profondo più della sua altezza, collegato ad antenna sul tetto, ma amplificato nella ricezione, da una antennina direzionale supplementare, che ci passavi la sera a spostarla in continuazione se desideravi vede un programma per intero. Che la RAI era l’unica emittente con due canali, che terminavano le trasmissioni poco prima della mezzanotte, ricordandotelo con con il classico motivetto..Taa Taaa, Taratarataa, Ta Taaaaaa!!! Che io se sentivo nel dormiveglia, in una stanza da letto, con la porta di ingresso in fondo alla sala, dormivo infatti con i miei genitori, in un lettuccio posto in una specie di nicchia, accanto al loro enorme e alto letto in noce, e per fortuna accanto a me, riposava la mia adorata mamma, quando non doveva alzarsi per accudirmi e rimboccarmi le coperte ad ogni mio colpo di tosse, essendo che sin da piccolo avevo una forma di fastidiosissima asma che col tempo si è trasformata in cronica. E per fortuna, non intendevo solo per la presenza della mamma, ma la associavo anche al fatto, di non avere sotto gli occhi, il vaso da notte in ceramica, di cui mio padre, dal suo lato faceva ancora uso, anche se per il solo elemento liquido, a quel tempo la stanza da bagno era sempre o quasi, posta all’esterno separata dall’abitazione, da li la necessita’ dell’uso, che lo stesso non condividevo. Poi il piano superiore del cascinale dove un lunghissimo corridoio neanche stretto, percorreva per tutta la sua lunghezza la casa, separando solo un paio di enormi stanze da letto, ma solo una era adibita allo scopo, e vi erano alloggiati le mie sorelle gemelle che dividevano un letto matrimoniale, e ai suoi piedi due lettini per ospitare l’altra mia sorella e mio fratello, che ancora per poco era cosi’, che di li a non molto arrivò anche l’ultimo nato maschio. Il perché si scegliesse la soluzione di stare insieme maschi e femmine, era determinato dal fatto che il sistema di riscaldamento delle case all’ epoca, era composto da una serie infinita di una stratificazione di coperte, che venivano, a loro volta coperte da una trapunta, che quando eri sotto il tutto difficilmente riuscivi a muoverti, e nella posa che ti addormentavi, cosi ti risvegliavi, lasciando fuori solo il naso, che il mattino era ghiacciato. Quindi a parte quello, rimaneva il solo respirare e emettere fiato con un minimo di calore, e essere in più persone in una stanza aiutava di molto ad intiepidire un ambiente, ma non era l’unica ragione, dal momento che sentivo spesso il loro vociare e il loro allegro chiacchierare, le loro risate ad ogni sciocca frase, e sentivo il loro amore di fratelli, quello che ancor oggi seppur affievolito dall’età e circostanze, ci accomuna. Nell’altra stanza vuota a fianco, vi erano ammassati un sacco di cianfrusaglie, e un paio di vecchi armadi e una cassapanca della nonna, che quando li aprivi per prendere qualche indumento, venivi assalito da un forte odore di naftalina, tanto che ti sembrava di respirare acidità allo stato puro, e non finiva li, ma te lo portavi addosso al cappotto, o al maglione di lana lavorato ad uncinetto dalle abili e pazienti mani delle nonne, che allora le avevamo tutti le nonne e i nonni, ora sono per i più fortunati, i badanti dei tuoi bambini, che fanno la spola avanti e indietro dagli asili, dalle scuole, e per gli innumerevoli impegni ricreativi, che se anche un ragazzino non vuole, ci pensa la mamma a fargli fare pattinaggio artistico, nuoto, pallacanestro, equitazione, danza e mille altre discipline che ho perso il conto tante sono, e a volte,  se non spesso, utili solo ai facili guadagni degli operatori del settore. Che alla mia epoca, le bambine giocavano con bambole di pezza, o a fare le mamme, che poi imparavano veramente a farle, o al gioco del dottore, tanto per stare in tema di un gioco costruttivo che diverte, impegna e responsabilizza, logicamente in rapporto all’età. Mentre per i maschietti, rimaneva il calcio, andare in bicicletta, costruirsi una capanna con rami e foglie, e inventarsi un gioco nuovo ogni giorno, sviluppando per primo la fantasia, e a renderci autonomi e meno mammoni, che le migliori idee e sviluppi artigianali sono nate nel dopo guerra, difficilmente poi, se si evita di parlare di tecnologia, che molti ha avvantaggiato, e i più ha escluso, ma lasciamo stare che sennò è polemica e retorica, dove ogni uno dice che era bella l’epoca sua. I nostri compensi per essere stati bravi a scuola, e per non aver fatto i discoli nei lunghi pomeriggi, erano che il Carosello te lo potevi vedere tutto, e ti assaporavi a bocca aperta Calimero, o mighel son semper mi della Lavazza, o Ernesto Calindri con le sue gag sul Cynar, o Macario, Il digestivo Antonetto, o ancora Gino Bramieri con le sue spassosissime barzellette, Valter Chiari con le sue, il Quartetto Cetra, Vieni Avanti cretino, ( il tipo senza un dente) l’ indimenticabile coppia Raimondo Vianello e Sandra Mondaini, Bice Valori, Paolo Panelli e mille altri ancora, tutto questo magari accompagnato da una fetta di torta di mele fatta dalla mamma, e se ti andava di lusso, ti beccavi pure un chinotto o un aranciata in bottigietta. Mentre se qualcosa  avevi fatto per non meritarti nessun premio, ecco che arrivava un bel paio di sani scapaccioni tra capo e collo, che a malapena ti reggevi i piedi nel momento che ti venivano dati, e se il danno che avevi combinato era più grave del solito, ecco che la sera ti veniva dato il resto dal papà, dopo che la mamma aveva fatto un dettagliato nefasto rapporto sul tuo comportamento. E in quella stanza accanto si sentiva forte l’odore della naftalina, che di chiamarlo profumo non me la sento, ed è li che anche ci si lavava, si faceva il bagno completo, una volta la settimana, di solito il sabato, che il venerdi’ non esisteva proprio come vigilia di festa. La mamma, appoggiava su di una sedia un mastello abbastanza capiente pieno di acqua bella calda, e li con il sapone iniziavi a lavarti la parte superiore del corpo, poi appoggiando per terra la vaschetta, mi immergevo con i piedi rannicchiato su me stesso e mi lavavo il sotto, una volta finito, si rimetteva la mastella sulla sedia, e mentre la mamma mi versava nuova acqua calda sul capo, mi strofinavo velocemente i capelli, che per farlo usavo sempre lo stesso sapone, lo schampo non ricordo nemmeno esistesse.  E da quella stanza, direttamente al terzo ed ultimo piano di casa, adibito esclusivamente a solaio, senza pareti di intermezzo, con il tetto con travi e tegole a vista, una parte era usata per stenderci le noci ad essiccare, che ancora quasi acerbe raccoglievamo nel cortile di casa, ai piedi di tre splendidi alberi di noce, grandi che cosi grandi non ne ho più visti. Un’altra parte era per ammassare cianfrusaglie di ogni tipo, ed un ultimo piccolo spazio, era riservato a mio fratello, che ne aveva improvvisato una specie di sala registrazione, che niente registrava, se non l’insopportabile rumore misto a suoni, che produceva sbacchettando e percuotendo una batteria, che a suo dire “suonava” in compagnia di altri presunti strimpellatori di chitarra. E questo era l’ultimo piano, il solaio, se vogliamo chiamarlo con il giusto verso. Di fronte alla casa abitativa, un altra identica nelle dimensioni, ma molto più modesta nel suo apparire. Quest’ultima composta di due piani, il terreno,  che ospitava nella sua metà in auto rimessa, dove mio padre ricoverava per la notte, una lussuosissima 1500 Fiat berlina, che al tempo, era cosa di lusso possedere, infatti era un imprenditore con alcuni operai al seguito, che forse sarebbe meglio chiamare artigiano, ma ho esagerato perché avere alle dipendenze 20 persone era comunque prestigioso sotto il profilo imprenditoriale. Negli anni a venire, riflettendo, mia mamma era una precorritrice dei tempi moderni, vista sotto la luce della integrazione multi razziale, infatti qualcuno dei dipendenti di mio papà, era di nazionalità extra comunitaria, e altri semplicemente di altre regioni d’Italia, che data l’epoca equivaleva quasi alla stessa cosa, e non disdegnava di ospitarne spesso qualcuno per dei lunghi periodi di tempo, ovviamente accudendoli nel possibile con lavaggio e stiro, oltre che con pasti che faceva consumare insieme a noi di famiglia. Ma del resto qui dovrei soffermarmi parecchio, per tessere lodi e lodarne le qualità, la mia mamma era un esempio di amore allo stato puro, credo pure che nel tempo, questo abbia condizionato notevolmente il mio essere, prima di figlio, poi uomo nel mondo. La parte del pian terreno rimanente al caseggiato dirimpetto alla nostra abitazione, veniva usato per stallaggio, e di maiali, e di polli e conigliere di legno, che il babbo costruiva con maestria e passione, per questo teneva degli animali, per pura passione, e retaggio del suo passato da contadino nelle campagne della bassa, dove mio nonno, era mezzadro di una grande fattoria. Ricordo di un racconto di nonno Annibale,  un singolare episodio, che difficilmente cancellerò dalla mente, lucidità permettendo. Si era nel lontano 1940, tempi duri, tempi di una stupida inutile guerra, che tutte le guerre sono così, Annibale per fame, sua e della sua numerosa famiglia, si impossessa di un sacco di patate, sottraendole al signor fattore, che non si sa come lo venne a scoprire, e per questo venne incarcerato. Fu per l’intervento di supplica, scritto da un conoscente con l’uso del saper scrivere, che inviatolo al Duce, mio nonno venne scarcerato, e gli fu pure dato qualche moneta per rimediare al torto subito. Era per questo motivo, che quando si discuteva con mia madre delle atrocità della guerra, commesse nel nome del Duce, non c’era verso di farle capire che era stato un episodio di magnanimità infinitamente piccolo, rispetto al suo immenso contrario, Lei ribadiva sempre a gran voce, che oltre ad aver graziato con giustizia il nonno, aveva pure fondato ospedali, scuole, asili, assistenza mutualistica e altre cose che ora non mi sovvengono, e che quindi malvagio in fondo non fosse. Ma del resto, per Lei, non era malvagio nemmeno chi palesemente era manifesto, diceva che qualcosa di buono si può trovare in ciascuno di noi, in ogni essere vivente, basta solo saper cogliere quell’angolo nascosto di bontà, che si cela in tutti, e che per determinate circostanze, rimane latente. Con una sola categoria di persone non era del tutto amabile, le suore. La mamma era una crocerossina in quel di Milano, e diceva che le suore maltrattavano i malati, e Lei questo proprio non poteva sopportarlo. Ed e’ alquanto strano, se si considera che era una fervente cattolica praticante, con Dio nel sangue e nel profondo del suo animo, ma le suore, quelle suore, proprio non le digeriva.

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