Finale di un capitolo di vita 2da

Pisa, città d’arte, e cultura, ricordo che quando ci andai a scopo turistico, per prima cosa visitai la famosa Torre di Pisa, e intanto che salivo i numerosissimi gradini, mi sentivo spingere contro il muro, ed avevo la sgradevole sensazione che la torre crollasse su di me di li a poco, tanto pendeva. Stessa sensazione nel salire l’angusto stretto corridoio, che salendo portava all’estremità del “Cupolone” di S.Pietro a Roma. E tanto per rimanere in tema, curiosa l’analogia con Napoli, subito dietro il bellissimo e affascinante teatro S. Carlo, un giorno di qualche anno fa, un mio carissimo amico di origini Napoletane, mi ci porto’, e di fronte a questa bella arena di Piazza Plebiscito, mi invito’ a percorrere il suo selciato, ma mi raccomando’ anche di stare al centro, cosa che tentai di fare, ma mio malgrado mi ritrovai sulla sua estrema destra alla fine del percorso, con Pietro che fermo dalla parte opposta se la rideva di me con altri amici. Come non dimenticherò mai i giorni in cui a Torino, trovandomi la per lavoro, trenta anni or sono, visitai la città in lungo e in largo, e la sua Piazza Castello era divenuta la mia abituale meta, e di svago e di “imboscamento” quando non mi andava di suonare campanelli per vendere biancheria per la casa, che di vendere lenzuola e coperte di pizzo fiorentino, ne avevo fin sopra i capelli dal secondo giorno in cui avevo iniziato a farlo. E la bella Milano con il suo imponente Duomo, marmorea gigantesca scultura simbolo della città, che il Castello Sforzesco lo visitai quel giorno che ferito d’amore, per quella che poi divenne mia moglie, mi accingevo a prendere il pullman diretto in Olanda ad Amsterdam,  insieme al mio amico Ivano, un pittore artista, che in quella occasione si finse il mio fidanzato, per avere così ottenuto il permesso dal proprio medico, per potermi accompagnare in quanto ancora gravemente invalidato al braccio in seguito ad un incidente occorsogli con la moto, a tale scopo noi ci si doveva sposare che nel paese fiammingo era permesso. E poi ancora molte altre mete in cui infervorato da una crescente risveglio di fede, dal 1998 ad ora mi sono recato, e per primo ricordo Loreto nelle Marche, in visita alla Madonna Nera, dove si possono vedere custodite all’interno del Santuario della Santa Casa, appunto le mura della casa dove la Vergine Immacolata ebbe dall’Angelo il Santo Annuncio, direttamente portate in un salvataggio da un equipaggio di naviganti, che secoli prima l’ avevano salvati dalla distruzione di sovversivi Anti Cristiani. E il perché la statua della Madonna sia nera, mi è stato spiegato da mia cugina suora di clausura proprio li a Loreto di fianco alla Basilica, suor Emilia mi disse che semplicemente la statua e’  diventata nera a seguito di un pauroso incidente che secoli prima aveva distrutto il Santuario, lasciando illesa ma annerita dal fumo, la sola Madonna! A Padova mi recai in pellegrinaggio da S.Antonio nella bella Basilica che lo ospita, bella città’ con orgogliosi abitanti nel suo suo nucleo e nella vicina Schio, mi recai dalla Madonna venerata da centinaia di migliaia di visitatori ogni anno. Mentre a Petralcina nella provincia di Benevento in Campania, ci andai per vedere il luogo natio del Santo Padre Pio, paesino medievale graziosissimo dove vidi la sua casa, e pochi km. distante mi recai anche a San Giovanni Rotondo, dove venne eretto in suo onore un famosissimo Santuario, nonché l’ospedale che da Lui fu istituito. Ultimo, ma non per importanza, la stupenda e affascinante Assisi a Perugia in Umbria, dove la Cattedrale di S. Ruffino, ti lascia stupito, dove la Basilica di Santa Chiara ti lascia basito, dove quando entri nella Basilica di San Francesco rimani senza parole perché respiri il Suo passato così come all’ Eremo delle Carceri e alla Porziuncola rimani esterrefatto nell’ammirare quella piccola chiesetta, che ha dato origine a una devozione senza pari e senza limiti in tutto il mondo. E vedere il suo misero Saio fatto di cencio e canapa, che pare un sacco di iuta, ti sembra quasi di indossarlo, e rivivi il momento di quando sfinito e malato, la notte si coricava sulla nuda terra appoggiando il capo su di una pietra, ricordo di un signore che girava nelle vie adiacenti alla Basilica, girava scalzo, con un saio rassomigliante alla reliquia originale, ed un bastone in mano, i più lo scansavano perplessi, io è Susanna ci avvicinammo e lui comincio’ a parlarci, e ci disse che aveva un sito internet in cui avremmo potuto vedere dove acquistare uno dei suoi libri scritti su San Francesco, aggiunse di essere un esimio professore di lettere, che si era negli anni talmente immedesimato nella parte, da crederci al punto di aver abbandonato tutto ciò che rappresentava il benessere, e viveva di elemosina, infatti il ricavato dei libri veniva direttamente devoluti a enti di carità presenti nel suo territorio, e assicuro che dal suo modo di parlare forbito ed intelligente, non lasciava spazio a dubbio alcuno.  San Francesco, e’ anche il mio Santo preferito, se mi è lecito parlare di preferenze, in quanto Lui non me ne voglia per quel che scriverò, ma mi ci identifico in un certo qual modo, la sua vita turbolenta e lussuriosa da giovane benestante qual era, mi ha sempre affascinato e attratto, sopratutto nel finale, con l’enorme differenza, che poi Divenne il più umile tra gli umili, il più povero tra i poveri, e per me  il più Santo tra i Santi, mentre io, ridimensionato, sono rimasto un peccatore tra i peccatori, ma voleva essere una simpatica battuta, e’ imparagonabile qualsiasi confronto.   E tralascio le decine di posti diciamo “comuni” in cui ho fatto visita per culto e venerazione, rappresentati per lo più da splendide chiese sparse in ogni dove, dalla costa Ligure, al Piemonte e sopratutto nella regione Lombarda. Ma se ci spostiamo altrove fuori dalla nostra Italia, non posso dimenticare certo la visita che feci ad una signora analfabeta, che venni a conoscere tramite uno dei suoi 18 libri pubblicati da una casa editrice di livello internazionale. Maria SIMMA  che l’aiphad mi da in maiuscolo come il nome di GESÙ, era una graziosa vecchietta semi analfabeta che comunicava con i morti, all’epoca della mia visita che feci accompagnato da mia moglie, in quel 2002, era ancora viva, e la conobbi un mattino all’ingresso della chiesa che Ella frequentava alle 7.30 di un freddo mattino di primavera. Questo dopo mesi di preparazione meticolosa del viaggio, ma ancor più per quel che a Lei avrei detto, a quel che a Lei avrei chiesto, e quel mattino finalmente avevo l’occasione tanto agognata di incontrarla e di conoscerla, e fu così che gli aprii la pesante porta della chiesetta, passandogli sopra il capo la mia mano che la sovrastava con la mia altezza, Maria si fermo’ un istante, alzo’ lo sguardo per cercare i miei occhi che le sorridevano, con il cuore che mi palpitava forte, e accigliando lo sguardo in segno netto di diniego, passo’ oltre senza dirmi una parola. Io è Susy, entrammo dopo di Lei, assistemmo alla S. Messa detta rigorosamente in lingua austriaca, e all’ultimo segno di croce, c’è ne andammo mestamente, senza proferire verbo alcuno. Non mi si chieda cosa fosse successo, ancora oggi a distanza di molti anni, non mi è dato sapere, semplicemente non era cosa, non era il momento giusto per me, o non ne ero ancora degno, sono risposte che quando meno te lo aspetti, un giorno forse arriveranno. Nel frattempo, passarono alcuni anni, e nel 2008 una sera di Aprile, feci un brutto incidente in motocicletta che mi invalido’ per più di un anno, e sul finire di questa lunga convalescenza, decisi di andare con un gruppo di preghiera a Medjugorje in Bosnia, anche per ringraziare la Madonna dello scampato pericolo, che io a queste cose ci credo, e se ci credevo tanto così, ancor di più,  una volta arrivato ai piedi del Krizevac  perché mi sentii di abbandonare le stampelle che ancora mi aiutavano a stare in piedi, e feci tutto il Santo crinale sassoso a piedi nudi, e non pago, l’ultima gradinata prima di arrivare ai piedi della statua della Madonna, la feci in ginocchio, così pure al ritorno, e se tutto ciò potesse essere interpretato come eccesso di euforica smania di maniacale fede, mi sentirei di smentire, non fosse che all’alba seguente, alle 5.30 ero fresco come una rosa, che non voglio parlare di miracolo, ma solo di fede. E se dovessi anche scrivere che un intero nucleo di passeggeri sul pullman di ritorno da Monstar comprensivi di me e mia moglie, che ad un certo punto abbiamo visto il sole girare in tondo in senso contrario al senso orario per un buon quarto d’ora, probabilmente accenderei molte polemiche, cosa che non mi interessa in alcun modo di fare, voler convincere chicche sia di un qualcosa, significa imporre, e non è nella mia indole, ho solo descritto dei fatti singolari di cui sono stato protagonista, senza falsi entusiasmi, senza esaltazioni di alcun genere, così come sono avvenuti, del resto personalmente ero già nella “fase” in cui non dovevo convincermi di nulla riguardo al mio rapporto con Dio e Sua Madre. Ma torniamo ai viaggi e alle relative esperienze che ho vissuto in altri luoghi, in altre nazioni, e lasciamo il mio credo che ho solo menzionato in relazione a posti e città visitate, come quando mi sono recato in Romania per almeno sei sette volte che nemmeno ricordo, di sicuro due,  ai confini della Moldavia a Precisamente a Bran, nei pressi della bellissima cittadina settecentesca di Brasov,  la mi venne detto di visitare il castello di Dracula, e così feci, ascoltando la sua storia, del fatto che divenne dittatore sanguinario. Una donna all’ingresso di questo castello, seduta con ferri da maglia che sferruzzava freneticamente per finire il collo di una maglia, mi racconta di questo conte Vladimir Draculia, così me lo descrisse e così ve la vendo, che un giorno mentre combatteva gli invasori turchi, gli venne detto che la moglie si era gettata dalla torre del castello, perché gli fu riferito che il marito, appunto Dracula, fu ucciso dai nemici in una furibonda battaglia. Il conte torno’ in fretta e furia al castello, e da allora la sua ira per la brutta fine della moglie si abbatte’ su chiunque dei suoi contadini, facesse anche il benché minimo errore. Bastava un nonnulla, un piccolo innocente furto anche di un semplice frutto, che Dracula scatenava la sua ira e dopo aver torturato il malcapitato, lo finiva per impalazione. Ore ed ore di sofferenze atroci che alla fine portavano alla morte il condannato, da li la triste nomea del sanguinario, che più in la con il tempo fu denominato “succhia sangue” dando vita al personaggio che rese famoso Bram Stoker. Tanto mi piacque che l’anno successivo ci portai in visita anche Charly, un mio caro amico che ora non c’è più. E fu ancora un anno dopo che di nuovo mi recai nei pressi, precisamente a Rackitoasa, un paesino sparso nei monti di Bacau, invitato da Radu e sua sorella Elena che la tanti si chiamano così, io mi ci recai in moto una mattina di novembre, che dopo aver salutato al cimitero i miei genitori ed essermi raccomandato a loro per il lungo viaggio di 24ore, mi apprestai ad arrivare in quel villaggio sperduto nei monti, ospite di parenti zingari dei miei amici, e dopo aver scambiato doni da parte mia fatti di salami e formaggi tipici della mia terra, mangiavo e bevevo con loro per due giorni, senza alcun pericolo per la mia incolumità, che se ti comporti bene, da ospite gradito, nulla ti può accadere, e così fu.

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