Sciùra Maria.

C’è tanto chiaro intorno a me, e mi illumino d’immenso, c’è tanto sole oggi nella mia vita, fuori lo dicono gli occhi, dentro lo dice il mio cuore. Che quando vado a rivolgere l’estremo saluto ad una persona cara, non c’è tristezza se la sua vita si è svolta per un lungo film, e non vi è grigiore nei ricordi, solo un pizzico di malinconia, perché Lei, la sciùra Maria, si è portata via un pizzico della mia adolescenza. Me lo ricordo bene suo marito buonanima, tipo schivo e solitario, o forse semplicemente timido, che la differenza ancora oggi fatico a riconoscere, e uso uno o l’altro modo di giudizio a seconda di come vengo interessato alla vicenda umana che mi coinvolge al momento, di solito preferisco pensare al “timido” è più gentile in tutti i casi. E quest’uomo con una lunga folta barba rossa come il colore dei suoi capelli, si confondeva con il rosso più acceso del foulard che portava sempre avvolto intorno al collo, annodato sul davanti, che scemava sul di dietro a triangolo, ma non era il triangolo che per Lui avesse un significato, bensi’  falce e martello, simbologia “comunista” degli anni sessanta, che di quegli anni si parla. Qualche fotografia memonica, la Sciùra Maria me la ricorda insieme ai ricordi della mia mamma, quando noi ragazzi si giocava nei cortili polverosi, o si costruivano capanne di frasche sulla ferrovia dismessa, proprio dietro casa nostra, e per i più grandicelli e temerari, si entrava di nascosto nella fabbrica in disuso della Italcementi. Che dentro, sembrava di essere in un mondo antico, volte gigantesche, buie, nere, ne percepivi le sommità, da qualche pertugio che lasciava entrare quel po’ di luce, ed era tutto grande in quella fabbrica, forse la cosa più piccina erano i carelli che scorrevano sui binari per il trasporto della calce, sembrava di essere in quelle miniere del Far West. Ovviamente in quel posto entravamo sempre in due o tre, e ogni uno di noi pareva essere di sostegno all’altro perché ci faceva paura tutto quel grande, tutto quel buio, nessuno lo ammetteva, ogni uno era il “capo” ma nessuno lo era di fatto, ed eravamo liberati dalle grida delle mamme che dopo un po’ ci chiamavano, solo all’uscita ci lamentavamo di dovercene andare, solo allora diventavamo grandi. Quella casa  che dividevamo con la Sciùra Maria, era abitata anche da altre famiglie, in particolare ricordo una signora anziana che viveva li prima di tutti noi, sembrava l’avessero lasciata a guardia di un castello in attesa di nuovi inquilini, se ne andò in miglior vita quasi subito dopo il nostro arrivo, quasi a passarci il testimone di una vita passata, come il tetro della sua fabbrica, dove aveva lavorato forse come impiegata. E mentre assisto religioso alla funzione, tutto questo mi ritorna alla mente, nel mentre, osservo delle persone che irrequiete si scompongono nei loro banchi, guardo Gesù e gli dico di non preoccuparsi se intorno a Lui è sorta una cappa di indifferenza, un alone di noiosa forzata orazione, qualcuno si perde in questi anni tribolati e a qualcuno bisogna dare la colpa, meglio se a Te, e più facile, Tu non reclami e Sei abituato a prenderti le colpe altrui, ma altri come me si guadagnano, e scrivo ciò che   ho pensato, un mio io a tu per tu con il Signore, che di oggi sto parlando, della Sciùra Maria, che chiamo cosi’ da allora, forse perché Lei era di Milano ed insieme al suo bel parlare gentile, pacato e fluente, si distingueva tra noi paesanotti un po’ rudi.  Passarono gli anni, e pian piano quella grande casa, cosi’ come si era animata si svuotò, ognuno con i loro destini, ognuno con le loro vite, che tutto inizia e tutto finisce, come quel giorno che venne demolita, per far sorgere un capannone senza vita, senza storia. Ma il destino aveva deciso di farci rincontrare dopo più di trent’anni, non più nella stessa casa, ma nello stesso paese, a berci dei caffè insieme al bar Mignon e dirci di come le nostre famiglie ora se la passano, sino a quel giorno, domenica scorsa, era di mattino e all’uscita della nostra Basilica, io e la mia compagna camminando verso casa, vediamo Lei, la Signora Maria che un po’ curva su se stessa, ma con passo sicuro e svelto, dall’altro lato della strada con il consueto sorriso ci salutava gioiosamente, e a gran voce ci chiese dove fossero i nostri cagnolini, e noi sorridendogli rispondemmo che ci apprestavamo ad andare a prenderli per portarli in passeggiata. Mi spiace molto che e ne sia andata insieme ad un po’ della mia vita vissuta, mi spiace che abbia portato con sé un po’ della mia mamma, mi spiace di non poter bere più un caffè al bar con Lei, ma questo è l’ugual epilogo di questa vita terrena, e già mi par di scorgere dietro la barba rossa, Alex e Fulvia che la voglion salutare, e per favore, li saluti anche da parte mia. Arrivederci Signora Maria.

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