Pietro, un uomo, un amico…..

imagePronto! Ma daii sei tu… Ciao Pietro come stai?, ma allora se mi stai chiamando sei uscito! Che gioia risentire la tua voce dopo tanto tempo. È finita almeno per ora, l’inferno dei vivi ti ha rispuntato nella società, così come ti aveva “preso” per motivi burocratici e apparentemente giusti. Almeno per chi crede di aver fatto giustizia applicando una legge che vale solo per miserandi, ingenui e poveracci…                          Pietro è stato rilasciato dal carcere oggi 14 Agosto, esattamente un anno prima mi avvertiva con l’ultima telefonata dal suo stato di fermo. Dove ti trovi ora Pietro? A Milano, risponde, sono stato scarcerato alle quattordici dal penitenziario di Bergamo.    E cosa caspita ci fai a Milano alle 11 di sera?  Avevo 25euro in tasca, quindi ho pensato di spenderne 4E per una cassetta di sicurezza alla stazione dei treni a Bergamo, in modo di “parcheggiare” temporaneamente il mio bagaglio, due maglie, una felpa, tre calzini, due mutande e un jeans. Con altre 10E ho pagato il biglietto per l’aereo porto di Linate. Perché Linate?  Perché per prima cosa dovevo trovare un posto dove passare la notte, e qui so che sono di molto indulgenti a differenza di Orio al Serio, e poi perché in questo aereo scalo, esiste un servizio gratuito che ti permette di ricaricare la batteria del cellulare, che era scarico da un anno. Domando, ma non potevi farlo in un qualsiasi bar a Bergamo e mangiarti un panino o bere un cappuccino chiedendo gentilmente di poterti ricaricare la batteria? Mi erano rimaste 11E e 10E le ho usate per la ricarica della scheda telefonica, e lo stesso in nessun bar a Bergamo ti fanno questa cortesia, non con 1E che mi erano rimaste. Va bene Pietro, ora passa la notte li, domattina ti raggiungo e vediamo il da farsi.  Pietro è un uomo sulla cinquantina, originario di Napoli dove al momento come parente gli è rimasta solo una zia anziana. Tra l’altro pochi giorni prima di essere rinchiuso, lo aveva chiamato dicendogli che avrebbe gradito una sua visita, perché la stessa zia Teresa non stava affatto bene di salute.  Ovviamente fingendo Pietro, le fece sapere che non poteva perché in procinto di recarsi all’estero dalla prima moglie Carolina, che di casa abita nella repubblica Domenicana, perché doveva sistemare alcune pratiche per il divorzio, anche se di fatto erano già state espletate nella loro completezza. Pietro si era già risposato con Jowao, una graziosa cinese, ed insieme avevano abitato nella bassa bergamasca. Lui perennemente senza lavoro, anche perché di cagionevole salute, faceva nel frattempo il “casalingo” facendo sempre trovare la casa sempre in ordine e un piatto caldo la sera per la sua Jowao, che lavorava con fratelli e cugini in una impresa di pulizie a Milano. Purtroppo anche questa storia fini perché la seconda moglie di Pietro, era dedita all’alcolismo, e i fratelli la rispedirono in Cina dai genitori per disintossicarsi, è da allora ne la rivide, né seppe più nulla di lei. Fu proprio in quel periodo che Pietro cercando in ogni dove qualche lavoro da fare, trovo’ delle persone che gli proposero di entrare in società con loro nel contesto edilizio.  Iniziò a lavorare in subappalto di altre società maggiori, in pratica con altre persone assunte alle sue dipendenze, forniva manovalanza in più cantieri, con il guadagno di una piccola percentuale sui titoli recepiti mensilmente. Molto esigui questi guadagni, un margine che non gli consentiva nemmeno di pagare ai propri operai, e men che meno le tasse e l’erario. Così che si vede costretto ad accettare da sprovveduto le fatture “gonfiate” per trattenersi una parte dell’ IVA,  “coprendole” a sua volta con altre fatture fittizie.  In pratica gli “onesti” imprenditori lo sfruttavano allo scopo di dimostrare di aver sostenuto spese di gran lunga maggiori. Pietro faceva guadagnare loro, ingenti somme per tasse evase non pagate.  La differenza era che chi lo aveva “usato” costruiva altre ville per i loro figli, mentre Pietro si beccava una condanna iniziale a diciotto mesi di carcere, che con “due soldi” per un avvocato, si sarebbero sicuramente potuti evitare.   Fu allora che Pietro si recò da questi “ONESTI” imprenditori e rispettati contribuenti, chiedendo loro quasi per pietà, una piccola somma per poter avere la possibilità di essere assistito legalmente, o quanto meno, alla peggio meglio affrontare lunghi mesi di duro carcere, che il negare la libertà ad un uomo, e di per se molto duro. Questi al momento spaventati dissero che l’avrebbero senz’altro aiutato, ma tempo dopo, quando i loro avvocati li hanno rassicurati, seppero che la loro posizione era ben solida e mascherata da carte false, e quindi, tranquillamente gli girarono le spalle,  adducendo che loro avevano pagato anche più del dovuto, e chiusero dietro se il pesante portone della loro villa. Alla fine della storia, fedina penale”sporca” per Pietro, di identico colore la coscienza di alcune persone, ma si sa, il colore dell’anima non si vede, almeno non in questo mondo. Dodici mesi di cella, e altro ancora da scontare. Dodici lunghissimi mesi, passati con persone che avevano compiuto nefandezze di ogni genere, dalla droga, all’estorsione, allo stupro, alle rapine e altro ancora, il tutto per aver evaso tasse in quantità tale che certi politicanti o imprenditori onesti, ci comperano le sigarette e la decappottabile all’amante. Pietro entrò in quella maledetta cella in Agosto, dove a finestre spalancate e sbarre chiuse, si respira a fatica per il caldo inclemente è insopportabile, per avere in cambio la libertà…di sopravvivere. Aria pesante come le porte che si chiudono alle spalle del secondino, che ti segue dandoti del lei, ed è uscito lo stesso mese dell’anno seguente.  Nel frattempo per i primi mesi mi sono trovato male, e per lo sgomento di essere stato recluso, e perché i compagni di cella erano strafottenti nei miei confronti. Poi mi feci subito apprezzare per la brava persona che in fondo sono, e fui trasferito in una cella per due persone, dove per compagno conobbi Gianni, un ragazzone tutto muscoli, poco d’altro visto che si era beccato una condanna a tre anni di prigione, per aver strappato di mano con una certa violenza il cellulare di un ragazzo, essendo così accusato di rapina. Del resto le carceri sono colonie ignoranti, con poca istruzione all’attivo dei suoi occupanti, tasche vuote e cuori grandi come case, mentre molti laureati sono “fuori” altrove, con saccocce ben piene e una rispettabilità che nessuno osa discutere, come se l’onore avesse un prezzo. Sempre per buona condotta, fui affidato alla cucina del carcere, come aiuto cuoco, otto ore al giorno per 130euro mensili, una manna, e perché ti puoi acquistare delle medicine se come me, ne hai di bisogno, ma sopratutto per passare un terzo della giornata, lontano da una estenuante monotonia a cui sei assicurato alla giustizia. E ora? Boh! Non so, mi sono rivolto ad un istituto di beneficenza, con costi molto contenuti per una stanza a due, come in cella, ed un pasto caldo la sera, ma mi è stato anticipato ad un pre colloquio che si entra con una busta paga all’attivo o con l’intervento di un assistente sociale, per fortuna ho un amico che garantirà per me. Ma io mi sono macchiato dell’infame delitto di non pagare i tributi allo Stato e quindi sono estromesso da ogni beneficio sociale… ora povero tra i poveri, vivo della bontà di alcune persone, come le suore di Scanzo, che se arrivi tra le 11 e le 12 meno un quarto, suoni alla loro porta e presentando un apposito tesserino, ti allungano da uno spioncino un sacchetto con un pasto caldo, frutta e bibita, oppure dalle dodici alla una posso recarmi dai frati di Piazza S. Anna, tessera alla mano mangio seduto al caldo.  Di colpo, mi son trovato a secoli fa, in cui il meno abbiente veniva ghettizzato, a prescindere dal suo stesso essere, e per conseguenza isolato.  Sia chiaro, non mi lamento, ho sbagliato e sto pagando. Desidero solo riacquistare un po’ di dignità che è stata solo sfiorata dalla pretesa del mio ardire. E ci provo per me, ma anche per molti di voi, entrambi abbiamo perso… Io ho infranto la legge, a molti di voi invece, il pregio di saperla aggirare senza scottarsi le mani.

 

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