Di tutto ciò che ero, è rimasto un numero.

imageMi ricordo bene, sono stato un nero negro dell’Alabama, mio padre raccoglieva cotone per il padrone bianco che lo chiamava 100 perché era il centesimo schiavo, poi la schiavitù fini con i Nordisti d’America, ma i Sudisti dello stesso Stato non hanno mai perso nemmeno ora, anche se da molto posso salire sui bus dei bianchi, cantavo il blus e lo canto ancora, e i “fratelli” mi chiamano 101.  Ora sono un operaio della Fiat in cassa integrazione, ho davanti a me un futuro assicurato per dodici mesi, più avanti si pensa ad un mio prepensionamento, ed io aspetto con il numero 8715 stampato sulle carte, che mi danno ragione. Chiaro  e nitido è il mio pensiero se penso allo scuro grigiore di quei giorni, quando fui l’amico di Lolec, così chiamammo di soprannome Carol, sono stato un polacco di Polonia, il comunismo falsa chimera d’uguaglianza, mi proibiva il respiro se mi veniva rumoroso nel riposo, la mia religione era vera convinzione se rischiavo la vita per proclamarla,  e ci veniva affidato un numero preciso di partecipanti alle cerimonie religiose. Adesso sono un disoccupato in attesa di assunzione, ho il numero 324 che mi hanno attribuito all’ufficio di collocamento.   Sono stato un ebreo, vivevo sereno in un bel quartiere di gente come me, ognuno aveva una occupazione di buon rilievo lassù in Germania…poi all’improvviso, come un fulmine a ciel sereno, alcune idee  naquero dalla mente malata di qualcuno che voleva una razza perfetta. Idee che tanto erano assurde, tanto furono apprezzate, al punto che a me regalarono un bel tatuaggio con il numero 783435, il 36 finale ad un altro e via via ancora in sequenza  stelle a cinque punte appuntate al petto e dipinte in ogni dove sulle vetrine dei nostri negozi in quel bel quartiere che divenne un ghetto, una specie di lago da dove attingere quotidianamente un bel po’ di pesci da spedire stipati a a migliaia su treni con il solo biglietto di sola andata per farli arrosto nel forno, solo che non si riempiva nessuno lo stomaco, forse la puzza di bruciato lasciava tutti senza parole, perché nessuno diceva nulla e tutti intorno stavano a guardare.  Sono arrivato in questa regione d’Italia che eravamo in meno di 1000, momentaneamente raccolgo ortaggi in due stagioni per ogni anno, prendo quattro euro per ogni ora lavorativa, e se rinuncio a tutto ciò che serve oltre al cibo, riesco a campare, ho il diritto di farlo finché non mi si spezza la schiena curvo sul campo, ora siamo in 10.000 e si prendono tre euro per ogni ora di lavoro.  Ancora sono stato un indiano d’America, ero un fiero guerriero Siux dalla pelle rossa, il mio nome era Cresy Horse e cacciavo libero nelle mie praterie, finché arrivo’ il colono bianco, sembrava un enorme serpente gigante bianco con i teli dei suoi carri, dietro, buoi, muli e fucili tonanti. Seppi in seguito che sembrava più un verme che un serpente, non d’aspetto ma di fatto, che di posto c’è n’era a più non posso, ma venimmo sterminati e confinati in piccoli gruppi controllati, e numerati, sarà forse perché il rosso della nostra pelle non confaceva con i loro abiti lustri, o forse perché in nome della loro civiltà noi non ci si poteva chiamare Cavallo Pazzo. L’assistente sociale si premura che ai miei tre figli non manchi il minimo dell’istruzione necessaria, e mia moglie integra con qualche ora di stiro e se pulisce bene i cessi di una sala da ballo, sfama anche me, è una situazione di diritto acquisito, noi siamo iscritti alla lista persone indigenti con il numero 487, nel nostro paese significa avere dei privilegi. In Nepal, sono stato un “arancione” con una spalla scoperta, pregavo e meditavo con i miei compagni tutti i giorni, dall’alba al tramonto si suonavano nenie soavi che accompagnavano il nostro grazie al mondo, si viveva di carità, quel niente che serviva a tenerci in piedi per sopravvivere, a turno si girava per le strade con poca aria da respirare, benedicendo e professando amore pace e carità, ancora mi è sconosciuto il perché, o meglio cosa abbiamo fatto per essere stati uccisi in massa, come mai il popolo vicino, abbia distrutto 89 dei nostri monasteri, mandato in esilio noi è messo in fuga il nostro Capo Spirituale. Non smetto di interrogarmi sul motivo del nostro errore, sarà che con le nostre litanie, senza rendercene conto abbiamo trasformato l’oro in sassi e altri non hanno gradito. Oggi se mi arrabatto a parcheggiare e sorvegliare abusivamente auto in un parcheggio pubblico, mangio quel che basta per affrontare altre mesate, sperando non mi prenda un accidente per le interperie a cui sono sottoposto, le medicine non sono contemplate nel salario che disonestamente guadagno, nessun numero di appartenenza, sono qui dal 1987. Sono stato un nigeriano della Nigeria, vivevo di sorrisi e pesce pescato, che per giocare a palla prima ho intrecciato stracci e corda, ma poi le cose cambiarono, e quel missionario ci portò la palla, quella vera, speriamo non si buchi pensavo, perché in seguito il Predicatore è stato assassinato da alcune fazioni facinorose e con lui due suore e molti aitanti devoti, ma ormai siamo rimasti  in pochi a giocare, ai pochi sopravvissuti sono state amputati gli arti, e quello che non ha fatto il machete, lo hanno fatto le mine anti uomo disseminate qua e là, la loro esplosione ha lasciato ben poco da raccogliere a chi sono rimaste le mani,  non ho mai capito perché quel giorno al villaggio quando avevo dodici anni, i signori della guerra entrarono nella nostra capanna e  dopo aver ucciso mio padre senza  motivo, mi misero in mano un grosso bastone dicendomi di finire mia madre con lo stesso, mi fossi rifiutato, sarei morto io e i miei due fratelli, forse questa gente voleva tutta per se’ l’area dove si giocava a palla, per questo fummo cacciati da quel villaggio, e anni dopo ancora e ancora, la mia risposta fu l’amore, l’esatto contrario di ciò che mi volevano inculcare, avessi odiato tutti e tutto, avrebbero vinto loro, altra spiegazione non trovo.  La sera consegno pizze a domicilio con la premura di un quindicenne, correndo come un forsennato arrivo a portarne anche 40 che è un buon numero per rubare un pezzo di pane ad un giovane disoccupato che forse avrà un padre meno sfortunato di quanto io non sia, e provveda a lui come io non so fare con i miei figli. Sono stato un contadino russo del Don, facevo il mezzadro e oltre che mi portassero via praticamente  il novanta per cento del mio raccolto, lo stesso quell’uomo con baffi diceva essere il nostro benefattore, ci deportava in Siberia con pretesti assurdi quanto vaghi, il mondo non sapeva che lo sterminio in camere a gas, fosse cosa leggera al confronto, considerato il conteggio finale delle vittime, ma peggio era essere condannati ingiustamente da persona della tua stessa razza, non che faccia differenza ma impressiona parecchio, e non c’era territorio da conquistare, eri semplicemente una bocca da sfamare di troppo, o non abbracciavi le idee politiche che osavi discutere.   Oggi  mi hanno pignorato la casa, prima me lo avevano assicurato come impignorabile trattandosi di prima casa, ora le cose son cambiate, l’onorevole di turno ha promesso tagli di tasse e lo fece, ma l’amante costa ancora più della consorte, i soldi van presi in ogni dove, a qualunque costo, quando a pagare sono io, siamo noi…ovvio.  Sono stato tanti, e non sono nessuno, o forse no, mi sbaglio… polvere sei e polvere diventerai…Sono un numero.

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