NIENTE FERIE PER AMÈLIE.

l’amore si esprime in un infinita’ di modi, nasce dai sentimenti, quelli senza macchia, il bene moltiplicato per Intenderci e ci sono tanti modi di amare, si ama la natura in tutte le miriadi di sfaccettature che offre, si amano gli animali e le cose inteso per oggetti e materialità, più importante in ordine di espressione personale, è l’amore che si scambia tra e per le persone, quello che si scambiano uomini e donne e non necessariamente in questo ordine, con l’intento ultimo di dividere all’unisono una passione che li unisca in un sentimento che li elevi ad uno stato di sublime armonia e rendano unica pur essendo alla fin fine uguale fra tutte, la loro storia di vita e di felicità terrena, che è di questo che intendo è per questo parlo, altro è questione di fede, credenze e filosofie astratte o meno.  Il vero amore io lo vedo, negli occhi di chi mi frequenta, lo associo a storie distorte di chi vanamente lo insegue tra le mie lenzuola. Per per quel che la mia breve vita mi dice e ancor m’insegna, il vero amore è vestirsi pensando se piacerà cosa indossi compiacendo prima l’altra parte di te.  Amare significa non chiedere mai cosa ne pensa l’altra metà, dopo aver di fatto già compiuto ciò che volevi fosse, il suo parere per amore può fare la differenza.   Amare significa aspettare impaziente ogni appuntamento, fosse anche il millesimo quella volta, così le prime volte in manifesta premura, così sempre in ansia di rispetto nel tempo a venire.   Amare è bearsi di vedere il sole quando i tuoi occhi incrociano i suoi,  essere estasiati dal sentire il dolce suono della sua voce, aspettare l’alba insieme abbracciati, sapendo che il più bel giorno sa da venire per contemplare il creato in un unico sguardo, e quando le notti saranno padrone dell’amore, il giorno al risveglio riserverà deliziose sensazioni rubate all’abitudine.   Amare e fare di tutto per distrarti nell’intanto che aspetti  il campanello suoni annunciando il suo arrivo, felice quando la porta si chiude dietro il suo incedere, sereni nel corso degli anni a venire.   Amare e guardare la TV  sdraiato sul divano, e di tanto in tanto girandoti con un sorriso rivolgendo lo sguardo alla poltrona vuota accanto a te, dimentico che tu quella sera sei fuori casa per lavoro, o per una cena con amici, smorzando poi il sorriso con un dolce sospiro, e nulla cambierà in tal senso.  Amarti è innalzarti sopra tutto e tutti, proteggerti da tutte le insidie che trovi nel cammino del vivere, è pensare che tu sei sempre giovane ed il tempo non ti può scalfire, perché il tempo con te non ha tempo, i suoi occhi brillano come la prima sera che passasti tra le sue braccia.   Amare ed essere amati,  significa dare e ancor più ricevere, in una speciale contesa senza vincitori né vinti.   Amare e stare al telefono e dire qualunque cosa possa anche minimamente essere presa per seria, pur di sentire ancora un po’ la sua voce, e bisticciare per chi deve riattaccare per primo, ed un suo messaggio visibile e tangibile, lascia ancor più il segno e lo risenti all’infinito.   Amare significa stare in due senza il bisogno di altre presenze, farsi una pizza, e essere contento se mangi con gusto, sorridendo sotto i baffi e senza farti notare abbassi lo sguardo compiacendoti in un tenero pensiero.   Amare è regalare un fiore sebbene non v’è ricorrenza alcuna, lasciando sia il cuore a decidere l’ora ed il giorno cui farlo.   Quando ami, il profumo della sua pelle è unico e solo, tanto che nessuna altra essenza può  stimolare i tuoi sensi al sol pari.   L’amore è come la verità, se è puro fa’ male come il vero, ed entrambi raggiungono lo stesso scopo, fanno stare bene chi li usa, e ancor più chi ne abusa.   L’amore ha per complice il cuore, quando ti prende fa come lui, batte senza il tuo comando.  E dopo dieci anni o cent’anni che vivi questo sentimento in due, nulla sfuma, e niente scema, meno impulso forse, ma più rispetto e gioia da dividere, e se un po’ si toglie, molto si aggiunge.  E questa è una piccola parte del manuale dell’amore a me conosciuta, di cuore prima che di corpo ovviamente, quello con la A maiuscola che io ho imparato dagli altri, e poi mi sono ritagliata qualche pezzo di storia anche per me, che la mente m’e volata in posti sconosciuti poi l’ho raccolta a compormi una storia che ancora oggi vivo grazie al mio bel olandesino, Evert, e da alcuni anni viviamo sulla cresta di un onda che minaccia di travolgerci ad ogni sussulto, ma insieme continiamo a cavalcare.  Ma il concetto principale che vedo unita alla parola Amore è il rispetto dell’altrui persona, necessario punto di partenza, indispensabile punto di arrivo, quando dopo mille anni trascorsi insieme scema la foga e avanza il consolidato sentimento della tenerezza che si fonde al bene. L’amore spesso è considerato un salvagente, ma l’amore è il mare. Non è altro. Io non voglio essere ciò che vuoi, voglio essere ciò che non sapevi volere. È tutta un’altra cosa. Vieni, inseguimi tra i cunicoli colorati della mia mente è trovami la, nell’angolo più caldo. Voglio lasciare i miei occhi sul tuo ultimo risveglio, senza meta alcuna. Che ai bivi più importanti della vita non esiste segnaletica. E di nuovo specchiarmi nel cielo delle tue promesse, e sentirlo parlare di me al vento che lo porta in ogni dove. Come le nuvole raccontano le stagioni. Il mio amore per te è schiuma di mare, puoi quasi toccarla, ma quando la stai per raggiungere, è già altrove, così che sempre l’insegui con il vero trasporto di chi ama. Evert è il mio amore, è il mio sussulto nel vuoto, il mio lasciarmi trasportare dalle onde del mare, che la lo conobbi, in quella breve vacanza che mi presi dal caos del mio vivere, dal quotidiano grigiore delle storie che vivo per il mio portafogli e le voglie degli altri. Era di maggio, faceva un gran freddo quando scesi da quel treno che conservava tepore di molte ore trascorse allungata su due posti a sedere, senza le scarpe, che come tanti avevamo spogliato per comodo. Ad attendermi alla stazione di Amsterdam trovai Marie, una mia amica di sventura quando insieme si “lavorava”  in un locale svizzero, con turni forzati di 15 ore al giorno, il tutto con contorno di botte da orbi ogni volta che ci volevamo esimere dallo squallore di quello che eravamo costrette a fare, e a riportarci al loro ordine, non uno, ma due energumeni, i proprietari dell’infame locale adibito allo sfruttamento per lo più minorile della prostituzione, visto che sia io che Marie, non si aveva ancora l’età del voto.  All’epoca ci avevano ingaggiate come bariste di un club, ben presto fummo costrette a fare di tutto fuorché servire ai tavoli, e quindi lascio immaginare quale fosse la vera funzione dei nostri compiti. Io e Marie, una sera, stanche di abusi e soprusi di ogni genere, si decise di fuggire da quella squallida vita facendo perdere le nostre tracce, Tornammo a Firenze, da dove tutte ce n’eravamo andate in cerca di fortuna, io per smettere di pesare sulle spalle di zia, e Marie per scappare dai maltrattamenti del patrigno padrone che addirittura abusava di lei da anni, in pratica eravamo finite dalla padella alla brace.  E ci tornammo dopo nove mesi, in cui oramai avevamo  inculcato in noi un certo modo di sopravvivere, così che divenimmo professioniste per conto nostro, facendo diventare di necessità virtù ciò che la vita ci aveva insegnato nostro malgrado, iniziando con l’approccio in qualche bar, poi i clienti con il passaparola fecero il resto, sino ad oggi.  Scesi i gradini del treno, Marie dopo baci e abbracci, mi portò  in un appartamento che divideva con il compagno, e dopo essermi riassettata, essendo primo pomeriggio, ci recammo subito a visitare alcuni coffee shop di amici suoi. In uno di questi dietro il banco a servire   aranciate e maryuana, un ragazzone tutto muscoli dall’aria gentile, capelli biondo scuro, e occhi chiari da uomo tipico del Nord Europa,  mi approccio’ con un fare da consumato conquistatore dopo le presentazioni di rito, qualche chiacchiera dopo si presto’ di farmi girare Amsterdam perché io la conoscessi. Non che mi fece buona impressione, pensai che era d’uso per quest’uomo fare così con tutte, ma Everet, mi era stato presentato dall’amica del cuore, allora feci buon viso a cattivo gioco è accettai l’invito. Nei giorni a seguire, Everet, nelle ore di pausa del suo lavoro, mi accompagnava in musei, dove non che ci potessi capire molto di arte, ma certi dipinti non potevano lasciare indifferente nemmeno una profana come me, suscitandomi emozioni che non sapevo di conoscere e possedere, lo stesso era interessante vedere storia dell’arte e quel museo di torture medioevali che faceva accapponare la pelle ad ogni angolo volgessi il mio sguardo. E poi ancora giravamo la città facendo schopping qua e la tra i mercatini dell’usato,  ricordo di aver acquistato un bellissimo cappotto di pelle con bottoni d’oro disposti su due file, probabilmente appartenuto a qualche marinaio di passaggio, il porto era di un fascino che ti faceva rivedere come in un film, scene immaginarie che si materializzavano come d’incanto, tutti quei canali che tagliavano le strade dividendole, e sopra le loro acque navigavano tranquilli dei barconi, per lo  più adibiti al trasporto di cose e persone, ma anche variopinti coffee shop naviganti, che pareva di vedere i copricapi dei rasta o la bandiera della Giamaica.   Viali  alberati percorsi da centinaia di pedoni e gente in bicicletta, di contorno un cielo plumbeo che solo le città del nord sanno rendere splendenti come in un assolata cittadina del sud Italia. Intanto il paziente Everet, si rivelò  al contrario della prima impressione che ebbi di lui, un dolce compagno di storia, una meravigliosa cornice d’oro della mia breve vacanza e senza me ne rendessi conto, mi affezionai a lui, o forse me ne innamorai da subito, ma mi ripeto nel dire che ci volle il tempo di dissipare la mia prevenuta convinzione di ciò che erroneamente da subito pensai al suo riguardo.  Di certo mi sconcertò il fatto che mi scarrozzasse in giro sempre con sorriso pronto e cortesi attenzioni, io, AMÈLIE, la prostituta Italo neutrale,  di certo non abituata ad un uomo che chiedeva nulla di più che di stare in sua compagnia, un ragazzo che dopo quattro pomeriggi e altrettante serate, si era accontentato di stringermi le mani nelle sue per il solo accompagnare i miei passi con i suoi, che mi regalava sorrisi e teneri sguardi ogni volta che i nostri occhi si incontravano vogliosi di quello che per noi equivaleva ad un amplesso in quei momenti, e non ultimo farmi trovarmi un fiore fresco ogni volta che entravo nel suo locale. E mentre le cose andavano via via prendere una piega di dolce spensierata avventura, ancor più cresceva quel bellissimo sentimento, e di molto aumentava l’ansia del dopo, la preoccupante situazione di come intendevo coniugare il mio essere persona con una tenera storia d’amore sul nascere, perché ora ero certa, di questo si trattava.  Non desideravo certo mettermi a nudo, spiegando quale fosse stata la mia vita sino a quell’oggi, in verità non mi importava per la salvaguardia del mio morale vivere, ma temevo fortemente di rompere quel meraviglioso incantesimo che mi stava avvolgendo in un tenero abbraccio, e sino ad allora di sì tanta bellezza non conobbi mai. Allora che fare, …nemmeno usando la più fervida immaginazione di cui dispongo per grazia ricevuta, e nemmeno se avessi fumato cento spinelli di quella maryuana che sembrava lasciare nella stanza un forte profumo di camomilla, sarei stata in grado di dire a Evert che ero una meretrice di alto bordo, ogni volta che pensavo di farlo, la paura di rompere quella che per il mio cuore appariva come una fiaba mai vissuta, le gambe mi tremavano un po’, e un blocco allo stomaco bloccava l’uscita di ogni qualsivoglia parola.  Triste e confusa mi consultai con Marie, che subito mi rincuorò dicendomi che dovevo assolutamente dire ciò che fosse, senza indugio alcuno. Evert, è un ragazzo olandese, molto aperto per mentalità, vive e lavora vicino a donne che si vendono in bella mostra nelle vetrine, non si scandalizzerà certo per questo, è un bravissimo ragazzo e capirà disse, eppoi dipende solo da come vuoi impostare il tuo rapporto da subito, se basato sulla sincerità e l’onesta’ parlane con lui a cuore aperto, dopotutto sono solo fatti tuoi, oppure fregatene, e fatti qualche scopata senza troppe spiegazioni. Replicai seccata che non era certo questo il motivo per cui avevo chiesto il suo consiglio, e Marie sorridendo annui consapevole che con l’ultima affermazione, mi prese in giro per divertirsi un poco.  Ma il destino beffardo, o il fato coglione, aveva già preso per me una tragica quanto bizzarra decisione, una sera, appresso ad un pomeriggio d’amore dove Everet si dichiarò dicendomi che rappresentavo per lui una persona speciale e che proprio non ce la faceva a pensare che di lì a pochi giorni io me ne fossi andata, lasciandolo solo è vuoto come mai si sarebbe sentito prima d’ora senza di me, il tutto seguito da un primo magnifico indimenticabile bacio che mi diede all’improvviso su quel ponte tutto dipinto di rosso, lasciandomi stordita di un vuoto temporaneo che non so quantificare, mi sentii come in un altra dimensione, nel mio Eden.  Quella maledetta, e insieme benedetta sera dicevo, ero decisa a dire ad Evert chi fossi, e sopratutto cosa facessi per campare,  mi recai nel suo locale insieme a Marie ed il suo compagno e appena entrati fummo invitati al tavolo di un gruppo di loro amici. Ordinammo subito da bere, e io volli un wischy doppio, che Everet mi portò poco dopo, con molto ghiaccio come piace a me, accompagnato da noccioline e qualche oliva, al mio sguardo meravigliato che gli feci per l’inconsueto accoppiamento culinario, lui mi disse sorridendo che così non mi sarei ubriacata masticando qualcosa insieme al doppio malto,   l’esatto contrario dell’effetto che volevo io, preferivo partire in quarta e stordirmi quel che bastava per trovare la disinvoltura di dirgli più tardi, all’ora di chiusura per la nostra consueta passeggiata notturna tra i borghi di Amsterdam, la triste verità, che ironia della sorte qualche giorno prima non avrei mai pensato che da tinte rosee si fosse all’improvviso trasformata in un grigio cupo. Passa un’ora circa, e Marie mi invita in bagno per una aggiustatina al viso, di solito era una scusa per parlottare un po dei nostri amici di tavolo, entrammo nell’atrio che dava accesso ai rispettivi bagni e quasi urtandoci, ci siamo imbattute nelle persone che mai al mondo avremmo voluto e mai pensato di rivedere, nientemeno che i due stronzi che gestivano il club svizzero… Un pugno secco nello stomaco sarebbe stato più dolce, uno schiaffo bene assestato in pieno volto al confronto poteva tranquillamente essere scambiato per una tenera carezza. Per qualche interminabile secondo lo stupore prese il soppravento lasciandoci tutti e quattro basiti, poi con un gesto repentino, uno di loro mi afferrò il braccio brutalmente e l’altro uomo di rimando sbarro’ l’uscio alle nostre spalle a braccia incrociate per impedirci di uscire, e l’altro ancora prese a strattonarmi inveendo al mio indirizzo con epitaffi degni di squadrine dì malaffare, e ripeteva guardale qua le troie, adesso facciamo i conti. Io mi misi a gridare lasciami stronzo, lasciami e lui mi colpì con uno schiaffo in pieno viso. Il trambusto non rimase inascoltato e poco dopo accorse Evert con alcuni amici, e con una poderosa spallata irruppe furioso nell’antibagno. Ne segui una furibonda scazzottata dove i due ebbero logicamente la peggio e a calci in culo vennero allontanati dal locale con il preciso invito di non presentarsi mai più di fronte a noi, in caso contrario, non se la sarebbero cavata con qualche ossa rotta,  ma con ben più esagerate conseguenze. Perché si fossero trovati in quel posto, pensando e ripensandoci, non poteva che essere uno scherzo del destino, probabilmente erano in vacanza, infatti appena sbattuti in strada, due donne mestamente e velocemente si apprestarono ad uscire con la velocità della luce, forse erano in quel posto per assoldare nuova carne fresca per il loro schifoso locale. Fatto sta che a quel punto non c’era altro da fare che raccontare per filo e per segno cosa e chi fossi a Everet, e tra le lacrime che mi scendevano copiose, subito dopo mi allontanai dal coffee shop con Marie che tentava invano di consolarmi. Il resto della notte la passai tra disperazione e strazio, che peggio di così pensai non potesse andare.  Il mattino seguente, di buon ora suono’ il campanello di casa, era Everet che mi invitò ad uscire per fare colazione. Ci recammo in un bar, e lui, tenendomi le mani dall’altra parte del tavolo, mi disse che nulla era cambiato, e che la mia vita me la dovevo gestire come meglio credessi, di nuovo piansi senza riuscire a dire nulla, fu solo dopo un caffè nero che mi asciugai l’ultima lacrima, Everet mi abbracciò teneramente, e tenendomi il capo tra le braccia uscimmo in un corpo ed anima unico dal bar, e senza aggiungere nulla passeggiammo verso il ponte rosso. È passato molto tempo da allora, e noi due ci si vede ogni quando possiamo, a fasi alterne Everet viene a trovarmi a Firenze, ed io difficilmente faccio passare un mese prima che gli faccia visita. Lui non chiede nulla della mia vita, e altrettanto faccio io, l’amore che ci scambiamo quando siamo insieme la dice lunga su come va il nostro rapporto, prima o poi ne parleremo apertamente, e chissà, uniremo le nostre vite annullando il passato come una parentesi personale dove nessuno potrà intervenire con dei ma o dei perché, questo è il nostro amore, questo è il rispetto che abbiamo l’una dell’altro, forse c’è di meglio, o magari di peggio, ma per noi è impossibile pensare di interrompere quello che noi chiamiamo amore con la A maiuscola, non fino a quando Everet guardandomi negli occhi dopo aver fatto l’amore mi dirà AMÈLIE ti amo, ed io pazza di gioia gli rispondo, anche io ti amo Everet.  Del resto, quanti matrimoni funzionano con uno dei due protagonisti, che vivono storie alternative con la tacita complicità dell’altro, o per comodo e per il presunto bene dei figli, e per mille altre ipocrite scuse. Quante situazioni di coppia si trascinano stancamente, solo perché uno o l’altra hanno paura di non essere indipendenti economicamente, o peggio perché uno dei due approfitta del benessere che il  partner offre in cambio di fare ciò che vuole, e ancora rapporti di coppia che sfociano in violenza e terrore al punto di non avere il coraggio di cambiare la situazione. Ma ancora, quante sono le situazioni in cui una donna o un uomo si unisce in coppia per il solo raggiunto limite di età e diversamente hanno paura di rimanere soli e barattano il bene con l’amore per puro egoismo. E potrei continuare per ore, ma rigirata la frittata in mille modi, lo stesso parlerei di ipocrisia e egoismo, che le unioni più solide e forti in genere sono nell’ordine di una piccolissima percentuale rispetto al totale di fatto, e allora non vedo perché ci dovremmo vergognare noi di amarci rispettandoci nei rispettivi ruoli che la vita ci ha dato, o che ci siamo costruiti con consapevolezza. Il nostro amore non è mai venuto meno perché io vendo amore, che non è illegale, come non è illecito vendere droga leggera in un paese dove è consentito farlo.  Everet dice di non essere geloso di chi paga per avermi, ed io non ho nulla da ridire se vende sballi consentiti, e per il fattore gelosia, ad ora non mi è dato sapere che il mio uomo abbia avuto relazioni extra coppia, del resto mi porrò delle domande al riguardo, solo quando lui rivedendomi dopo alcuni giorni, faccia passare più di un’ora senza sbattermi su di un letto, o contro l’armadio, o sul tavolo della cucina, e il tutto contornato da una foga che non può essere che amore, dall’intensità stessa del nostro rapporto. Non ci sono dubbi e nessuna domanda quando le cose funzionano in questo modo, noi di questo siamo convinti, di questo viviamo lontani uno dall’altra, con una incontenibile voglia di vederci ancora e poi sempre…

Ci sono dei giorni in cui purtroppo non ci vediamo, e tra questi è imperativo il sabato e la domenica, di solito i nostri giorni sono il lunedì e appresso il martedì, Everet ha due giorni mosci nel suo locale e lascia la gestione alla sorella che per quei giorni se la cava egregiamente anche senza di lui. Per me, il sabato è giornata intensa, il fine settimana è per eccellenza il giorno in cui molti si svagano, ed io ricevo sino a tarda notte, la domenica è quasi d’obbligo dedicata al mio “fidanzato” seriale, Oreste, che a dirla in questo modo viene male, in realtà lo prendo un po in giro per simpatia. Lui è quel ragazzo timidissimo, molto ingenuo e anche un po’ disturbato dalla morbosità dei suoi genitori che soffocano la sua vita programmandola di continuo, dopo che questi è stato abbandonato dalla fidanzata pochi giorni prima del matrimonio, con casa e cose fatte e preparate. Regalargli questa innocente convinzione non mi costa nulla, quindi Oreste il pomeriggio della domenica lo trascorre da me e a sera tarda verso le dieci se ne va, tornando nella sua gabbia dorata sino la sera del giovedì. Ma per me la serata non finisce a quell’ora, poco dopo mi vengono a trovare , si fa per dire, una coppia di amici che dividono il lavoro di muratori nella stessa ditta, ed entrambi lasciano la casa con moglie e figli di domenica sera tarda,  perché il loro cantiere e a due ore e mezza di strada dal loro paese, quindi si inventano di andare via di domenica  per alloggiare nell’albergo  che li ospita sino al venerdì, così che il mattino seguente si trovano sul cantiere di buon ora, perché si sa che il lunedì mattino di buon ora è  il giorno più intasato di traffico della settimana, e quindi la scusa è bell’e servita per le proprie mogli, che non si pongono troppe domande se lo stipendio alla fine del mese copre tutte le bollette di casa e le spese delle scuole dei figli. Così, mentre Mario verso mezzanotte entra in camera mia, Paolo sta in quel bar che chiude alle due di notte a farsi una birra o due aspettando Il suo turno…Insomma, a fasi alterne si bevono birre. Cosa poi abbiano escogitato per giustificare gli ammanchi sulla busta paga dal momento che mi fanno visita dalle due alle tre volte al mese ognuno, non lo so proprio e nemmeno mi sogno di chiederlo, rischierei di offenderli, e lungi da me il solo pensare di farlo, anche loro come tutti i miei clienti, prima che tali sono amici, anche se di letto, e quando c’è questo tipo di rapporto rispettoso, certe imbarazzanti domande non si fanno. Il mercoledì è il giovedì solitamente ho a che fare con dei rappresentanti di alcune ditte di meccanica e venditori di automobili usate di grossa cilindrata, provenienti da città vicine.  Giovanni è il più intraprendente, è furbo come vuole la natura del suo mestiere, spesso annunciandosi anticipatamente, mi porta dei clienti con cui deve concludere la vendita di un bolide a quattroruote. E siccome la Porche o la Ferrari, chi se le può permettere nuova solitamente è un imprenditore di successo e quindi una persona di una certa cultura e levatura morale, i suoi compratori Giovanni in genere li sceglie in un ceto meno altolocato, perciò arricchiti improvvisati, e non disdegnano un invito per le trattative in un nightclub, per poi finire in bellezza tra le mie sapienti braccia, e voila’, il gioco è fatto, non sono le cinque del mattino e l’assegno d’anticipo è staccato da colui che giaceva con me poco prima, naturalmente accompagnato da un buon numero di altri fratelli assegni contrassegnati con il numero di serie successivo, ovviamente rigorosamente posticipati. Che  come ripeto, una persona con denaro vero a disposizione, nemmeno li fa più gli assegni, un solo bonifico e la “rossa” e consegnata con bottiglia dì champagne direttamente dalla casa produttrice dell’auto in questione, e alle 9 di mattina, con moglie e figli accanto che si congratulano.  Ma ho anche clienti di classe, se mi si consente il modo di definirli, Luca un ricco quarantenne proprietario di una piccola catena di ristorazione, non bada a spese per portarmi con lui in qualcuno dei suoi viaggi. Di certo non viene nel mio appartamento, di solito mi prenota per lunghi weekend, e credo che i suoi compensi siano molto alti non solo perché è abbiente, ma in un certo qual modo, desidera che io mi comporti in modo tale da far sembrare che io sia una squadrina  di lusso, e gli faccia fare la bella figura di maschio virile con gli amici, quando in realtà passa per lo più le nottate a sniffare cocaina in quantità preoccupanti, e questa, in principio di fa leone con il passare del tempo in realtà diventi un coglione. Il problema è tutto suo, e dall’alto della sua alterigia, nemmeno vuole essere aiutato e tantomeno compatito, per cui mi guadagno facilmente un buon stipendio da impiegato di primo livello in solo due giorni, visito posti bellissimi a bordo di super car, potenti motoscafi e volo in prima classe, è certo non mi dispiaccio più di tanto per le sue problematiche, alla fine un po di opportunismo con certa gente non guasta, nemmeno lontanamente mi comporterei così cinicamente con Oreste e altri come lui, tenendo ben presente che al confronto loro mi danno pochi spiccioli. Ma questa è la vita, la mia vita lavorativa e tant’è che m’adeguo.  Ricordo che andai in quel maledetto locale Svizzero, ingaggiata per fare la barista, e devo dire che in realtà i due delinquenti che mi assunsero, mi erano stati fortemente sconsigliati da mia zia con cui all’epoca vivevo, o meglio a cui ero stata affidata da mia madre, che in pratica mi aveva bellamente scaricata, e forse fu più per stizza e odio nei suoi confronti che decisi di non ascoltare zia Claudia.  Quando io e Marie fuggimmo da quei due bastardi e ritornammo a Firenze, io avevo poco meno di vent’anni, e in pratica fu proprio un industriale di Prato che trattava grosse partite di tessuti ad addocchiarmi, del resto sono un bel tipo anche ora che ne ho quasi trenta, figuriamoci con la bellezza dei vent’anni. Mario era un bell’uomo sui quaranta, all’epoca separato da pochi mesi, due figli, uno maschio e l’altra femmina.  Era una brutta giornata di primavera, io passeggiavo tra le vie di Firenze con un amica, un po’ si era in giro per cazzeggiare, un po’ nella speranza di trovare un lavoro, magari come barista, vera questa volta, e fu proprio in quel bar del centro che dopo essermi presentata e qualificata con credenziali fasulle ovviamente, perché di fatto la barista non l’avevo fatta mai, se non per stappare bottiglie di champagne alla velocità della luce, sennò eran botte, li dicevo, Mario abbozzò un bel sorriso al mio indirizzo, seguito subito dopo da un approccio con invito a bere un caffè con lui nello stesso bar in un angolo con tavolini imbanditi di primule al centro. Ed inizio’ così il suo corteggiamento, che in verità non mi parve esattamente quello che si fa per frequentare una persona allo scopo di aprire un avventura, Del resto i miei vent’anni facevano a botte con una storia d’amore con un uomo con il doppio della mia stessa età. Non che Mario nel suo discorrere fosse brusco o materiale, ma evidentemente sarà stato per l’abbigliamento che indossavo, la gonna forse era troppo corta e i tacchi troppo alti per una che cerca lavoro come barista, insomma avevo cucito addosso un immagine poco idilliaca e il trucco per finire faceva a schiaffi con una ragazza della mia età. Ma non feci nulla per sentirmi offesa, ne infastidita da quello che sembrava un palese mercanteggiare piuttosto che l’inizio di un flirt, del resto da poco mi ero congedata da un tipo di gente che di certo non andava per il sottile nel dirmi che mi avrebbe scopata in tutti i modi da lì a poco, e quindi al confronto, mi sentivo lusingata da quel gentile patteggiare un uscita di un fine settimana con quell’uomo. In quella mezz’ora di colloquio in cui parlammo del più e del meno, non si parlo’ mai di compenso in denaro, ma Mario era talmente delicato dall’ avermi lasciato intuire che mi avrebbe lautamente compensata per quel weekend, e che non pretendeva nemmeno prestazioni sessuali qualora io non ne fossi convinta. Insomma, senza che me ne rendessi veramente conto pur essendo consapevole, avevo accettato il mio primo invito da libera professionista, la prostituta di alto livello. Si era di venerdì, così che il giorno appresso alle quattro di pomeriggio, la sua rombante automobile rossa si fermò dolcemente davanti allo stesso bar del giorno precedente, laddove mi aveva adescata con gradevole malizia.  Il tempo era volto a miglior ragione, ed un sole caldo ma non infuocato, brillava alto nel cielo, e lo potei ammirare anche per il tragitto che facemmo per andare in quella località marina, vicino alla bella Viareggio, il suo bolide era decappottato ed io mi riparavo dietro a dei grossi occhialoni neri, e in poco tempo raggiungemmo l’ambita meta. Fu la prima di un indimenticabile serie di uscite di fine settimana, Mario era molto impegnato con la sua azienda per il resto della settimana, ma non mancava nemmeno una volta di portarmi con lui appena potesse farlo, e via che trascorreva il tempo, il nostro rapporto si era intensificato a tal punto che mi venivano recapitati fiori senza troppi perché, e Lui si fece tenero, sempre più tenero, nelle attenzioni e nel linguaggio che mi rivolgeva ammorbidito e gentile ogni giorno di più. La prova del nove fu quando una sera mi fece per regalo un magnifico diamante, che se vuoi una donna si sciolga non saprei trovare argomento migliore, nemmeno mi sentivo un amante a pagamento, forse con Lui, non mi ci sono sentita mai. Un bel sogno, un sogno meraviglioso, ma come tutti i sogni, il mattino ti svegli e d’incanto svanisce con la velocità con cui si era materializzato, così quel sabato, alle quattro non venne, e neppure un’ora dopo, che tanto ti fa pensare ad un ritardo, non ci fu ritardo alcuno per sempre, la sua rombante fuoriserie si fermò drammaticamente dopo aver sfondato il guardrail di quel maledetto cavalcavia, interrompendo di colpo una storia che non so che seguito avrebbe avuto. Non passarono molti giorni da quel tragico evento, che dapprima ricevetti telefonate di amici che mi ero fatta in sua compagnia, da principio si trattava di telefonate consolatrici, ma ben presto capii che lo scopo volgeva a ben altri fini, e non è facile immaginare di cosa si trattasse. La differenza era che altri ammogliati, volevano godere della mia compagnia per alcune ore, poco importava a quel punto di essere corteggiata ed amata, feci di necessità virtù, e proseguii in quello che poi ha caratterizzato il mio vivere, prostituendo mi per denaro, che ora mi serviva per pagare il lussuoso appartamento dove tutt’ora vivo e regalo sesso a pagamento. Ad oggi questa è la mia vita, il mio modo di pormi al mondo, alternando interesse a storie d’amore comprato. Everet e qui, ha un posto unico nel mio cuore fintanto che le cose non cambieranno, oppure non cambieranno mai, non mi è dato sapere ora che va preso tutto volgendolo al meglio possibile, lasciando che il passato sia da scrivere in un ricordo, il presente e il futuro sia da riscrivere per AME’LIE. È questo è ciò che ebbi modo do ricevere da AMELIE stessa, che mi fece recapitare a mano dal mio amico Mario qualche tempo dopo che seppe mi stavo alcolizzando… Difficile assorbire anche questa delusione, quasi impossibile reagire ad un racconto tanto scioccante che  mi fece avere. Sembrava uno scritto autobiografico della stessa AMELIE, che magari se lo era scritto per lei chissà per quale motivo, e a titolo di risarcimento, e forse anche con un pizzico di cattiveria me lo diede per seconda mano, quasi a voler interrompere un rapporto con un cliente che ormai le stava davvero stretto. Una doccia fredda, ma l’acqua gelida serve ad assiderarti se assunta per un lungo periodo di tempo, o a risvegliarti, a farti riprendere da una brutta ubriacatura, da un brutto male, il mal d’amore, e l’effetto fu il secondo, anche se mi ci volle altro interminabile tempo per riprendermi da quella scioccante rivelazione, ma la vita, forse non di tutti, riserva sorprese di un incredibile brutalità, come allo stesso tempo ti offre opportunità e nuovi stimoli, ma….

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