Il GIOGO che l’Inverno non vuole indossare.

imageCome che il sole si voglia sposare, forse è stanco di starsene da solo a riscaldare tutto e tutti, incessante di essere presente nel suo vitale vigore. Questo raggiante sole triste, pare non possa più fare a meno di venirci a trovare, e pallido che ora sia, fa capolino ogni giorno tra la coltre nebulosa del freddo con le sue nebbie. L’inverno quest’anno non ne vuole sapere di indossare l’armatura del cattivo che si impone e tenta invano di respingere la palla di fuoco, ma le sue avance si protraggono oltre misura, e sono insistenti sino allo sfinimento. Il sole quest’anno sembra non aver visto gli alberi spogliarsi, e nemmeno pare abbia sentito il vento che li aiutava a denudarsi dalle proprie foglie  multicolori, ecco che allora mi vien da pensare che lo stesso vuole sia un connubio d’amore, tra lui e il nebuloso gelo, come che voglia sposarsi con la pioggia e la neve, che tardano a venire intimorite da tanto profuso ardore. Ed intanto ogni cosa di natura tace in questo incanto di posto sperduto nel tutto dei suoi monti dormienti, come che rompere il silenzio sia un insulto al creato.  L’inverno trascina dietro le coperte che usa solo la notte, quando il freddo pungente, suo fido è geloso compagno si impone sovrano, sicuro e spavaldo sino all’alba che lo renderà al contrario mite e spaurito.  Al sole di una estate appena passata, rimane qualche amico di poche ore del giorno, che lo preferisce ammirare da dietro le finestre, così che sembri ancora quel caldo ricordo di grida festanti e fresche bevande. Freddo e caldo tepore, si uniscono, l’uno aspettando che l’altro si arrenda e ceda lo scettro del comando, gli uomini attendono che il nuovo re della stagione si imponga coprendo con un manto candido, tutto ciò che incontra, nella discesa inarrestabile dei suoi fiocchi copiosi. Intanto si pensa ad un altro Natale, le persone rivestono l’animo di un candore che profuma di pulito, perche e’  slavato lo sporco dell’ipocrisia che ha come sempre spadroneggiato nei cuori di un recente passato, ed insieme almeno offuscare immagini di cupi pensieri, c’è bisogno di una tregua, dobbiamo riflettere, riordinare gli animi ingrigiti di angosce e paure, insicurezze e incertezze, dubbi e delusioni, dobbiamo aspettare, il tempo e’ medico, ci darà una spiegazione. Attendiamo, quasi che ora nulla turbi la nostra quiete, come il bosco che se la dorme, o il mare che stride a denti stretti perché le sue correnti hanno di già indossato la sciarpa e lo rendono impetuoso e ansimante e i monti che sonnecchiano schiudendo le palpebre degli occhi di tanto in tanto, infastiditi dal passaggio di un uccello d’acciaio che rompe il silenzio di una pace che li circonda.  Ritorno al mio intimo, tra boschi e colori, tra facce di gente che amo, è una tranquillità che ben si sposa con il riassettare la mente. Tutto tace, sembra si sia fermato il tempo che ha stampato i colori della calma. Non succede nulla, mi avvio al bosco di tutti, che per alcuni momenti chiamo mio, e ancora tutto tace in un silenzio accogliente che ti sembra cullare nei tuoi stessi pensieri, e allora mi godo questa rumorosa pace.  Prendo il sentiero leggendo preghiere , che mi fa star bene quel contatto con il cielo che scema tornando in città. Arrivo al muretto di pietre che ho messo insieme nei due mesi estivi e mi accorgo che l’ha scalfito l’incuria, nessun segno di intervento dispettoso, qualche pezzetto e’ crollato perché mal messo si risistema con Roccia che inveisce sul mio stare fermo abbaiando di tanto in tanto al mio indirizzo e Minnie che mi guarda perplessa pensando con gli occhi che non è estate, e sto facendo quel che facevo allora, e lei, la mia adorabile cagnolina, non sa che voglio solo sistemare di nuovo le pietre, ma finisco ciò che inizio loro malgrado. Qualche passo più in là e vedo la pianta grassa che svetta fiera accanto alla Tribolina, proprio vicino all’ingresso del sentiero che si apre nel mezzo del muretto e scende a valle. La raglia e’ fiorita con un bizzarro ciuffetto di palline verdi sopra il suo capo, non posso che stupirmi, con anni che ha vissuto con me che la curavo amorevolmente, non me li aveva mai regalati quei fiori, l’avrà fatto per la Madonna, e di rimando un po di bene giunge anche a me, fautore inconsapevole di tanta tenera bellezza. E scendo dal sentiero, non s’ode rumore o suono alcuno, il bosco sembra riposare dalla incursione rumorosa dei gitanti estivi che cercavano frescura e riposo di mente. Dopo pochi passi un rumore ritmico sotto di me, è più cammino è più lo sento, sono colpi d’accetta del buon Tullio, che anche non lo vedo solo lui può essere in quel posto in quel momento, sta tagliando legna da ardere che in buona misura se non tutta regala a Don Osvaldo, da buon parrocchiano, da buon Cristiano, da buona persona quale il suo essere uomo. Lo stesso proseguo che non lo vedo, e lo saluto con il pensiero passeggiando lentamente, e sento un altro sordo rumore giungermi come un boato continuo che sembra soffocato…e’ la valle che mi manda l’eco del suo affanno al vivere quotidiano, e di nuovo cammino. Rientro nel nido della mia anima, guardo fuori dalla finestra spostando il capo quel poco piacevolmente infastidito dal bagliore che prorompe dietro il crinale dei monti, e’ il sole che sceso dietro di loro grida a gran voce che ritorna sicuro, intanto che i monti davanti diventano scuri come un mare in tempesta. Ecco mi sono ripreso i miei spazi, ho ricomposto il mio essere, qui nel paese che non è il mio paese, qui dove il mio mondo e’ il mondo di tutti, ricarico me stesso e riparto da zero, come faccio ogni volta che mi prende la paura di continuare a vivere.

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