Aspettando una persona importante, riaffiorano i ricordi

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Siamo ancora nel momento in cui si ascoltano tre canzoni incise su dei quarantacinque giri, che vengono selezionate dopo aver inserito una moneta di cento lire nel jukebox, noi ragazzi ci si annoiava già da anni di sentire ‘una lacrima sul viso’ di Bobby Solo, se poi si sentiva Iva Zanicchi con il suo ‘Fiume Amaro’  si alzavano i cori dei buuuuu!!! Buuuuu!!!, le risatine più pesanti di presa in giro però erano riservate a chi canticchiasse ‘Fin che la Barca va’ di Orietta Berti. Del  resto, non è che il mercato musicale di quei periodi offrisse molto di più, c’era quel Celentano che alzava la cresta con le sue “mosse” sul palco, il piccolo grande Cocciante che ci faceva commuovere cantando seduto su di una sedia di dietro ad un pianoforte che intanto suonava la musica di ‘adesso siediti, su quella seggiola’ e quel Battisti che ancora stiamo compiangendo come l’ultimo grande poeta cantante di sempre che ci faceva innamorare con l’indispensabile Mogol,  credo siano nati più figli in quel decennio che nel 40 quando Mussolini incitava il popolo a riprodurci  come conigli per aiutare la Patria e difendere i suoi sacri valori.

Erano gli anni dopo la metà del 1970, e noi che si faceva? Roberto la racconta con un po di imbarazzo e un filo di malinconia, non tanto per il tempo trascorso che non si vive di rimpianti, ma per la beata stupida innocenza e spensieratezza di quei tempi. Roberto era un ragazzo attempato che già si tingeva i capelli. 40anni di un viso “arabeggiante” che somigliava allo statista libico, e forse per questa bizzarra somiglianza, lo spingeva  ad atteggiarsi nel fare l’uomo tutto d’un pezzo, nonostante fosse un semplice gestore di una scuola guida.. Era nato in Calabria e non è molto distante la Libia, ecco che il coincidere di fatti e cose, assume quel velo di dubbio che ammanta ogni vera e reale certezza… nasce il pettegolezzo. Lo stesso che abbandonare un sacchetto di immondizia al ciglio di una strada, Quel sacchetto si unirà a un migliore di unità e riverserà nel mare tonnellate di rifiuti come vedere città galleggianti di plastica negli oceani. Il pettegolezzo è un sacchetto di rifiuti abbandonato sul ciglio di una strada, che unirà altri mille pettegolezzi che si riverseranno sugli animi come città intere di sporcizia che galleggiano nel mare della fantasia vestita di menzogna. Roberto era nel mezzo di tutto questo. Cosa abbia fatto e chi sia ‘stato’ poi, non so. Il suo matrimonio era un dolce o amaro ricordo, anche l’amante si stufò di regalargli poco meno della metà dei suoi anni, i quaranta di Roberto, e cosa ne fu dopo della sua vita, non so più.

In quegli anni, al bar ci si ritrovava, nel l’angolo riservato ai più giovani che di lato osservavano quelli più grandi e tentavano invano di imitarne le gesta pur nel contempo cercare di fare cose “nuove” che ne annullassero di fatto il volerli imitare , ritenendoli poi, in quel tal caso “superati”, e allora si beveva come loro. I Campari con il bianco prima di pranzo erano due o tre, anche perché poi a casa nessuno poteva bere di alcolico, così che il pomeriggio si era già ebbri di quel che bastava per darci il giusto tono di grandezza, e poi si continuava con altre bevande alcoliche che perlopiù si ingurgitavano senza che nemmeno ne provassimo il vero piacere di berle. Due Martini, una Vecchia Romagna etichetta nera e un Marsala e si era pronti per le più indicibili stupidaggini. Che altro non c’era da fare, lo sport era per pochi, che se dicevi Basket o Pallavolo ti chiamavano “fighetto” ed eri escluso dal gruppo, se dicevi Hockey su ghiaccio o Cricket ti prendevano per “culo” che ai tempi nostri significava gay, e non che ora sia offensivo, tutt’altro, ma allora la nostra profonda ignoranza ci faceva credere che lo fosse, ma si guardava bene dal dirlo o dal farlo capire il vero gay. Ho visto più persone sessantenni gay sposate ( per forza ) con figli in questi ultimi anni, che etero trentenni oggi. Il motociclismo, il calcio e il ciclismo erano tra i pochissimi sport che si potessero praticare senza essere presi per i fondelli, ma non tutti avevano i soldi per acquistare le moto di nessun tipo di specialità.  Per il calcio sempre nel caso nostro posso solo ricordare che non ci piacesse più di tanto, il giuoco del calcio è fatica,  il ciclismo men che meno, ( più fatica ancora )…  anche ora.

Perciò dopo aver giocato a scala quaranta per un paio d’ore bevendo, e stando al tavolo da biliardo per altre due ore, bevendo, ti ritrovavi a sera per aspettare quale fosse la mente più stupida di noi che avrebbe partorito la cazzata del giorno da farsi. Come quando un giorno si andò dal nostro paese ad un altro montano vicino, tutti con i ciclomotori, che gli scooter non sapevamo cosa fossero e se qualcuno avrebbe pronunciato quella parola rivolgendosi ad un altro avrebbe scatenato una piccola rissa, e il motivo sarebbe stato…Tu, a me le parolacce non le dici, perché io a Te non ho fatto niente. “Sani”, robusti Garelli o Malaguti, o la Vespa, che salendo alla località montana scoreggiava dai buchi fatti con grossi chiodi nella marmitta, unica elaborazione concessa dalle nostre finanze. Amo pensate per esempio che quando si doveva percorrere d’inverno più di una decina di km in moto, per guanti alle mani, rubavamo dei calzini di lana alle nostre mamme e li indossavamo doppi o tripli a seconda della distanza da percorrere, il vento freddo e gelido ne trapassava le trame come un soffio d’alito trattenuto da una mano a dita aperte… ma erano i nostri guanti.

Agli stessi motorini attaccavamo con delle corde, degli alberi caduti per le intemperie di modeste dimensioni. Li raccoglievamo nei boschi strada facendo, che strisciando li facevamo “sbandare” nelle curve, e udite udite…ci divertivamo pure. Con gli ultimi in retrovia con i più esili Ciao e Solex, con d’appendice di qualche leggera frasca trascinata con la mano che non era sul l’acceleratore, e schiamazzavano come pazzi. Si arrivava nella destinazione desiderata, si sganciavano gli alberi e frasche sotto gli occhi stupiti e anche un po’ spaventati di alcuni villeggianti milanesi che sicuramente avranno pensato che eravamo matti, oggi direbbero drogati, invece eravamo solo stupidi boriosi pischelli  ubriachi di alcol e vita.

 

 

 

Si entrava in un bar consumando un qualche alcolico, e intanto i più temerari insinuavano tentativi di approccio con le bariste, incappando sempre inesorabilmente in volgarità di linguaggio, che ottenevano l’effetto contrario del desiderato, mentre i più timidi, si limitavano ad osservare, ed al massimo a fare commenti sottovoce tra loro, badando bene di parlare in modo sboccato delle avvenenti protuberanze delle ragazze dietro il banco, e si era grandi anche noi, stupidi ma grandi. Di me, il ricordo più assurdo per rimanere in tema di stupidità, fu quando ubriaco in quel posto al lago non potevo certo legarmi un albero dietro la mia Vespa, che poi non era mia, ma l’avevo “presa in prestito” in casa di un pensionato la notte prima, altra insulsa dimostrazione di “forza” e di coraggio che andava molto di moda fare, che se non mi sono cacato addosso allora, credo di avere una buona soglia di sfacciataggine da sfoggiare nel dire bugie… ma è un altra storia.

No, non potevo legarmi un albero dietro la Vespa, primo perché non ce n’erano sulla statale che percorremmo per arrivare al lago, secondo dovevo per forza creare una situazione di interesse nuova, in pratica una stupidaggine più grande delle altre. Cosa di meglio che innamorarmi di uno di quei grossi blocchi di pietra miliare sistemati ai lati delle strade che anni fa servivano a delimitare le distanze lungo le vie pubbliche!?! Più stolta e insensata di questa pensata non potei immaginarmi, e detto fatto mi feci una quarantina di km con questo blocco di granito che con una fatica immensa mi trattenevo tra le cosce appoggiandolo maldestramente al pianale della moto, il che mi impediva di usare il freno a pedale posteriore, mi faceva sbandare ad ogni minima curva per il peso sconnesso e credo di essere stato in serio pericolo di essere travolto almeno una decina di volte dai veicoli che mi sopraggiungevano alle spalle e a fatica evitavano il mio sbandare maldestro, ma faceva uomo, e tanto bastava.

Si sarebbe poi parlato di me al bar, almeno per alcuni giorni e questo era lo scopo principale di ognuno di noi, far parlare di se, il resto erano dettagli, non come quando fui fermato dal vigile più severo del paese dove vivevo e non avevo con me i documenti della Vespa, per fortuna vigeva ancora la legge del buon senso e non quella della odierna applicazione della odiosa burocrazia, così che il vigile, che tale si diceva fosse l’uomo addetto alla polizia urbana, mi accompagnò da mio padre che a sua volta mi portò con un orecchio in mano e la Vespa appresso, dal vecchietto a cui l’avevo sottratta, e al suo cospetto chiesi scusa restituii il mal tolto e mi beccai l’ultimo scapaccione potente dal babbo, che quella fu la punizione più umiliante per “l’uomo” grande quale credevo di essere. Non rubai più una caramella nel resto del mio vivere. Inutile rubare, chiedi con cuore puro e ti sarà dato.

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