Quel cancello, un viaggio nel tempo.

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  2. Al di là del Cancello si sente… setantaset, gambe di fommle, ( 77, gambe delle donne ) quarantaset, mort impruisa, ( 47 morte improvvisa ) CINQUINA, ma dai a mo’ te culatuna !!? ( ma  ancora tu, fortunata! )  Era questo l’allegro vociare delle donne il pomeriggio d’estate degli anni sessanta, le più  anziane si riunivano a giocare alla tombola armate di chicchi di grano che tenevano in grembo nella sacca improvvisata dei loro grembiuli neri con fiorellini di colori tenui, le note di Ci Vuole un fiore di Sergio Endrigon uscivano flebili da una radio lasciata accesa all’interno di una stanza con finestre aperte, e noi ragazzi si giocava a palla, dall’altra parte del cortile, al di là del Cancello.
  3. Due grossi alberi di noce fungevano da pali della porta ( unica ) che era difesa a turno di uno di noi perché nessuno voleva fare il “portiere”, troppo impegnativo prendere goal dai compagni di gioco, per quanto fosse l’impegno, qualcuno aveva sempre da lamentarsi delle reti subite.
  4. Poi, si crebbe, i più fortunati avevano sfolgoranti biciclette con cartoline affrancate alle forcelle con delle mollette francapanni,  che facevano un falso rumore di motore strusciando sui raggi delle ruote, quando queste giravano spinte da vigorose pedalate, immancabili le frangette di plastica multicolori inserite ai lati delle manopole, scendevano di una ventina di centimetri dando un tono “in” all’estetica della bici.
  5.  E il tempo passa come il sole e la notte scorrono senza sosta, e arrivava il momento degli anni settanta. Solai e cantine, venivano adibite a improvvisate sale di ritrovo, ci si organizzava con un giradischi che emetteva suoni scricchiolando sulle note di Barry White  o Burt Bacharah per poi passare a Lucio Battisti che per rimanere in tema cantava …Quella cantina buia dove noi…respiravamo pianoooo, … Le bibite erano preparate il giorno prima, aranciate, spuma nera, Campari e Martini per i più grandi, a volte qualche pasticcino ma di rado. Ad un certo punto della giornata, sul tardi del pomeriggio che di solito era di domenica, si richiudevano le finestre e qualunque pertugio lasciasse passare un filo di luce, veniva coperto con teli o manifesti con le foto dei divi canori del momento, quasi odiavo quel Mal dei Primitives che cantava Betty Blu, con i suoi capelli tirati sulle spalle che sembravano una parrucca. Lui era onnipresente, Gianni Morandi e Adriano Celentano mi erano più simpatici, ma le ragazze preferivano Elvis Presley o Bobby Solo, suo antagonista in versione italiana.
  6. Le ragazze, le ragazze…forse sarebbe meglio dire la ragazza, ragazzi sei sette, donne una barra due quando andava bene che ci fosse l’amica della prima. Nel fioco chiarore dell’unica lampadina accesa rigorosamente dipinta di rosso che poco dopo fumava emettendo acri odori di vernice,  iniziava l’angosciante attesa di chi fosse il fortunato che sulle note di un lento tipo Je T’aime noi non plus, potesse imboscarsi dietro quel separe’ per limonare a più non posso con una delle due sventurate che si accollavano l’incombenza di essere contese tra tutti gli astanti. Una misera tenda tirata alla bene meglio in un angolo della stanza, divideva gli uni dagli altri, l’ansimare dei piccioncini appartati, era coperto dalla musica, e per chi restava senza compagna, non restava che passare dalla spuma nera al Martini bianco, che altro non poteva per loro succedere. Sette e mezza, festa finita, andate via le ragazze, si finiva con le solite lamentevoli discussioni sul prossimo ‘uomo’ “procurasse” altre donne per la prossima settimana. Spesso, in coro, gli sfiduciati che non avevano cuccato si tirava fuori dicendo che avrebbero fatto altro, ma la domenica successiva, un martire si era di nuovo immolato per tutti e rimorchiato la ‘carina’ con amica ‘racchia’ al seguito. Di nuovo tutti presenti con rinnovato vigore di sciupa femmine, che li si sciupava solo del tempo rubato allo sport o ad altro che di meglio si potesse fare.
  7. Jeans usati strappati di due o tre taglie più grandi di quanto servissero, arrivati di fresco da Prato, imballati come merce da macero, andavano a ruba nei modernissimi negozi d’abbigliamento del l’usato o seconda mano dir si voglia. Si stringevano in vita con ampi cinturoni con fibbie tipo Aquila o testa di indiano forgiate a mano da abili artigiani, Clarc ai piedi, maglia anche questa di due tre taglie in più, e giubbotto di jeans possibilmente strappato, questo l’abbigliamento del figo più figo degli anni 80, capelli rigorosamente lunghissimi che semi coprivano gli occhi lucidi e rossi di troppe “canne” fumate e birre bevute all’insegna di quel momento di prepotente disfattismo controllato. Certo era difficile stare fermi e buoni sulle note delle rock star del momento, Michael Jackson, ballava e cantava Billie Jean, i Bandolero “servivano la massa” dei meno turbolenti con Paris Latino e Raf stava nel mezzo con Self Control, l’immancabile Lucio, faceva innamorare tutti con il suo magnifico indimenticabile album Una Donna Per Amico.

Il Cancello sempre lì, a guardia di un tempo che ha visto cambiare un secolo che si è tuffato nel successivo. Da principio si apriva sui due cortili senza confini, lasciando transitare il contadino con il carro trainato dal cavallo con il loro carico di fieno che andava riposto su nel fienile. Al l’estremità del suo ampio porticato, erano appese miriadi di pannocchie ad essiccare.     Poi è nata la mia generazione e quel cancello non aprì più, venne chiuso con una grossa catena ed un pesante lucchetto, e al di qua e là, vi si parcheggiavano le 600 multipla senza muso, e le 1100 famigliari che da poco avevano spodestato le Topolino, ed il Cancello divenne un confine, e la catena con lucchetto arrugginirono insieme.  Ora ai tempi nostri, ha ” visto” trasformare le vecchie cascine, in bianche palazzine confortevoli, ognuna con un entrata indipendente, i cortili polverosi sono stati tappezzati dal porfido e non ci gioca più nessuno, servono per farci  camminare comodi senza pozzanghere, perché le scarpe sempre più tecniche e colorate che costano più di un Frac che si indossano sempre non si sporchino.

Sopra di loro, si trascinano come fossero sempre stanchi, dei pantaloni sdruciti con il cavallo abbassato, simbolo di una moda arrivata da oltreoceano, a significare il desiderio di essere posseduti da compagni dello stesso sesso nel carcere dove scontano una pena detentiva, in cambio di qualche sigaretta. Ragazzi tatuati in ogni dove, con al naso e nelle orecchie i simboli moderni di un mondo antico a cui non appartengono e mai apparterranno perché distanti culturalmente di ancora più tempo della loro etnia e simbologia d’origine.  Ognuno entra dal suo ingresso, a fatica e per forza si scambiano un saluto incrociando qualcuno, ammesso li sentano arrivare vicino, se non hanno ancora tolto le cuffiette dalle orecchie, dove stanno ascoltando dei suoni sconnessi e senza senso che definiscono musica, oppure frasi rimate che per saperle comporre, basta fumarsi del Krac, e per ascoltarla adducendone la bravura di chi canta, è sufficente una canna di scank olandese, un po come chiamare “astrattattismo” un dipinto fatto da un pittore contemporaneo, cambia solo il tipo di droga.  E il Cancello sta lì, inutile e stanco di esserci, arrugginito dal tempo, e non centra più nulla nel contesto del luogo se non per una stupida diatriba tra vicini, sta lì e non sente più i numeri della Tombola, non separa più due cortili, solo, divide dei cuori.

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