Rumoreggia in cielo, sono altri momenti di me…

All’inizio della valle sul piccolo terrazzo della casa dove vivo, quello che da sui tetti, sto appoggiato con i gomiti sul parapetto, proprio di fianco al vaso di fiori

Di fronte a me, un milione di tegole che pur di un colore simile,  paiono il vestito sporco di Arlecchino

Sto li, pensando alle mie montagne,… intanto sorseggio un goccio di cognac portandolo alla bocca con una mano e con l’altra nel mentre stringo tra le mani il telefonino… che già chiamarlo “ino” è riduttivo quanto sciocco, perché in realtà è uno strumento di effimero piacere… uno status simbol e si dovrebbe chiamare semplicemente telefono

Il telefonino è protetto da un astuccio, e in uno dei suoi comparto, lo ospita e nell’altro che si muove a sportello, ospita anche due tasche che accolgono carte di credito…

Io vi ho riposto una carta ricaricabile, come del resto ne possiedo altre due… ricaricabili che in pratica significa avere i tuoi soldi e non quelli dell’istituto di credito che delinque sulla psiche umana… quindi sempre e solo possedere i propri denari…

Che dire “possiedo” mi fa schifo quanto ciò che intendo per  il possesso di denaro che rappresenta una carta di credito ricaricabile…

Il denaro è una cosa brutta, il denaro è lo sterco del diavolo e insieme al telefono portatile, sono cosa da dimenticare nei momenti di quiete, allora ritorno con il pensiero alle mie montagne, una fuga dal mondo che mi soffoca con scialli di seta fresca

Agogno sospirando il giorno del nostro ritorno tra i monti. odore di bosco, odore di un passato necessario al futuro, odore di dura onesta verità rimasta

Valicheremo quella valle respirando il profumo del fiume Serio, e mi riempirò lo sguardo nel meglio che conservo nel cuore… almeno ciò che ne rimane, dopo l’incanto presente della mia adorabile Compagna

Il telefonino con la carta di credito, li riporro’ nel vano portaoggetti dell’auto… Un oggetto tra altri oggetti,… cose inutili, cose futili… di li a poco senza di loro avrò tutto

Rumoreggia… e non è “agli irti colli rumoreggia il mar”…  Parlo al presente perché la mente viaggia veloce quantoe più della Luce, ed noi  siamo di già arrivati, dove desideravo essere
Qui tra le montagne si sente l’eco che riflette sui dorsali degli irti monti che più aumentando d’intesita’ e come il tempo ti dicesse…. ora comando io, sono stanco di sentire le vostre lagnanze  umane

Troppe le notizie che passano via etere senza chiedere il permesso al tempo, e ora lui, il tempo, non ci sta’

E il tuono continua a parlare borbottando e a volte urla per meglio farsi sentire    Il vento rincara con folate che anch’esse gridano di fare silenzio,…. adesso si ascolta il tempo che con la sua più che palpabile presenza si impone imprecando

Ora è salito in cattedra una voce più grande di noi uomini, parla il Tempo, parla l’onnipotenza  di chi l’ha creato

Non resta che raccogliere le chiarezze e le sfumature di tanta potente bellezza, inchinare il capo socchiudendo gli occhi in segno di reverenza e respirarla a pieni polmoni con grossi sorsi d’aria… Aria, una delle sorelle naturali del fratello tempo

I primi goccioloni non tardano ad arrivare, e battono sui tetti con prepotenza sferzando ancor più sui vetri delle piccole finestre di case rupestri di montagna     Allora, a quei tempi, non serviva una grande vista con luce all’interno dei casolari, le finestre dovevano servire solo per un ricambio d’Aria, per questo le finestre erano più che piccoli pertugi

Non serviva si godesse il panorama per le poche ore del giorno e della notte in cui le persone consumavano pasti frugali e sonni corti come i loro calzoni di velluto che si erano ritirati dopo mille lavaggi

Il contadino montanaro di vedere monti e orizzonti sconfinati ne aveva ben donde, e la luce invadeva i suoi occhi sin dalle prime luci dell’alba quando mungeva il latte da vacche stracche

Solo l’aria andava ‘respirata’… senza nemmeno l’interruzione delle meritate poche ore di sonno del contadino montanaro

Con i cuori un poco intimoriti di uomini e animali, si stava su per baite    I cani sotto i portici stavano seduti accanto al “padrone” e di tanto in tanto piegavano il capo volgendo lo sguardo verso lui per vedere che non gli servisse alcunché

L’ uomo con una mano si stringeva intorno al collo il bavero della giacca di velluto grosso appoggiata sulle spalle e con l’altra stringeva tra le dita una mezza cicca di toscano che di tanto in tanto si portava alle labbra per imbrattare la bocca di un unico vizio

Si stava ad ammirare la potenza del tempo l’intanto che il buio diveniva sovrano di tutto, e intanto digeriva il pasto serale e ringraziava supplichevole chiedendo in cuor suo clemenza alla furia degli elementi che incombevano sui loro campi, sui loro monti, nel suo cuore…

Le capre negli alti alpeggi ben sapevano dove si trovava quel fitto cespuglio scavato dalla loro famelica vorace ingordigia in modo si fosse formato un tetto al di sopra del loro riuscire a brucare… e li si riparavano

Mentre le mucche hanno solo la loro pelle per riparo dalle intemperie di tarda primavera
Solo quelle gravide portavano un coperta in canovaccio di yuta avvolto tra reni e collo… bagnata di pioggia fumava con il calore reattivo del corpo

Mentre le pecore furbe e più piccole, sapevano entrare nel bosco senza timori per ripararvici ed uscirne con la stessa disinvoltura di come fossero entrate

Allora come ora silenzio!… parla il Tempo che è stanco di stare ad ascoltare solo noi
Dai tetti di questa città con un sorriso,… dagli Spiazzi con Amore

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