Era il tempo dell’Albero dei Moroni…

L’ALBERO DEI MORONI 

Era la fine degli anni 60.  Era l’epoca delle mie “elementari”, ci vestivano con un grembiule nero e un fiocco di colore blu più grande del nostri faccini

Ricordo che annualmente venivamo visitati in classe di un otorino laringoiatra e da un oculista    Fu a quel tempo che scoprii di essere miope di alcune diottrie e per essere coerente con la sfortuna, diedi lavoro anche all’otorino che mi trovò un doppio tappo bilaterale alle orecchie

Altro ricordo indelebile, fu quando ci fecero fare un compito in classe che ci avrebbe collegato alla natura   Ci coinvolsero anche nel dovere accudire a dei bellissimi bachi da seta per tutta la durata della loro metamorfosi    La natura veniva coinvolta nella misura in cui si doveva procurare il fogliame dei Gelsi, l’albero dei Moroni   Mi arrampicavo su quell’albero solitario in un grande campo, era come rifugiarsi in alto, e di sotto ci vedevo il resto del mondo perché il mio mondo lo stavo vivendo sopra quei tre metri di albero nodoso, un guscio, un rifugio dalle mie problematiche ancora infantili

Mi sentivo di quel bene dentro, che quando dovevo scendere dal morone ricominciavano le mie paure di bambino all’apparenza forte ma in realtà insicuro, ma allora non lo potevo sapere

Ho più di quattro foto nella memoria che mi ricordano la scuola   Mi viene in mente il maestro Manara, sembrava di avere il Duce buono in classe che portava delle Lacoste, mi piaceva la sua faccia era seria e buona    Poi ricordo i grembiuli neri con fiocco blu, e ancora le grandi aule gremite di almeno più di trenta alunni, i bachi da seta riposti e rifocillati in quelle grandi cassette di legno che  in precedenza avevano contenuto frutta e verdura

I pomeriggi venivano trascorsi in parte in quel campo dove troneggiava in un angolo l’albero dei ritiri con me stesso   Assieme ad altri piccoli compagni si piantavano parallelamente due rami più o meno dritti che fungevano da porta e per meglio fossero visibili, vi si appendeva alle loro estremità dei giubbotti, la porta per una partitella di calcio era fatta, la porta una sola perché si era sempre pochi giocatori…

Dopo cena, nelle belle serate estive si scorrazzava felici per il perimetro di quattro vie che facevano quadrato intorno alle rispettive abitazioni di ognuno di noi piccole pesti   I più fortunati con me compreso, avevano la bici da cross con sella lunga e fiocchi di filamenti in gomma variopinti inseriti ai terminali del manubrio anch’esso specialmente ricurvo a corna d’alce per la una più sicura presa, e lo stesso importava che facessero una grande scena

Ovviamente non mancavano di prendere delle cartoline in disuso perché fossero affrancate alle forcelle con delle robuste molle franca panni rigorosamente di legno perché di plastica non le avevano ancora inventate… infatti dopo molti anni ebbi modo di conoscere una persona che di mestiere faceva il camionista che trasportava tra gli altri una barca lunga più di venti metri da un porto di mare all’all’altro, e il suo proprietario era uno tra i primi ad avere introdotto sul mercato internazionale le più moderne mollette franca panni di plastica   Le cartoline sapientemente incastrate dalle forcelle ai raggi delle bici, facevano il martellante rumore di una specie di motore che aumentava di intensità a seconda della pedalata e noi si godeva di tanto inutile frastuono… al nostro passare ci dovevano ben sentire

I meno fortunati, se così si può dire avevano le Bianchi con freni a bacchetta, solitamente dei loro papà, bici pesanti e ingombranti che obbligavano i loro improvvisati ciclisti a pedalare senza potersi sedere per arrivare e fare più forza sui pedali

Quando qualcuno usava le bici  senza il cannotto di mamma con i copri ruota di plastica che non permettevano le gonne si introducessero nei raggi in movimento, e non mancava neppure la categoria di mezzo che disponeva della Graziella della sorella maggiore con cestino bianco agganciato al manubrio… nel mentre si urlava, e le strade si riempivano di schiamazzi o si cantava qualche strofa di motivetti di Baglioni o di Celentano, Mina e Patty Bravo erano donne e noi “maschi” quindi non si cantava…

Era la fine degli anni 60, era il momento della spensieratezza ma i problemi per piccoli fossero facevano a botte per avermi in esclusiva per loro… o semplicemente i pasticci me li sono sempre creati per la mia smania di vita, la mia smania di bruciare le tappe.  Ecco che io avevo tre metri di Cielo che poi divenne la soffitta di casa o come ora, un angolo sperduto di mondo dove di tanto in tanto ancora mi rifugio da cattiverie e angosce

Tutti abbiamo un posto speciale per rintemprare lo spirito e fare due conti con il presente per dirgli cosa abbiamo combinato in passato, laggiù in un angolo di cuore ognuno di noi ha  il proprio Albero dei Moroni

 

 

 

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