A quel tempo avevo 11 anni…

A QUEL TEMPO AVEVO UNDICI ANNI.

A quel tempo avevo undici anni.   Undici primavere sono poche per una richiesta del genere, e fu bellissimo avere avuto il consenso dei miei genitori che mi permisero di andare in alpeggio con l’amico Silvano e anche se non sono dotato di particolare memoria, mai mi scorderò di quei meravigliosi giorni passati tra i monti che in alcuni tratti con le loro vette sembrava toccassero il cielo, ed io con il mio sguardo lo toccavo con loro

Silvano era e spero sia ancora, un contadino che aveva un cascinale nei pressi nella casa di vacanze che i miei genitori avevano  in una località montana ad una trentina di km. dalla nostra città.    Quel grazioso paese dal nome di Fiorano al Serio che sorge ad una altezza collinare, ma noi si aiutava il Silvano a fare il fieno molto più su’, oltre i mille metri di altitudine.  ” Ol maseng ” ( il maggengo ) era il primo taglio dell’erba, la più sostanziosa, la tenera erba di Maggio, quella che aveva fatto riposare i suoi semi sotto una coltre di soffice neve per lungo tempo.  Quell’erba si tagliava con vigorose falciate inferte da forti braccia di contadini consumati dal tempo che ad intervalli regolari si riposavano un po’ per affilare il loro prezioso attrezzo   Sulla cinta dei pantaloni avevano ancorato un grosso corno di mucca che mezzo colmo d’acqua conteneva a sua volta la “cut” una pietra apposita color della lava di vulcano che serviva per affilare la lama della “ranza”, ( falce)  così che ben bagnata, scivolasse meglio con sapienti gesta dalla punta alla base del manico della stessa falce.

Detto fatto che un mattino al primo schiarire, lasciammo quella comoda stalla di una cascina in collina e imboccammo quel sentiero che all’inizio si presentò sassoso e subito irto   Il mulo assettato con un pesante basto era carico delle masserizie di prima necessità, e guidava il serpeggiare di una decina di mucche e due manzi mentre io e Silvano si chiudeva la coda facendo da scopa che ramazza il tutto.

Pochi minuti di cammino e passammo vicino a quella grossa vasca scavata nella pietra piena di acqua fresca che sgorgava ininterrottamente da un rudimentale tubo di ferro che incanalava il disgelo di un lungo inverno lassù alla fonte sorgiva.  Ci andavo spesso a quella pozza naturale, mi divertivo a guardare i girini nel loro mutare con il passare del tempo e mi affascinavo nello scorgere di tanto in tanto una salamandra dai colori  vivaci dalle macchie gialle contrapposte al resto del nero che incuteva rispetto

Intanto due splendidi Cani da pastore bergamasco si infilavano tra le zampe delle brune  alpine correndo e abbaiando instancabilmente su e giù tra noi e il mulo per cercare di mettere ordine alla carovana che lo stesso non si scomponeva essendo obbligata in un tratturo stretto… In quel viaggio di circa quattro ore in sentieri stretti,  Bloda e Bayus al più servivano a riportare gli impertinenti manzi sulla giusta via che ad ogni raro bivio sbagliavano puntualmente strada, quasi per loro fosse un gioco farsi rincorrere dai cani

Il mulo Pino portava in groppa forme in alluminio per fare formagelle e un mortaio per il burro, un paiolo di buone dimensioni, fiammiferi di legno, ascia, falce e poi alcune cibarie come farina gialla contenuta in lindi panni di cotone bianco, caglio, sale grosso bianco per noi e rosato grezzo per gli animali, alcuni formaggi stagionati, qualche salame e due sfilze di cotechini freschi, una mattonella di lardo e una pancetta avvolta in due pezzi di legno…

Silvano aveva in spalle un grosso zaino militare “imboscato” nei suoi molto precedenti diciotto mesi di leva obbligatoria, ove vi aveva riposto un grosso coltello per tagliare di tutto, due forchette e due cucchiai di alluminio, alcuni effetti personali, due tocchi di sapone che servivano per il bucato e l’igiene personale, uno specchio per radersi alla fonte, mutande, due canottiere, un calzone in coste di velluto larghe e un paio di scarpe nere grosse come fossero invernali.   Infine nello zaino, una decina di pezze di cotone pulite che avvolte attorno  ai piedi fungevano da calze, mi spiegò poi che il piede rimaneva più fresco, e le pezze si lavavano con estrema facilità.    Nelle tasche capienti della sporta a spalla, conservava tabacco per la pipa, un orologio da tasca a carica manuale quotidiana con stampato sul retro una splendida locomotiva fumante lanciata in corsa su dei binari… uno splendido Roscov di fabbricazione russa, in un altra tasca un binocolo che a giudicare dallo stato di usura, avrà avuto almeno 30anni, ed infine un Opinel, uno di quei coltelli serramanico ricurvo tuttofare di marca eternamente francese   Il mio zaino era più piccolo e colorato, la mamma mi aveva equipaggiato di troppe magliette e troppi indumenti di vario genere, qualche medicina per l’asma che a quel tempo era parecchio insidiosa e di mio vi avevo riposto qualche giornalino di Topolino e un libro di avventura, il mio primo libro che lessi tra un raro momento e un altro che non avevo nulla da fare.  Non ricordo chi lo scrisse e tanto meno cosa di preciso trattasse, ricordo solo che doveva essere una storia di un vecchio “lupo di mare”, ho nella mente un uomo a mezzo busto con giacca e bottoni d’oro e un cappello in testa che lasciava supporre fosse un audace capitano con barba bianca di acqua salata… niente di più facile si trattasse di Ventimila Leghe sotto i Mari di quel Jules Verne che fece impazzire la mia generazione di assetati d’avventura… erano ancora tempi in cui si “usava” ancora fantasticare.

Il sudore per la fatica del viaggio, mi irrorava la fronte e per questo mi sentivo già un uomo. Finché dopo un lungo tratto di sentiero coperto di fronde di alberi e arbusti, scorsi una luce intensa al di là del tunnel verde scuro.   Pochi passi ancora e intravidi delle pietre a comporre sempre più mi avvicinavo, alla magnifica struttura rurale d’altri tempi della baita che mi avrebbe ospitato per poco più di un mese.   Non so se dire che ne rimasi colpito per la sua bellezza naturale ma quella baita mi risultò come fosse la reggia di Buda, il suo contorno erano valli e monti, abeti castagni e faggi, sole Cielo e Amore.  Che forse non lo sapevo che era Amore ma l’Amore si manifesta a tutte le età, l’Amore è  meraviglia e la meraviglia non conosce età, ne confini e speranze perché l’Amore è certezza, e questo lo so ora perché lo sapevo già prima, a 11 o 12anni che l’Amore è  luce. L’Amore si può scoprire a tutte le età e mi estrometto dal dire con certezza che l’Amore può essere insito in noi dalla nascita, perché io lo penso ma non voglio ostacolare l’ altrui pensiero.

Pino il mulo,  si arrestò nei pressi del grande portale che costudisce il fienile, dove appare subito la scritta scolpita in una pietra che riporta l’età della costruzione rudimentale ma sicura, di quella baita… 1876, e le mucche dietro a lui si arrestarono anch’esse in ordine sparso ma compatto, solo i manzi sconfinarono in una ripa al di là della baita arrancata su di quel pezzo di terra piana che sembrava come si fosse appoggiato il braccio di Dio. per un sonnellino. Eravamo arrivati, si era all’alpeggio, si era noi con gli animali e la natura, si era a casa. Nemmeno a distanza di tanti anni quanto la buona metà del percorso di vita di un uomo, ho dimenticato il mio arrendermi voluttuoso alla natura, nemmeno ora scorgo difetti nella memoria nel ricordo di quel senso di abbandono al volere del vivere antico. Vivere dei tempi e nei modi stabiliti da mamma natura, e Lei è tanto buona e tenera, ma severa se si sconfina dal portarle rispetto. Ben lo sanno gli estremisti dei monti e dei mari.  Le cicale mi tenevano per mano con il loro canto fino ad accompagnarmi nel buio della notte sui monti.  Le stelle sentinelle sembrava con la loro luce irrorassero la radura nel bosco che ci ospitava infiltrandosi in ogni dove, solo i rami delle conifere ostacolavano la loro presenza, rendendo più cupi i pensieri… e mi rimboccavo le coperte di uso militare, quelle spinose e ruvide, di sotto un lenzuolo che copriva come non meglio avrebbe potuto, un pagliericcio sistemato tra l’incrocio di un letto fatto da due robuste X, un po’ come il giaciglio di Gesù Bambino. Erano brande militari della seconda guerra Mondiale. Quando Silvano spegneva il lume della lampada, mi tiravo le ruvide coperte sul viso e fantasticavo storie che pareva fossero realtà, in quei momenti per me era quella la realtà,  e vivevo ogni attimo come sapessi fosse poi stato motivo di ‘ritorno’ alle origini, che tuttora mi coißnvolge e mi entusiasma.

Grandi quelle scarpe nere riposte nello zaino, lucide di un colore che dichiarava orgoglioso la sua non giovine età.   Spesso mi chiesi il perché Silvano se le portò appresso.    Lucide quelle scarpe della festa, non come gli scarponi che portava ai piedi tutti i giorni che erano di colore marrone scuro costantemente cosparsi di grasso animale  che li preservava dall’acqua dei ruscelli che aveva la ventura di attraversare o del piscio delle vacche quando che nel mentre le mungeva dopo una giornata di pascolo, pareva si divertissero rilassate ad irrorare con interminabili  scrosci di cascate dorate gli scarponi di Silvano, che tette nelle mani già seduto traballante su di uno sgabello ad una gamba, non poteva evitare che in piccola  parte gli abbondanti zampilli… quando la pipì scappa, scappa… e gli Animali non conoscono regole se non quelle del loro naturale istinto, spesso più sapiente dell’intelligenza umana.

Non conoscevo Dio. se non come me lo aveva insegnato mamma con i suoi occhi e il suo cuore, mentre a parole ci avevano provato preti e suore e di quest’ultimi ne trassi che sono semplicemente persone come noi, fallibili, quindi non tutti degni del ruolo che si sono impegnati ad assumere…  e più passa il tempo e più capisco ciò che provai dentro di me in quel lunghissimo mese di giugno e quel poco di luglio, e non fu vano l’insegnamento di mamma, mi sono bastati occhi e cuore per arrivare a Lui., e niente di meglio di uno scenario che in quel luogo di miriadi di fantastici colori pareva il paradiso terrestre.

Dopo moltissimi anni ricordo perfettamente le emozioni di ogni piccola, grande esperienza che ho vissuto.  Ricordo il sapore e il profumo della polenta che ogni santo giorno identici sapori del cibo ti immagini.   La polenta era il pane per noi e tutto il resto di ciò che serve per i nobili Cani, era il loro premio di fine giornata, un pasto dopo aver corso su e giù instancabili per le ripide rampe di prato a volte quasi scoscese.  Lì, a sorvegliare le mucche che tranquille brucavano l’erba magra dei monti più alti, poche volte seduti guardinghi, spesso in piedi anzitempo ad spettare il fischio del “padrone” o un semplice sguardo dello stesso come cenno per un comando.  Mi dispiaceva molto che Bloda e Bayus venissero legati con robuste catene per la notte… l’uno distante dall’altra.      Il loro lavoro non finiva mai, nemmeno la notte che messi in posizione strategica sorvegliavano tutti i lati della baita.  Raramente si sdraiavano e quando se lo permettevano pareva si coprissero con una coperta, invece era il loro rude quanto leggiadro pelo che scendendo dal centro della schiena, si attorcigliava su se stesso assumendo la forma come fossero i capelli di un Rasta Giamaicano con tanto di canna in bocca.   I loro occhi si vedevano distinti nell’oscurità quando li aprivano per scrutare  la provenienza del minimo rumore da loro percepito… Bloda, la femmina, li aveva di un giallo intenso che ricordava la giada più pura ma potevano essere scambiati anche per degli occhioni di un grosso micio.

Bayus li aveva arancio che ricorda il sole quando tramonta che diventa di quel colore che non s’arrende e da bianco-giallo, diventa più intenso a ricordare campi di lilium prima che il sole si tinga arrendevole al colore di una distesa di papaveri rossi, per poi spegnersi lentamente e rinascere più luminoso che mai da un altra parte del mondo.  Arancione, di quel colore erano gli occhi di Bayus, che nella notte brillavano anche socchiusi come gli occhi di un drago che sonnecchia l’intanto che sorveglia la torre con la Regina imprigionata che attende il suo principe azzurro, e si era lì in un contesto di pace, i miei occhi che scrutavano da un pertugio del grande portale di legno ormai grigio, gli occhi di quei splendidi animali e si era in pace.

Quella notte di non so che giorno, mi svegliò il muggito lamentoso di una mucca.   Era poco prima dell’alba, e Silvano si alzò repentino ancor prima ch’io aprissi l’occhia.  Con lo zampillio di un fiammifero di legno accese un lume che teneva accanto al suo giaciglio, e si avviò con me seguito al di sotto del fienile che ci ospitava per la notte.  Di corsa giù per quella corta scala di legno scricchiolante, arrivando nella stalla si fece presto a individuare la mucca che muggiva disperata… era l’unica tra le dieci che fosse sdraiata… e muggiva lamentosa prolungando all’infinito quel triste suono.   Quando il chiarore del lume l’ebbe in tutto il suo massimo splendore, scorsi come gli uscisse un vitello dalla estremità del suo posteriore… gridai, un vitellinooo! ma Silvano serio disse no! magari esclamò!  e aggiunse, per malasorte è un prolasso.  Non ricordo se Silvano fece un qualcosa per questo prolasso intestinale, ricordo per certo che la mucca che si chiamava Bigina e che aveva di già accumulato 12 pascoli estivi, la sera del giorno dopo non muggeva più in cerca d’aiuto…  Qualche giorno dopo, capito’ pure che avrei potuto assistere al parto di un vitello, ma non volli, quella notte dormii.  Durante lo stesso giorno Silvano mi mandò oltre la nostra radura, in mezzo al bosco, la in alto dove sgorga la fonte gelida a tale punto di far venire bene il burro pestato nel grande mortaio di legno.   Colpi vigorosi con il mortaio a mollo in una pozza appena di sotto le  basi della fonte. Il problema non era tanto la fatica di ripetere sistematicamente il lavorio di su e giù con le braccia brandendo il manico che spinto in basso comprimeva il fiore del latte, il problema vero era di rimanere a lungo con i piedi a mollo in acqua gelida.  Mi stancai molto quel pomeriggio ma portai a casa un bel panetto di burro giallo come l’albume di gallina cittadina, almeno ciò che rimase dalle mie interminabili ditate per arrafarne un poco e mangiarlo come fosse miele, mancava solo lo zucchero…

Il giorno appresso non andò meglio, anzi molto peggio, Silvano mi disse di andare “per foglia”   Gerla di legno in spalla che già quel peso mi faceva sudare, piccolo rastrello di legno in una mano e su per il bosco.  La foglia serviva per sternire il letto delle mucche, L’uguale che oggi per la paglia ma all’epoca la paglia era cibo pregiato per asini e muli, e serviva per materasso alle brande, figuriamoci che potesse servire per il culo delle mucche. Quel giorno, di sera ero sfinito ma niente in confronto alla fatica di Silvano che dopo aver tagliato l’erba a falce su di quelle ripe che a malapena ti reggevi in piedi, la faceva seccare rivoltandola con il forcone perché  il sole la bramisse nella sua interezza ed dopo un giorno era fieno profumato e se ne faceva carico sulle spalle con una specie di binario di legno con cui trasportarla, è così su e giù dalla riva per molte volte sino alla stalla.  Ma non era meno faticoso fare le formagelle in quell’enorme pentolone di rame per poi metterle ad asciugare nella piccola cantina in parte alla stalla, e dopo averle salate con generose manciate di sale grosso da entrambi i lati,  dovevano quotidianamente essere rivoltate per una perfetta “asciugatura”.  L’ unica volta che Silvano decise di svagarsi un po’, fu un sabato e fu anche il motivo che mi fece capire il perché di quelle scarpe grosse tirate a lucido.  Ci lavammo alla bene meglio con pani di sapone bianco e tirammo fuori il meglio di ciò che avevamo portato come indumenti, io scarponcini,  jeans, camicia e maglione di lana con collo a V, Silvano scarpe nere, pantaloni marroni di velluto a coste, camicia di cotone bianca senza collo e giacca nera di fustagno… Torcia elettrica per me e lampada a olio per lui e su per il sentiero nei boschi, su sino alla cima per poi scendere dall’altra parte a valle.  Dopo un ora circa di cammino, raggiungemmo l’osteria Belvedere, poco più di una bettola che di azzeccato aveva solo il nome perché la vista da quella parte di montagna doveva essere mozzafiato a giudicare dallo sterminato numero di luci delle abitazioni.  Entrammo. Sei tavoli disposti su due file con quattro sedie impagliate per ognuno, sette persone e un bancone in fondo al centro dello stanzone con dietro una signora di mezza età prosperosa che ricordava le tette delle mucche.  Subito Silvano scambiava saluti con tutti sfoderando il sorriso delle occasioni migliori e dopo aver ordinato un “mezzo” di rosso si accingeva a sedersi con alcuni degli astanti per giocare una partita a briscola bergamasca.  La signora bionda mi chiese incuriosita chi fossi e perché mi trovassi in quel posto, dopo essermi presentato è spiegato che per mia scelta desideravo trascorrere le vacanze all’alpeggio, mi invitò a prendere delle caramelle riposte in un grosso vaso di vetro sopra il bancone, proprio accanto a dei bicchieri puliti e subito dopo mi accese la TV e feci in tempo a vedere il carosello che trasmetteva delle ghag con il quartetto Cetra, Sandra Mondaini e Raimondo Vianello ma non mancavano le barzellette di Renato Rascel e di Gino Bramieri, Ernesto Calindri presentava il “suo” amaro Cynar, mentre il digestivo Antonetto era reclamizzato da quell’uomo di cui non ricordo il nome ma che sembrava un Marines americano con capelli rasati a zero e faccia scolpita nella pietra… Un ora più tardi le comande di vino del Silvano, diventarono di tre quarti di  litro, uno di bianco e due di rosso e l’atmosfera si era surriscaldata, le risate più forti e la voce più grossa, così che dalle carte quegli amici passarono a giocare alla Morra ed io più felice che mai potevo vedere la televisione sino a tardi, intanto la bella signora tra urla e schiamazzi, sedeva  pazientemente sola ad un tavolo reggendosi il mento con una mano appoggiata su di un gomito.   Cic, ceila, cet cet cet, tri, vu, moraaa! Numeri biascicati e confusi dal vino ingurgitato, discussioni accese benevoli e grandi risate tra il fumo dei toscani a mezza stanza, ed io un altra caramella mou che il liquirone me lo ero già fatto bevendoci sopra una spuma rossa.

Il giorno dopo era domenica, un giorno di lavoro come un altro dove amica  giungeva la sera, e ed era ora di cena.  La cucina era un anfratto di casa tutta in pietra come il resto della baita. In un angolo il camino di generose proporzioni con quella forca sul suo davanti che roteando ti permetteva di tirarla a se per agganciare il paiolo del caffè, o quello più grande della polenta così che non ci si scottasse per mettere del cibo sul fuoco a cucinare.  Accanto al camino una catasta di legna tagliata a tocchi e una fascina di rami secchi per spiccare una bella fiamma che velocemente accendesse il falò.  Tre sgabelli e un tavolaccio massiccio e in un altro angolo poggiato su uno sgabello, un mastello di metallo semi pieno d’acqua che serviva  per lavare le stoviglie, due mensoloni appesi alla parete con alcuni piatti e quattro bicchieri da osteria sopra, erano il resto dell’arredo.  Eppure non mancava nulla, nemmeno la stanchezza insieme all’appetito,  e si consumava il cibo alla luce che filtrava dall’unica finestra della stanza che da dietro la grata ci regalava tramonti indimenticabili, e albe che apparivano lente da dietro le cime più alte dei monti sopra di noi che toglievano il fiato nel mentre che si consumava il latte appena munto mescolato con del caffè solubile di marca Leone, un tocco di polenta con burro spalmato e ricomciava d’accapo un altra avventurosa giornata di fatiche e gioie.  Questo è stato uno dei ricordi di cui conservo nitida memoria non tanto di immagini ma bensì di sensazioni ed emozioni che sono quelle che rimangono nel cuore e non nella mente.  Sono cose che non scordo e non scorderò, come il mio amico  contadino che con affetto saluto ovunque egli si trovi, in terra o in cielo perché Silvano sarà sempre con me.

 

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