Il suono della vita.

Si sente solo l’allegro chiacchiericcio del torrente accompagnato da un armonioso  starnazzare di rumori sul mondo che ancora non respira profondamente, solo allora è clemente all’udito.  Ogni tanto il soave composto viene interrotto da qualche rumore, in questo caso quello di un motorino guidato da un “piccolo” pilota che è riconoscibile perché smanetta nervosamente sull’acceleratore e dopo una poderosa frizionata impenna in prima marcia. Oppure nell’incantesimo succede di sentire il fastidiosissimo ululare di una  sirena stridula di perfezione, ed è un guaio per il pensiero che non ti si forma infastidito da quel noioso quanto nefasto suono… che lo senti, lo senti finché sfuma spegnendosi come fosse entrato in un cono vuoto di gelato.

L’intanto osservi il cielo per ricollegarti al cielo. Ed ecco riaffiorare pensieri buoni.  Un ti prego per l’anima a bordo di una autoambulanza che divide il suo destino tra la vita e l’incognita di sapere se potrebbe star meglio in un altra dimensione…  e sei di nuovo a guardar le stelle.  Succede spesso, molto spesso, anche quando le stelle sono coperte da un capriccio del tempo, il suo padrone.  Forse perché le stelle le cerchi nel cielo e anche si nascondessero al nostro sguardo, si guarda il cielo, e in cielo c’è qualcuno o qualcosa che per fare star bene al cuore non è necessario si veda,  e allora se non si vedono le stelle, pazienza.  Beato sia chi le vede senza vederle.

E ritorna il pensiero che vien più gradito se frivolo.  Intanto l’ora tarda della sera, si mischia con il suono del ruscello e continua ad ammaliare stordendo in una soave omelia quanto chi la predica, e per questo conta molto la “faccia” di chi la dice perché dietro il viso c’è il cuore di una persona.  Quella musica torrenziale da sogno fa pensare ad un gigante che rumoreggia per farsi sentire, un guardiano di casa che mostra i muscoli avanzando senza sosta nello scrosciare al fiume che lo porterà con se sino al mare che lo restituirà all’infinito.

Perciò è ancora un sentir fluir d’acqua con un orchestra di suoni che le fa da stuolo lungo quanto il più bello dei sogni di una donna all’altare. È ancora un celestiale udir di forte ruscello primaverile che corre, salta e si accavalla intrecciandosi in un ballo, finché sul far della notte quell’acqua  sembra danzare fra cristalli di luce irrorati dai raggi di una luna che li bacia nonostante si debba far largo tra la moltitudine di rami di fresco esplosi alla vita.   Il pensiero s’e’ fatto cheto e sereno tanto da far capir che ci vuole un niente per stare bene, basta saper ascoltare…

Annibale Carlessi

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