Vento di bufera

Quante volte s’ode il rumoreggiare del tempo che brontolando si porta via un temporale…

Quante volte ho guardato e sentito da dietro quella piccola grata alla finestra di una casa di pietra, il lamentoso passaggio del maltempo.

Un orda selvaggia di suoni e rumori avvolti in un mantello nero come una notte senza luna.

Quella finestrella mostra i monti grigi e cupi a sembrar giganti che non cattivi ma severi abbracciano accogliendo l’acqua scacciata dal cielo, la vita di tutto e di tutti. Da quella finestrucola i pensieri uscivano a cavallo dello sguardo per rientrare dopo trasportati dalle onde melodiose dei suoni della natura.

Nel mentre le immagini apparivano chiare. Lo scoiattolo di bosco che tra le conifere in un pertugio scavato dagli anni nel tronco di un albero, sta lì rannicchiato su se stesso e di tanto in tanto socchiude gli occhi, spaventato al passar di una folgore che illuminava come fosse giorno il suo rifugio.

Più in là sotto una roccia trova riparo la  mamma e la sua cerbiatta regalata di fresco al mondo. Accovacciate l’una all’altra, si sfiorano i respiri… e sospiri ogni qual volta un lampo seguito da un tuono fa vibrare i loro corpicini adornati di bianchi pomelli.

Scende la pioggia. Scende copiosa come un cielo stellato in una notte d’estate. Scende scrosciante e festante come una fonte bellicosa che tra le vette impone e il suo diritto al disgelo di primavera. Nella  sterminata valle, di sotto lo sguardo, le fronde riparano gli uccelli che costretti dalla sorte si scambiano messaggi perlopiù nervosi e confusi,  tanto da non sembrare scambi d’amore ma più come si volessero dire tra loro mille cose mai dette.  Passeri appallotolati al riparo dalla pioggia obbligati ad un pigolio che non meno incessante di un forte rovesciar di pioggia, scemava l’insieme al brontolare di Zeus.

Cucù… Cucù… Cucù… Poi, il buio abbraccia il nero delle nuvole incazzate e da sera s’e’ fatta notte. D’incanto il bosco svanisce dagli occhi e dalla mente riaffiora la realtà riportata al suo stadio naturale da un cucù che smette di cantare dopo gli ultimi tre “rintocchi” che regala a chi lo sente.  Uguale che fossero i tre spari che annunciano la fine di uno spettacolo di fuochi d’artificio il giorno di S. Rocco. Ed è li che mi risveglio al di qua delle spesse mura di pietra, e nell’addomesticarsi di luci e suoni penso a Zeus che è arrabbiato perché non aveva recato troppi danni alla terra che a suo dire, avrebbe meritato maggior castigo.   Ostinato e testardo, ordinava ai  suoi soldati più coraggiosi di armarsi dei fulmini che ancora lampeggiavano tenui fra le loro mani e di scagliarli con l’ultimo vigore rimasto tra le nuvole. Indomiti e indefessi, pur certi della loro dipartita. Gli ultimi  sciatti lampi che frustavano il cielo sembravano ammonire gli uomini con bagliori di luce svioleggiante che anche se i tuoni e le saette non bestemmiavano più, incutevano timore. I pensieri sono ritornati tra le mura di casa e un buon bicchiere di vino serve a ricordare di esserci dentro in quella casa, protetto.

Protetto come un mendicante con il suo pezzo di cartone e una coperta per tutte le stagioni. Protetto dalle infamie del mondo, e anche da me stesso perché io sono il mondo… protetto.  Quelle mura che mi proteggono tanto da lasciarmi giocare. Quando guardo fuori dalla piccola grata di dietro una graziosissima finestra che di per se è già storia vissuta da almeno tre generazioni.  Posso giocare con la mente ed entrare nel bosco attraverso sentieri  semplicemente guardando dal pertugio di un antico fienile, vedo ciò che accade attraverso un piccolo scorcio d’azzurro e da lì osservo la natura è i suoi monti che imperterrita grida che vive… e come guardare dalla cruna di un ago e scorgere il paradiso.

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