Il pensier per viole… una vacanza.

Il pensier per viole…

Si corre veloce su quel nastro d’asfalto ma nonostante la meta di svago sia il mare, l’attesa dell’arrivo pare insostenibile. E premo sul l’accelleratore così che l’auto sfrecci più velocemente sull’autostrada per cercare di rubare il tempo al tempo ma il traguardo sembra sempre troppo lontano.

Il bello di un partire per una vacanza è sicuramente l’attesa, per il resto è un fare parecchie cose che tutte non vorresti ma comunque adrenaliniche si travestono d’allegria e si mettono in conto come fossero lievi disagi anche quando sono piccole catastrofi di quotidianità vacanziera. La strada alla fine finisce e si raggiunge paese e l’alloggio designato e tanto agognato.      Si scende dall’auto stirandosi braccia e corpo intanto che si muovono passi corti barcollando verso l’ingresso. Documenti a dire chi sei, ascensore, camera, bagaglio scaricato sul letto e di buon passo, via, sino alla spiaggia. Non è ancora estate e l’aria frizzante di questo fine maggio te lo ricorda facendo accapponare la pelle. Una brezza leggera che sposta la sabbia fina fina sui piedi nudi come fosse il contenuto di una clessidra che scende da un pertugio per indicare il passare del tempo. Intanto il mare calmo si fa sentire con il gradevole sciabordio delle onde anch’esso d’un suon leggero come il vento che oggi da est le muove in un moto perpetuo increspandole quel poco da farle apparire bianche in cresta come la schiuma di un bicchiere di latte appena munto.
Poi ancora mare, e sdraiato, la volta di una palla infuocata di giallo dietro le palpebre chiuse e nari aperte ai profumi di salsedine e creme da sole che accarezzano il corpo, e tanta voglia di pace tra voci festanti di bambini che giocano sotto gli ombrelloni con strilli, paletta e secchiello. I cattivi pensieri si sciolgono, si spengono come il mio telefono ora finalmente muto e lo sguardo spazia all’orizzonte a vedere un intenso azzurro che mosso da correnti ancora capricciose, scema nella rotondità della terra ad indicare l’immensità del creato, io al di qua di tutto. Io al di qua della fine del mare che bacia la terra su di una battigia tempestata di piccoli gusci di vongola schiusi come una rosa che regala il suo fiore profumato a Maggio. Quelle conchiglie paiono mille e poi mille gocce di rugiada sparse a casaccio in un prato a primavera. Quella miriade di gusci disseminati sulla sabbia a sembrare lo spruzzo intinto di un colore imprigionato da un pennello, e strizzato maldestramente su una tela come fossero milioni di stelle a comporre il firmamento. Un uomo si solleva con fatica a mezzo busto e nel mentre getta lo sguardo nel nulla del cielo e si sdraia di nuovo a sonnecchiare beato nel niente dei suoi pensieri. Una mamma richiama i suoi bambini, il bagnino comincia a ritirare le sue cose e come non bastasse una grande nuvola bianca copre il sole che s’era fatto tiepido. È finita una giornata al mare… è finita una giornata di sole. Ritornerà domani ancora qui e tornerà nel buio di una stanza di una notte fredda d’inverno nei miei sogni.

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