Altri tempi… C.11 P.1461 08 09 18

ALTRI TEMPI.

Era il dopo”68”, si era da poco smesso di mettere calzoni corti e calzettoni bianchi la domenica. Noi ragazzi adolescenti giocavamo con cerbottane caricate di “frecce” fatte di strisce di carta sapientemente arrotolate con abbondanti leccate di saliva che ne irrobustivano il puntale.  Quando invece non si facevano interminabili giri delle solite quattro vie percorse a cavallo di bici da cross con fiocchi multicolori penzolanti ai lati delle manopole e cartoline sui raggi delle ruote per far sentire che arrivavi, ad eccezione di quando di tanto in tanto ci si fermava furtivi ai premere sui campanelli delle case per poi scappare a razzo prima che uscissero gli abitanti che si rendevano conto di essere stati disturbati inutilmente da dei piccoli vandali urbani.

Pomeriggi assolati a giocare a palla di cuoio cucita a mano che quando malauguratamente ti colpivano in faccia, lasciavano il segno per giorni ed era impossibile dire a mamma e papà che non avevi giocato a pallone con pantaloni e scarpe lucide che ti era proibito indossare perché ‘vestiti della festa’.

Era anche il tempo di partite di figurine di calciatori che venivano poste a qualche metro di distanza accatastate una sul l’altra per il numero dei giocatori in gioco, e passavano di mano in mano dei possessori quando il fortunato piattello di piombo lanciato con sapiente delicatezza, si avvicinava di più alle “Panini” che perlopiù raffiguravano i grandi campioni di calcio dell’epoca.

Le rare “scandalose” sale da ballo erano frequentate da uomini e donne adulti che di sabato, rincasavano prima della mezzanotte perché anche se da poco tempo non si credeva più ai gatti neri che nella notte portavano via bambini cattivi. Meglio non tornare lo stesso troppo tardi… lavandaie e portinaie, il giorno dopo avrebbero avuto un gran dire di persone che frequentavano la notte e avrebbero sparlato di loro con fantomatiche e assurde allusioni alla cattiva educazione ricevuta dai genitori.

Di domenica, le sale da ballo venivano gremite dalle tre di pomeriggio sino alle sette di sera. Si ballava il Valzer, il Tango, balli popolari e per i più audaci il twist con gambe che si intrecciavano nella frenesia di un calice di troppo.  Dopo cena telegiornale e carosello, perché il giorno dopo era lunedì e si doveva lavorare tutti e studiare pochi a parte ragazzini in grembiule nero e fiocchi celesti o rosa.

Noi quattordicenni si muoveva i primi passi nel misterioso mondo femminile che ancora un po’ ci schifava ma di più ci affascinava. È la classica mela ‘proibita’ raccolta da un albero…
Si sognava di baciare una ragazza anche se avevamo paura di muovere la lingua perché spesso per molti era la prima volta, e non si sapeva come cosa si dovesse fare. Tutti impauriti, ma si doveva fingere autorevole sicurezza, forse per questo allora si allestivano improvvisate sale da ballo fai da te. Per farlo, in casa non rimanevano che scantinati e solai, spazi non usati dalle nostre famiglie. Si ammassavano in un angolo tutte le cianfrusaglie che in genere erano masserizie in disuso o mobili della nonna. Un telo di lenzuolo liso e bucato in genere era la miglior parete divisoria che ci potevamo inventare… palla di specchio mosaico girevole al centro del soffitto della stanza e tre lampadine dipinte con pennellate di vernice avanzata dal dipingere il cancello di casa puntate su di essa, per avere un effetto scenograficamente psichedelico.

Un quarantacinque giri di Barry White di sottofondo e qualche manifesto alle pareti di Lucio Battisti  e Mina o di Mal dei Primitives, quando non era un immagine di bianco borchiato d’oro e argento… il solito Elvis.   Un tavolino con sopra bottiglie di aranciata o chinotto per le donzelle e per i cavalieri, cherry, Punt e Mes e Martini, la festa aveva inizio… sempre e solo rigorosamente di domenica alle 4 del pomeriggio. Solitamente a quel l’ora l’invito era per l’unica ragazza carina che accettava di venire fra le 10 a cui si era chiesto in settimana a condizione che fosse accompagnata dalla cugina o amica solitamente racchia… ma a quel l’età andava bene tutto, era un esplosione d’ormoni senza cervello, e contava solo il risultato finale, non ci si doveva innamorare, serviva solo il pulsare di certe emozioni che c’erano totalmente sconosciute, e sopratutto era essenziale dare il primo bacio… alla francese.

Noi ragazzi invece ci presentavamo due ore prima perché a parte l’ansia, si allestiva in fretta e furia un altra parete fatta da un telo di stoffa, serviva da separé per coprire la branda dove forse un fortunello si sarebbe appartato con la sua ragazza e questo lavoro andava fatto alle ultime ore… un genitore troppo ficcanaso si sarebbe potuto presentare per un presunto ultimo saluto prima di pranzo e di certo non avrebbe gradito vedere il ‘giaciglio’.  Ovviamente il numero di noi ragazzi era sempre non inferiore alle 5 o 6 unità e finiva che un paio almeno, abbandonavano il campo ore prima, e se ne andavano da duri adducendo di essere stanchi di fare quelle cazzate ma in realtà avevano capito che non venivano cagati nemmeno dalla racchia e finivano nel solito bar per una partita di flipper.
I rimanenti non di rado usufruivano di baci regalati a turno dalle ragazze, anche se il preferito rimaneva per tre dischi suonati e ascoltati in compagnia della bella.

Poi arrivarono inesorabili gli “80” e i “90”… sale da ballo si fecero quasi inesistenti, e delle “stanze con teli” quasi nemmeno il ricordo. L’ora delle discoteche aveva suonato il gong presentandosi con l’abito luccicante al mondo visto da occhi poco più che adolescenziali. Nelle discoteche non si ballava solo di sabato e domenica ma spesso anche di venerdì e a qualche se pur raro invito privato settimanale,  ricorrenze felici.

I dischi in vinile vennero iniziati alla loro raccolta di culto e le musicassette spopolavano nei mangianastri. Ormai anche noi eravamo diventati adulti e non si usciva più agli orari dei nostri genitori e non certo di domenica pomeriggio perché era diventato un uso da sfigati.  Alle none e mezza di venerdì sera si entrava allo Shacher piuttosto che al River o al Mille Luci per rincasare intorno alla 1 e mezza, mentre il sabato un po’ più tardi.  Non si limonava più e dopo aver bevuto un paio di gin tonic e fumato Muratti si andava in camporella con i vetri della Djane che si appannavano velocemente d’inverno, e d’estate si coprivano per bene con fogli di giornale in luoghi  appartati.  Intanto Michael Jackson gridava dai pannelli dell’auto, la sua voglia di vivere, e Noi con Lui…

È passato da un bel pezzo il “2000”, adesso gruppetti di ragazze e di maschietti adolescenti, escono di casa alle 11, alcuni accompagnati da un genitore che a turno li porta in qualche locale con nomi strani e incomprensibili se non per il loro senso trasgressivo che incute timore il solo pronunziarli. Poi vengono riaccompagnati a casa alle 2 o 3 di notte da un altro genitore di turno. Mentre per quelli più grandi (si fa per dire) dopo le 3 inizia la movida, inizia lo sfascio totale del corpo della mente e dei sensi. Non si limona più, e non si va più in camporella, al l’alba dopo aver ascoltato musica tecno dal ritmo assillante o rap snervante che può essere composto e cantato dal primo imbecille che potrei essere io stesso, voglia anche solo provare. La canzone è musica melodica cantata, non ritmo noioso ad una sola voce parlato… moltissimi sanno parlare, pochissimi sanno cantarequasi nessuno sa ascoltare.
Il devasto dei sensi è finito, distrutti da pasticche, bevute e quanto altro di cose ingurgitate senza nemmeno sapere cosa fossero, al di là di conoscere che hanno un tasso alcolico superiore ai 50 gradi.

Finalmente è finita, i guerrieri della notte, al mattino di buonora sono al bar, quello di chi non si arrende mai, e lo affermano a voce alta dal l’alto dei loro vent’anni. Stanno lì, sbracati su una sedia con un braccio appoggiato al tavolino e l’altro penzoloni che dice quanto è fiero nel l’incuranza di tenere una posa più educata e gentile. Lo sguardo di occhi opachi e storditi, mostrano la gloria di una notte brava… passata, vissuta… anche se totalmente inutile quanto sprecata. Sono lì, al bar e bevono un cappuccio con brioches che si vomita quasi sempre insieme al resto un ora dopo il ritorno a casa. Sono le 8 del mattino e gli irriducibili guerrieri della notte frugando nelle tasche per cercare le ultime monete rimaste, trovano il preservativo ancora bello bello impacchettato, sbuffano e sospirando se ne vanno a casa… hanno fatto di tutto ma non hanno fatto la cosa più bella al mondo da fare insieme a mangiare e dormire… E… si fanno due seghe… una mentale. Bisognerebbe tornare al “68” e mettere fiori nei nostri cannoni, meno seghe e più esplosione di colori.

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