Ti dico cosa penso… della vita C.04 P.807 11 09 2018

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Ti dico cosa penso della vita.

Sarebbe bello morire in vetta ad un monte, in una capanna di legno munita di tv satellitare. Magari morire in grazia e farlo come quando si nasce… che nemmeno si sa di essere al mondo. Sarebbe bello… è così che immagino quei momenti…
Due mucche nella stalla, la Nina e la Bēlā che quando vado in un posto migliore continuerebbe a mungerle due volte al giorno la mia Susy. La mia adorata Susy non le dovrebbe solo mungere, la Nina e la Bēlā ā î cāgā töc î dę… ‘mangiano’ tutti i giorni, e lo dimostrano pure in solido. Le mucche le accudirà la mia Susy nella stalla della baita di legno. Una bella dispensa nel sotto del pavimento della cucina, dove una cantina umida e ben fornita di salami e formaggi fatti dalle due ‘belle ottotette’.  Nel tanto si gustava salame e polenta con contorno di patate arrosto, per poi finire con formaggi stagionati perché la bocā l’è no stracā se no la sá dê acā… e si volgeva lo sguardo guardando fuori da quella piccola finestra con grata per ammirare lo spettacolo della vita. Una notte tra i monti…

Una modesta apertura tra le spesse pareti di tronchi per osservare nuvole che salivano da valle come vortici che allargavano le trame dei loro mantelli, ammantando tutto quanto incontravano inghiottendo la valle in una triste ma celestiale penombra.           I lampi pugnalavano il cielo, aprendo ferite di un bagliore immenso che rigettavano sul mondo spaventando anche i cani. E poi  tuoni e saette che intimorivano senza ammissione, timorosi di perdere virilità.

Si mangiava il formaggio con pane quotidiano che tradotto in un posto senza un forno era polenta. Quindi la farina nella dispensa non doveva mancare mai. Una di grano duro colto dalle magre radure montane, e una di macina più morbida, della bassa, più giù, a valle.

Il resto lo faceva il fuoco vivace e scoppiettante del pino che per esagerare accarezzava il legno della capanna di un aroma resinoso che inebriava deliziosamente i sensi. È vivace la fiamma dell’abete o pino di montagna, per questo la si usava alla fine della cottura come legna da ardere, scoppiettante e veloce. L’ultima scottata al paiolo della polenta, quella che fa fare la crosta sul bordo interno dello ‘stegnāt’, öl paīôl, ōl perhōl, il paiolo, quell’invaso di rame consumato dai pasti con manico lungo rivestito di legno di noce. Si impugna a due mani per riporlo accovacciato come una chioccia che riscalda e protegge i suoi pulcini, si adagiava lí, proprio nel penultimo cerchio di ferro tolto dalla stufa a legna…

Sarebbe bello morire in quella capanna di legno inghiottita da un bosco d’abeti insidiati da faggi che abbattuti dalle intemperie vengono arsi per la prima cottura della polenta. Il faggio fa braci che ardono con un vigore lungo e costante. Sono braci caparbie di legno duro, sodo, e che non s’arrende sino all’ultima goccia di linfa rimasta nelle trame della loro vita.

E ancora boscaglie di nocciole sparse sui sentirei del bosco. Ricordavano scoiattoli le nocciole del nocciolo. Le nocciole sgusciate e rivestite di molto zucchero e un po’ di forno, davano la sensazione di assaggiare un croccante da leccarti le dita che ti va via il gusto in bocca dopo un’ora.

Sarebbe bello morire lì, in quella vetta di montagna. Tra pini maestosi e timide betulle che lasciano guardare la luna in tutto il suo splendore. Non so se mi piacerebbe d’inverno con un abbondante coltre di neve tutt’intorno o d’estate con un manto di stelle sopra il capo… mi piacerebbe li, anche di primavera quanto d’autunno, con la pioggia o con il sole. Sarebbe bello li, magari fumando un sigaro tenendolo stretto tra i denti, seduto in veranda che intanto accarezzo le orecchie del cane, e in una mano un bicchiere di vino mezzo vuoto.

Il bello della vita è non desiderare di aver più di quel che si ha, il resto vien da sé, si ricompone nel disegno universale è vi rimane impresso nello stesso modo in cui si muovono le pennellate sulla tela della vita stessa che si dipinge. . Ancora dico che mi piacerebbe morire in una montagna e magari, rivedendo il mio pensiero, mi accontenterei fosse ai piedi di una bella vetta dove gli alberi alpestri gli fanno da corona… e tra i merletti del loro fogliame vederla. Vederla, lei, la vetta. Imperiosa, severa e di due soli colori che ad ogni stagione mostra con l’abito grigioverde.

Sarebbe bello morire ai piedi di una vetta sui monti, perché di tutto ciò che ho avuto, visto e vissuto nella vita, l’unico pensiero che non mi ha mai abbandonato è quella robusta capanna in tronchi di pino… dove mi piacerebbe dire che i migliori anni della mia vita, iniziano domani. Impossibile sognare di meglio… mi piacerebbe fosse lì… ecco cosa dico della vita.

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