Otto amici in balia delle onde del mare… C.9 P.1675 30 09 2018

QUATTRO AMICI AL BAR… in questo racconto gli amici abbondano, sono il doppio, sono otto amici. Amici che si incontrano per l’aperitivo di un venerdì sera qualsiasi.  In uno dei tavoli del bar, Max e Luca seduti comodamente, sorseggiano il loro drink mangiucchiando olive e patatine. Di li a poco nel bar entra Guido con Carla e insieme si riuniscono allo stesso tavolo per raccontare e chiacchierare con Massimo detto Max e Luca detto “Scaramello” per pochi intimi.   Al che i quattro accorgendosi della loro presenza salutarono anche Milena alias Milly  e Giorgio che conversano allegramente tra loro poco più in là con altri due amici, il Bigio e la Laura, altri amicizie comuni. È un attimo che si ritrovarono stretti uno al l’altra in un tavolo allargato alla bisogna.

I soliti discorsi, perlopiù di circostanza e gli otto rumoreggiano con voce sempre più roca, bicchiere dopo bicchiere. È di venerdì, Max appoggiato da Scaramello, alla terza birra media, propone agli stanti una gita al mare per il fine settimana, fuori dalla città di dove si trovavano sino a Cecina mare.  Sono tutti già la con il pensiero, trasportati da fumi alcolici nel l’immaginario del giorno che ha da venire. Gli otto amici bevono e sorridono prospettando una nottata di vomito o di pace o d’amore, e così fu, vomito e pace quel sabato seguente, per l’amore bisognava riandare ad un altra volta, in quelle condizioni era impossibile collegare il pisello con il cervello… quel sabato sera servì solo per fare pipì.

Ma vien pure di domenica, e il mattino si partì da Cecina diretti al l’isola d’Elba.  Max propose di imbarcarsi su quel motoscafo lungo che non finiva mai, con due potenti motori e uno piccolo ausiliario in caso di panne che li avrebbero trasportati da un bel luogo di mare ad un altro posto bello uguale, in totale sicurezza.  Una gita al quale il sabato tutti alzarono i calici in segno di adesione per quella  inconsueta avventura.  Bagagli e sorrisi negli zaini che si apersero dallo zaino nel viaggio di andata. Un mare piatto, paludoso, caldo, e il motoscafo vi sfrecciava veloce tagliando l’acqua senza sollevarla quel più di tanto d’uno zampillo. Tutto attorno un paesaggio che sulla terra si poteva definire una pozza immensa di un lago di montagna, che invece che terra ma sullo spazio, si poteva definire un paesaggio lunare…  Furono brindisi tra chi beveva inneggiando alla buona sorte e chi festeggiava sonnecchiando beatamente. Ed erano per tutti sorrisi a zaino aperto, anche per chi sonnecchiava con una dolce smorfia di benessere sulle labbra disturbati dai raggi del sole. Un bel viaggio. A tratti noioso, ma dopo quasi tre ore, i magnifici otto giunsero alla agognata meta.

Al l’attracco, Guido scende per primo e aiuta la Carla, la Milly e la Laura,  con loro si avvia su di un viale tra i bassi pini marini dove al fondo si scorgeva un qualcosa che ricordava un bar. Alle spalle arrivano anche gli inseparabili Max e Scaramello, amici per la pelle ma di qualcun altro seguiti dal Bigio e il Giorgio che discutono animatamente sulla partita di calcio di quella domenica… quanto di peggio non si poteva fare per ammazzare lo spirito di quel luogo incantato… ma poi per grazia o per fortuna, si ripresero, rinsavirono, vinse la natura, come sempre e insieme si calarono nel ruolo degli avventurosi marinai d’altri tempi, dividendo le loro emozioni con gli altri del gruppo.

Giulio scese per primo dallo scafo e fu anche chi sonnecchiò di più nella traversata in tappeto volante…  Giulio fu il primo ad entrare nel bar e rivolgendosi al barista,  chiese in uno stentatissimo francese di potere avere un “cafè ôlé”, un cappuccino, al che, le grasse risate dei sette alle sue spalle che in coro gli dissero che l’isola d’Elba è in Italia non in Francia. Guido pensava che da Cecina si fosse sbarcato in Corsica… aveva dormito troppo. Una lunga passeggiata dei compagni di viaggio alla scoperta di una fetta d’isola che perlopiù erano rovi, pini e sguardi infiniti verso il mare… che guardandolo in quei momenti non sembrava fosse piatto ma increspato da brezza inconsueta.

La camminata fu lunga e un poco estenuante, niente di meglio per un buon appetito e voglia di un bicchiere di vino, così che la combriccola decise di pranzare in una locanda del luogo. Dopo una mezz’ora di brindisi e antipasti,  i discorsi tra gli “8” amici si fecero caldi. Le donne annuivano soltanto sui discorsi in generale e parlottavano tra loro scoppiando in grasse risate di tanto in tanto per chissà quale misterioso motivo. Gli uomini si erano accalorati nel progettare nuove uscite in barca per il futuro. Guido per far ridere tutti propose una traversata futura in Corsica, e nonostante tutti ridessero a crepapelle, sosteneva con vigore di volerlo fare. E poi Max che diceva questo e Bigio quest’altro, mentre Luca proponeva  Malta che dista 1000 miglia almeno da dove si trovavano e Giorgio che sbottava dandogli del pazzo. Si fece l’ora buona per tornare e ancora ripercorrendo quel viale si discuteva di dove sarebbe stata la loro prossima gita in motoscafo. Intanto il tempo s’era guastato e il sole sparito, adesso il mare non era più increspato ma un pochino arrabbiato.

 

 

Ripartenza degli intrepidi natanti per quel di Cecina e infervorati da progetti di viaggi e vino, risalirono a bordo per il rientro. Raggiunto l’alto mare al l’orizzonte uno scuro che sembrava un lenzuolo di seta nero tirato sugli occhi, onde sempre più alte e minacciose, iniziarono a sollevarsi davanti allo scafo, e Max che lo pilotava cercava di prenderle di petto con la prua della barca per fendere la loro consistenza. Dopo un ora di viaggio il mare non era più arrabbiato ma incazzato forte. Le onde a volte superavano i quattro-cinque metri d’altezza e gremivano l’imbarcazione con una violenza inaudita.  Qualcuno era già stato preso dalla paura ed era entrato nella modalità  panico. Bigio si mise a prua e in piedi arrancato con una mano al parapetto,  gridava a squarciagola al vento come un indomito marinaio dei gelidi e impetuosi mari del nord, come a dire che si sfidava il tempo inclemente senza averne nulla da temere. Con l’altra mano stringeva forte la destra alla sua Laura cercando forse di scongiurare la paura e fingere celata calma e indifferenza per infonderle coraggio.

Il motoscafo avanzava a fatica tra schiuma e sobbalzi tanto violenti da sollevarlo per aria come fosse un guscio di noce in una vasca da bagno con l’acqua agitata con vigore da mani forti.  Ad ogni onda Milly seduta a prua si sollevava di sotto il sedere rimanendo anch’essa aggrappata con le mani al parapetto posto sui lati, finché gridando di paura disse a tutti che gli era venuto il ciclo in anticipo, e purtroppo per lei i pantaloni bianchi lo testimoniavano. Laura e Guido erano sottocoperta del semi cabinato che con occhi sgranati nel nulla guardavano fuori dagli oblò, forse pregavano che tutto finisse. Giorgio e scaramello si misero di fianco a Max che impugnava il timone stringendogli le dita addosso. Scaramello indicando la costa che si intravedeva tra schizzi e lampi in lontananza, pregava Max insistentemente perché vi si attraccasse in un punto qualsiasi attendendo la furia degli elementi ma Giorgio disse che non era una buona idea anche solo avvicinarsi alla costa, perché le onde li avrebbero sbattuti come uova marce contro gli scogli. Goccioloni di pioggia anticiparono l’incalzante di sferzanti folate di vento e Nettuno sembrava divertito nel rincarare la dose scagliando saette e rumoreggianti tuoni. In un violento sobbalzo si staccò il motore ausiliario che finì negli abissi terrorizzando se più si poteva gli occupanti di quel l’ormai fragile mucchio di legname e metallo. Sembrava non finire mai, ma per fortuna o buona sorte, gli “8” alla fine riuscirono a raggiungere il tranquillo porto di Cecina e quasi in sordina, una volta a terra, gli amici si salutarono con ancora negli occhi il terrore di quella avventura disperata.

Due anni dopo Max e Scaramello finirono di pagare l’ultima cambiale firmata per l’acquisto di quel che rimaneva del motoscafo, che nel frattempo era stato trasportato in un quieto lago al nord per essere rivenduto a prezzo stracciato ad una tranquilla famiglia locale. Del resto il Bigio, imbestialito dalla traversata, lo voleva prendere a picconate una volta arrivato in porto salvo e ma non troppo sano.

Guido e Carla convolarono a matrimonio, e perché già programmato tempo prima, fecero loro malgrado il viaggio di nozze su di una nave che poteva ospitare 3000 passeggeri, senza per questo evitare di svegliarsi di soprassalto nel cuore della notte alla prima avvisaglia di mare mosso nel golfo del Leone, che non poteva certo mettere in pericolo la navigazione tonnellate di ferro. Due anni dopo quel nubifragio a Bigio e Laura per un impegno inderogabile, dovettero forzatamente andare al casinò di Venezia a bordo di un bus-battello che ve li condusse dopo un quarto di ora di navigazione a destinazione tra i calmi canali della bella città lacustre ma lo stesso i volti di Carla e Guido, erano imbiancati dalla paura del triste ricordo del l’isola d’Elba.

Guido e Carla non andarono più in barca, se d’acqua dolce e tanto meno d’acqua salata, e nemmeno si fecero più il bagno in una vasca, solo docce anche trent’anni dopo quel bel tragico giorno. Otto amici al bar che molti anni dopo, si  ritrovandosi parlavano stringendo una caraffa di birra tra le mani di quel che si sarebbe potuto fare la domenica che aveva da venire. Chi proponeva la visita di un bel parco, chi di andare sui monti a mangiare e bere, chi diceva di fare una gita in bicicletta pedalando sul greto di un fiume e i soliti indomiti temerari, Max e Luca che proponevano audaci, il parco sospeso per adulti. Per il mare rimase e rimane per tutti il solito hotel sulla spiaggia con ombrelloni aperti dai bagnini il mattino, e il bagno in mare si fece e si fa sino al l’acqua salata che cinge la vita di ognuno.

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