Brani ( parte prima- 38 capitoli.)

1) I RAGAZZI DEL MIO PAESE,  CHE NON È IL MIO PAESE…………………593………………….13 – 01 – 2014

Il suono della domenica. I ragazzi del mio paese, che non è il mio paese, sono davvero speciali, pensate che per loro divertirsi vuol dire ancora ritrovarsi in gruppo a trascorrere qualche sabato sera in una baita semplicemente a bere un bicchiere di vino     ( anche due) per ridere e scherzare tra un cotechino abbrustolito e del formaggio.

I ragazzi e le ragazze del mio paese che non è… il mio paese ti salutano affettuosamente, e ti rispettano anche se sei molto più grande di loro, e ti coinvolgono a mirabolanti partite di calcio dove data l’età di qualcuno, ci si vergogna un poco a mostrar la pancia, oppure per buona pace di tutti, ti invitano a giocare nei tornei di calciobalilla dove si sudano sette camice, o a carte e spesso bevono qualcosa con te in occasione delle feste e sagre di paese. Quei ragazzi, improvvisano serate di karaoche, nella quale non mancano di certo risate di scherno. Parlano e commentano volentieri con te le gare motociclistiche, se addirittura non esci con loro in moto per una scorazzata tra le mulattiere e cambiando moto, per una smanettata a tutta birra verso il lago che la’ le curve sembrano essere state inventate per farti godere intanto che serpeggiano sulle rive a ridosso delle colline che si tuffano nel lago.

I ragazzi del mio paese che non è il mio paese, sono sempre pronti ad aiutarti se ce n’è di bisogno. Magari per sistemare la madonnina in cima al monte che ha bisogno di cure nel restauro o a far polenta alle feste, come a radunare le capre all’alpeggio e a sistemare questo o quello per chiunque gentilmente lo chieda, e la domenica spesso si riuniscono a giocare a carte bergamasche con una coca cola nel bicchiere e delle patatine fritte in parte. Il riposo del guerriero. Il riposo di chi lavora duramente tutta la settimana per “sfasciarsi” il sabato, in modo possano mostrare la loro virilità, e per loro, e per le bellissime ragazze del luogo che non desiderano altro che essere impalmate.

I ragazzi del mio paese, se non glielo spieghi non sanno cosa e’ una baita. Se non è il nome di una disco-dance famosa. I ragazzi del mio paese quasi mai ti salutano o lo fanno a fatica se ai 5 anni più di loro, quindi il rispetto se l’e’ già fottuto la loro arrogante indifferenza.
A calcio chi ci gioca, e’ una star di suo, figurati cosa centra l’anzianetto con pancetta che gioca a calcio. Il calcio balilla lo disprezzano non sapendolo giocare, perché lí al mio paese quel gioco non c’è più, figuriamoci poi se ti invitano a giocare a carte o intonare insieme a te una canzone al karaoche.

I ragazzi del mio paese difficilmente se non appartieni al loro esclusivissimo club ti inviteranno mai a fare un giro in moto con loro. Non si speri poi che ti aiutino in qualcosa, se prima non hai stabilito un adeguato compenso. Tralascio addirittura il commento riguardo il far polenta o radunare capre….la domenica la maggior parte dei ragazzi del mio paese, non si riuniscono per niente, stanno a casa a leccarsi le ferite per la nottata passata all’insegna del distruggere il cervello e il fisico, altrimenti che fico sei?

Mi piacciono proprio tanto i ragazzi e le ragazze del mio paese che non è il mio paese, sono dei bravi giovanii d’altri tempi, di quelli che che stanno scomparendo al mio paese, di quelli che ti fanno un regalo che nessun altro può darti …..vent’anni di meno.

 

2) UNO.(Un titolo, senza titolo)………..911 ………………………………  17 – 10 – 2018

Il tempo scandito da campane. Suoni rumori e anche pace. Il tempo lo si misura in compleanni, unioni, oltrepassi e anniversari variegati. Intanto il nostro viso piano piano, cambia davanti allo specchio dove con occhi assonnati ci si spazzola i denti… e ancora non sappiamo dare un volto al tempo. Lui ci sfugge perfido e soave come un’anguilla sguscia tra le mani dopo la cattura.
Il tempo è quella cosa che è meglio si faccia Amico. Sapere che alla fine vince sempre lui non ci può che indurre al totale rispetto di quella cosa senza volto, il tempo. Il tempo è tiranno, non ti regala niente per questo dopo tanto cammino mi permetto tre giorni di quiete al mese.

Sono di tanto contento da dirlo alla Fiorentina. Sö contêt, a dirla alla Bergamasca che poi ogni mondo è paese. Son contento in Italiano e felice in tutte le lingue del Mondo.

Non è facile essere contenti. Bisogna sudarsela. È un farsi largo tra le preoccupazioni quotidiane. Essere contenti capita di rado. Per i più fortunati si è contenti e felici un tre giorni al mese. Essere contenti e felici significa raggiungere uno stato mentale di assoluta quiete interiore. L’eccezione conferma la regola del possibile anche se raro. Qualche eletto si bea di molti più giorni che di tre nel l’arco di una trentina. Anime elette, anime nobili… perlopiù gente di umilissima estrazione sociale, i poveri. Loro sono persone che dividono ventiquattro ore tra lavoro o che di altra occupazione si tratti, casa, dormire e per qualcuno pregare, per altri sperare che è la stessa cosa.

Quantificare il tempo e come misurare l’aria. Ieri è passato ed è comunque inquantificabile che a dirla in modo più semplice lo stesso non si quantifica. Il tempo è aria che ti scorre sulla pelle. Ti accarezza cullandoti in una dimensione senza tempo… il tempo senza la dimensione del tempo che ti trasporta automatica al vivere senza avere una reale dimensione del tempo stesso.

Andiam per foto, andiam per fotogrammi di ricordi, ma la realtà ci sfugge tra le dita delle mani. È lui il padrone di noi, l’incessante onnipresente tempo. Ce lo ricorda ad ogni suon di campana che s’ode all’imbrunir della sera che incalza ammorbando i rumori.

Il dolce timido suono delle campane che aiuta a sopravvivere avvolgendoti in un manto di speranza. Sopravvivere anche al prezzo di fare quello che non si dovrebbe fare, che pesa sullo stomaco come un macigno di pietra dura per chiunque sia costretto a non seguire le regole. Che poi nessuno è costretto. È il disegno della vita che ci è stata assegnata, nessuno è più cattivo di un altro, è solo la questione di dove sei stato messo e di dove ti sei trovato a recitare il ruolo della vita.

Allora, forse è per colpa di quel macigno che i giorni di felicità sian tre su trenta. E quel masso enorme non pesa sullo stomaco solo di chi non segue le regole, fa sentire il suo enorme peso anche a chi ha la responsabilità di dare lavoro alla gente, di chi non arriva alla fine del mese con la pensione o di chi nemmeno ce l’ha. Un peso da portare per ogni persona che lavori in un posto precario per mille euro al mese con moglie e due figli a carico… casa in affitto.

L’imbrunire vede le persone a tavola per cena dopo una giornata di lavoro e tribolazioni. Il tempo è fermo e onnipresente come le nostre credenze che altro non sono che un dolce riparo alle insidie della nostra vita. Ancora lui, il tempo, anche ora ci avvolge, invisibile, sempre presente

Tre giorni di quiete in cui son contento. Tre giorni in ordine sparso mai uguale al mese precedente. Meglio non conoscere il futuro. Sarebbe bello ma forse è ancor meglio che ogni giorno ognuno porti la propria croce o si prenda le sue incombenze quotidiane che dir si voglia. È il sistema migliore per arrivare a evadere la mente. Avessimo la totale contentezza e felicità ogni giorno a lungo andare finiremmo per disconoscerla. La felicità si raggiunge con sacrificio e sofferenza, che portano l’essere vivente a raggiungere il meglio del suo stato d’animo. La felicità va conquistata non a suon di spada, ma a suon d’Amore.

Tccè giônni al mese, ammia, m’abbastano pesse contentū e feliscē… e oggi sono contento perché io e mia moglie, abbiamo fatto all’Amore. Tempus Fuggit.

Come il tempo io resto.
Lo leggo sul volto dell’ombra che incontro.
Lo sento toccando le mani che stringo.
Lo guardo nel vento e sul prato che pesto.
Lo vivo sputando e caparbio imprecando.
Lo passo sul fuoco che non si è mai spento.
Lo meno in avanti con quello ho fatto.
Lo immagino ancora con quello che vivo.
Lo stringo sul cuore che ancora mi porta.
Non ho più paura per la sera o la fine,
di quella che resta, di quella che viene.
Di quello che ancora mi continua a stupire.
L’ amore che Lei mi prepara contenta.
Lo vivo così, lo leggo sul volto.
Lo sento toccando le mani che stringo.
Lo vedo negli occhi dell’ amore che ho,
come il campo che pesto, come le ore che sono.
Amore dovuto, motivo per restare.
Il tempo lo sai, non ci può più lasciare.
Il tempo ci vuole, e ne chiediamo ancora.
Col tempo io resto.
Col tempo io sono.
Contento di noi.
Felici del dono.

Come il tempo, io resto!

 

3) IL GIALLO E IL BLU …………402 ……………………………………………14 – 01 – 2014

Il giallo e il blu.
Il giallo e il blu sono due amici cresciuti insieme, nello stesso paese, partecipano volentieri alle sagre e spesso danno una mano qua e lá per questa e per quest’altra persona. I due amici esprimono i loro pareri e opinioni quando sono chiamati a farlo, se non sono d’accordo per un qualche motivo, di solito appianano tutto con una bevuta… perché in fondo non c’è mai niente di tanto importante da dividerli. Un giorno però, il giallo trova davvero troppo stupido che il blu abbia speso male i soldi tirati sú la domenica prima alla festa di beneficenza. Infatti ha comperato troppe rose per le aiuole del paese, poteva risparmiare molto se si accontentava delle primule, e avrebbero potuto acquistare anche dei nuovi ceri per la chiesa. Facile capire che la faccenda diventó quel poco seria. Si, è vero, in paese qualcuno non arriva a fine mese perché disoccupato o qualcun altro non ha denari per curarsi di un brutto malanno o altro ancora ma adesso la questione è quella dell’acquisto sbagliato del blu che invece che rose doveva prendere primule e ceri… quindi adesso il giallo ha offeso il blu e viceversa, stavolta non basta il bicchiere di vino per appianare la controversia. Il giallo qualche giorno dopo spiega all’amico bianco il che è successo, l’amico non ci pensa due volte e quasi senza riflettere ovviamente da ragione a lui, il giallo. Il blu fa la stessa cosa, e riceve le medesime risposte di approvazione da parte di altri amici con altri colori, e via di questo passo la macchia si allarga. Et voila’, il paese è diviso in gialli e blu, in rose, primule e ceri votivi. nel frattempo il disoccupato è entrato in depressione, l’ammalato e’ morto ma l’importante che il giallo non abbia mollato neanche di una virgola, idem il blu, ne va della loro dignità perbacco!!! E non importa nemmeno se s’è diviso il paese. È davvero curioso, osservare la cosa da fuori e constatare quanto sarebbe facile appianare il tutto, basterebbe fare l’unica cosa giusta per se stessi e sopratutto per gli altri. Dimostrare cioè di essere uomini con le palle e chiedere umilmente all’amico giallo o blu che sia, di riparlar dell’acquisto e comprar dei tulipani, dare una mano al depresso, aiutare chi soffre e berci sopra non un bicchiere ma una bottiglia. Il giallo il blu e tutto il resto del paese.

 

4) TI DICO COSA PENSO DELLA VITA  ………………..813 …………………..         11 – 09 – 2018

Ti dico cosa penso della vita.

Sarebbe bello morire in vetta ad un monte, in una capanna di legno munita di tv satellitare. Magari morire in grazia e farlo come quando si nasce… che nemmeno si sa di essere al mondo. Sarebbe bello… è così che immagino quei momenti…
Due mucche nella stalla, la Nina e la Bēlā che quando vado in un posto migliore continuerebbe a mungerle due volte al giorno la mia Susy. La mia adorata Susy non le dovrebbe solo mungere, la Nina e la Bēlā ā î cāgā töc î dę… ‘mangiano’ tutti i giorni, e lo dimostrano pure in solido. Le mucche le accudirà la mia Susy nella stalla della baita di legno. Una bella dispensa nel sotto del pavimento della cucina, dove una cantina umida e ben fornita di salami e formaggi fatti dalle due ‘belle ottotette’. Nel tanto si gustava salame e polenta con contorno di patate arrosto, per poi finire con formaggi stagionati perché la bocā l’è no stracā se no la sá dê acā… e si volgeva lo sguardo guardando fuori da quella piccola finestra con grata per ammirare lo spettacolo della vita. Una notte tra i monti…

Una modesta apertura tra le spesse pareti di tronchi per osservare nuvole che salivano da valle come vortici che allargavano le trame dei loro mantelli, ammantando tutto quanto incontravano inghiottendo la valle in una triste ma celestiale penombra. I lampi pugnalavano il cielo, aprendo ferite di un bagliore immenso che rigettavano sul mondo spaventando anche i cani. E poi tuoni e saette che intimorivano senza ammissione, timorosi di perdere virilità.

Si mangiava il formaggio con pane quotidiano che tradotto in un posto senza un forno era polenta. Quindi la farina nella dispensa non doveva mancare mai. Una di grano duro colto dalle magre radure montane, e una di macina più morbida, della bassa, più giù, a valle.

Il resto lo faceva il fuoco vivace e scoppiettante del pino che per esagerare accarezzava il legno della capanna di un aroma resinoso che inebriava deliziosamente i sensi. È vivace la fiamma dell’abete o pino di montagna, per questo la si usava alla fine della cottura come legna da ardere, scoppiettante e veloce. L’ultima scottata al paiolo della polenta, quella che fa fare la crosta sul bordo interno dello ‘stegnāt’, öl paīôl, ōl perhōl, il paiolo, quell’invaso di rame consumato dai pasti con manico lungo rivestito di legno di noce. Si impugna a due mani per riporlo accovacciato come una chioccia che riscalda e protegge i suoi pulcini, si adagiava lí, proprio nel penultimo cerchio di ferro tolto dalla stufa a legna…

Sarebbe bello morire in quella capanna di legno inghiottita da un bosco d’abeti insidiati da faggi che abbattuti dalle intemperie vengono arsi per la prima cottura della polenta. Il faggio fa braci che ardono con un vigore lungo e costante. Sono braci caparbie di legno duro, sodo, e che non s’arrende sino all’ultima goccia di linfa rimasta nelle trame della loro vita.

E ancora boscaglie di nocciole sparse sui sentirei del bosco. Ricordavano scoiattoli le nocciole del nocciolo. Le nocciole sgusciate e rivestite di molto zucchero e un po’ di forno, davano la sensazione di assaggiare un croccante da leccarti le dita che ti va via il gusto in bocca dopo un’ora.

Sarebbe bello morire lì, in quella vetta di montagna. Tra pini maestosi e timide betulle che lasciano guardare la luna in tutto il suo splendore. Non so se mi piacerebbe d’inverno con un abbondante coltre di neve tutt’intorno o d’estate con un manto di stelle sopra il capo… mi piacerebbe li, anche di primavera quanto d’autunno, con la pioggia o con il sole. Sarebbe bello li, magari fumando un sigaro tenendolo stretto tra i denti, seduto in veranda che intanto accarezzo le orecchie del cane, e in una mano un bicchiere di vino mezzo vuoto.

Il bello della vita è non desiderare di aver più di quel che si ha, il resto vien da sé, si ricompone nel disegno universale è vi rimane impresso nello stesso modo in cui si muovono le pennellate sulla tela della vita stessa che si dipinge. . Ancora dico che mi piacerebbe morire in una montagna e magari, rivedendo il mio pensiero, mi accontenterei fosse ai piedi di una bella vetta dove gli alberi alpestri gli fanno da corona… e tra i merletti del loro fogliame vederla. Vederla, lei, la vetta. Imperiosa, severa e di due soli colori che ad ogni stagione mostra con l’abito grigioverde.

Sarebbe bello morire ai piedi di una vetta sui monti, perché di tutto ciò che ho avuto, visto e vissuto nella vita, l’unico pensiero che non mi ha mai abbandonato è quella robusta capanna in tronchi di pino… dove mi piacerebbe dire che i migliori anni della mia vita, iniziano domani. Impossibile sognare di meglio… mi piacerebbe fosse lì… ecco cosa dico della vita.

 

5) NON SI ERA MAI VISTA UN ITALIA COSÌ BELLA ………….415 ……………………..30 – 07 – 2018

Non si era mai vista un Italia così bella. Volando tra due ali sopra le nuvole in un clima di celato timore, si guarda la vita tenendola tra le mani per quel senso di possesso senza confini che si ha nello sguardo, lassù in cielo, tra due ali avvolti in un batuffolo di seta. Ma la vita va affrontata con rispetto, e si fa risentire il celato timore di essere un moscerino a motore nell’immenso del cielo che funziona perfettamente senza carburante. La vita non consona potrebbe deprimere. Sarebbe lo stesso che ascoltare un telegiornale per intero dove la ricerca della lacrima ad ogni costo è di rigore, e sperare di sorridere dimenticando le rogne viste e ascoltate.

Rogne, solo cose che appesantiscono il cuore quando invece il mondo al di sopra di noi è aria pura e lo si capisce osservandolo dall’alto… non troppo in alto perché ci potremmo imbattere in qualche detrito che abbiamo abbandonato nel cosmo dopo una missione spaziale.

Osservando sin dal mattino la vita come si vuole presentare, sicuramente si comincerebbe il criticare il cappuccino preso al bar. Perché troppo caldo o perché troppo freddo, piuttosto che se c’è poco latte o viceversa molto caffè… se la schiuma è troppa o se è poca. Addirittura ci si potrebbe anche imbattere nell’assurdo pensiero che la mamma lo faceva meglio. Quindi pensando in positivo, meglio berlo quel cappuccino e va bene così com’è perché è già tanto che ce lo si possa permettere.

Bella l’Italia vista così, dall’alto è palpabile, rugosa, la senti tra le dita. Si vedon monti, pianure e mari. Si vede tutto chiaramente, senza fingere ottimismo o peggio ostentare sicurezza. Si deve solo essere veramente se stessi, felici di appartenere ad un tesoro tanto bello, la nostra Italia.

Bisogna possedere Amore e il bene della Sapienza per poter dire di non di governare ma di collaborare. Di coesistere invece che disunirsi. Di condividere piuttosto che accumulare. Per questo se si guarda l’Italia dall’alto, intanto si è in Cielo, e ci si rende conto che nessuno ha avuto mai il diritto di appropriarsene. Nessuna guerra a nessun titolo è valsa la pena per conquistare la terra d’Italia e del mondo… e tanto meno del cielo. Nessuno ha mai conquistato nulla, si è semplicemente appropriato di una terra a disposizione di tutti e fra questi per primi gli animali da cui noi deriviamo. È bella l’Italia… guardiamola dall’alto… non per fuggire dalla realtà ma per stare dalla parte del frutto sano.

 

6) Il TUO DOLORE, IL MIO DOLORE ……….1055 ………………………………….        18 – 01 – 2014

Parlando del più e del meno con Cesare, un amico, l’organista nella chiesa di un paese di montagna, non so’ come ci siamo imbattuti in un triste argomento. Brutte malattie che purtroppo affliggono il nostro secolo, e inevitabilmente ci siamo ritrovati a parlare dei casi pisù strani e eclatanti che fanno scalpore. Come quel ragazzo molto giovane dice Cesare, un ragazzo sportivo, uno sciatore che è stato crudelmente colpito da un brutto male ad un anca. È successo improvvisamente, come un fulmine a ciel sereno. Qualche ora dopo mi ritrovo a pregare per questo sventurato ragazzo, e riaffiorò alla mente il triste ricordo di un grave incidente che ebbi qualche anno fa or sono con una moto da enduro a pochi passi dall’arrivo di casa mia.

Che momento terribile, subito dopo l’impatto frontale con una automobile, mi ritrovai scaraventato a terra. Cosciente non sentivo dolore al momento. Sentivo l’orribile sensazione di non poter muovere nemmeno uno dei muscoli delle gambe, della schiena e delle braccia. Nulla, ricordo bene di aver ringraziato il cielo di essere ancora vivo, anche se non sapevo per quanto ma ringraziai comunque perche fossero stati anche gli ultimi momenti di vita. Ho potuto chiedere scusa a mia moglie subito accorsa per quello stupido incidente, che con tanta ingenuità da parte mia provocai, e dopo la raccomandai a mio fratello Emi che era con me al momento del botto.

Dissi confusamente più o meno quelle parole di scusa e mi abbandonai nelle mani del Signore. Venni trasportato d’urgenza ad un primo ospedale dove mi riscontrarono fratture multiple scomposte al bacino ma con la complicazione di due vene interne rotte che potevano procurarmi il decesso per emorragia. Per questo mi trasportarono in un secondo ospedale dove erano più attrezzati alla bisogna.

Circa due ore dopo, il dolore era diventato talmente insopportabile, che sobbalzavo dal dolore ogni qualvolta le ruote della auto ambulanza passavano su dei sassolini e leggere sconnessioni d’asfalto. Giungemmo al maggiore di Bergamo, mi posero sotto una sofisticata apparecchiatura, atta a tappare le falle emorragiche interne, quasi impossibile ma il macchinario si ruppe…

Per fortuna quel reparto era dotato di un’altra apparecchiatura identica alla precedente, salvandomi la vita per il rotto della cuffia. mi rimase solamente un indescrivibile, incontenibile, insopportabile atroce dolore, sedato da abbondanti dosi di morfina.

Undici giorni in una stanza di ospedale ricevendo tante visite quante non ne avevo avute nella mia vita. Mai avevo ricevuto tanti attestati di affetto da parte della gente, addirittura da persone che conoscevo appena, o che avevo conosciuto molti anni prima… ma mai avrei desiderato così tanto non vedere nessuno, al punto di voler solo la compagnia giorno e notte di mia moglie che si fece dotare di un lettino in corsia per starmi vicino. Dovevo sorridere, dovevo rassicurare chiunque gentilmente venisse a trovarmi e questo fu per me un disagio enorme.

Finalmente arrivo’ il momento del congedo ospedaliero, si sa’, non si vede mai l’ora di poter tornare a casa nostra. Si tirano le somme della malattia e ti senti coccolato più intimamente, insomma sei tra le mura di casa. Non era la prima volta che venivo dimesso per terminare la cura a domicilio, ma fu la prima volta che mi pentii amaramente di aver lasciato Il luogo di cura. Il semplice trasporto in ambulanza rimarrà uno dei peggiori ricordi della mia vita, il dolore provocato era insopportabile ma il peggio arrivo’ il giorno seguente, a casa, infatti ovviamente fu interrotta la morfina che può essere somministrata solo nel posto di cura, sostituendola con due iniezioni che mi venivano praticate il mattino, sul divano in cui ero adagiato, davanti al camino che anche se di Maggio s’accende per un falò che toglie l’umido. Ma erano due iniezioni da nulla che si spegnevano quasi sempre subito dopo cena, poche ore di sollievo, e poi sempre in compagnia dello spettro del dopo.

Ricordo infatti che quando si faceva ora di tarda serata, mia moglie raggiungeva il soppalcato del nostro monolocale per andare a riposare. Spesso lasciavo scendere una lacrima sapendo che i dolori prendevano vigore con la quiete dei rumori della notte, e così per molte notti. Poco meno di sessanta i giorni di totale immobilità, dove prima dei bisogni corporali pregavo non facesse troppo male, o perlomeno si potesse sopportare. Evitavo persino di guardarmi lì, alla fine della pancia. Quelle orribili quattro viti lunghe un palmo di mano aperta che entrando nella carne si avvitavano nel bacino, in un incrocio d’acciaio che teneva unita la frattura. Sensazione orribile avere un corpo estraneo nel tuo pur sapendo che rappresentava la salvezza, la guarigione. Come avere un ago pronto all’uso piantato in un vena sul dorso della mano, non duole ma è lo stesso inquietante.

Sessanta lunghi i giorni di dolori atroci. Poi una lunghissima riabilitazione motoria. Un anno e mezzo il totale di questo lungo calvario, di paure e di incertezze in momenti in cui non si vedeva nessuna via d’uscita davanti il nostro sguardo. Lo sconforto la faceva da padrone, tutta quel’ impotenza uccideva più del dolore fisico, ma prevalse l’amore per la vita, l’amore di una moglie che non abbandona, è ancora una fiducia smisurata nell’Amore che esce dal cuore e si fa fede.

Un incidente o un infortunio non sono forse paragonabili a una malattia grave. Tuttavia la gravità della parte iniziale e la determinazione a voler guarire sono paragonabili. Per questo vorrei con tutto il cuore essere vicino a quel ragazzo. Quello che conosce il Cesare. Il ragazzo ventenne che aveva un cancro all’anca destra e non poteva più correre veloce sulle piste di neve pestata. Pregando per lui spero di averlo invitato a resistere per non mollare mai. Spero anche che quel ragazzo al tempo infelice si sia messo nelle mani del grande consolatore, l’immensa fonte di speranza, incommensurabile aiuto dello spirito, quello che se ci credi ti fa guarire, se non qui nell’eternità, DIO ti fa’ guarire sempre comunque. Guarirà anche quel ragazzo, qui o altrove.

Fiducia che esce dal cuore e si fa fede. Sono stati momenti di pace. Forse gli unici abbia mai avuto nella mia vita. Momenti che dedicavo a me stesso prima che per altri, senza per questo non pensare alla mia Susy. La mia pace era anche la sua pace, perciò il pensiero di quell’infausto incidente non è che un bel ricordo.

 

7) CUORE CHIUSO FA LE VALIGE, QUELLO APERTO RIMANE……………. 1228……………..10 – 01 – 2014

Uno spezzone di film o di vita che dir si voglia, perché la vita è un immenso palcoscenico e noi gli attori. È una coppia di persone verso la sessantina che avevano cresciuto due figli, un maschio e una femmina. Entrambi sposati, quindi fuori casa, sistemati insomma. Ebbene questa coppia di genitori era diventata metodica, faceva le stesse cose tutti i giorni. Al mattino di buonora, il marito si svegliava solo, nella camera degli ospiti, quella con appeso un poster incorniciato che raffigura la torre Eiffel e in un altra parete, la statua americana della Libertà. In quella camera, solo, come il letto con le lenzuola piegate da una sola parte.

C’era finito quattro anni prima, con il pretesto di andarci per non disturbare la moglie con il suo russare. Così ad ogni alba andava in bagno, si vestiva, scendeva al piano di sotto, dove lo attendeva la moglie con bigodini in testa e la padella dove rimestava uova e becon.

Lui sedeva e tra una occhiata e l’altra al giornale consumava la sua prima colazione, quasi senza degnare di uno sguardo la consorte, che salutava quasi per circostanza appena prima di uscire per andare al lavoro. Poi tornava alla sera, stesso rituale, un saluto stanco all’amata d’un tempo, pantofole, cena servita nel quasi totale silenzio che peggior tortura è paragonabile solo a quella della goccia, e qui variante, niente giornale, tv sino a tarda ora, sempre e solo sport, sempre e solo…. solo.

La moglie si coricava sempre prima, sempre con se stessa. Il mattino seguente di nuovo….. poi di nuovo….e ancora. A lungo andare la loro quotidianità degenerava nella noia totale. Gioco forza coinvolgendo tutti i sentimenti che normalmente uniscono una coppia, l’amore, il bene, la tenerezza, e non ultimo il sesso, tutti penalizzati dalla routine dalla noia e dalla logorante abitudinarietà di un vivere stanco.

È la moglie che comincia a dare i primi segni di intolleranza alla situazione che si era creata. Mogugna che ti mogugna, piano ma non troppo piano, un giorno decide di affrontare il marito e dirgliene quattro al riguardo. L’uomo, reagisce perplesso, non capendo di cosa si debba lamentare la moglie. Tutto secondo lui funzionava a meraviglia, ma Lei, invece che calmarsi, Incalzo’ e gli disse papale che così non poteva più funzionare, e aveva deciso per il bene di entrambi di rivolgersi ad uno psicologo, uno specialista in terapie per coppie ” stanche” per così dire. Lui sbotto’ dicendo che erano tutte sciocchezze, baggianate, per “spennare polli annoiati”. Vinse Mary la moglie, e insieme a Jonny affiancati sui sedili di un aereo, pronti per il decollo, destinazione altro paese, dove appunto si trovava lo studio del famoso guaritore di cuori. Psicologo.

E fu così che il mattino seguente al loro arrivo, si ritrovarono sul divano dello studio del dottore. Lei impettita ritta distinta e un po’ imbarazzata, lui sbragato in una posa di falso agio, vistosamente seccato, comunque imbarazzato anche se non voleva darlo a vedere. Il dottore comincia a far loro domande… Dunque chi comincia? chiese ai due. Jonny si rifiuta di rispondere per primo, precisando subito che se si trova in quel posto è per colpa della moglie, naturalmente dipendesse da lui, mica si troverebbe in quel posto, dove la gente va’ a buttare del denaro nella vana illusione di risolvere i loro problemi con la super visione di un doc.

Allora Mary disse, parlerò io per prima. Bene disse il doc. della mente, e di nuovo chiese, cos’è che non va tra di voi? La donna con voce tremolante inizia la sua timida lamentela, e spiega che la sua vita da qualche anno è diventata terribilmente monotona, priva di soddisfazioni, priva di emozioni. Tutto e’ sistematico ma sopratutto Jonny era diventato insensibile, non la degnava più della benché minima attenzione, e naturalmente questo atteggiamento la faceva sentire vuota, inutile terribilmente triste e sola. Jonny sembrava nemmeno capire cosa la moglie stesse dicendo, e non perdeva occasione per inveire apertamente sullo psicologo e le sue costosissime sedute.

Ciò nonostante Mary era determinata, quasi ostinata a non voler perdere l’occasione, l’ultima che aveva per salvare il suo matrimonio, la sua vita, il suo amore che con tanto coraggio difendeva, tutto a dispetto della non più giovane età, sembrava come fosse la sua ultima occasione, impensabile sprecarla. Passarono tre giorni e anche se riluttante Jonny accetto’ suo malgrado di sottoporsi ad una specie di esperimento voluto dal dottore. Quest’ ultimo infatti desiderava che la coppia, cenasse in un bel locale, bevesse del ottimo vino … e succedesse quello che doveva succedere…. accendere quella candela che da tempo si era spenta.

Alla fine a Jonny piacque l’idea del doc., tanto che stupì’ Mary, e per il dopo cena prenotò una magnifica lussuosissima camera in un albergo vicino. Tutto sembrava procedere a gonfie vele. Complice l’atmosfera regale, e qualche bicchiere di vino che i due sposi si trovarono teneramente abbracciati, si carezzarono, si baciarono, arrivarono addirittura ansimanti a desiderare di fare all’amore. Non fosse che all’improvviso lui, sopra di lei apri’ gli occhi e la guardo’ fissandola e di colpo tutto finí, senza parole. Una tremenda delusione, difficile persino immaginare lo sconforto di Mary il mondo le crollo’ addosso con tutto il suo peso.

Ormai le speranze non avevano più ragione d’essere, era finito, tutto finito per sempre. Il giorno seguente, il quarto, nel film, i coniugi sconsolati mestamente fecero ritorno a casa interrompendo anzitempo le sedute del dott. ti aggiusto io. La sera stessa Mary, tra le lacrime che le scendevano sul viso copiose e disperate per il loro miserando tentativo di ricongiunzione fallito, disse a Jonny che le era impossibile continuare la loro unione, e che quindi aveva deciso di divorziare piuttosto che stare con una persona che non l’amava più. Si accinse quindi a preparare le valige la sera stessa, nella sua camera, pronta a partire il giorno dopo, per chissà dove.

Jonny intanto, incredulo e disperatamente confuso, era come se d’un battito di ciglia si fosse reso conto di quanto gli mancasse il suo amore dopo soli pochi istanti dal sapere di averla persa per sempre. Aveva dimenticato cosa sua moglie fosse per lui. Lei era la gioia di andare al lavoro e ritornare la sera, di avere una casa, di avere una famiglia. Mary per lui era l’amore era tutto. Come sveglio dopo un brutto sogno, improvvisamente Jonny si alzò. Silenziosamente percorse il corridoio che separava le stanze, aprí la porta dove si trovava Mary che ancora era singhiozzante. Si sedette sul letto iniziò a carezzarla teneramente senza dire nulla, la bacio’ e poco dopo in un turbinio di bramosia incontrollabile i due fecero all’amore come non mai, e questa volta ad occhi ben aperti, senza chiuderli mai.

Il mattino seguente si risvegliarono abbracciati nella stessa stanza. Scese prima lei a preparare la colazione, segno evidente che di partire non se ne parlava certamente più. Jonny scese poco dopo per andare al lavoro, non guardo’ il giornale, bacio’ Mary sulla bocca augurandole un buon giorno, mangio’ becon e uova e si incamminò alla porta, ma di colpo torno’ sui suoi passi riabbracciò la moglie forte, con ardore e vigore ritrovato e ancora la bació più appassionatamente di prima, e sorridendo la saluto’ con un soffio di bacio mandato dal palmo di una mano prima di andarsene. Il vero Amore vince sempre e rimane, quello falso fa le valige.

 

8) IL FIORE CICCIONE ………………….287 ………………………………………27 – 10 – 2018

Il fiore ciccione.

Se ne sta ignuda davanti alla finestra la pianta grassa, sta ferma a prendere quello che la natura gli passa, sole, acqua quanto basta e diventa grande. Era piccola la pianta grassa, ed è cresciuta, ora nasconde il vaso che l’accoglie.
Sta a guardare cosa succede fuori, dove trascorre il tempo in cui tutti si impegnano a vivere il meglio possibile… e lei diventa sempre più grande e grassa.
La pianta ingrassa senza fare nulla, con il solo affanno di sperare ci si ricordi di lei per una annaffiata ugni lunedì.

Ho voglia di un discorso intelligente…da fare con un amico al bar.

L’amico li al bar, in qualche modo lo trovo e si comincia a parlare. Mi dice, non sembra tu appartenga a uno stile di vita che vai predicando…
Infatti, ci sto ancora provando, rispondo io
Allora intanto smetti le vesti del santo …
Mai portate… dico.
Non parrebbe, replica l’amico
Rispondo, sono fallibile lo so, quel che non so, è se anche Tu sai di esserlo

Sarebbe un bel finale se avessi parlato con qualcuno, ma l’amico l’ho immaginato sennò con chi potrei parlare in questo modo? …Perché che qualcuno così esiste, il difficile è trovarlo. Il Charly… Non che con Lui facessi grandi discorsi, o meglio, iniziavano con grandi parole, ma ci si perdevano presto nei bicchieri di cui ormai ne vedevi tristemente il fondo, ci si perdeva in alcol e altro ancora. Il Charly non c’è piú e nel l’attesa aspetto e spero e bevo un altro caffè.

Chissà se la pianta grassa ha bisogno di un amica. Se fosse, siamo uguali a lei. Aspettiamo e speriamo che ogni tanto qualcuno ci butti giù dal cielo un po’ d’acqua fresca.

 

9) OTTO AMICI IN BALIA DELLE ONDE DEL MARE………1612 ……………………………………………… 30 – 09 – 2018

Quattro amici al bar… in questo racconto sono il doppio, sono otto amici. Amici che si incontrano per l’apericena di un venerdì sera qualsiasi. In uno dei tavoli del bar, Max e Luca seduti comodamente, sorseggiano il loro drink mangiucchiando olive e patatine. Di li a poco nel bar entra Guido con Carla e insieme si riuniscono allo stesso tavolo per raccontare e chiacchierare con Massimo detto Max e Luca detto scaramello per pochi intimi. Al che i quattro accorgendosi della loro presenza salutarono anche Milena alias Milly e Giorgio che conversano allegramente tra loro poco più in là con altri due amici, il Bigio e la Laura, altri amici comuni. È un attimo che si ritrovarono stretti uno all’altra in un tavolo allargato alla bisogna.

I soliti discorsi, perlopiù di circostanza e gli “8” rumoreggiano con voce sempre più roca bicchiere dopo bicchiere. È di venerdì, allora Max appoggiato da Scaramello, alla terza birra media, propone agli stanti una gita al mare per il fine settimana. Una gita dalla città dove si trovavano, a Cecina mare. Sono tutti già lá, trasportati dai fumi alcolici nell’immaginario del giorno che ha da venire, il sabato sera. Otto amici che sorridono forte a bocca piena di una cena pesciarola annaffiata da quanto più alcol si possa ingerire, prospettando una nottata di vomito o di pace o d’amore. Ma vien pure di domenica, e il mattino partenza in motoscafo d’alto bordo per l’isola d’Elba. Max propose di imbarcarsi su quel motoscafo lungo che non finiva mai, con due potenti motori entrobordo e un ausiliario in caso di panne che li avrebbero trasportati da un bel luogo di mare ad un alto posto altrettanto bello, in totale sicurezza. Una bella gita al quale tutti alzarono i calici in segno di adesione per quella bella inconsueta avventura. È il sabato successivo e tutti puntuali al bar di ritrovo, con bagagli e sorrisi negli zaini.

E furono sorrisi che si apersero dallo zaino nel viaggio di andata. Un mare piatto, paludoso, caldo, e il motoscafo vi sfrecciava veloce tagliando l’acqua senza sollevarla quel più di tanto d’uno zampillo. Tutt’intorno un paesaggio che sulla terra si poteva definire una pozza immensa di un lago di montagna, invece che terra ma sullo spazio, si poteva definire un paesaggio lunare… allora furon brindisi tra chi beveva inneggiando alla buona sorte e chi festeggiava sonnecchiando beatamente. Ed eran per tutti sorrisi a zaino aperto, anche per chi sonnecchiava con una dolce smorfia di benessere sulle labbra. Un bel viaggio. A tratti noioso, ma dopo quasi tre ore, i magnifici otto giunsero all’agognata meta.

All’attracco, Guido scende per primo e aiuta la Carla, la Milly e la Laura, con loro si avvia su di un viale tra i bassi pini marini dove al fondo si scorgeva un qualcosa che ricordava un bar. Alle spalle arrivano anche gli inseparabili Max Scaramello, amici nemici per la pelle, seguiti dal Bigio e il Giorgio che discutono animatamente sulla partita di calcio di quella domenica… quanto di peggio non si poteva fare per ammazzare lo spirito di quel luogo incantato… ma poi per grazia o per fortuna, si ripresero, rinsavirono, vinse la natura, come sempre e insieme si calarono nel ruolo degli avventurosi marinai d’altri tempi, dividendo le loro emozioni con gli altri del gruppo.

Giulio scese per primo dallo scafo e fu anche chi sonnecchiò di più nella traversata in tappeto volante… fu il primo ad entrare nel bar e rivolgendosi al barista, chiese in uno stentatissimo francese di potere avere un “cafè ôlé”, un cappuccino, al che, le grasse risate dei sette alle sue spalle che in coro gli dissero che l’isola d’Elba è in Italia non in Francia. Guido pensava che da Cecina si fosse sbarcato in Corsica… aveva dormito troppo. Una lunga passeggiata accompagnó i compagni di viaggio, alla scoperta di una fetta d’isola che perlopiù eran rovi, pini e sguardi infiniti verso il mare… che guardandolo in quei momenti non sembrava fosse piatto ma increspato da brezza inconsueta. La camminata fu lunga e un poco estenuante, niente di meglio per appetito e voglia di un bicchiere di vino, così che la combriccola decise di pranzare in una locanda del luogo. Dopo una mezz’ora di brindisi e antipasti, i discorsi tra gli “8” amici si fecero caldi. Le donne annuivano soltanto sui discorsi in generale e parlottavano tra loro scoppiando in grasse risate di tanto in tanto per chissà quale misterioso motivo. Gli uomini si erano accalorati nel progettare nuove uscite in barca per il futuro. Guido per far ridere tutti propose una traversata futura in Corsica, e nonostante tutti ridessero a crepapelle, sosteneva con vigore di volerlo fare. E poi Max che diceva questo e Bigio quest’altro, mentre Luca proponeva Malta che dista 1000 miglia almeno da dove si trovavano e Giorgio che sbottava dandogli del pazzo. Si fece l’ora buona per tornare e ancora ripercorrendo quel viale si discuteva di dove sarebbe stata la loro prossima gita in motoscafo. Intanto il tempo s’era guastato e il sole sparito, intanto il mare non era più increspato ma un pochino arrabbiato.

Ripartenza degli intrepidi natanti per quel di Cecina e infervorati da progetti di viaggi e vino, risalirono a bordo per il rientro. Raggiunto l’alto mare all’orizzonte uno scuro che sembrava un lenzuolo di seta nero tirato sugli occhi, onde sempre più alte e minacciose, iniziarono a sollevarsi davanti allo scafo, e Max che lo pilotava cercava di prenderle di petto per fendere la loro consistenza. Dopo un ora di viaggio il mare non era più arrabbiato ma incazzato forte. Le onde a volte superavano i quattro-cinque metri d’altezza e gremivano l’imbarcazione con una violenza inaudita. Qualcuno era già stato preso dalla paura ed era entrato nella modalità panico. Bigio si mise a prua e in piedi arrancato con una mano al parapetto, gridava a squarciagola al vento come un indomito marinaio dei gelidi e impetuosi mari del nord, come a dire che si dava il tempo senza averne nulla da temere. Con l’altra mano stringeva forte la destra alla sua Laura cercando forse di scongiurare la paura e fingere celata calma e indifferenza per infonderle coraggio.

Il motoscafo avanzava a fatica tra schiuma e sobbalzi tanto violenti da sollevarlo per aria come fosse un guscio di noce in una vasca da bagno con l’acqua agitata con vigore da mani forti. Ad ogni onda Milly seduta a prua si sollevava di sotto il sedere rimanendo anch’essa aggrappata con le mani al parapetto posto sui lati, finché gridando di paura disse a tutti che gli era venuto il ciclo in anticipo, e purtroppo per lei i pantaloni bianchi lo testimoniavano. Laura e Guido erano sottocoperta del semicabinato che con occhi sgranati nel nulla guardavano fuori dagli oblò, forse pregavano che tutto finisse. Giorgio e scaramello si misero di fianco a Max che impugnava il timone stringendogli le dita addosso. Scaramello indicando la costa che si intravedeva tra schizzi e lampi in lontananza, pregava Max insistentemente perché vi si attraccasse in un punto qualsiasi attendendo la furia degli elementi ma Giorgio disse che non era una buona idea anche solo avvicinarsi alla costa, perché le onde li avrebbero sbattuti come uova marce contro gli scogli. Goccioloni di pioggia anticiparono l’incalzante di sferzanti folate di vento e Nettuno sembrava divertito nel rincarare la dose scagliando saette e rumoreggianti tuoni. In un violento sobbalzo si staccò il motore ausiliario che finì negli abissi terrorizzando se più si poteva gli occupanti di quell’ormai fragile mucchio di legname e metallo. Sembrava non finire mai, ma per fortuna o buona sorte, gli “8” alla fine riuscirono a raggiungere il tranquillo porto di Cecina e quasi in sordina, una volta a terra, gli amici si salutarono con ancora negli occhi il terrore di quella avventura disperata.

Due anni dopo Max e Scaramello finirono di pagare l’ultima cambiale firmata per l’acquisto di quel che rimaneva del motoscafo, che nel frattempo era stato trasportato in un quieto lago al nord per essere rivenduto a prezzo stracciato ad una tranquilla famiglia locale. Del resto il Bigio, imbestialito dalla traversata, lo voleva prendere a picconate una volta arrivato in porto salvo e non troppo sano.

Guido e Carla convolarono a matrimonio, e perché già programmato, fecero loro malgrado il viaggio di nozze su di una nave che poteva ospitare 3000 passeggieri, senza per questo evitare di svegliarsi di soprassalto nel cuore della notte alla prima avvisaglia di mare mosso nel golfo del Leone, che non poteva certo mettere in pericolo la navigazione di 100 tonnellate di ferro. Due anni dopo quel nubifragio Bigio e Laura capitó di dover forzatamente andare al casinò di Venezia a bordo di un bus-battello che ve li condusse dopo un quarto di ora di navigazione tra i calmi canali della bella città lacustre.

Guido e Carla non andarono più in barca, se d’acqua dolce e tanto meno d’acqua salata, e nemmeno si fecero più il bagno in una vasca, solo docce anche trent’anni dopo quel bel tragico giorno. Otto amici al bar che molti anni dopo, si ritrovandosi parlavano stringendo una caraffa di birra tra le mani di quel che si sarebbe potuto fare la domenica che aveva da venire. Chi proponeva la visita di un bel parco, chi di andare sui monti a mangiare e bere, chi diceva di fare una gita in bicicletta pedalando sul greto di un fiume e i soliti indomiti temerari, Max e Luca che proponevano audaci, il parco sospeso per adulti. Per il mare rimase e rimane per tutti il solito hotel sulla spiaggia con ombrelloni aperti dai bagnini il mattino, e il bagno in mare si fece e si fa sino all’acqua salata che cinge la vita di ognuno.

 

10) L’APERITIVO AL CAFÉ DE PARIS …………….349 ………………………………..15 – 01 – 2014

L’aperitivo al caffè de Paris.

Cambia il rapportarti con gli altri la sera, come cambia il rapporto che hai con te stesso… Come intanto al bar Cafe’ de Paris, con gli amici o con le persone che conosci all’ora dell’aperitivo prendi quella linea filosofica che durante il giorno non ti è propria. Di qualunque cosa si discuta o semplicemente si entri in argomenti di vario genere per comunicare, per interloquire sui fatti salienti delle ore più recenti Ognuno si propone con parole altisonanti per avvalorare maggiormente il suo sapere, di solito si capisce dal tono di voce che s’alza quando una parola, una definizione era li, pronta per essere detta, pronta per stupire, in genere detta perché non si ha più nulla da dire e allora si taglia corto per passare ad altro. Questo al primo bicchiere di vino, alla prima mezzora, poi le cose cambiano di mano a mano che gli aperitivi si consumano, gli argomenti di conversazione si alleggeriscono, le parole son più leggere, meno importanti, ci si scanzona l’un l’altro, non ci preoccupiamo più di sparare frasi fatte, o parole particolari, addirittura per chi esagera, subentra un rallentamento labiale che trascina le parole sino a farle diventare stanche. E’ arrivata l’ora di tornare a casa, ovviamente in ritardo per la cena, ma a quel punto la tua vena filosofica te la sei giocata, è rimasto solo di tentare di avere un aspetto più o meno serio. Si toglie il sorrisino idiota dal viso mentre entri in casa, e le uniche parole che escono dalla bocca e per incolpare questo amico o quella amica che non ti lasciavano andare, nonostante tu insistevi per farlo perché in quel bar tu proprio non ci volevi restare dopo il primo bicchiere. La moglie non risponde, contrariata, allora usi un tono duro… accidenti non ho mica ucciso nessuno, si si, risponde lei…siediti e mangia L’ultima tecnica da te usata per dire che non sei ‘brillo’ era l’attacco, si sa è la miglior difesa quando non c’è più niente da fare e da dire, solo che dopo un po’ non funziona più

 

11) ALTRI TEMPI…………………….1402 ………………………………………………                08 – 09 – 2018

Altri tempi.

Era il dopo”68”, si era da poco smesso di mettere calzoni corti e calzettoni bianchi la domenica. Noi ragazzi adolescenti giocavamo con cerbottane caricate di “frecce” di carta sapientemente arrotolate con abbondanti leccate di saliva che ne irrobustivano la punta, quando invece non si facevano interminabili giri delle solite quattro vie percorse a cavallo di bici da cross con fiocchi multicolori penzolanti ai lati delle manopole e cartoline sui raggi delle ruote per far sentire che arrivavi, e di tanto in tanto ci si fermava furtivi ai premere sui campanelli delle case per poi scappare a razzo prima che uscissero gli abitanti che si rendevano conto di essere stati disturbati inutilmente da dei piccoli vandali urbani.

Pomeriggi assolati a giocare a palla di cuoio cucita a mano che quando malauguratamente ti colpivano in faccia, lasciavano il segno per giorni ed era impossibile dire a mamma e papà che non avevi giocato a pallone con pantaloni e scarpe lucide che ti era proibito indossare perché ‘vestiti della festa’.

Era anche il tempo di partite di figurine di calciatori che venivano poste a qualche metro di distanza accatastate una sull’altra per il numero dei giocatori in gioco, e passavano di mano in mano dei possessori quando il fortunato piattello di piombo lanciato con sapiente delicatezza, si avvicinava di più alle “Panini” che perlopiù raffiguravano Moro, Rivera, Zoff, Mazzola, Tancredi, Juliano, Gigi Riva e molti altri… i campioni di calcio dell’epoca.

Le rare sale da ballo erano frequentate da uomini e donne adulti che di sabato, rincasavano prima della mezzanotte perché anche se da poco tempo non si credeva più ai gatti neri che nella notte portavano via bambini cattivi, era meglio non tornare lo stesso troppo tardi… lavandaie e portinaie, il giorno dopo avrebbero avuto un gran dire di persone che frequentavano la notte e avrebbero sparlato di loro con fantomatiche e assurde allusioni alla cattiva educazione ricevuta dai genitori.

Di domenica, le sale da ballo venivano gremite dalle tre di pomeriggio sino alle sette di sera subito dopo a cena e telegiornale con carosello, perché il giorno dopo era lunedì e si doveva lavorare tutti e studiare pochi a parte ragazzini in grembiule nero e fiocchi celesti o rosa. Si ballavano valzer, tango e twist con gambe che si intrecciavano nella frenesia di aver bevuto un calice di troppo.

Noi quattordicenni si muoveva i primi passi nel misterioso mondo femminile che ancora un po’ ci schifava ma di più ci affascinava. È la classica mela raccolta da un albero…
Si sognava di baciare una ragazza anche se avevamo paura di muovere la lingua perché spesso era per molti la prima volta, e non si sapeva come cosa e come si dovesse fare. Tutti impauriti ma si doveva fingere autorevole sicurezza, forse per questo allora si allestivano improvvisate sale da ballo fai da te. Per farlo non rimanevano che scantinati e solai, spazi non usati dalle nostre famiglie. Si ammassavano in un angolo tutte le cianfrusaglie che in genere erano masserizie in disuso o mobili della nonna. Un telo in genere era la miglior parete che ci potevamo inventare… palla di specchio mosaico girevole al centro del soffitto della stanza e tre lampadine dipinte con pennellate di vernice avanzata, puntate su di essa per avere un effetto scenograficamente psichedelico.

Un quarantacinque giri di Barry White di sottofondo e qualche manifesto alle pareti di Lucio Battisti o di Mal dei Primitives o di Elvis. Un tavolino con sopra bottiglie di aranciata o chinotto per le donzelle e per i cavalieri, cherry e Punt e Mes e la festa aveva inizio… sempre e solo rigorosamente di domenica alle 4 del pomeriggio. Solitamente a quell’ora l’invito era per l’unica ragazza carina che accettava di venire fra le 10 a cui si era chiesto in settimana che accettava a condizione che fosse accompagnata dalla cugina o amica solitamente racchia… ma a 13/14anni andava bene tutto, era un esplosione d’ormoni senza cervello, e contava solo il risultato finale, non ci si doveva innamorare, serviva solo il pulsare di certe emozioni che c’erano totalmente sconosciute, e sopratutto era essenziale dare il primo bacio… alla francese.

Noi ragazzi invece ci presentavamo due ore prima perché a parte l’ansia, si allestiva in fretta e furia un altra parete fatta da un telo di stoffa, serviva da separé per coprire la branda dove forse un fortunello si sarebbe appartato con la sua bella e questo lavoro andava fatto alle ultime ore… un genitore troppo ficcanaso si sarebbe potuto presentare per un presunto ultimo saluto prima di pranzo e di certo non avrebbe gradito vedere il ‘giaciglio’. Ovviamente il numero di noi ragazzi era sempre non inferiore alle 5 o 6 unità e finiva che un paio almeno, abbandonavano il campo due ore prima, e se ne andavano da duri adducendo di essere stanchi di fare quelle cazzate ma in realtà avevano capito che non venivano cagati nemmeno dalla racchia.
I rimanenti non di rado usufruivano di baci regalati a turno dalle ragazze anche se il preferito rimaneva per tre dischi suonati e ascoltati in compagnia della bella.

Poi arrivarono inesorabili gli “80” e i “90”… sale da ballo si fecero quasi inesistenti, e delle “stanze con teli” quasi nemmeno il ricordo. L’ora delle discoteche aveva suonato il gong presentandosi con l’abito luccicante al mondo visto da occhi poco più che adolescenziali. Nelle discoteche non si ballava solo di sabato e domenica ma spesso anche di venerdì e a qualche se pur raro invito privato settimanale, feste di compleanno, anniversari e ricorrenze felici.

I dischi in vinile vennero iniziati alla loro raccolta di culto e le musicassette spopolavano nei mangianastri. Ormai anche noi eravamo diventati adulti e non si usciva più agli orari dei nostri genitori e non certo di domenica pomeriggio perché era diventato un uso da sfigati. Alle 8.30 di venerdì sera si entrava allo Shacher piuttosto che al River o al Mille Luci per rincasare intorno alla 1 e mezza, mentre il sabato un po’ più tardi e non si limonava più ma si faceva molto altro in camporella dopo aver bevuto un paio di Gin tonic e fumato una Muratti. In camporella i vetri della Djane si appannavano velocemente d’inverno, e d’estate andavano bene fogli di giornale o luoghi più appartati. Intanto Michael Jackson gridava dai pannelli dell’auto, la sua voglia di vivere, e Noi con Lui…

È passato da un bel pezzo il “2000”, adesso gruppetti di ragazze e di maschietti adolescenti, escono di casa alle 11, alcuni accompagnati da un genitore che a turno li porta in qualche locale con nomi strani e incomprensibili se non per il loro senso trasgressivo che incute timore il solo pronunziarli. Poi vengono riaccompagnati a casa alle 2 o 3 di notte da un altro genitore di turno. Mentre per quelli più grandi (si fa per dire) dopo le 3 inizia la movida, inizia lo sfascio totale del corpo della mente e dei sensi. Non si limona più, e all’alba dopo aver ascoltato musica tecno dal ritmo assillante o rap snervante che può essere composto e cantato dal primo imbecille che potrei essere io stesso, voglia anche solo provare. La canzone è musica melodica cantata, non ritmo noioso ad una sola voce parlato… moltissimi sanno parlare, pochissimi sanno cantare.
Il devasto dei sensi è finito, distrutti da pasticche, bevute e quant’altro di cose ingurgitate senza nemmeno sapere cosa fossero, al di là di conoscere che hanno un tasso alcolico superiore ai 50 gradi.

Finalmente è finita, i guerrieri della notte, al mattino di buonora sono al bar, quello di chi non si arrende mai, e lo affermano a voce alta dall’alto dei loro vent’anni. Stanno lì, sbracati su una sedia con un braccio appoggiato al tavolino e l’altro penzoloni che dice quanto è fiero nell’incuranza di tenere una posa più educata e gentile. Lo sguardo di occhi opachi e storditi, mostrano la gloria di una notte brava… passata, vissuta… anche se totalmente inutile quanto negativa. Sono lì, al bar e bevono un cappuccio con brioches che si vomita quasi sempre insieme al resto un ora dopo il ritorno a casa. Sono le 8 del mattino e gli irriducibili guerrieri della notte frugando nelle tasche per cercare le ultime monete rimaste, trovano il preservativo ancora bello bello impacchettato, sbuffano e sospirando se ne vanno a casa… hanno fatto di tutto ma non hanno fatto la cosa più bella al mondo da fare insieme a mangiare e dormire… Bisognerebbe tornare al “68” e mettere fiori nei nostri cannoni.

 

12) INFORMATI DEL NOSTRO STAR BENE……………421 ……………………………         11 – 08 – 2018

Informati del nostro star bene.

È contorto il pensiero che porta ai cuori della gente. Quel labirinto in cui tutto si imbriglia in pensieri confusi nella speranza di trovare la via d’uscita per metterci alla prova. La prova da sostenere ogni giorno per rimanere abbarbicati ad uno sciocco vanesio modo di vivere perché quasi sempre di vanità si tratta. Ogni controversia e difficoltà nella vita è data da un comportamento futile quanto inutile e sempre per l’alter ego che ci spinge in lidi poco raggiungibili, perché anche si raggiungano non fanno altro che alimentare il desiderio di volere altre spiaggie dove approdare.

In sostanza è fare male a se stessi ma noi lo scambiamo erroneamente nel cercare di potenziare il nostro sapere che spegnendosi lentamente, si è fermato il momento che ha desiderato oltre il necessario… cioè sempre. Amiamo cose, fatti e persone ma non disdegnamo di avere cose più del superfluo. I “fatti” li usiamo a seconda di come ci viene meglio e le persone le usiamo ad uso e consumo a seconda di come ci conviene. Ipocrisia? No! Nessuno è ipocrita anche se nell’uomo è insita l’ipocrisia sin dalle cellule riproduttive di una gestazione. Per porre rimedio in questo caso specifico alle problematiche dell’ipocrisia, c’è solamente da chiedersi ogni fine di un giorno il perché quel giorno abbiamo vissuto. Sarà in quegli istanti che emergeranno fotografici pensieri in cui rivedremo e ci riascolteremo. Quante stupidaggini avremmo evitato con il senno di poi, quante inutili puerili critiche da cortile eviteremmo in futuro?! Quanto più amore si potrebbe dare invece che sprecarlo nel vano tentativo di averlo quando al contrario siamo già pieni d’amore, non lo fossimo ci ammazzeremmo per ogni banale controversia come pazzoidi incontrollati. Non fossimo dotati d’Amore, non riusciremmo mai a districarci nei sentieri contorti che portano ai cuori della gente. Forse la vita andrebbe presa a dorso di un asino con la bella che ti abbraccia da dietro, magari inforcando maldestramente un giornale da sfogliare mangiando notizie prese a casaccio da poche righe lette alla rinfusa. Un uomo e una donna che si amano percorrono la strada di casa a dorso di un asino mentre uno di loro sfoglia un giornale… un modo come un altro per evadere dall’ipocrisia e presentarsi nel vivere per ciò che siamo in realtà. Uomini che senza un asino non vivrebbero felici e le notizie le apprenderebbero comunque ma quelle del vicino di casa non dal mondo di cui tutti facciamo parte. È contorto il sentiero che porta ai cuori della gente.

 

13) SCRIVENDO A DUE PERSONE CHE AMO………………………………….    13 – 08 – 2018

Scrivendo a due Persone che Amo

Riecco che voglio pensare a qualcosa di nuovo da scrivere. O meglio, riecco che interrogo il mio stato d’animo per desiderare, non di volere, perché già la parola voglio mi urta come fosse un simbolo di potere.

Più che dire vorrei, preferisco dire mi piacerebbe senza pensare sia un atto di eccessiva umiltà pur mai troppa. Penso invece che nell’imperatismo del ‘voglio’ ci siano meno possibilità di riuscita che nella speranza del ‘mi piacerebbe’. Si dicono e si fanno in due modi il voglio e il desidererei. Voglio quella persona, la voglio a qualsiasi costo. Mi piacerebbe che quella persona condividesse i miei sguardi per poter sognare di avere una compagna o un compagno da amare per una vita ed oltre.

Ogni volta che leggo il cuore per cercare di scrivere qualcosa di sensato, cerco di orientarmi sempre nel lato del bianco e spesso per questo puntualmente si ripete l’interrogativo del se mirare al bianco è un segno di codardia perché si è deboli rifugiandomi nel ‘mi piacerebbe’ o se al contrario rifuggo il buio, le tenebre, il nulla… e coraggiosamente combatto contro il ‘voglio’ che da sempre è dalla parte del nero.

Allora sto lí!
Trovata la solita risposta bianca ai perché, mi dirigo nell’intimo dell’animo e mi auguro strada facendo tra emozioni e storie di vita comune di non incappare in uno scuro pensiero. Finalmente quegli eterni istanti cessano con il cuore che bussa alle porte dell’anima, e allora ancora sto lí, fermo solo con il corpo. Con la mente viaggio assalito da fantastici effluvi che tenendomi per mano salgono alla mente per irrorarla di tutta la vita di cui dispongono.

È arrivato il meglio di quanto possa cercare di fare scrivendo per trasmettere vere emozioni con il contenuto minimo di ipocrisia e il contenuto massimo del bene. L’effluvio rigenerante é arrivato dove desideravo arrivasse, cancellando d’un botto altri fuorvianti pensieri… e scrivo.

Feriscimi il cuore. Io viva solo in Te e il mio cuore desideri ritornare alla sua Patria solo dopo che saprò meritare la Tua fiducia.

Feriscimi il cuore ch’io capisca quanto male potrei farti se non t’amassi.

Mi ferisco il cuore al pensiero di cosa Tu rappresenti per me perché non son degno di averti nell’Anima.

Invece Tu ci sei.
Sei presente come l’acqua alla fonte, la neve sui monti e la sabbia del deserto sferzata dal vento. Sei la presenza d’ogni mio giorno, sei la luce che entra dagli occhi e illumina la voglia di vivere. Sei lo sguardo più dolce di sempre e il tuo sorriso è un trionfo di quel che dev’essere per chi ti ama. Le parole scorrono dalla tua bocca sinfoniche come un cinguettar di passeri a primavera, a volte severe ma sempre sincere. I tuoi gesti sono gentili e morbidi che sembrano manna che discende dal Cielo a sfamare il cuore.

Feriscilo questo cuore, non smettere mai di farlo, lasciami solo qualche goccia di sangue perché possa battere quel che basta per desiderare di poter continuare ad amarti… o mio Signore… o mio Amore.

 

14) Il tempo cambia………………765 …………………………………………….20 – 10 – 2018

Aria di pioggia. Il mio Tempo preferito. Frastuoni di tuoni brontoloni e bagliori improvvisi di lampi accecanti in cielo, riportano all’ordine ogni velleità. Tutto si ridimensiona. L’uomo si fa piccolo e ora comanda la vita. Dietro tutto ciò si può notare l’assoluta dominanza della natura è si sta piccini piccini al rifugio di un riparo domestico e al nascosto dalle insidie. Oggi, adesso comanda il tempo. Rumoreggia tutto attorno e le tenebre anticipano la loro venuta calando un sipario sopra i nostri pensieri. Piove. Ora goccioloni d’acqua trasportata dal vento si fanno sentire sulla pelle. Basta sole. Non è il suo momento. Il sole ha stancato con la sua asfissiante presenza. Si è capito il senso. Noi abbiamo alzato la temperatura, noi abbiamo sconvolto l’ecoesistenza, ora sale in cattedra il vento che benigno travestito da maligno, adombra i cuori intimorendoli di un sano rispetto. Ricordo di quell’anno in Calabria che moto parcheggiate ai bordi di una rudimentale tettoia fatta di bambù, nonostante il loro peso aumentato dai bagagli, le moto barcollavano sui loro cavalletti ubriache, a volte cullate, a volte strapazzate da folate di vento impetuoso, mentre noi affannosamente si bucava con coltelli la volta di cellophane posta sopra le arelle perché gonfie di pioggia pesante rischiavano di crollarci in testa. Ma ricordo che anche in Puglia ai piedi di una torre Saracena il tempo bestemmiava la sua rabbia al mondo, e si cercò rifugio sotto un anfratto diroccato e si stette tremanti ad aspettare la clemenza di Eolo.

In Scozia, i fiumi si fecero più scuri di torba e nel bed & breakfast si riposava sonnecchiando svegliati da rumori assordanti e guardando dalle piccole finestre si poteva vedere il nero arrivare minaccioso dal lago di Lochness che brandiva alle spalle il castello di Highlander. Si stava su lettucci separati ad aspettare l’ora di cena. Ancora, sull’’Adamello quel giorno arrivò furente una bufera estiva che ghermì tutti i reparti delle giovani marmotte, glorioso gruppo di boyscaut. Così che sotto un anfratto di roccia ci rifugiammo abbracciati ad attendere la sfuriata degli elementi che ci aveva colto con vestigia leggere.

Come non è diverso il maltempo quando si abbatte sopra i tetti delle case di una parte della foresta che avvolge le zone di confine tra la Romania e la Moldavia. In una capanna di cacciatori, bagliori di lampi accecanti invadevano ogni pertugio di spazio libero, le coperte puzzolenti di capra si tiravano fin sopra la bocca, proprio sotto il naso, a sentirne meglio il maleodorante odore che emanavano, quasi ci volessimo nascondere da tutto quella caciara temporalesca.

Nel proseguo dei ricordi il bello, calmo e piatto mare di quel giorno a Cecina. Così si decise di andare in gita con un potente motoscafo verso l’isola d’Elba. Una mareggiata improvvisa si presentò con fulmini e tuoni che alzavano le onde innanzi noi di sei, sette metri. Non si poteva attraccare perché avremmo rischiato di naufragare impiastricciati tra i rottami contro gli scogli e si rimase uniti sotto coperta a sperare che Nettuno esaurisse la sua rabbia. Quando il tempo si guasta sulle vette dei monti, i rifugi si riempiono la bocca del loro stesso nome e riparano cuori e anime scaldandoli con abbondanti bevute alcoliche che stordiscono per infondere coraggio. Come quando in Abruzzo scoppió un temporale e noi si andò a cercare di recuperare le pecore impaurite sparse nel bosco che sotto gli alberi speravano di trovare riparo dalle intemperie, ignare che in realtà erano bersaglio facile per saette capricciose. Tre ore per radunare tutti i batuffoli di lana grezza e poi vin brûlé a volontà. La pioggia mi ha regalato uno dei più bei compleanni che abbia avuto modo di festeggiare la mia adorabile compagna. Eravamo in viaggio, io con la mia moto e Susy con la sua mentre Luca e Daniela facevano da apripista nel viaggio. Stanchi, assettati e affamati. L’Inghilterra ci aveva messo alla prova sin dalle scogliere di Dover, dapprima per la guida a sinistra e poi per un vento che a malapena ci faceva stare in sella. Nubi nere come la pece e pioggia scrosciante ci obbligò ad una sosta a Londra. Una sosta forzata ma non troppo, poco dopo si era al riparo tra le mura di un albergo che ospitò i nostri corpi e diede una ventata di freschezza ai nostri spiriti. Nell’arsura del deserto la fame si sopporta per lunghi giorni, la sete è indispensabile dopo poche ore. La pioggia è intima come una poesia che si insinua nelle strade delle città così come tra mari e monti dove riporta la vita. La pioggia… il mio tempo preferito.

 

15) L’Amore si scopre solo amando……………….1231 ………………………  pubblicato su Araberara … 17 – 12 – 2014

17.12.2014

È stato detto che la carità insieme all’Amore è il solo Tesoro che aumenta nel dividerlo. L’Amore si scopre soltanto amando. Gesù lo ha sempre saputo. La Chiesa ogni tanto se lo dimentica, noi anche, io pure.

DIO c’è, DIO non c’è. Adesso basta, prendo posizione, e dico la mia, sono stufo di pensare in un modo, e per essere accomodante e non dire fino in fondo ciò che penso al riguardo di quel DIO che c’è o non c’è. Per me DIO c’è eccome, è qui con noi, ora intanto che sto scrivendo. In forma di Spirito Santo, “aleggia tra di noi” non ci giudica, non ci protegge, se non glielo chiediamo, non ci fa vivere e non ci fa morire, attraverso l’insegnamento di Gesù ci ha donato la libertà totale di decidere, tra il bene e il male, tra il bianco e il nero, tra il buio e la luce, la Sua luce se noi vogliamo….. Il mio pensiero al riguardo di chi dice che non c’è nulla, è che è uno sfiduciato cronico, un realista pieno di se dotato di poca umiltà, una persona che ti risponde la solita tiritera di comodo perché credere solo in se stessi fa comodo.

La Chiesa fa schifo, i preti sono i primi peccatori, la confessione è una sciocchezza d’altri tempi’ pregare è noioso e inutile, la messa è un rituale obsoleto e non serve a nulla… non dimenticando la scusa più infantile… se la Chiesa usasse tutti i tesori che ha salverebbe il mondo da una sicura morte per fame, e altre mille innumerevoli scuse puerili e meschine. Si perché la Chiesa, così come i preti, Dio li ha demandati agli uomini, perciò mi si dica che colpa ha Dio, se la chiesa è amministrata da alcuni stolti peccatori, che abusano del loro potere, per compiere nefandezze e schifezze di tutti i tipi, Cosa c’entra DIO., se qualche prete, si è consacrato tale dimenticando la retta via accettando la scuro oblio delle tenebre praticando schifezze tipo pedofilia, avidità, malcostume e chi più ne ha ne aggiunga.

Risponderanno duramente dei loro peccati davanti alla loro coscienza, e davanti a Dio stesso, cavoli amari dico io, non vorrei di certo essere al posto loro. Ovviamente devono essere puniti duramente, inflessibilmente, ma che c’entra Dio con la giustizia che ci siamo creati su questa terra. E poi ancora la confessione per alcuni è inutile quanto la preghiera… nessuno può asserire ciò se non sa cosa quale sia il principio vivo della confessione, che è la liberazione dai peccati e conseguente accoglimento di perdono, importantissimo atto di umiltà utilissimo per appianare tutte le divergenze del mondo, così come lo steso pregare è lo strumento più dolce a disposizione di tutti che se ben pregato, non è solo cibo per l’anima ma incommensurabile aiuto per la mente, e sicura via per il rispetto altrui, quindi amore puro che genera bene, il bene genera altro bene, così all’infinito sino ad arrivare al sicuro contatto con Dio, che è amore purissimo.

La S.Messa non serve a nulla, pretesto usato dalla maggior parte delle persone che dicono di non credere in Dio, o peggio di credere ma a modo loro e per questo trovano scuse di comodo. Meglio stare a letto di domenica, caspita almeno di domenica. Magari si “devo lavorare” come se nella settimana non ci fossero altre funzioni che spezzano il pane tinto di vino quotidiane

Un classico per chi crede a modo suo di criticare quel prete perché è noioso o quell’altro che la fa troppo lunga con il cercare predicare bene ma al fine razzola male, o ancora non ho tempo….. Come se il fumatore evitasse di fumare o lo scansafatiche lavorasse. Volere è potere, se una cosa ti interessa non prendi scuse, la fai e basta, e se si pensa di essere Cristiano a messa ci vai, punto e basta, non fosse altro per poter dire come mai non ci andrà più. Se la chiesa aprisse i suoi forzieri, sconfiggerebbe la fame nel mondo! Si dico io, per quanto tempo? Un anno? Due anni? tre anni? E poi non avremmo più una chiesa perché impoverendosi non potrebbe sostenere le molteplici attività benefiche in atto, ed è sicuro che da poveri meschini quali siamo l’abbandoneremmo subito.

Lo stesso non sarebbe giusto che la storia e la cultura rappresentata anche in particolar modo dalle Chiese, sparisse d’incanto con i loro magnifici affreschi e dipinti e ancora preziose testimonianze di tesori che dalle statue marmoree variano ai calici d’oro regalati dai capi di governo e sovrani di ogni tempo. Non sarebbe giusto venderli per risolvere un immenso problema solo temporaneamente… Pensiamoci tutti insieme alla fame del mondo, ora, domani, sempre, con un modesto e irrisorio contributo, e non facciamo i Pilato, incolpando altri delle nostre colpe lavandoci come Pilato.

Qualcuno diceva che la carità assieme all’amore è il solo tesoro che aumenta col dividerlo. Ricordiamocelo. E partendo da questo concetto che vale per tutte le religioni, filosofie o credenze, diventa subito evidente che è irrilevante a questo punto se Gesù era un profeta o una divinità incarnata. Smettiamola di giudicare colpevolizzando la religione ma andiamo al nocciolo della questione.

Gesù ha forse detto qualcosa che non si configuri ai giorni nostri? Gesù e l’unica persona al mondo che non ha fatto politica se non al fine ultimo dello scopo di far trionfare l’amore. Chi se ne frega se avesse o meno fratelli, ciò, ne sminuisce, ne annulla il suo Verbo. Chi se ne frega se nell’ultima cena Maria Maddalena fosse o meno la sua donna! Non era uomo? Anche fosse stato non ha offeso alcuno. Chi se ne frega se la Santissima Maria non fosse Vergine, non cambia certamente il fatto che sotto la croce ci fosse Lei, una donna, una madre disperata per la crocifissione del proprio Figlio che sino all’ultimo, ha avuto parole di pietà per un ladrone, quindi si è sacrificato per noi.

Ognuno, secondo la propria convinzione o educazione religiosa, è libero di pensare ciò che vuole, sono tutte discutibili, ed interpretabili, purché convergano al comune denominatore del bene di tutti, solo così può esistere un Dio per tutti e per tutto.

E’tutto l’insieme porta all’Amore e… Dio è Amore, Dio C’è. E quel Dio che mi fa rispettare tutti quelli che non credono in Lui, con la speranza loro rispettino me che ci credo… Rispetto molto meno chi crede in Dio, e non fa nulla per farlo sapere a se stessi e soprattutto agli altri. Perché non è detto che chi va in Chiesa senta Dio dentro al cuore e lo manifesti. L’ipocrisia è dappertutto, anche nelle Chiese e chi le frequenta, il male si insinua dove trova tanto più bene possibile. Gesù ha cacciato i mercanti dal tempio con le loro capre e colombe da sacrificio, ed è per questo che uccidere un essere vivente in nome di Dio è impensabile. L’amore si scopre soltanto amando. Gesù lo ha sempre saputo. La Chiesa ogni tanto se lo dimentica. Noi anche e io pure, ma in ogni caso riparto dai miei sbagli. E a volte basta quello. Dio c’è ed è qui ora, con chi crede e chi non crede, con i buoni e i cattivi, con gli ipocriti e con i falsi, con i bianchi e i neri, con i rossi e con i gialli, Dio non abbandona nessuno perché vede tutti di un solo cuore e un solo colore.

Buon Natale fratelli

 

16)IL MECCANISMO CHE PER FORTUNA NON C’È ………..148 ……………………………..12 – 01 – 2014

Sarebbe bello avere un meccanismo nel cervello, pronto a fotografare ogni immagine, ogni pensiero per arrivare cosi a sera, riavvolgere il nastro, e scartare cosa c’è di poco interessante e viceversa salvare il meglio. Bisognerebbe anche che il meccanismo fermasse le emozioni nel momento in cui si sta pensando una cosa buona e ritrasmetterle nell’ attimo in cui si decide di scrivere qualcosa al riguardo, o semplicemente usare questo tuo potere in tanto che parli con qualcuno e vuoi condividere il tuo pensiero…. per stupire, per stupirti, per affascinare per affascinarti.
Io penso che ogni uno di noi avrebbe una emozione, una gioia, un qualche cosa di interessante da dire, se potesse dotarsi di tale meccanismo, ma poi penso anche che forse è meglio lasciare le cose come stanno, altrimenti ci sarebbero altre categorie di disoccupati… i narratori, i conta fiabe, gli scrittori e i poeti.

 

17) IL TEMPO………………………255 ………………………………………………..            02 – 11 – 2018

Il tempo.

Quantificare il tempo è come misurare l’aria. Ieri è passato ed è comunque inquantificabile che a dirla in modo più semplice lo stesso non si quantifica.

Il tempo è aria che ti scorre sulla pelle. Ti accarezza cullandoti in una dimensione senza tempo… il tempo senza la dimensione del tempo che ti trasporta automatica al vivere senza avere una reale dimensione del tempo stesso.

Andiam per foto, andiam per fotogrammi di ricordi, ma il tempo ci sfugge tra le dita delle mani. È lui il padrone di noi. Ce lo ricorda ad ogni suon di campana che s’ode all’imbrunir della sera che incalza ammorbando i rumori. L’imbrunire vede le persone a tavola dopo una giornata di lavoro, o di tribolazioni varie, che oggigiorno il lavoro e solo saper vivere e molto spesso sopravvivere. E il tempo è li onnipresente come le nostre credenze che altro non sono che un riparo alle insidie della vita. Intanto lui, anche in questo momento ci avvolge…

il tempo scandito da campane, suoni rumori e anche pace. Il tempo lo misuriamo in compleanni, unioni, oltrepassi e anniversari. Intanto il nostro viso cambia davanti allo specchio dove ci stiamo spazzolando i denti… e ancora non sappiamo dare un volto al tempo. Lui ci sfugge perfido e soave come un’anguilla sguscia tra le mani dopo la cattura.
Il tempo è quella cosa che è meglio si faccia Amico. Sapere che alla fine vince sempre lui non ci può che indurre al totale rispetto di quella cosa senza volto, il tempo.

 

18) LA DEMOCRAZIA…………………..298 ……………………………………………..02 – 04 – 2014

La democrazia.

Nel mondo civilizzato, abbiamo gli stati. Gli Stati sono capeggiati dal presidente, seguito dai ministri e uno stuolo di segretari seguiti dai vice, poi arrivano i deputati, i senatori, i parlamentari, i sindaci gli assessori, consiglieri e giunta comunale tutta… che per comando e per boria, non sono secondi a nessuno. Poi, molto poi, praticamente in ultimo, arrivano i cittadini…
In ogni squadra di calcio, c’e un presidente il suo vice, subito dopo i dirigenti, e ancora, allenatori, capitano della squadra, arbitro, guardalinee e per ultimo, molto per ultimo, i giocatori…

Nella scuola, capeggia, primo su tutti il ministro all’istruzione,
Il suo bravo vice, poi segretari, sotto segretari, presidi, direttori, docenti, professori, maestri, bidelli, e poi, e poi, e poi, fino ad arrivare ai bidelli… che per comando e boria, non sono secondi a nessuno, e per ultimo, sempre per ultimo, gli studenti.

Nelle strutture ospedaliere al primo posto di comando c’è il ministro alla sanità, il suo vice, e qui via via nell’elenco perché si dovrebbe consultare una enciclopedia, quindi passiamo direttamente al penultimo, gli infermieri, che per comando e per boria, non sono secondi a nessun loro superiore, ed in ultimo, per ultimo, ci sono gli ammalati….

Sono molti gli esempi, perché sarebbe possibile continuare ancora per molto. In qualunque forma di civiltà esistente si potrebbe descrivere le scale gerarchiche di ogni lavoro esistente con tanto di finale uguale per tutti. Gli ultimi, serviranno sempre a “quelli sopra”, diversamente, quelli sopra non avrebbero ragione di esistere e quindi trionferebbe la democrazia… che non c’è, non esiste, e non può in alcun modo esserci, dal momento stesso che finché qualcuno comanderà qualcun altro, il concetto della democrazia se ne va’ a puttane, anzi no, senno’ qualcosa di bello sarebbe fatto… Se ne va’ e basta.

 

19) IL SENTIERO ………………801 ……………………………………………………..                    31 – 12 – 2014

Il sentiero.

Quando inizio non vorrei mai. Poi nell’andare, prendo ritmo, prendo pensiero. Non mi piace seguire per più’ di una volta lo stesso sentiero, mi annoio, mi stanco di tutto quello che è routine, di tutto ciò che è ordinario, metodico, sistematico. Fare le stesse cose sempre, sembra mi uccidano la fantasia, mi tarpino le ali, mi impediscano di ricrearmi di rigenerarmi, di reinventarmi. È così che mi trovo su quel sentiero, la nel bosco, quello già fatto la volta scorsa, ma ancora più in la scorgo una nuova traccia, si, sembra proprio un sentiero nuovo. Mi fermo, osservo, cerco di capire in che direzione mi può portare, se è ben definito e ben curato, capisco che ovunque porti non si interrompe dopo ore di cammino in una scarpata, o in un punto dove non potrò più avanzare. Ma purtroppo prediligo sempre i sentieri di montagna, non ben definiti, quelli impervi, quelli che spesso non capisci se per l’incuria o l’abbandono dell’uomo, continuano o si concludono a tratti. Mi incuriosiscono e mi intrigano un sacco, hanno sempre quel qualcosa che mi dice di provare a percorrerlo, proprio perché non frequentato, certo mi porteranno in luoghi sconosciuti ai più, così potrò fantasticare su quello che incontrerò illudendomi che poche persone hanno avuto quel privilegio, almeno negli ultimi tempi, negli ultimi anni. Del resto se volessi solo camminare, me ne andrei su una ciclabile, o su di un sentiero ben segnalato. Parto, e come muovo i primi passi, mi ritrovo puntualmente, la figura di Susanna, la persona che divide con me la sua vita. Lei mi ammonisce e mi sconsiglia vivamente di non prendere quella strada, perché non posso sapere dove mi porterà, e come ovvio mi rispondo che starò più che attento. Un’ultimo sguardo d’orologio per sapere se nonostante degli eventuali inconvenienti, ci posso stare con il tempo. Mi assicuro di avere con me il telefonino, il mio Rosario e via, l’avventura può iniziare. Che poi i sentieri son tutti uguali alla fine, cambia il tipo di terreno, a volte vi trovo del fogliame, a volte delle radici che lo attraversano, e i ruscelli con le loro cascatelle sono solo posizionati diversamente ma uguali comunque tra loro, bellissimi, sempre. La parte fantastica, almeno per me, e’ quando mi imbatto in qualche rudere di una costruzione rupestre d’altri tempi. Mi fermo, guardo incantato per lunghi minuti, ed è in quei momenti interminabili, che entro da personaggio nel mio fantastico film. In quelle poche pietre ammassate ormai alla rinfusa, carpite per lo più dall’incedere della vegetazione, che si è da tempo ripresa il possesso del suo. Immagino. Mi sembra di vedere la gente che ha vissuto in quella casa, che ci ha cresciuto dei figli, che ci ha allevato del bestiame, vivendo del poco, per noi moderni del nulla. L’acqua era a pochi passi che scorreva incessante in quel ruscello, ci si dissetava, si usava per lavare le poche masserizie, ci si faceva il burro e mille altre cose indispensabili alla sopravvivenza. Penso ai lunghi inverni che si trascorrevano isolati dal mondo, alle lunghe notti in compagnia delle stelle e delle lampade ad olio, delle fiabe, e di fantasiosi racconti, accanto al camino che aveva appena regalato una polenta, e ora con elegante crepitio del proprio fuoco con le braci si appresta a dar castagne. Penso alle corte estati con le mucche al pascolo, ai pastori che tagliano erba per farne fieno per l’inverno, le loro donne che preparano forme di formaggi e di stracchini a fine stagione, e ancora rastrellano foglie secche dal bosco per assicurare un comodo giaciglio al bestiame. Penso alla povertà di quegli uomini e di quelle donne, e alla loro ricchezza di cuore, e li confronto al nostro esatto contrario, al loro niente e alla loro fierezza che era tutto, al nostro tutto che nemmeno conosce fierezza, ai loro valori sempre presenti, e ai nostri che non esistono più da tempo, al punto di non ricordare nemmeno che esistono… Sospiro, e proseguo il mio cammino sul sentirò tra la maestosità di quegli alberi stupendi che si stagliano fieri verso il cielo, quasi a tener vivo il ricordo degli abitanti di quel luogo, in mezzo a quei monti. Praticamente il prendere un sentiero di montagna per ogni uno di noi determina con certezza il nostro essere, il nostro vivere. Se siete persone tranquille, prendetene un sentiero sicuro e ben segnalato. Se siete un po’ irresponsabili e irrequieti, prendetene uno irto, scosceso e quasi impraticabile. Se appartenete alla mia categoria di escursionisti, e siete avventurosi e romantici e un pizzico malinconici, ma sopratutto se amate tanto la vita al punto di reinventarci in continuazione, prendetevi del tempo in giusta quantità, e avventuratevi su quel sentiero, si quello la poco battuto, poco segnalato, e…fatevi registi del vostro personalissimo film. Buona visione.

 

20) VOGLIA DI PACE ……..429. ………………………………………………………..05 – 11 – 2014

Voglia di pace

Ho tanta voglia di pace dentro da rendermi conto di usare ogni istante della mia vita, per raggiungerla e unirmi a Lei. Significherebbe raggiungere uno stadio mentale che non venga imbrattato da pensieri foschi. Sarebbe non pensare a persone cui ho fatto del male e di questo, me ne pento amaramente. Avere la pace interiore sarebbe non pensare ai mali del mondo, zeppo di ingiustizie quotidiane. Raggiungere uno stato di beatitudine senza il disturbo di queste realtà, sarebbe umanamente impossibile. Allora che fare. Perché sprecare una vita intera a voler raggiungere la meteora della pace. Un percorso di vita è tale per chiunque a qualsiasi livello di estrazione etnica sociale e culturale, quindi se non è dato raggiungere uno stato beato, perché ostinarsi a volerlo raggiungere invano. Il perché va cercato dapprima nel non pensare a cose negative, se non di immediata utilità. Le incombenze della vita si devono prendere con il giusto rispetto ma anche con il giusto tempo. Le rogne, le affrontiamo di petto… ma con dentro il cuore, in questo modo risolviamo il problema prima e riserviamo il più ampio spazio al pensare cose belle. Forse non si risolvono i problemi delle incombenze quotidiane ma aiutano di certo a farti sentire una persona migliore, inteso nel senso personale perché nessuno è migliore di nessun altro… è come dire che nessuno ha ragione dal momento che nessuno ha torto. La religione di appartenenza (stimolo di molti ) è una cosa a parte. Ognuno creda nel suo Dio alla sola condizione che questo Dio, non comandi di uccidere una sola mosca nel suo Nome. È lo stesso per chi non crede in niente ma solo in se stesso. Lo stesso è per chi appartiene a sublimi credenze o soavi filosofie di vita che abbraccio dal profondo del cuore. Purché tutto sia volto al cuore. Solo in questo modo si affrontano le difficoltà della vita. Solo pensando nel rispetto altrui si può raggiungere una discreta dose di pace interiore. Amare significa in un certo qual modo soffrire ma il risultato è sicuro, raggiunto l’Amore sei più forte nell’affrontare le avversità della vita, le incombenze quotidiane. Passa molto tempo. Il tempo che ci vuole perché il tuo cuore si apra. Il cammino è lungo e pieno di innumerevoli ostilità… ma c’è una ‘mangiata’ di salsicce e polenta alla brace oggi, è domenica. Sarebbe come mangiare il capitone a Roma o il porceddü Sardo. L’anguilla di Venezia o i pizzoccheri della Valtellina. Una festa, un momento guadagnato ai disagi della vita. Una ricarica di fiducia in un domani migliore.

 

21) ANDATI AVANTI …………..724 …………………………………………………          31 – 03 – 2014

Andati avanti.

E sono là, sono fermi e attendono con le loro facce sorridenti, qualcuno con faccia seria ma mai arrabbiata. Perfetti compiti stanno li. Non si sa cosa attendano, la visita dei loro cari, il giudizio Divino, non si spostano d’un centimetro. Noi passiamo a fargli visita il più delle volte a pregare per le loro anime, ma in fine davanti ai loro sguardi sereni preghiamo per noi o per chi ci sta a cuore sperando intercedano per le nostre suppliche. E loro sempre li, pazienti e silenti che sorridono. Sorridono nella foto e nell’anima, come a dire…io sto bene! Togli quella smorfia di dolore, pensa per te, io ho finito di vivere e mi manca poco per rinascere.

E guardi e riguardi quelle immagini bloccate in quel momento delle loro esistenze avvolto da fascino e rispetto. E’ in quei momenti che pensi cosa siano state in vita quelle persone, chi fossero cosa abbiano detto e fatto. li senti vivi, li vedi vivi, li immagini vivi.

Grandi ali d’Angelo posto al lato di una marmorea dimora, fanno ombra all’immagine ovale di quel l’uomo dal viso austero. Aveva i baffi all’insù alla Vittorio Emanuele, giacca e cravatta, colletto della camicia arrotondato, caspita! che personaggio. Infatti di lui a caratteri ben distinti si legge… Cav. del lavoro di Vittorio Veneto. Presto si fanno strada tanti possibili pensieri di chi fosse stato quell’uomo austero e fiero. Un ricchissimo “padrone” terriero dell’inizio 900. Magari un diretto discendente di un appartenente ai motti carbonari. Quel viso severo poteva essere un parente stretto del conte Camillo Benso di Cavour. O forse era un professore o un dottore ma embrava più a un ricco proprietario di terreni con al soldo mezzadri e contadini.

Poco più in là, sotto una lapide già misera di suo, è consumata dal tempo lascia intravedere quel volto femminile stampato nella ceramica solcato dalle rughe e dal tempo, è vestita di nero, con un foulard che si annoda sotto il mento. Di lei nessuna scritta altisonante sotto la sua foto, solo il proprio nome, umile come la sua immagine. viene alla mente mio nonno che faceva il mezzadro alla Basella e quell’inverno di più di settanta anni or sono rubò un sacco di patate per sfamare la sua famiglia. Tra l’altro da specificare che le rubò a se stesso, perché era lui che accudiva il bestiame e i campi che gli erano stati dati in affido. Ciò nonostante venne incarcerato, e solo grazie a una lettera di supplica fatta scrivere da mia nonna al Duce Benito Mussolini, venne in seguito scarcerato. Quest’ ultimo ritenne inoltre doveroso dare un piccolo indenizzo economico a mio nonno Paolo per l’ingiustizia subita. Chissà che il Cavaliere tra le braccia di un Angelo non fosse chi fece arrestare il nonno.

Ma più in la quella giovane, troppo giovane per essere giunta la sua ora in modo naturale. Anche lei sorridente in un atteggiamento statico che l’ha colta in un momento felice della sua esistenza, che chissà per quale misterioso motivo sarà stata interrotta, se per una malattia o per un malaugurato incidente. Osservo lembi di abiti che indossava la giovane, per capire se la foto sia stata scattata in epoca recente e per conferma notai la data in cui se ne andò, un probabile incidente, un maledetto incidente, perché il suo viso non denunciava i segni di una malattia.

E sono sempre li anche loro innocenti come i visini da putti bianco rosa che hanno. Nessun pensiero fantasioso per loro, non v’è storia per creature cosi fresche. Servivano subito degli Angeli in Cielo e nessun Angelo e più puro di un bimbo. Nessuna anticamera per loro, diritti in Paradiso a suonar d’arpa, ad accompagnare anime degne in un posto migliore.

Quante passate situazioni in un posto cosi fermo. Quanta storia in quel posto cosi piatto eppur tanto vivo. Vivo in noi con i ricordi, vivo in noi con il passato, vivo in noi con la fervida certezza che un giorno li raggiungeremo, nella beatitudine che speriamo ci sia dato meritare… principalmente con il rispetto dell’altrui persona, qui sulla terra, luogo di temporanea prova. I defunti non sono tali, non che con il solo e ormai inutile corpo. Sono anime amiche che ci osservano, ci proteggono e ci confortano consolandoci, purché si preghi per loro. Come dicono i gloriosi Alpini, sono andati avanti. E’ solo un arrivederci al più tardi possibile, si perché stupidamente pensiamo si stia meglio di qua che di la, e per quello che Loro stanno li immobili… e sorridono.

 

22) SORRIDO E SCODINZOLO ………………519 …………………………………….                   29 – 07 – 2018

Sorrido e scodinzolo.

Quando un cane “ fa andare la coda” è contento. Quando un cane scodinzola felice lo fa solo per l’unico scopo di compiacere chi riceve il suo affetto…

La coda del cane è la bocca dell’uomo ma quando una persona ride non sempre lo fa per compiacere che riceve il suo sorriso… molto spesso si ride per “dovere”, a volte si ride per invidia, si ride per rabbia e per fortuna si ride sopratutto per dichiarare uno stato d’animo gioioso… Il cane ride scodinzolando e lo fa con un solo scopo, l’amore. Noi persone non siamo meno importanti di un cane, questo no! semplicemente lui vive come è stato creato, d’istinto. Noi uomini dotati di intelligenza dobbiamo necessariamente spingerci oltre nel cercare risposte all’infinito, e nella ricerca, ad ogni domanda segue una naturale conseguente risposta che cambia ogni volta che si crede di avere trovato quella giusta. Studia studia, osserva e impara che invece di ridere solo per amore il massimo che noi uomini siamo riusciti ad ottenere come risposta alle nostre domande è di aver cosparso di rottami il cosmo. Non sapendo scodinzolare sarebbe meglio guardare un tramonto.

Si fa presto a dire, si potrebbe guardare un tramonto. Il tramonto lo guarda chi vive sui monti alti e osserva il calar della sera per ricordare a se stesso che è l’ora del riposo ma ancor prima bisogna che i cani da pastore siano rifocillati con pagnotte di pane raffermo, non prima di averli legati uno per ogni lato della casa, perché quei magnifici animali sorvegliano giorno e notte, casa, padrone e bestiame. Il tramonto lo può vedere un pescatore del nord a riposo in porto da un freddo pungente che sferza i mari e ghiaccia anche l’anima. Ma non lo vedrà solo allora. Lo vedrà ogni sera quando da dietro a quegli oblò di quel peschereccio arrugginito che pare un guscio di noce in balia dei gelidi mari del nord. È quando il sole rosso lentamente scompare inghiottito dalle acque dietro il rotondo del mondo, è allora che il pescatore infila tuta e guanti di gomma e si appresta a salire sul ponte, dopo il tramonto fino a notte fonda, ritirerà nasse da fondi marini, cariche di granchi.

Per gente di monti e mari è possibile vedere il giorno e la notte che si abbracciano ma come può guardare serenamente un tramonto un operaio con due figli piccoli e una moglie casalinga depressa che vivono al quinto piano di un palazzo di cinquanta famiglie situato in un quartiere di una grande città. Quell’uomo vedrà il suo tramonto immaginario nella speranza di una situazione migliore, perché per andare avanti c’è bisogno di speranza, c’è bisogno di credere in un mondo migliore che puntualmente arriva se non ci si aspetta nulla in cambio. Solo se si è predisponti alla speranza unità alla fiducia si ottengono risultati, altrimenti è una vana ricerca all’impossibile. Il sole che porta l’ultimo saluto agli umani. Il sole che si tinge di rosso indossando l’accappatoio prima di coricarsi. Il tramonto che ognuno deve vedere prima che tutto, nel suo cuore… poi ci sarà un alba di serenità.

 

23) AVVOCATO, NON LA POSSO PAGARE, NON ORA…………………….1002 ……………………….13 – 02 – 2014

Avvocato, non la posso più pagare! Non ora.

Carissimo avvocato buon giorno, come sta’ ? Sa’ io la chiamavo per quel nostro debituccio e pensavo… non si potrebbe addirittura dimenticare? le ricordo caro avvocato che io e lei abbiamo sempre collaborato armoniosamente, io non ho mai discusso le sue parcelle, e spesso l’ho pagata in contanti dietro sua gentile richiesta evitandole il dazio dovuto, ma adesso proprio non ce la faccio più. Caro avvocato spero lei possa capire che il lavoro scarseggia e la crisi impera, ancora per ultimo sappiamo entrambi che gli ultimi denari che le devo, sono per quella pratica che non è andata a buon fine, almeno per me perché lei era stata comunque quasi interamente pagata del suo disturbo e se al riguardo sopprassedesse non dico che non la pagherei più ma mi lasci facoltà ancora di altro tempo, le cose potrebbero cambiare…

Si io capisco me ne ha già concesso parecchio di tempo, ma cerchi di capire anche lei, proprio non posso…. Come giustamente lei mi ha più volte detto basterebbero almeno poche centinaia di euro al mese per dimostrare se non altro la buona volontá, ma mi creda non ce la faccio proprio. Cosa vuole che le dica, proceda legalmente nei miei confronti se davvero le è impossibile aspettare, vorra’ dire che mi faro’ pignorare il televisore…diversamente non so che fare.

Se non avessi quell’amico, cento euro al mese gliele darei. Pietro quel ragazzo napoletano a cui di tanto in tanto faccio fare qualche commissione per garantirgli quei pochi euro con cui paga la pigione di dove è ospitato, da quella brava signora pensionata separata perché il marito è un ubriacone cronico e lei, Maria che vive con la sola pensione minima e con un figlio disoccupato a carico, di fare altro proprio non può per Pietro, oltre che fargli pagare pochi denari, non può.

Signor avvocato come potrò aiutare Raffaele ex video pocher dipendente se le do cento euro al mese. Bravissimo ragazzo che per quella malattia perse il lavoro, la moglie e la figlia compresa la dignità. Anche lui con una certa frequenza mi chiama per un aiuto economico, come quella volta che un mattino mi chiamo’ chiedendomi pochi euro perché di notte all’aereoporto dove dorme sulle panchine delle sale d’attesa, gli hanno rubato le scarpe che incautamente aveva spogliato per stare più comodo.

Avvocato, come posso darle anche poche centinaia di euro al mese. Come potrei dire a Michy detto “Sporto”, che quel mese non posso fare niente per lui perché devo dare anche solo cento euro al mio legale. Sporto è un bell’uomo sulla cinquantina con un passato alle spalle di gran lavoratore prima come barista con un suo caffe’, poi come imprenditore in vari settori, ma ora purtroppo disoccupato causa l’inclemente crisi che sembra non passare mai per motivi personali oltre che di lavoro. Lui vive in un cascinale in cima ad un monte senza pagare affitto per pietà cristiana dei proprietari, ovviamente non ha corrente elettrica ne riscaldamento ne mobilia di nessun genere. Anche a Michy non manco di fare avere di tanto in tanto un piccolo aiuto economico, e mi fa sorridere pensare che sono anni che mi dice che presto mi restituirà tutto, in realtà vengo ampiamente ricompensato da qualche immaginetta sacra che mi porta da suoi pellegrinaggi in cui viene invitato a fare da alcune persone che colgono così l’occasione per potergli offrire senza offenderlo un pasto caldo.

Benvenuto è tra quelli a cui dò una mano con qualche soldo di tanto in tanto, anche per via di quest’uomo non posso versare al mio difensore cento euro al mese. Benve, è unico e irripetibile. La sua boria e la sua alterigia non l’hanno piegato neanche adesso che abbandonato dalla moglie, dai figli, dai parenti e amici proprio per il suo credersi padrone del mondo, si ritrova con una misera pensione che non gli basta nemmeno a curare il suo diabete figurarsi l’affitto di casa. La volta che gli rifiutai un aiuto perché anch’io navigavo in cattive acque, mi auguró di prendere il cancro ai testicoli come lo aveva preso lui, anche se in seguito seppi non era vero nulla a parte l’augurio nei miei confronti.

E mi viene in mente intanto che le parlo signora avvocato, anche di quei due artisti che faccio lavorare chiedendo loro opere di pittura o di restauro, non perché ne abbia necessità assoluta, tutt’altro, ma perché penso che è gratificante ed economicamente importante per loro avere il mio modesto contributo che gli permette almeno in parte di comperare, uno le medicine per la moglie perennemente invalidata da grave malattia e l’altra poter sopravvivere.

Ovviamente devo provvedere anche alla mia compagna, ai cani e ai gatti e me stesso per il mutuo di casa e tutto quanto neccessario che una famiglia debba avere a partire dal cibo, e come ben lei sa caro avvocato il lavoro scarseggia parecchio e spesso nemmeno c’è.

Sì capisco non le è possibile aspettare oltre… anche lei giustamente ha i suoi problemi… c’è il superbollo del suo suv da pagare, le spese per la casa al mare sono sempre più onerose, i vestiti firmati sono un obbligo professionale da indossare di sotto la toga, per giunta c’è pure il compleanno del l’ultimo genito che a diciotto anni deve avere il suo Rolex e per tutto ciò le mie cento euro al mese le farebbero di sicuro comodo.

Ognuno ha i suoi problemi e la propria croce da portare ogni di. Cosa vuole che le dica…faccia ciò che deve e proceda con il recupero forzato di quanto le devo, vorrà dire che mi pignoreranno anche i quadri presi per beneficenza, coglierò l’occasione di riprendere in mano la Bibbia e leggere il capitolo in cui si parla della carità Cristiana, e avrò la risposta di quello che qui non ho perché l’avrò in un altro mondo. La ringrazio comunque avvocato. Stia bene, e mi scusi tanto del disagio che le ho procurato, salve.

 

24) LA VETTA DEL MONTE…………………….409 …………………………………………             25 – 10 – 2018

La vetta del monte.

La vetta di ogni monte è furba e nonostante mostri continuamente i suoi muscoli, aspetta silente là si voglia o desideri scoprire. Per attirare l’attenzione, la vetta si adorna di stelle alpine, e le pone sulla nuda roccia perché meglio risplenda la loro bellezza. Un fiore tanto bello quanto la stella alpina è raro ammirare e viene meno il vano pensiero di cercare di capire perché una regina dei fiori mostri la sua beltà nascendo da un pertugio della roccia. Nel mio Credo, la Madonna è sempre rappresentata in vesti sgargianti per i luoghi di culto ma umile come vederla in fuga a dorso d’asino in qualsiasi altro dipinto che la rappresenti in questo mondo. Siccome per grazia ricevuta dispongo di una ammirazione che raggiunge i limiti del non oltre nei pensando a MARIA, oso paragonare la bellezza di una stella alpina, alla bellezza della Madonna… in realtà so di non osare più di tanto considerato che il creatore del magnifico fiore è suo figlio Gesù. Questo penso della vita… che abbia per compagna la morte. Una storia è Bella quando finisce, solo allora si capisce veramente il racconto. Lasciare che una storia non finisca mai e l’interrogarsi oltre ogni sopportabile limite allo scoprire chi siamo e perché viviamo. Non possiamo affermare con certezza sia bello nascere, al contempo non possiamo affermare sia brutto morire… sopratutto se si crede di non morire che con il corpo.
Sarebbe bello potessi morire in una capanna di montagna tra gli odori e i sapori della sua terra. Intanto vivo la vita così come mi vien data da vivere, fermo nella convinzione che ognuno ha il suo percorso da fare su questo mondo. Ognuno darà quel che può nella misura del suo compito e del suo dovere terreno. Esiste anche il tribunale della coscienza, e quella non ha i saldi di fine stagione. Chi è agiato, si comporti bene… Infatti entra prima un cammello dalla cruna di un ago che un ricco nel paradiso dei Cieli. Si ha avuto tutto, e non si ha avuto nulla, perché nulla è servito all’infuori il conoscere l’amore.

Sarebbe bello morire ai piedi di una vetta sui monti, perché di tutto ciò che ho avuto, visto e vissuto nella vita, l’unico pensiero che non mi ha mai abbandonato è quella robusta capanna in tronchi di pino… dove mi piacerebbe dire che i migliori anni della mia vita, iniziano domani. Impossibile sognare di meglio… mi piacerebbe fosse lì.

 

25) “60” ……………….467 ………………………………………………….21 – 09 – 2018

“60”

Un monte senza fumo tutto nudo, erutta luce multicolore che si espande in un cono etereo. Come se il vulcano indossando pantaloni neri e una camicia a fiori, si stesse specchiando l’intanto che sbuffa. La luce emanata dalle viscere della terra sembra ferire con un colpo di spada il blu della notte che arrendevole lascia illuminare uno spicchio di cielo come fosse un alba, giorno e tramonto insieme.

Sono tanti i pensieri che frullano per la testa di chi pensa, e tutti si rincorrono nell’innocente vano tentativo di catturarli e farli prigionieri ma con il passare del tempo diventa sempre più difficile. Rimangono a galla i più belli, i brutti pensieri vengono trasformati in fotografie abbandonate in una delle tante pieghe della memoria. Nei meandri della mente, ricordi di una esistenza incollata nell’anima al primo vagito di una bimba o un bimbo che nasce. Ognuno seguirà il suo destino, ognuna la propria storia. Una storia bella, una brutta. Una storia mite o violenta, coraggiosa o codarda… Una storia avventurosa dove la voglia di crescere in fretta fa fare molte scelte sbagliate impastando menzogne e verità in un alchimia di siero delle streghe. Voglia di avventura alla ricerca del mondo scoprendone pur sempre poco rispetto al tempo impiegato e sprecato da vanitosa superbia. Il tempo passa, e il passato di una persona avventurosa si rivive in un filmato di pensieri e parole. Una storia avventurosa, un destino cucito sulla pelle di chi preferisce continuare a sognare il suo film a colori perché non vuole mai perdere la speranza così da raggiungere più in fretta il cuore della gente. Anno dopo anno, traguardo dopo traguardo in continua ricerca di se stessi con gente e posti sempre differenti tra loro per idee e culture dove ci si confronta per vivere condividendo. L’avventura, la continua ricerca e scoperta di cose nuove per non essere annoiati di ieri, ansiosi del presente e sognatori del domani. Lo spirito di avventura non porta solide certezze ma in cambio fa si che l’età non si conti mai e semplicemente si viva.

Achille, mi è caduta di nuovo la palla nel suo cortile…

Un melograno matura in autunno dopo pesche e albicocche e non è avventuroso ma cauto. Ha più sete d’avventura il timido bucaneve che come l’indomito cavaliere azzurro domina il rigore degli ultimi freddi d’inverno.

Achille, signor Achille, grida un bimbo verso me, mi scusi, è caduta di nuovo la palla nel suo cortile…

e improvvisamente mi svegliai dal dolce torpore che aveva invaso i miei occhi e solo loro potevano vedere la luce sprigionata da quel vulcano che feriva la notte con sessanta fasci luminosi. “60” amori vissuti, “60” delusioni, “60” gioie e “60” anni vissuti con il resto del mondo. Ringrazio tutti dal profondo del mio cuore, non mi darò pace finché non diverrò un bucaneve.

 

26) L’AMORE NON HA REGOLE NE CONFINI, E NON È MAI PECCATO……………933 ………………..10 – 03 – 2014

L’amore non ha ne regole ne confini, e non è mai peccato.

L’amore non ha confini non ha età e non è mai tabù. L’espressione dell’amore e forse uno degli argomenti più variegati tra i sentimenti associati. Certo e’ quantomai complesso, ed ognuno in base alle sue esperienze ha la sua in merito da dire, che poi paiono tutte uniche e complesse ma sono banalmente e inesorabilmente tutte uguali tra loro. Il comune denominatore e’, che nonostante tutto e’ una esperienza da vivere, perché l’amore e naturalmente “vita”, la tua vita, la mia vita, la vita di Tutti, l’amore e’ di per se vita. Dio e’ Amore, io ce l’ho tatuato sul braccio da più di vent’anni, e non mi sono mai pentito di averlo fatto. Ci sono molti modi di amare, tutti quanti amiamo chi in un modo chi nell’altro. Si può amare l’altrui sesso, o una persona dello stesso sesso, che differenza c’è? E’ forse diverso il modo di amare qualcuno, l’amore e’ amore quando viene trasmesso con rispetto, con gioia, con…..amore.

Ricordero’ sempre quel ragazzo. Si era in un cantiere di Torino per lavoro, e nella pausa pranzo, seduti su di una latta vuota rovesciata, si mangiava un panino e si beveva un chinotto e spesso mi parlava di quella ragazza. Giorno dopo giorno mi parlava di quella ragazza…ne era innamorato senza limite, si capiva chiaramente. Dopo qualche giorno che ascolto, chiedo da quanto dura la loro storia, Luca mi rispose che non era mai iniziata, al che giustamente stupito, gli dico ma stai scherzando? Sono giorni che mi parli di Lei e tu nemmeno ci stai insieme… Luca mi rispose, io vorrei ma lei non è convinta, non ancora. Quindi? Dico io… E lui di nuovo, la amo talmente tanto che se le facessi pressione la condizionerei… Non è così che funziona, amare una persona riprende Luca, vuol dire prima di tutto rispettarla, quando, e se sarà “pronta” me lo farà sapere. E’ se non prendesse mai la decisione a tuo favore, ribadisco io! Non importa continuerò ad amarla senza pretendere nulla, stando nell’ombra, come ora del resto, amandola e rispettandola. Rimasi basito, Luca all’ora aveva diciotto anni, e’ stata una lezione di vita sull’amore che non dimenticherò mai per il resto della mia vita. Ecco perché son convinto che l’amore non è mai tabù, chiunque può e ha il diritto di amare, anche un prete, un vescovo, un cardinale, una suora, l’amore non è mai peccato. Cosa può fare un prete per reprimere quel sentimento che è proprio di Dio, e perché lo deve fare, chi gli impedisce di Amare. Se corrisposto abbandonerà la veste, o se vuole continuare ad essere di Cristo, potra’ continuare a coltivare il suo amore in segreto tra se’ e se’ pagando il fio del suo amore negato evitando il lato materiale, tenendo fede al suo voto di castità, ancor più onorando una sacra promessa di fede. Ma ancora non ve’ affatto la necessità di reprimere un amore platonico che gli è nato dal cuore, dall’anima. Del resto e’ semplice… Perché Dio permetterebbe che una manifestazione d’amore scaturisca nel cuore di quel prete, di quel vescovo, di quel cardinale o di quella suora se fosse peccato. L’amore non è mai peccato, non puo’ in alcun modo esserlo, Dio stesso e’ amore, figurarsi se la sua stessa essenza e’ male, e’ peccato. Non esiste proprio. Il peccato semmai e conseguenza delle azioni che seguono l’innamorarsi che si determinano a seconda delle situazioni. Prendiamo ad esempio un caso particolarmente delicato, come l’innamorarsi della persona che già è legata sentimentalmente ad un altra persona, sposata o meno che sia; Ebbene se ad entrambi succede di innamorarsi per brutta si presenti la situazione, vuol solo dire che l’amore che stanno lasciando, non era vero Amore, alla fine e’ assolutamente giustificabile il dolore che purtroppo questa nuova coppia debba recare all’ex sposa o compagno. La sincerità

I due nuovi innamorati saranno felici, e con il tempo se i loro ex se ne faranno una ragione, come e’ giusto sia, avranno la possibilità di ricrearsi a loro volta una nuova vita, un nuovo amore, sicuramente migliore del precedente. Ad avvalorare le mie certezze non per niente Papa Francesco al riguardo, sta aprendo un nuovo tipo di dialogo, rivolgendosi alle coppie divorziate, e alle coppie gay, in un suo recente famoso discorso ha clamorosamente detto testuali parole: Chi sono Io per poter giudicare!…. Grande Papa, grande uomo, grandissimo ministro di Dio., per rimanere in tema religioso, ma non solo perché il tema e’ di moralità e di etica che entrambe vanno oltre ogni religione. Nonostante ciò, l’esempio che desidero portare e prettamente religioso… Il demonio tenta gli uomini su e per azioni che loro stessi dovranno fare, e tenta di indurli così in peccato attraverso subdoli illusioni e inganni terreni per potergli carpire l’anima. Innamorarsi di per se’ non è ancora un azione compiuta, e’ chiaro che nessuno possa evitare di innamorarsi, quindi nessuno sta peccando nel momento stesso che questa cosa accade a discapito della propria volontà

E’ il modo successivo di porsi che determinerà o meno il peccato. E’ il proseguo che fa’ l’uomo peccatore o retto che sia. Chiunque può e ha il diritto di innamorassi di chicchessia, sta a noi comportaci da persone come Luca, aspettare pazientemente di essere contraccambiati, o avere la forza di desistere, la dove si sta peccando,…solo qualora non si sia contraccambiati … l’Amore non è mai uno sbaglio, non è mai peccato, il vero Amore non è comandato da nessuna decisione, il vero Amore si deve vivere sempre, con il corpo e con il cuore e se non è possibile si vive con l’Anima

 

27) CALMA, SENZA FRETTA…………. 986 …………………… 06 – 02 – 2014

Calma, senza fretta.

Calma, pazienza, ci vuole molta calma e molta pazienza per fare le cose bene. Il lavoro, l’amore, lo sport. Vivere. Eppure si vive nella frenetica ansia della fretta che tutto accada, che tutto si incastri secondo il nostro volere, e nonostante si venga ammoniti dalla filosofia popolare che ci vuole riflessivi attenti e cauti, si procede spesso al contrario rendendoci conto solo di tanto in tanto che abbiamo pigiato sull’accelleratore dei ritmi delle scelte fatte.

Arrivare prima su tutto e sopra tutti è l’imperativo che latita in qualche parte del nostro inconscio. Non la vogliamo quella sensazione. Non la desideriamo questa smania sicuri non ci appartenga, ma questo anticipare la vita con i suoi ritmi dettati dal tempo che sono parte integrante del nostro essere ne divengono di fatto l’esatto opposto.

Per la voglia di arrivare, vien da pensare alle invenzioni che hanno reso famosi e ricchi certe persone… ad esempio chi ha inventato la penna a sfera, le mollette per appendere i panni ad asciugare, i rasoi usa e getta, la carta igenica, l’imbottigliamento dell’acqua, i fazzoletti di carta, e quant’altro. Cose e oggetti comuni oramai indispensabili alla nostra quotidianità. Cose e oggetti banali, talmente banali da non aver richiesto grandi sforzi di mente per arrivare a pensarli e successivamente a produrli.

In ogni singolo caso certamente la fretta e la frenesia non hanno mai giocato un ruolo benefico per questi “inventori”, altresì la calma e il ponderare delle soluzioni semplici quanto efficaci, ha permesso ad una cerchia ristrettissima di persone di arricchire e forse meglio godersi la vita, forse perché non sempre il denaro risolve tutti i problemi. Il denaro, il vile denaro, lo schifoso e putrido denaro, la mela mangiata quel dì.

Nel frattempo del pensare con un pizzico di invidia a questi fortunati a cui rimane sempre il “forse”, dimentichiamo ciò che di più è importante, immergersi nell’immenso gioco dell’amore. Nel tormentato meraviglioso gioco dei sentimenti rivolti all’altrui persona. Il Prossimo. Perciò all’Amore. Allora come ci si pone. Anche qui la calma, la riflessione e pazienza, vincono sulle ansie e inutili affanni. Le storie d’amore sono tutte uguali. Si signore e signori, sono una identica all’altra, non perché simili per situazioni o circostanze, no, non per questo, ma il risultato finale che è identico a quello di chiunque si trovi coinvolto in un Amore ad esempio disperato, trovandosi per l’appunto nella situazione di essere “scaricato”. Non c’è un perché da cercare, si tratti di un tradimento, o a una mancata promessa di voler “cambiare”. Quando un Amore finisce, non c’è mai stato. Quindi la felicità è l’Amore, non il denaro. Mi chiamassi Bic e non conoscessi l’Amore, sarebbe come non chiamarmi per nulla. Inutile chiamare per nome una persona che non ama un tramonto o un cane. Inutile per chi abbia un nome che quando viene pronunciato non regali emozioni.

Cambiano le circostanze ma viste singolarmente, per un motivo o per un l’altro combaciano con i risultati finali pur diversi tra loro, dove un motivo non è più importante dell’altro, sono felicemente o tristemente tutti uguali, anche se a chi capita il peggio vien da pensare che come se stessi nessuno è più sfortunato al mondo. Giá perché io ho dei figli. Io gli ho dato tutto… io ho rinunciato alla carriera. Io l’amavo come nessun al mondo… Ognuno pensa che la sua storia d’amore, che sia finita o stia per finire sia unica e irripetibile. Ognuno si erge a vittima sacrificale per proteggere la sua quantità d’amore che nell’intimo ritiene superiore a quella di altre perché presunta più importante, e chi proprio non riesce a capacitarsene e si sente inferiore, per disperazione magari si rivolge a maghi e fattucchiere che adescano la mente di sprovveduti che non capiscono l’inganno nemmeno davanti ad un giullare vestito da pagliaccio (triste) che asserisce di guarirti cuore e corpo. Semplicemente perché si è toccati nei sentimenti più profondi di una disgraziata relazione naufragata miseramente per incomprensioni e incopatibilità di coppia.

Poi ci sono anche le vere storie d’amore, che aimé sono ‘troppo’ inferiori di numero. Le storie di un Amore vero non meritano commenti di nessun genere, ognuno che la vive, sta anticipando l’ingresso al Paradiso… e non c’è nulla d’aggiungere. E allora che fare? L’unica cosa da fare per tornare ad un Amore spento, sarebbe avere la maggior calma possibile, non “strisciare”, e non diventare ossessivamente assillanti nel voler ricucire una relazione traballante pronta allo scoppio finale. Conservare quel minimo di dignità rimasta, e con ponderazione calma senza fretta dimostrare con un ultimo tentativo di cambiare là dove è nato il problema. Con rispetto, ma anche e soprattutto con l’autostima rimasta.

Questo comportamento è l’unica arma a disposizione che sbilancerebbe positivamente chi ti ha lasciato, facendo riflettere non poco sul tuo orgoglioso e dignitoso comportamento, e se poi proprio non và, o l’avete fatta grossa o non è cosa perché quasi sicuramente avete deluso il partner al punto di farlo disinnamorare, e a quel punto meglio darsi pace e pensare che chi non vi ama non vi merita. La prossima volta che il cuore batte forte anche se siamo comodamente seduti in poltrona, è li che aspetta.

Vi aspetta migliore della precedente relazione, basta solo che con calma pazienza senza fretta liberare il cuore per far posto a nuove meravigliose emozioni. Un nuovo meraviglioso Amore che si scorta di guardie che armate di storia vissuta ricordano gli sbagli o i torti subiti. Con calma, senza fretta, senza stress, perché il ragionare veloci per precorrere i tempi e anticipare tutti e tutto non ci fa rendere conto che altrettanto velocemente la vita la consumiamo e non risolviamo nessun problema meglio di altre persone che tanto affannosamente volevamo superare, precludendoci la possibilità ineguagliabile di gustarci tutto che perdiamo con la nostra voglia di correre…pazienza. È inutile inventare una molletta appendi panni e diventare milionari se poi non si divide il cuore con gl’Altri. Calma, senza fretta.

 

28) L’ULTIMO GUARDIANO DELLA TORRE ……………….1327 ………………………..16 – 02 – 2014

Questa storia comincia in una giornata di maltempo in Puglia. Quel giorno tra Peschici e Vieste, cammino lungo la costa in compagnia dei miei chihuahua , Roccia e Minnie, due instancabili cucciolotti di cinque kili in due. Ad un certo punto la spiaggia finisce, come finisce la battigia del lungomare, e siamo costretti ad inerpicarci tra dolci saliscendi rocciosi, contornati da cespugli e rovi bassi, e di tanto in tanto dei cactus di fichi d’India che ci ricordano di non essere poi tanto lontano da una terra sempre calda, siamo nel sud della bella Italia.

Qualche raro scroscio di pioggia ci saluta portata dal vento, ma non infastidisce più di tanto, proseguiamo imperterriti il nostro cammino e intanto ammiro la sconfinatezza del mare, che ogni qual volta superata un ansa, si riapre maestoso, presentandosi con il suo paradisiaco tricolore d’acque, che inizia con uno sfavillante verde smeraldo chiaro, per dar spazio ad un verde più scuro che sconfina in un profondo blu intenso. Giungemmo in prossimità di una torre, baluardo eretto almeno 500 anni or sono a difesa del territorio circostante. Si detta torre, affacciata sul mare, si erge sulla nostra sinistra con tutta la sua imponenza, e noto che la sua forma, non è rotonda con merli di tipo medioevali alle sue sommità, bensì e’ quadrangolare, e, altro particolare si fa stretta salendo alla cima, insomma, non come di solito ero uso vedere in altri luoghi costieri dei nostri cinque mari. Poche feritoie sui lati, e qualche rara finestrella, e alla sua sommità, si intuisce vi sia una grande terrazza posto privilegiato di vedetta. Davanti a se, dalla parte opposta al mare, una scalinata stretta che conduce quasi a mezza altezza della torre c’è una apertura, una porta che pare tanto angusta da sembrare poco più di un pertugio tanto e’ piccola, in realtà si tratta dell’unica porta d’accesso, della forteza in pietra di tufo.

E comunque evidente che la torre stessa, non è riconducibile per forma e freschezza alle torri Saracene, anzi, mostra segni di evidente restauro. In quel mentre, Roccia il cucciolo maschio, abbaiando, da segno della presenza di un uomo, che chino su di un muretto a secco, “armeggia” sullo stesso, con cazzuola, e al suo fianco, una carriola colma di pietre di tufo, appena tolte da una delle molte di piccole cave circostanti presenti sul luogo.

Incuriosito, saluto, e chiedo all’uomo se posso avvicinarmi a quella magnifica torre, per poterne ammirare la fascinosa bellezza. Questi mi accorda volentieri il permesso, e vedendomi interessato, inizia a parlarmi orgogliosamente, della storia di quel bastione. Prima di cominciare però, mi tende la mano, e si presenta,… Piacere, Michele, piacere mio, rispondo presentandomi a mia volta, e così inizia a parlarmi… Devi sapere che questa torre e’ stata eretta in prima volta, nel lontano 1586, dall’allora tribunale regio della provincia della terra di Bari, per ordine del Re Filippo secondo, sovrintendente supremo, di queste terre. Egli diede incarico ad un famoso architetto del Ducato di Milano, di fortificare le difese, in prossimità del castello sito a Vieste, ora sede di un distaccamento della Marina Militare Italiana. L’architetto riedifico’ ben 24 torri sulle macerie di altrettante preesistenti torre Saracene. Questo dopo la famosa strage di Otranto, avvenuta nel 1480 per mano di invasori Turchi. Nel particolare questa, chiamata Torre Porticello, era l’ultimo avamposto, appena prima del mastodontico Castello di Vieste, che aveva il compito preciso, di segnalare con fumate di fuochi accesi sulla sua terrazza, l’eventuale malaugurato arrivo di nuovi invasori con le loro navi qualora questi arrivassero da nord, in modo che segnalata tale presenza, gli abitanti del Castello, potessero a loro volta, inviare segnali di fumo a ritroso sino a Roma mediante le altre torri dislocate per avvertire così in poco più di due ore il Papa che risiedeva a Roma,alleato di Re Filippo secondo che avrebbe repentinamente inviato truppe navali in soccorso, per debellare ogni tentativo di invasione sul nascere.

Questa la più antica storia, ma in quella più recente, si ha notizia che Torre Porticello, nella metà del 900, fu data in affido alla Guardia di Finanza, come del resto a quell’epoca gli furono affidate tutti i tipi di costruzioni adiacenti a confini, come si fece per caselli ferroviari ed altro ancora. Nel 1970 inverso, la Guardia di Finanza, restituì per probabili motivi politico-amministrativi, il “bene” al comune Viestino, che a sua volta mise in libera vendita la torre in questione. Ne nacque un ristorante di lusso, ma al tempo, il turismo in Puglia era pressoché nullo, e con i soli proventi dei cittadini nativi, non si riuscì a contenere con i relativi guadagni, le onerose spese per il suo mantenimento, e ben presto fu insostenibile il proseguo dell’intento, così da decretarne il fallimento, nonostante la buona volontà da parte gestionale.

Chissà poi per quale bizzarria del destino, un noto scrittore tedesco di racconti romanzeschi, venne a conoscenza del fatto che Torre Praticello, era di nuovo in vendita, e la compro’. Molto più semplicemente, si suppone che data la veneranda età del nuovo acquirente, parte dei suoi anni li passo’ vacanziero, prima e dopo la seconda guerra mondiale, tra questi luoghi meravigliosi del sud Italia. Un po’ come spesso succede ora con gli inglesi, che fanno man bassa di splendidi poderi e casolari Toscani, lasciati quasi all’abbandono, da noi proprietari Italiani, che privilegiamo stupidamente ( scusate ) le grandi, soffocanti città senz’anima. E d’anima invece lo scrittore tedesco ne doveva avere, comunque abbastanza per capire che la guerra che gli fu imposta di combattere in Italia come ufficiale di alto rango, era crudele e inutile, come tutte le guerre, utile solo per l’orgoglio personale, la pazzia e la sete di potere, di chi le fa nascere, ch’io chiamo forse con ingenuitá vittorie del demonio. Ma andava oltre la saggezza di Hans, che aveva anche capito, che il mondo ha confini solo perché gli sono stati attribuiti da persone crudeli e avide, quindi senza nessuna valenza interiore, ma solamente per principi morali e umani aveva scelto Torre Porticello. La scelse come uno stupendo posto qualsiasi del mondo, del suo mondo, che non aveva ne confini ne bandiere, se non quelle che si associavano alla risposta che diede Albert Einstein alla guardia tedesca che presidiava dei binari gli chiese, tu di che nazionalità sei? E Albert rispose, … Sono della razza umana. Hans lo scrittore era di quel mondo dove trascorrere ore ed ore, in compagnia discreta della sua adorata compagna e musa ispiratrice, la moglie. In compagnia del rumoreggiare battente delle onde che si infrangevano sugli scogli, a volte lievi, a volte cattive, e come compagno sempre presente, il tempo, che scandiva le ore tra il sibilio incessante del vento, anch’egli a volte lieve o cattivo ad annunciare burrasca.

Così con melodia mentale, poter comporre nella quiete della sua torre dei magnifici manoscritti, prima per se è poi per il mondo intero, attraverso una casa editrice Milanese li pubblicava. La stessa casa editrice cui lo stesso l’editore, che alla mesta dipartita dell’anziano scrittore, rilevó Torre Porticello, quasi a volerne onorare il suo ricordo, il ricordo di un uomo che sebbene ottantaseienne, decise comunque di acquistare la fortezza, probabilmente consapevole e fiero di chiudere in bellezza eterea una sfolgorante carriera umana e artistica.

Si arrivo’ così all’anno 2001 data in cui l’editore fece ristrutturare totalmente la torre, scegliendo per i lavori da svolgere, un ex emigrato Pugliese in quel di Milano, appunto l’amico Michele, che fu ben felice di ritornare alla sua terra d’origine per asserire a un compito si tanto lusinghiero e gratificante. Ed ora Michele e qui innanzi me, presso la roulotte dove ha scelto di vivere il restante della sua vita nelle immediate vicinanze della “sua” torre e delle sue cave di tufo adiacenti il mare della sua terra, e cazzuola alla mano a mo’ di spada, carriola appresso che sembra il suo destriero, sta lì a custodire e difendere tutto orgogliosamente, come fosse l’ultimo guardiano della Torre Porticello. E si ritornó così sui nostri passi, ed io con una luce nuova negli occhi.

 

29) IL BOSCO……….357 …………………………………                                                            09 – 04 – 2014  ( rivisto 11-25 – 2018)

Il bosco.

Alberi neri che si stagliano irti come a formare cattedrali di sale. Alberi che ergono le loro verdi cime a reclamare la luce lasciando ai piedi delle radici, un manto di muschio tappezzato di foglie e odore di funghi. Sentieri al loro passaggio che si snodano come serpenti sporchi di foglie arrese, di tanto in tanto interrotti da tratturi, ad indicare l’opera dell’uomo con il suo approppriarsi del creato. Il sole nascosto dai vestiti degli alberi che nel dargli di spalle paiono scuri e incolori. Ma la luce del sole è potente e si fa strada con bagliori accecanti che sbucano dai pertugi delle foglie mosse dal vento, indicando la sua supremazia assoluta. All’altezza di un prato magro, un febile rumoreggiare di un timido ruscello, che fa sentire la sua voce ancora per poco, finchè il disgelo non smetterà d’essere. Di qualche volta in qualche volta, s’ode il crepìtìo di un ramo secco calpestato un po’ per errore, e un po’ per gioco nell’allegro andare dei passi. All’improvviso, dietro la curva a mezza costa, un anfratto nella roccia…di nuovo l’umil gentil suono del tintinnio d’acqua fresca, e quando l’occhio può vedere oltre, si bea di quella meravigliosa statuetta posta nella roccia. Una graziosissima Vergine contornata da perle di primule e viole, messa li tra un cerchio di sassi alla bisogna riposti, da qualche animo gentile a ringraziamento di chissà quale grazia ricevuta o attende ancora. Terra, acqua e cielo, un monumento della natura, il più bello. E di nuovo riprende il muovere passi. Si alzano gli occhi oltre il tutto, e maestose si ergono in lontananza le cime di monti emersi. Imponenti e perentori li, ad ammonirti per l’importanza della loro mole, ma piccoli ed insignificanti quando si mescolano con l’azzurro infinito dell’oceano capovolto, il cielo. Dal sentiero una meraviglia dietro l’altra da ammirare, a dirti quanto sono belle ed ognuna importante, uniche, come chi le Creò. E noi siamo la a godere di queste meraviglie che nulla ci sono costate. Respiri e sospiri forse ringraziando qualcuno, e camminiamo, pensiamo e ci meravigliamo, certo non siamo in Paradiso, poco ci manca… siamo nel bosco.

30) C’ERA UNA VOLTA ………………..657 ………………………………………..31 – 01 – 2014

C’era una volta.

C’era una volta tre porcellini nati in una bella fattoria, mamma scrofa li partorì una notte d’estate in cui una splendida luna rischiarava il mondo nella sua metà. Amorevolmente li crebbe allattandoli senza badare alla loro ingordigia, lasciando che la loro sete e la loro fame non avesse limiti alcuni. Lei stessa, la scrofa era ben pasciuta e i tre porcellini crebbero sino alla giusta misura per essere indipendenti così che potessero congedarsi dalle premurose cure materne, e se ne potessero andare per la loro strada. Decisero di dividersi e di intraprendere cammini differenti perché si sentivano diversi tra loro pur essendo fratelli. Pensavano di avere la possibilità di esprimersi individualmente, quindi di dare il meglio per poter crescere sani e ben pasciuti come si addice ad ogni porcellino che si rispetti.

Il primo porcellino che di nome faceva Plik, ed era un Operaio, e la prima cosa che fece, fu di costruirsi una casa e siccome non possedeva che poco denaro, la fece di umile paglia mista a fango. Il secondo porcellino di nome Plok dedicò un po’ di tempo al lavoro, e nel contempo costruì anch’egli la casa: Fare l’artigiano gli permise di averla migliore del primo fratello, perché guadagnava di più, infatti la costruì con materiali più consistenti, metà di legno e metà di mattoni. Il terzo porcellino prese una decisione completamente differente dai primi due, forse perché era il più prepotente dei tre: egli, infatti, decise di dedicarsi esclusivamente al lavoro, del resto per ottenere di più, già da piccolo porcellino rubava il cibo ai fratelli per meglio ingrassare ed avere maggior energia da buttare nel lavoro stesso, cosicché quando accumulò denaro a sufficienza, costruì la sua casa, rigorosamente in cemento armato con solidi infissi in acciaio rivestiti di legno di quercia, pertanto essa fu senza dubbio la migliore e la più bella.

Ma ecco che arriva il lupo, che da tempo li sorvegliava e aspettava che ingrassassero a tal punto da costituire un lauto pasto. E fu così che questo infido lupo si avvicinò quatto quatto alla casa del primo porcellino ormai porcello, colui che costruì la casa di paglia e fango, e minaccioso davanti all’uscio ululò: Apri immediatamente o con un soffio raderò al suolo la tua debole casa!” Quando per tutta risposta Plik replicò “giammai!”, il lupo con un poderoso soffio gli distrusse la casa, e fango e paglia volarono via, e il porcello venne mangiato.

Tempo dopo la stessa cosa si ripeté a casa di Plok con la sola differenza che il lupo dovette faticare un poco di più, e i soffi furono alcuni e non solo uno, ma il risultato fu lo stesso e legno e mattoni volarono via, e anche il secondo fratello porcello venne divorato.

Ebbene il lupo è lo Stato che ci governa. Prima ci alleva, ci fa lavorare una vita per costruirci una misera casa che alla fine della nostra vita non vale più nulla e crolla come fango e paglia soffiati dal vento, come nel caso del porcellino di Plik l’operaio. A nulla è valso osare di più nemmeno per il povero Plok, che non ha fatto l’operaio, bensì l’artigiano e si è costruito una casa migliore del primo, ma pur avendo avuto qualcosa di più dalla vita, il lupo dai e dai, soffia e risoffia, ha distrutto pure la sua di casa benché fosse costruita con legno e mattoni, e si è mangiato anche lui. E il terzo porcellino di nome Pluk? Alla sua casa il lupo non bussó e nemmeno sopra ci soffió. A lui il lupo non ha distrutto la casa. Non perché era di cemento armato, no! perché il terzo maiale, il terzo suino, il terzo porco è diventato un politico, nonché grande amico del Lupo. La favola che non è una favola, signore e signori, è finita. C’era una volta… ma c’è ancora. Il lupo, quel lupo non muore mai.

(pubblicato su Araberara del 31 gennaio 2014)

 

31) È DOMENICA.  ALLA RICERCA DI COSE, PROFUMI E PERSONE ………..1158 ………………                            14 – 10 – 2014

È domenica. Alla ricerca di cose, profumi e persone.

Dopo un lungo periodo senza le adorate montagne, nostalgico chiesi alla mia compagna di venire con me sui colli della città per rinverdire il prato del mio cuore che si trova al centro dei miei ricordi.

Inforcate le due ruote che si comincia a salire su di quella dolce china che a tratti tanto dolce non è. La prima sosta e per chiedere un’informazione a quel signore che è in compagnia di un amico. Seduti sui gradini che salgono al portale di una graziosa chiesetta bianca di calce. Quell’Oracolo di grazia, si presenta con un tappeto di erba che sembra muschio nel presepe di Natale. Maestosi platani e castagni che sembrano voler proteggere allargargando sopra d’ogni dove le dita dei loro rami ricoperti di foglie che tendono ad ingiallire, lasciando solamente qualche spiraglio a cunei bagliori di sole che irrorando di luce lo scenario, fan si che paia un Paradiso in terra.

Nel mentre Susy chiedeva a quel l’uomo di rispettabile età, abbronzato anche sulla “pelata”, in pantaloni color sabbia e bretelle sopra una canottiera bianca, che pareva essere un fratello di Benito Mussolini in posa per una foto. Suzza chiedeva informazioni di quel posto dove un tempo si mangiava genuino e nostrano, una trattoria accanto alla tribolina. Io, intanto, m’immergevo in quel paesaggio. Riempivo gli occhi di emozioni che vedevo e ripensavo a altre mille volte, in mille posti diversi, con mille vette e mari che mi hanno fatto da contorno nel mentre respiravo aria di vita, che in quel momento me lo ricordava ciò che vedevo.

Me lo ricordava il cuore, me lo ricordava lo spirito, me lo ricordava l’Anima. D’un botto mi riapparvero momenti come quello in cui divisi la polenta con un contadino, un mulo, due cani e dodici mucche. Oppure tra le cento fotografie in testa di posti in cui mi sono ubriacato di cibo, vino e parole in compagnia di tante belle persone con camice di lana a quadretti e cuore grande. Altre cento sagre in cento paesi sulle montagne. Cento feste popolari in altri cento posti dove il mare ti copre di intimità come a volerti proteggere dalle insidie della città. La città, che crea una cappa dove nascono nuovi amori, bisogna riconoscerli tra molte sfumature diverse. Mentre invece, il desiderio di amare una persona tra i monti e quasi sempre con lo scopo dell’ unico fine del rispetto che è la base stessa dell’Amore.

Si riparte salendo consumando gomme e curve, finché ecco apparire quel posto di cui Susy si informò. Quella locanda che immaginavo umile e dignitosa ma ora era trasformata in un albergo di lusso con eliporto nel giardino… un piccolo sobbalzo al cuore qualche sospiro con il capo che ciondola a destra e sinistra come fossero smorfie, e fu l’ora di scendere dai colli.

Scendemmo cambiando strada, prendendone una a sud delle colline, per poter rivedere quell’altro bel ristoro dove si mangiava buono, e poco prima di arrivarci, una bella Madonna di Lourdes arroccata di sotto una magnifica grotta e accanto una bella chiesa bianca, sottile, con il tetto a punta, come le chiese Austriache. Ma anche li niente più locanda, niente più tavoli all’aperto con tovaglie a quadri bianchi e rossi. Al loro posto vetrate gigantesche che sembravano intimorire a protezione di candidi tavoli rotondi imbanditi da candeggianti tovaglie bianche. Tanto bianche, che per uno strano meccanismo insito nell’animo di un modesta persona alla quale appartengo, ti fanno controllare quanto c’è nel portafogli se si intende avere la ventura di volerci mangiare sopra. E così ancora ostinatamente alla ricerca di un altro bel posto dei tempi andati, una distilleria artigianale dove si serviva birra direttamente dalle botti per ben bagnare costine cotte al forno e patatine fritte appena servite… ma non si trovò neppur quello. Un capannone sovrastava ciò che era rimasto di una birreria tirata su da un camionista in pensione.

Basta locande che servono ravioli bergamaschi e pane con salame innaffiati da nero sfuso servito in caraffa. Basta persone che si uniscono al tuo stesso lungo tavolone con cui discorrere del più e del meno brindando in compagnia. Ognuno, consumato il pasto che più dello stomaco riempie lo sguardo, inforca il proprio suv e se ne torna a casa a vedere lo sport o quant’altro in tv e intanto sgranocchia noccioline e patatine per finire di riempire la pancia.

Negli anni ‘60’la gente trovava posti di ristoro anche lungo i tratti del fiume. Improvvisate tettoie in tralci di vite sospese accoglievano chiunque volesse fermarsi a mangiare con l’unica condizione si consumasse almeno un buon litro di vino. Ne ricordo uno in cui l’oste imbandiva le tavole con tovaglie di carta color del bambù, e la moglie con abbondanti seni materni, semichina rassettava poco dopo aver servito qualche sarda con aglio e prezzemolo e formaggio di vacca stagionato… e innanzi a prosperosi ballottanti seni, gli uomini superavano di gran lunga l’unico dazio imposto dall’oste per permanere, e i litri di rosso e bianco aumentavano con la loro eccitazione. Fu definitivamente bandito un decennio dopo il pranzo al sacco. Negli anni ‘70’ se il cibo e vino te lo portavi da casa si consumava seduti sul prato in riva del fiume, senza tette davanti agli occhi. Nei vent’anni seguenti ho vissuto quello che ora invano ricerco. Un ventennio di vita, che ognuno prima o poi cercherà di rincorrere.

È il cambio dei tempi, è un adeguarsi a nuove esperienze, sempre più povere d’amore e più colme del dover vivere e ci si attacca ai ricordi che saranno gli stessi delle persone che verranno dopo di noi. Le nuove leve si lagneranno di una pizza sfornata elettricamente nell’area di una stazione di servizio, e con nostalgia rimpiangeranno le pizze fatte di pasta schiacciate da dita robuste e sapienti di un uomo sudato per il calore di un camino alle sue spalle, con dentro un fuoco che arde profumando la cialda. È il cambio della torcia, si passa il testimone e lo si fa di corsa, e le ormai piccole chiese verranno sostituite da dei pannelli in vetro che indicano il luogo di culto, e invece che da pellegrini e viandanti, saranno lette distrattamente da passanti, e non per intero, da persone di gomma a cavallo di bici che senza scendere di sella ti fanno il bidet.

La Madonnina sulle strade asfaltate sarà di plastica pura, così che una volta posata per dovere, non se ne curi più nessuno per il piacere, nemmeno perché gli si pulisca il viso da una foglia secca. Sarà un altro cambio dei tempi anche per chi ora sta prendendo il testimone e schizza via veloce. Anche per i campioni attuali, verrà il momento in cui qualcuno più veloce di loro pretenderà il testimone. Sarà la storia di vita di tutte le persone che proveranno emozioni tanto belle nel tempo in cui non si ha tempo di “ascoltarlo”… ma poi ad ormoni sopiti, si desidera rivivere ardentemente. Il giorno del riposo dolcemente malinconico. Dolcemente… è domenica, si va alla ricerca di cose, profumi e persone perdute.

 

32) UN ALTRA ESTATE SMETTE DI ILLUMINARE …………..477 ……………………………….  27 – 11 – 2018

Un altra estate smette di illuminare.

È quasi la fine di questa estate, le caldissime temperature hanno sfiorato l’impossibile, le fontane sono state gremite e usurpate dal solito manipolo di turisti senza rispetto per altre persone e che per se stessi. Così come mari fiumi e laghi sono stati inquinati di immondizia e maleducazione. Un ponte è crollato, si contano mestamente vittime e danni, e si cercano disperatamente i colpevoli per responsabilizzare un qualcuno che a questo punto non potrà di certo resuscitare le vittime del crollo, ma si assumerà la responsabilità dei soldi da sborsare per riparare a persone e cose, che questo è pensiero primario per chi ci governa…i soldi. Il lato umano lo lasciamo ai sopravvissuti di un terremoto o a una famiglia affamata. Che a dirla in questo modo vengono alla mente pecore che vengono ricoverate nell’ovile dopo un giorno di pascolo… e a dirla in un altro modo immagino sempre pecore ricoverate e non solo per la notte.

Il sole tramonta un ora prima degli ultimi due mesi, la canicola è spezzata da pioggia e fulmini. Due contro uno e i temporali vincono la sfida di “braccio di ferro” con il caldo. Il sole è sovrano con la calura, ma è solo. La pioggia ha con sé fulmini, lampi, tuoni e saette che tradotte son due. Due contro uno, e la pioggia vince a braccio di ferro con il sole. Il fuoco si ferma… l’acqua non la ferma nessuno. Intanto una nave zeppa di profughi attracca sulle rive italiane e chi ci governa non scarica il carico di vite umane, perché anche loro si stanno sfidando a “braccio di ferro” con altri governi. Poco importa se a bordo della Diciotti la gente si ammala o si stuprano giovani donne. Qualcuno deve pur vincere. Nel frattempo il cancello che richiude le pecore dell’ovile viene assicurato con un buon lucchetto perché nessuna scappi, affinché passate le vacanze estive vengano tosate prima di Natale, che porterà tasse vecchie e nuove, appena sfornate dal fuoco perpetuo dal forno statale.

Di domenica sulle ciclabili, uomini con la faccia un poco imbronciata e donne che sfoggiano l’abbronzatura di una vacanza appena trascorsa, in sella alle loro bici pedalano annoiati. Facce scure di chi deve ricominciare a lavorare, e gambe senza peli color del miele di castagno che sbiadiranno presto negli uffici o tra le mura domestiche. Le chiese di montagna si svuotano così come i negozi al mare. Pesche, meloni, albicocche scarseggiano così come anche bibite fresche, e le pecore vengono contate una ad una ogni sera in modo non ne manchi alcuna sino a Pasqua, finché non si riapriranno i portali degli ovili, e qualcuna verrà sacrificata a colpi di… ipocrisia, a partire dalla mia. L’estate sta finendo e un anno se ne va… è il solito rituale… sto diventando grande, lo sai che non mi va.

 

33) VORREI CHE LA LUNA MI BACIASSE……………299 …………………….. 21 -11 – 2018

Vorrei che la luna mi baciasse.

Vorrei che la luna mi baciasse in fronte come il sole la bacia sulle sue rotondità più belle. Le sue chiappe. E quando piena e prepotente si fa largo tra il buio della notte per raggiungere il mio sguardo e i miei pensieri, schioccasse,caso mai, quel bacio tanto forte da farlo sentire perché il mondo mi possa invidiare, allo stesso tempo, adularne il fato felice.

Vorrei mi baciasse, per dopo impegnarmi ad affrontare un percorso, sapendo che c’è una dura salita da affrontare. Ad ogni lampione che illumina color salmone la strada ormai buia, fermarsi per prendere fiato, e leggere un passaggio di verità su di un libricino o nei nostri pensieri più intimi costuditi nella torre meglio protetta nel castello costruito dentro di noi. Affrontare quella strada sino alla cima di quella collina, per poi fermarsi qualche attimo ad assaporare mezza vittoria conquistata. Il rimanente esatto, è uguale solo nei passi già fatti, ma per niente simile perché non sono in salita, il resto è tutta discesa. Raggiunta la cima, siamo di già arrivati… son quelli i momenti da godere, corpo e mente ringraziano. La luna è piena e lucente o culla di Pierrot un poco sbiadita, e, a fasi alterne, sta a guardare. La luna guarda. Guarda i volti di gente sotto i ponti e illuminandoli di forza e speranza, li incoraggia nel continuare a vivere. La luna mette un sicuro sigillo ad un nuovo amore che nasce, usando ceralacca in abbondanza a sigillo di due persone che si baciano senza oltre al chiaror del suo risplendere, ispirate da brezza che sibilando celestestiali melodie, che comunque vada, sforneranno sempre persone felici.

Vorrei, mi piacerebbe tanto che la luna mi baciasse in fronte. Un desiderio bislacco pieno di signifificato sincero come il festeggiare la nascita di una bimba sotto di queste stelle che le fanno da contorno, e insieme a me, stanno a guardare un fiore che nasce, illuminato dalla luna.

 

34) MAL. E CATT. ANNUNCIANO IL LORO MATR. MA VOLENDO, UN DOM. POSSONO ANCHE DIVOR …645 ….     20 – 11 – 2018

Maleducazione e cattiveria annunciano il loro matrimonio ma volendo, un domani possono anche divorziare.

Torno volentieri al caffè Mignon bar, tra gli altri ritrovo spesso la Cristina. La Cristina sembra una mezzobusto, precisa a una bella presentaticre degli anni 70. Lei è acconciata nei capelli come una cartolina di una reclame di acconciature, e il suo viso esplode di femminilità. La Cristina è una bella donna e da come si esprime è bella anche ‘dentro’. Il suo sorriso non lascia dubbi al riguardo.

La Cris, come la chiamo io, è sposata con l’ottico, Paolo per gli amici e quindi anche per me. Il Paolo ha un fratello che gestisce una gioielleria e orologeria. Lavoro tramandato dal padre orologiaio e gioielliere e adesso Massimo continua la tradizione.

Rivolgendomi Loro penso sempre al ‘ signor’ ma semplicemente non lo dico. Mi fregio di quella confidenza che forse non è da pacche sulle spalle, ma mi beo stimandomi di essere loro amico mediando con il loro mondo, e al mio cui appartengo. Ne nasce un bel rapporto amichevole e non convenzionale. Non è mai successo che io abbia bevuto un caffè con la Cris, il Paolo e il Massimo assieme. Di solito il Massimo e solingo e fugace, un caffè una battuta e via, … in cerca di altri sorrisi, meglio di clienti, che si deve pur sempre vivere. Invece bevo caffè con Cristina, a volte sola, a volte accompagnata da Paolo. All’età della pensione in avvicinamento, si vive di complimenti sinceri, come il caffè buono che beviamo da Fredy e Cinzia al bar Mignon.

La Cristina il Paolo e Massimo hanno dei figli meravigliosi. Sono stati educati in un modo tanto bello che quasi non esiste più. Sono ragazzi sportivi, sani in corpo e mente, sono ragazzi d’esempio. E come educanda va inclusa quella signora bionda più minuta del marito Massimo, così che a Lui riesce più facile custodirla gelosamente, quasi nascondendola tra le sue braccia. Quella bella signora non beve caffè… non al Mignon bar. Insomma una famiglia educata, d’altri tempi. Mi diverte immaginare se sarebbero d’accordo con ciò che voglio dire sull’educazione. L’educazione è uno dei mezzi più veloci per arrivare al cuore e poi di conseguenza all’Amore. L’educazione è il bastoncino che sostiene un bocciolo di fiore e lo protegge da vento e pioggia intanto che cresce, quando sarà sbocciato non avrà più paura del vento e saprà affrontare la pioggia, forte sia.

Improbabile qualcuno al mondo nasca cattivo. Come può un individuo nascere cattivo o malvagio avvolto com’è da aurea di innocenza pregna in ogni nascituro. È nell’andare del tempo che una serie di combinazioni si intersecano in modi svariati per manifestare la propria esistenza in compagnia del dubbio tra il Bianco e il nero. Bisogna aspettare di vedere quel “bastoncino” a sostegno dell’amore, di che colore si è voluto sia.

Quindi, la maggior parte delle volte reagire al forte spirare del vento, è solo un autodifesa automatica a ciò che del male ricevuto si è subìto. Inasprendo i cuori, la vita assume un gusto amaro, e perciò si cerca riparo d’ietro quello scudo che percorrendo le vie della vita, si impara ad usare come arma difensiva. Si Inaspriscono i cuori, e la vita si fa più amara.

E se fosse una lotta continua al sopravvivere, importante “sentirsi” nel giusto diventando più tolleranti, addirittura migliori, più buoni. La sera riavvolgendo il nastro stando con se stessi, viene alla mente che l’unica cosa di cui ci si può rimproverare e che si poteva anche essere un po’ meno arrabbiati per quel tale che ci ha tagliato la strada a quell’incrocio… qualche parolaccia in meno e zero “vaffa”, sarebbero state la soluzione migliore, magari era solo un automobilista distratto, come può succedere a chiunque. Sarebbe molto educato reagire con calma e tolleranza, sennò a nulla sarebbe valso l’ammirare l’esempio di belle famiglie… perché l’educazionè è un apostrofo d’amore.

 

35) CUORE E LUCE…………………224 …………………………………. 2013/14……….rivisto 11 – 26 – 2018

Cuore e luce.

Guardare e non vedere il cielo, chiudere gli occhi e con il cuore esserci dentro. Lo specchio riflette la mia immagine consumata come una candela che più non riesce ad illuminare ciò che accade intorno a se. Il cuore non risponde al cero che ormai lentamente s’é spento. Si sente ancor giovane il cuore, e con vesti colorate, non s’arrende al buio, ama il sole e prosegue la sua corsa alla ricerca della luce. È certo che uscendo dalla penombra avrà ancora qualcosa da dire e da dare. Ascolto il cuore, smetto di specchiarmi perché vedo fioco il mio futuro, accendo una candela grande che il mio cammino possa ancora rischiarare e cose da vivere ancora da inventare. Il cuore si sente ancora giovane, la luce non smetterà mai d’essere. La luce prende per mano il cuore e le dice che lo illuminerà per sempre, su questa terra e altrove. Due cani entrano in una stanza. Uno entra ringhiando e uno che scodinzola contento. Escono i due cani dalla stanza, e uno ringhia ancora più rabbiosamente, mentre l’altro scodinzola più forte di prima. Uno ha visto cento cani ringhiosi, l’altro ha visto cento cani che scodinzolavano felici. Era una stanza piena di specchi. Accendo un cero, mi serve ora, sennò non mi posso specchiare e non posso vedere che sorrido ancora.

 

36) POI, RIPENSANDOCI…………………..433 …………………………..26 – 11 – 2018…… ( rivisto da 2014)

Poi, ripensandoci.

Poi, ripensandoci non è l’unica cosa che avremmo potuto evitare per un “arrabbiatura” fuori luogo. A cominciare dagli onnipresenti invadenti lavavetri ai semafori. Antipatici, ti annaquano il parabrezza con la velocità della lingua di un cobra che saggia l’aria e nel mentre le loro mani si tendono schiuse per una moneta. Paiono piante grasse carnivore. Anche al povero lavavetri si doveva e si poteva riservare qualche “vaffa” in meno. E dovrà pur finire la storia di farsi fregare il parcheggio da quella morettina la’… fosse almeno bella! No è bruttina e pure antipatica.

E se ancora bene più a fondo si vuole spalare nella sabbia dei torbidi ricordi delle arrabbiature, capita di rivederci ingrugniti per quella stupida macchina del caffè che ruba sempre soldi. Oggi poi giornata negativa. Resa lavorativa nulla con aggiunta di parolacce e bestemmie, più del solito, ma quando ce vò ce vò, anche quando non ci vorrebbero mai.

Ancora, ci siamo inutilmente arrabbiati di andare a pranzo in quel solito ristoro che del resto è il più vicino al posto di lavoro, e cosi volenti o nolenti ci tocca di sopportare quell’antipatica cameriera, che se la tira oltre misura, antipatica come poche, amante fissa del proprietario che se la fa, sotto gli occhi di quella scorbutica di sua moglie.

Finalmente il giorno finisce, ma di smettere di arrabbiarsi nemmeno se ne parla. Che barba i suoceri a cena. Lei, la suocera a dito puntato, blatera che non si deve fare questo e quello, sempre pronta ad ammonire figlia e genero di come si devono educare i figli, come se lei avesse educato con perfezione i suoi. Mentre il suocero fa il gran filosofo su qualsiasi argomento si intavoli, bravo solo lui, zitti tutti ad ascoltare. Stasera, mio figlio Riccardo era insopportabile, e mia figlia Serena quando fa capricci inutili, bisognerebbe gli si mollasse due ceffoni ben assestati.

No, tutto sommato non pare mi si possa definire una persona ingiusta, intollerante e cattiva; forse non al cento per cento, al cento per cento ingiusti intolleranti e cattivi lo saranno stati quelli vicino a te, a partire dai tuoi figli, da tua moglie e dai tuoi suoceri, dalla gente che ti frequenta, dai tuoi amici. Del resto si raccoglie ciò che si semina. Del resto, tanto amore ricevi, tanto amore saprai dare Mentre tu, tranquillizzati, sei cosi solo per il novantanove per cento delle volte, non è colpa di nessuno, cosi hai visto e sentito, cosi hai fatto e detto, ma non sei cattivo, nessuno di noi nasce cattivo o malvagio… qualcuno ce lo insegna con piccole dosi di maleducazione quotidiana.

37) DICEMBRE…………………….618…………………………..28 – 11 – 2018

Dicembre.

Il Natale non si sente più. Come le quattro stagioni si è dimezzato. Anche il Natale non si sente più nell’animo come un tempo. È un antico dilemma. Del resto avranno pensato così anche le persone prima di noi. I nostri vecchi pensavano la stessa cosa borbottando nella stalla, mentre si fumavano un quarto di Garibaldi. Smuovevono il capo di sotto il cappello a lunghe tese, portato alto di sera, in un raro momento di riposo. Borbottavano il loro dissenso, perché nella stalla i bambini non li stavano più a sentire. Quei bimbi sospirati a scuola avevano imparato a mettere le barre sul quaderno a righe. Le barre, le x, i puntini e i pallini, tutti ben ordinati, nel tanto che la maestra insegnava l’A b c. Avevano ben altro da pensare quei bimbi, che stare ad ascoltare il nonno che raccontava fiabe al tepore di una stalla. Quaderni e libri era il nuovo interesse dei bambini, mucche e asini e odor di stalle, erano ormai volutamente, tristemente dimenticate. E per i nonni fu come se stesse svanendo lentamente il Natale stesso. Svanivano ricordi dolci e amari, ma indispensabili esperienze a monito del futuro di ognuno. Lentamente ma inesorabilmente svaniva una parte dei sogni più belli per riservarne il minimo rimasto nel continuare a vivere… perché senza sogni si muore prima.

Ecco dopo che quei nonni sentirono nella stalla il Natale lentamente svanire, la nuova generazione andò alle loro onoranze funebri. Ma oramai la nuova generazione di nuovo non aveva più nulla, e perciò eran diventati nonni anch’essi. Non erano più nelle stalle, ma stipati in appartamenti di ringhiera con grasse lavandaie di sotto, che cantavano felici mentre sbattevano le lenzuola sulla pietra irrorata d’acqua dei Navigli. Fu un bel periodo per quei nonni. Anche se dal triste primo novecento i nonni erano sconfortati dal Natale e dalla fame a cui erano rassegnati. Nell’era successiva i nonni di ‘ringhiera’ lavorando in fabbrica non erano più mezzadri affamati, erano operai della Fiat e a pancia piena amavano addobbare la casa per le feste natalizie. Alberelli con palline colorate e presepi di statuine di gesso dipinte a mano. Gesù con un volto mai uguale ma sempre Unico. Era Natale.

Poi venne il turno dei loro rimpianti del Natale che non si sentiva più come un tempo. Un Natale che sospirando si svolgeva con parate filocomuniste che inneggiavano alla libertà e ugualitá. Fonte d’ispirazione proveniente da quella Nazione dove di libero e uguale, c’era solo fame e miseria. Lotte politiche armate vestite di nero o di rosso, e Stato nello Stato, dominio fuori legge. Non c’era più posto per Gesù Bambino.

Tocca alla nostra generazione, adesso i nonni siamo noi. Anni 20, poi il 68 e adesso il 2018. Il Natale anche per noi non sembra più quello di un tempo. Si rimpiangono mangiate pantagrueliche davanti a un gigantesco tacchino arrosto con milioni di patate fritte che gli fanno da contorno, ma ancor più il dividerlo con almeno una dozzina di commensali tra famiglia e parenti stretti. Vino e allegria. A tavola dopo pranzo si raccontava barzellette o si passava allo sfogliare foto tra risate grasse di come ci si sentiva ridicoli nell’essere ora così diversi. Riaffioravano bei o malinconici ricordi. Molte risa, qualche lacrima, era Natale. La new generation il presepio non lo fa più, ma avranno qualcosa da rimpiangere anche loro per un Natale che non profuma più di bucato pulito.  Ma di Natale si parlerà sempre e ancora, perché il Natale nasce ogni volta che un bimbo viene al mondo. Ogni volta che chiudendo gli occhi sogneremo di essere in una stalla ad ascoltare la storia del lupo cattivo, raccontata dal nonno. Natale non ha età. Natale è ogni volta che siamo felici.

 

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