Dicembre. C.37 P. 633 28 11 18

Dicembre.

Il Natale non si sente più. Come le quattro stagioni si è dimezzato, il Natale non si sente più nel l’animo come un tempo. È un antico dilemma. Del resto avranno pensato così anche le persone prima di noi. I nostri vecchi pensavano la stessa cosa borbottando nella stalla, mentre si fumavano un quarto di Garibaldi. Smuovevano il capo di sotto il cappello a lunghe tese portato alto dopo cena, in un raro momento di riposo. Borbottavano il loro dissenso, perché nella stalla i bambini non li stavano più a sentire. Quei bimbi sospirati a scuola avevano imparato a mettere le barre sul quaderno a righe. Le barre, le x, i puntini e i pallini, tutti ben ordinati, nel tanto che la maestra insegnava l’A b c. Avevano ben altro da pensare quei bimbi, che stare ad ascoltare il nonno che raccontava fiabe al tepore di una stalla. Quaderni e libri era il nuovo interesse dei bambini, mucche e asini e odor di stalle, erano ormai volutamente, tristemente dimenticate. E per i nonni fu come se stesse svanendo lentamente il Natale stesso. Svanivano ricordi dolci e amari, ma indispensabili esperienze a monito del futuro di ognuno. Lentamente ma inesorabilmente svaniva una parte dei sogni più belli per riservarne il minimo rimasto nel continuare a vivere… perché senza sogni si muore prima.

Ecco dopo che quei nonni sentirono nella stalla il Natale lentamente svanire, la nuova generazione li andò a trovare per le loro onoranze funebri. Ma oramai la nuova generazione di nuovo non aveva più nulla, e perciò erano diventati nonni anche essi. Non erano più nelle stalle, ma stipati in appartamenti di ringhiera con grasse lavandaie di sotto, che cantavano felici mentre sbattevano le lenzuola sulla pietra bagnata dal l’acqua dei Navigli. Fu un bel periodo per quei nonni del dopo guerra, di certo migliore dei nonni del triste primo novecento, sconfortati da un Natale ribelle e dalla fame a cui erano rassegnati. Nel l’era successiva i nonni di ‘ringhiera’ lavorando in fabbrica non erano più mezzadri affamati ma operai della Fiat e a pancia piena amavano addobbare la casa per le feste natalizie,  alberelli con palline colorate e presepi di statuine di gesso dipinte a mano. Gesù con un volto mai uguale ma sempre Unico. Era Natale.

Poi venne il turno dei loro rimpianti di un Natale che non si sentiva più come un tempo.  Un Natale che sospirando si svolgeva con parate filocomuniste che inneggiavano alla libertà e ugualitá. Fonte d’ispirazione proveniente da quella Nazione dove di libero e uguale, c’era solo fame e miseria. Lotte politiche armate vestite di nero o di rosso, e Stato nello Stato, dominio fuori legge. Non c’era più posto per Gesù Bambino.

Tocca alla nostra generazione, adesso i nonni siamo noi. Anni 20, poi il 68 e adesso il 2018. Il Natale anche per noi non sembra più quello di un tempo. Si rimpiangono mangiate pantagrueliche davanti a un gigantesco tacchino arrosto con milioni di patate arrosto che gli fanno da contorno, ma ancor più il dividerlo con almeno dodici commensali tra famiglia e parenti stretti. Vino e allegria. A tavola dopo pranzo si raccontava barzellette o si passava allo sfogliare foto tra risate grasse di come ci si meravigliava nel l’essere ora così diversi. Riaffioravano bei o malinconici ricordi. Molte risa, qualche lacrima, era Natale. La news generation il presepio non lo fa più, ma avranno anche loro qualcosa da rimpiangere per un Natale che non si sente più come un tempo. Ma di Natale si parlerà sempre e ancora, perché il Natale nasce ogni volta che un bimbo viene al mondo. Ogni volta che chiudendo gli occhi sogneremo di essere in una stalla ad ascoltare la storia del lupo cattivo raccontata dal nonno. Natale non ha età. Natale è ogni volta che siamo felici.

 

 

 

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