Volare.

Volare lassù, tra le nuvole scure di un fine serata di un giorno di pioggia. Volarci un mezzo con un casco in testa e sorvolare distese e alture per arrivare al mare con il profumo di salsedine che t’assale dentro immaginando sabbia sotto i piedi. Volare come Superman isolati da insani propositi, liberi come un uccello che non chiede cibo all’uomo eppur si libra voluttuoso tra le onde del vento, liberi da lasciar vedere un altro Natale che reclama il suo venire con multiformi colori.

E ancora volare tra le nuvole e nei pensieri della gente, senza passarci in mezzo per non confonderli disperdendoli ma, sfiorarli delicatamente come accarezzare i petali di una rosa, fluttuare tra le braccia di Eolo in cerca di verità da scoprire.

Volare in un sogno nel cuore della notte e sentirti sollevare per sfuggire ad un leone che a fauci spalancate stava per compiere il balzo fatale, fuggire dalle paure sognando di librarsi nelle nuvole per salvarti da bestie feroci rifugiate nei meandri della mente…  in volo sulla la sommità di un albero, o sulla cima di un monte. Sogni capricciosi e dispettosi, mostrano la via del piacere come il volare, ma lasciano l’insidia di un leone che ti rincorre nel vano delle scale. Meglio volare ad occhi aperti sul cielo di una serata all’imbrunire, con un casco da motociclista in testa… per rimanere con i piedi per terra e arrivare sino ai colori del mare come fanno le rondini nel loro migrare.

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