Sulla ruota dei ricordi due

… Vado oltre, percorro un paio di km. e sono in località Negrone, una frazione fra il triangolo di Tribulina, Rosciate e Albano S. Alessandro. La moto sputa scoregge e si sente il “ritorno” del motore in prossimità delle curve quando viene ridotta la velocità. A Negrone vive e lavora il Giampi. Bel ragazzone, bravo ragazzone. Figlio di una Signora mamma grande e grossa che ha sempre avuto cura dei suoi due figli maschi, una “carabiniera” d’altri tempi, una donna scaltra e tenace. Curava gli affari della sua officina sin da quando il marito riparava trattori e tosaerba. Il Giampi un buon ragazzone dalla risata grossa come i suoi bei dentoni bianchi, sguardo che pensa e molto riflette prima di dire sì o no, un ragazzo sincero come il suo sorriso. Si è sposato anni fa con una bellissima ragazza che si diletta nella cura del suo corpo facendo palestra e ballo assiduamente al punto che fosse una insegnante, e che mi perdonino entrambi del fatto che non so o non ricordo se abbiano avuto figli. Il mio andare indietro con il tempo, pensando al Giampi e vederlo che d’estate si scotta la pelle anche sotto l’ombrellone, come il vederlo “fuori” con mezzo bicchiere di vino, vederlo nella sua tuta blu intera da meccanico, con una lunga cernierona bianca che gli percorre tutto il corpo, dal collo all’accessorio per fare la pipì.

E ancora ricordo mille altre cose che ci legano felicemente e per fortuna di rado  infelicemente. Tante cose a partire dal fatto che avevamo trenta e più anni di meno, e svanisce il tutto nel mentre percorro altri tre km. In cui raggiungo Albano S. Alessandro. Se nella piccola graziosa Negrone i ricordi eran mille, in quel paese molti di più.

Ero uno sposo a metà degli anni “80”, era estate e la consorte andò al mare una settimana sulla riviera adriatica. Un amico mi propose una strana serata, lo avrei accompagnato al Number One con la sua nuova fiamma, Marina e sua cugina Roberta, unica condizione riuscire a farmi prestare la splendida maggiolino nera cabriolet di mia sorella. Per fortuna o sfortuna accettai perché Roberta diventò la prima pietra con cui ho costruito la disfatta del mio matrimonio sbagliato. Lo stesso era impossibile resistere ad una  ’biondona’ tutta curve al punto giusto, e non bastasse con sole diciotto primavere alle spalle. Fortuna direi, mi resi conto di avere sposato un altra sorella che già ne avevo tre, e ho anche capito di non confondere il bene con l’Amore perché  il gorgonzola e lo zabaglione, hanno due gusti del tutto differenti.

Ho fatto poche altre cose in quel paese a parte il frequentare Roberta e la sua famiglia numerosa, anche perché non offre molto di più della chiesa, e il passarci per andare al lago, anche se ora è una strada poco battuta se non da nostalgici motociclisti. Il babbo di Roberta era la persona più buona al mondo ma si atteggiava a “duro” a tutti i costi e quando aveva qualcosa da dire, prima bestemmiava pesantemente e poi stringendo i pugni li agitava ammonendo persone e fatti. Non avrebbe fatto del male ad una mosca e a parte il lavorare e fumare come un turco altro non faceva. La mamma di Roberta, premurosa in tutto, altre due sorelle e un fratello biondo pure Lui. Giacomo, una promessa dell’equitazione che poi chissà per quali strani motivi prese altre strade che lo condussero alla disfatta del corpo e della mente. Dov’è ora, sicuramente è rimasta l’Anima. Ciao Jak. Il paese è lungo ma non infinito e qualche giro di ruote dopo l’ho di già superato così come il ricordo di Roberta.

Arrivo alla Cá Longa, un ristorante bellissimo in prossimità di Montello che ora non c’è più, ma ricordandolo per me è come mi fosse stato al di fuori della visiera del casco. Vengo invaso da altri pensieri nel tanto che sgaso e mi butto in faccia altro vento, altra voglia di vivere, intanto le ruote girano, e vado ancora oltre.

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