Con gli occhi scrivo sul cuore i ricordi su due ruote. 2

Grumello del monte, l’ultima volta che lo frequentai fu una sera tarda ed io, mio fratello  e il cognato Angelo andammo in un posto un poco osè, a luci rosse insomma, una sorta di nightclub camuffato da discoteca, ma i separé dove ci si appartava a pagamento per necessità orali e palpate alla polipo gigante erano del tutto materiali e non lasciavano alcun dubbio sulla vera identità di quel locale. Io ero, senza vanto, un abituè di certi locali, mio fratello Emi un po’ meno, e nostro cognato ancor meno perché troppo impegnato a lavorare 12:ore ogni santo dì il rimanente era amore, cibo, cacca e dormire.

Entriamo e subito ci accoglie una tipa che in totale aveva addosso dai venti ai trenta centimetri quadri di stoffa, due gambe che sembravano iniziare a Bergamo per finire a Brescia che stavano su di un paio di tacchi che le faceva arrivare fino a Verona. Ci fece accomodare su delle poltroncine alte da terra una spanna che quando ci sedemmo riuscimmo a vedere chiaramente il colore delle mutandine tanga che la ragazza indossava, che anche non avessero avuto un colore, avremmo sempre e comunque immaginato la stessa meravigliosa perla nascosta dal guscio di un ostrica, bene, era fatta, ora si era lì, seduti uno accanto all’altro ed era inutile ci parlassimo perché la musica assordante non ce lo permise, e lo stesso non aveva importanza alcuna parola, ognuno guardava avido di gambe in minigonna che ci scivolavano davanti… Angelo fremeva e continuava a girarsi a destra e manca, i suoi occhi non perdevano nemmeno il tempo di battere le ciglia perché sbarrati alla ricerca di ‘prede’, sembrava un bimbo in un negozio di caramelle con gli scaffali per riporle alte un metro e mezzo. Era inquieto e nervoso Angelo, talmente teso che ad un certo punto, al passaggio di una bella entrenous si sollevò facendo molla sulle gambe e con uno scatto repentino le afferrò al volo una coscia cingendola con due mani, fino a farle scivolare su nelle parti della sala giochi. Ovviamente io e Emi cercammo di ‘placcarlo’ ma non riuscimmo ad evitare di essere ripresi da un enorme buttafuori tatuato che ci ammonì di tenere a freno il “ragazzo caliente”. Il resto della nottata trascorse in modo che non ricordo bene… la memoria nel ricordare le altre ore che seguirono mi sfugge… forse perché si era sposati o impegnati tutti e tre… fantastico mitico Angelo, che quando è in compagnia di un altro mio cognato, lo canzoniamo chiamandolo ‘Angel freç, fradel del pôèr Sugamá de Bagnatica, e öl pader dè tôç dú, l’era öl Pierí Frer che l’era spüsat la Tirabaciú dê Potranga.

L’Angelo detto il freddo, (Angel Freç ) perché il suo sguardo era freddo come quello d’un pesce lesso e con le donne non ci sapeva troppo fare, era fratello del povero defunto Paolo Pezza ( pôer Sugamá ) l’asciugamani di Bagnatica che fu il paese dove visse, così chiamato perché prima di importanti decisioni, si lavava e poi si asciugava le mani con una pezza appunto asciuga mani.  Il papà di entrambi si chiamava Piero Pezza (Pierì  frer, Piero il fabbro ) che di mestiere facile supporre facesse il fabbro, costui sposò la signora Lina Tiraboccioli ( Tirabaciü la ‘Tirabaci’ ) di Ponteranica, perché in tempo di guerra al passaggio degli alleati per le strade di Milano, “tirava baci” a tutti i soldati che incontrava con lo sguardo e sembra che non si fermasse solo a smancerie scoccando baci sonori fatti tra mani e bocca, ancor peggio pare che il ‘vizietto’ gli rimase senza il passaggio dei militari, ma anche nelle numerose feste ai giovanotti del paese molti anni dopo la liberazione d’Italia dalla seconda guerra mondiale.

Lasciai Grumello scoppiettando di marmitta dopo la grande curva, svaniscono pensieri di amici, cucina, tette, “ballerine” e parenti, conte decaduto’ compreso, ora sono solo di passaggio…

Ogni volta mi chiedo quanto avrò il piacere di ritenermi ancora come ora, un motociclista, un bikers, un bastardo su due ruote con tatuaggi sui bicipiti. Che se i tatuaggi dovrebbero  intimidire e affascinare, a me rimane la Madonna delle Grazie su una spalla, e una Croce cinta d’Alloro sull’altra che dopo un ventennio sbiadiscono sulla pelle ma mi si imprimono saldamente nell’Anima… al riparo dalle cazzate che ancora combino, e di certo in ugual modo le figure Sacre non intimoriscono più nessuno, malgrado più di un miliardo di “fedeli” sen’è persino perso il semplice rispetto e doveroso timore.

Ma alla fine sono un motociclista bastardo, un bikers ormai solitario che sogna come quando aspettavo con ansia mi si sostituisse un carburatore “14” Bing con un “16” Dell’Orto… due cavalli in più aggiunti al motore del mio ‘cinquantino’ Gerosa Zundāpp… la mia prima moto da “cross” che ebbi sulla soglia dei miei quattordici anni. Quando mio padre me la comprò a rate costava la bellezza di 375mila lire, l’equivalente odierno di quasi 200€… Costava poco di più l’Ancillotti con motore Shasc, 425mila£. Veniva da Firenze questa motocicletta innovativa in tutti i sensi ed è a lei che i signori Polini debbono la loro fortuna… il papà di quei ragazzi vendeva benzina miscela a litri travasata da canistri di latta, ora quarant’anni dopo i figli sono proprietari tra le altre cose di stazioni di benzina in tutto il mondo e il loro nome figura i tutti i circuiti da GP d’Europa e non solo. Per questo scelsi la Zundäpp, allora come oggi preferisco fare come i salmoni, controcorrente, con il resto della gente mi piace dividere l’amore non gli oggetti e amo faticare per riuscire a deporre le uova alla sorgente.

La moto è un pezzo di ferro e non ci si può innamorare ma ci si può innamorare del senso di libertà che  ti regala il vento in faccia e tanta innocente spavalderia che consumi viaggiando in sella ad una moto. Quel sentirsi a posto anche dopo trecento kilometri macinati di fresco tra strade di molta polvere, sporchi sul giubbotto di pelle ma puliti dentro da pensieri indesiderati.
È una vera passione la moto, anche se non può minimamente competere con l’amore che si prova per una Persona. 💕, e allora lei si vendica ricordandoti che quando ti sei presentato in sua compagnia, la tua autostima era esplosa dal tachimetro che la misurava, e hai fatto palpitare il cuore di chi hai amato o di chi ami. Ecco allora spiegato il motivo per quanto si ama tanto la moto, forse perché non c’è un età in cui rallenti, ma si apre sempre più la manetta del gas, non come adesso che viaggio sereno lasciandomi alle spalle Grumello del monte e percorro lunghi tratti di strada nella campagna con poche case e molti lampioni, vado verso Castelli Calepio, il prossimo paese che è davanti alla ruota di qualche kilometro. Non c’è niente che mi possa ricordare persone o cose tra campagna e lampioni, ho tempo per gustare il piacere di avere sotto il culo l’oggetto del mio più grande desiderio, il mio ego personale, il mio Albero dei Moroni, la mia fantastica GS, la mia bellissima moto, per questo penso a quella moto con cui feci uno dei viaggi più belli che abbia mai fatto, quella volta che partii solitario per Bachau in Romania.

Una sera di fine ottobre dico alla mia compagna che  sarei partito  per la Romania con la mia Adventure nuova di pacca. Cosa ne pensò lei, egoisticamente non ricordo, ma allora funzionava così. Era uno dei miei spazi, una delle mie piccole grandi pazzie. Fu così che partii un mattino di novembre da casa mia in Bergamo, la prima tappa fu di andare al cimitero dai miei, a Villa di Serio, così, forse per avere una sorta di benedizione, ricordo che all’ingresso una signora stupita forse dal mio strano e inusuale abbigliamento da motociclista, dato che faceva già parecchio freddo, mi squadro’ come si guarda un marziano, e dopo avermi chiesto dove andassi, io risposi… in Romania, e questa ancora più stupita mi raccomando’ di fare molta attenzione. Non so… Ma ebbi la sensazione che mia mamma stessa me lo raccomandasse nei panni di quella gentile e premurosa signora, e partii, testardo e incosciente come di mia natura quando voglio  assolutamente qualcosa invece che umilmente limitarmi nel desiderarla.

Cartina sul serbatoio con nastro adesivo che copriva i lati di una busta di plastica che la conteneva, nel 2001 i satellitari erano solo per auto da sogno, figuriamoci se le moto ne fossero provviste, via in autostrada per il confine Triestino, alla prima dogana. A parte il freddo pungente, nessun intoppo, macinavo chilometri con una determinazione che nemmeno sapevo di possedere, e comunque quella volta mi ero intestardito di voler percorrere il massimo della strada possibile. Infatti verso sera inoltrata, arrivai al confine di Arad, in Romania, non scorderò mai che dopo aver pagato il biglietto autostradale, avanzai di qualche metro per fermarmi a sistemare i soldi di resto, ma sorpresa! Le gambe si erano intirizzite dal freddo a tal punto che si bloccarono e non riuscivo a muoverle, i piedi rimasero inchiodati alle pedane, risultato cado di lato, io, moto e bagaglio, rimanendo per terra qualche minuto prima di riprendermi, e a fatica estrassi la gamba incastrata dalla moto. Ma mi rimisi in marcia poco dopo nel bel mezzo di una fitta nebbia, alla ricerca di un albergo che mi ospitasse per il meritato riposo. Finalmente dopo aver percorso in totale 1300 chilometri, il meglio di quanto abbia mai fatto prima e quanto poi sino ad ora.  Intravidi un forte bagliore  che tagliava come una lama la spessa nebbia, era la rassicurante e invitante luce di un insegna d’albergo cinque stelle, e vi assicuro le meritava tutte, e il prezzo adeguato allo standard rumeno dell’epoca, 70 euro per cibo, pernottamento, parcheggio e mance comprese, ma non era il motivo per cui mi trovavo li, come non lo era il solito motivo del sesso a buon mercato.

Troppo triste il solo pensarlo, trovo penoso che delle povere ragazze si offrano per pochi denari, e mi fa l’effetto contrario, invece che eccitarmi mi rattristo a manetta, non c’è paragone con la sana conquista. Il mattino seguente di buon ora, riprendo la marcia, un pallido sole sembrava accompagnarmi con il suo tiepido conforto verso gli ultimi settecento kilometri di marcia rimasti, direzione Bachau un grazioso paese ai confini della Moldavia, la mi recavo in visita ad un gruppo di persone conosciute in Italia qualche tempo prima, a loro insaputa comunque perché loro stessi ignari della mia visita improvvisata. Così percorro un buon tratto di strada tra meravigliosi saliscendi, nel bel mezzo di colline appena tali tanto eran dolci, non fosse stato per quei boschi di betulle e faggi inbrulliti dallo stanco autunno, sembrava di trovarsi tra i saliscendi ben coltivati e contornati da cipressi della nostra Toscana a riposo per l’inverno, poi tratti diritti con curve appena accennate, e di nuovo paesaggio collinare.

Finché nel primo pomeriggio ma già all’imbrunire arrivo a destinazione, entro in un bar per un caffè e telefono a Radu un amico, questi dopo lo stupore iniziale e un po’ incredulo, mi raggiunge poco dopo accompagnato dalla sorella, baci abbracci di rito e mi si chiede cosa volessi fare, e per quanto tempo intendevo rimanere in Bachau, io risposi che di preciso non sapevo, che vedrò. Radu e Elena tanto insistettero che mi fu impossibile rifiutare il gentile invito di passare almeno una sera e una notte a casa loro, che intanto ci pensai dovetti assolutamente accettare di essere ospitato per la sera e per il resto della notte presso la l’abitazione dei loro parenti di origine zingara, nel villaggio poco distante di Rachitoasa. Mi fecero da apri strada con la loro auto, e io dietro per una quindicina di kilometri perlopiù fatti salendo per una tortuosa strada di montagna con il mio cavallo di ferro, finché si giunse in quel grazioso villaggio rurale alpino, sembrava di tornare indietro nel tempo di almeno cento anni, le case erano per la maggior parte di legno e tufo, tutte ad un sol piano, steccati di legno che delimitavano le proprietà, non erano più alti di un metro, come volessero indicare che tutti erano padroni di tutto, e nessuno di niente, una comunità. I soli mezzi che mi capito’ di vedere erano dei carretti trainati da cavalli magri e scalcinati quasi a voler sottolineare la povertà del luogo, che non doveva comunque essere confusa con la ricchezza di fierezza dei suoi abitanti per lo più zingari, con rumeni in minoranza.

E dopo le presentazioni di rito con il resto dei famigliari, venni invitato a mangiare alcune loro tipiche pietanze e a bere del loro vino, fresco d’annata di cui andavano particolarmente fieri. A mia volta cercai di contraccambiare con ottime formagelle e salame nostrano che avevo portato apposta, ma ricordo che non ne furono particolarmente colpiti, come del resto non lo fui io per il loro cibo e per il loro vino, ma ovviamente mentii spudoratamente per non offendere la loro entusiastica ospitalità. Ricordo che finì in una bella ubriacatura generale, tutti ciucchi, anche i nonni, e terminó con un bel braccio di ferro tra me e i maschi della famiglia, e devo dire che ben mi difesi, probabilmente perché ero un po’ meno ubriaco di loro, verso la una, tutti a nanna finalmente, ero un po’ stanco, non tanto per le le 435 miglia che mi ero pippato, ma per tutto il resto della moviventatissima serata. Il mattino seguente, Elena, l’avvenente sorella di Radu, venne a bussare alla porta dove mi alloggiarono, io risposi e mi alzai dal letto per andare ad aprire, vidi lei e accanto un bambino di dieci, dodicianni anni circa con in mano un secchio colmo d’acqua e un mestolo, e li guardai stupito gettando lo sguardo intorno mentre mi fregavo le mani incrociate sulle braccia per il freddo intenso, al che capii che mi invitavano a lavarmi esattamente li, fuori, nel cortile, nel bel mentre che iniziava pure a cadere qualche fiocco di neve lieve trasportata dalla aguzza brezza  mattutina, ok mi dissi togliamoci il pensiero, mentre il bambino mi versava lentamente l’acqua con un mestolo, mi sciacquai velocemente il viso e le mani, ringraziaii ed in fretta rientrai, della colazione nemmeno se ne parlo’ non usi del farla, nemmeno si posero il pensiero di chiedermelo. I Rumeni che io ho avuto il piacere di conoscere, non hanno preferenze di un dato orario per mangiare, in genere mangiano quando ne hanno voglia, e perché ciò accada, bisognerebbe scomodare la storia.

Verso le dieci arrivo’ anche Radu, intanto la neve si era intensificata e scendeva più compatta e copiosa, tanto che decisi di lasciare la moto da loro in custodia e me ne andai con un taxi che feci arrivare telefonicamente da Bachau. Ringraziai tutti e me ne andai in un più confortevole albergo dove alloggiai per alcuni giorni a venire. Il tempo però non volgeva al meglio, anzi peggiorava sempre più, rischiando di rimanere bloccato dalla neve anche per mesi, motociclisticamente parlando, fu così che conversando  con alcune persone in albergo conobbi una persona che mi diede lo spunto per uscire da quella situazione, mi consiglio’ cioè di farmi trasportare con un carrello la moto, mentre io sarei stato comodamente al caldo nel furgone che lo trainava. Si trattava del furgone adibito al trasporto di persone che faceva la tratta dalla Romania a Torino per “fare il cambio” delle ragazze che lavoravano nei nightclub del capoluogo Torinese, profittavano così dei passaggi pure alcuni parenti delle ragazze stesse. Pattuito il compenso, ci ritrovammo il tal giorno alla tal ora e… partenza, anzi ritorno per l’Italia, che comunque dopo un po’ mi manca sempre, qualunque sia il viaggio, ovunque mi trovi, la mia terra e’ unica, e mi manca. Sul pulmino feci conoscenza di un sacco di persone giovani e meno, ognuna con la sua storia da raccontare, purtroppo quasi sempre triste data la natura del loro viaggio, nonostante la buona compagnia, la percorrenza, era molto noiosa, forse anche per la velocità modesta che non superava mai gli ottanta, novanta kilometri orari, fu così che in quel dell’Austria ad un autogrill per un rifornimento, chiesi all’autista di scaricare la mia moto dal rimorchio e mi comprai un paio di quanti invernali rivestiti all’interno con lana di pecora, di quelli che i camionisti usano per smontare le gomme del camion quando bucano una ruota d’inverno, salutai tutti, ringraziai e orgogliosamente ripresi la marcia in sella alla mia splendida compagna di avventura, la mia Bmw. Cinque, sei ore dopo ero a casa da mia moglie entrambi felici di rivederci, ed io orgoglioso di aver dimostrato ancora una volta a me stesso di poter affrontare qualunque cosa con determinazione, coraggio e ancor più, un bel po’ di sana incoscienza, che se non c’è l’hai, viaggi poco, o non viaggi per niente.

Ci sono molti modi di viaggiare, e oggi viaggio comodo sulle ali dei ricordi e poco avanti questi pensieri, finalmente vedo il grande portale ottocentesco che cinge in chiusura un magnifico parco che abbellisce una villa barocca. Questo portale arcuato si intraversa volgendo l’ingresso direttamente sulla strada provinciale e poco prima si intraveda il cartello che indica il nome del paese, Castelli Calepio, le mie due ruote mi ci hanno condotto cullate da dolci rimembranze che hanno fatto capolino dalle pieghe della mente sbadigliando un poco. Dopo il grande cancello di ferro del portale in pietra, il paese mostra il suo ingresso come fosse attraversato da due lunghi serpeggianti binari con palazzi e case che ne cingono i lati e fanno bella mostra di tutte le attività commerciali di questo luogo. Fra gli altri, le modeste vetrine di una officina meccanica che espone due macchine per ognuna ad invitarne l’acquisto. E lì che comperai in società con il vigá la Mercedes 240 D verde metallizzata con interni in velluto verdi pure quelli, calotte copricerchi in acciaio e verdi come l’auto. Non era la mia prima Mercedes, quella precedente era azzurra tinta pastello, fari l’impiedi al l’americana con motore che funzionava come un orologio svizzero, sembrava di sentire una sinfonia precisa di suoni e rumori, ma per un giovane nemmeno trentenne era troppo svilente l’averla pagata solo 500 mila lire a un contadino che l’aveva usata pochissimo e che si vergognava di andare in paese con il mirino sul cofano. Era perfetta, quella Mercedes, pur avendo più di quindici anni e sembrava mantenere ancora il fascino delle auto d’epoca, non fosse stato per il colore, pareva nel l’immaginario, vederla sfrecciare come ammiraglia alle sfilate fasciste di qualche decennio prima. Dei giovanotti non potevano avere successo nel caricare le ragazze con una macchina che sembrava rubata di nascosto al nonno mentre dormiva. Allora s’era di cambiarla, sostituirla con una Mercedes che sapesse di regale ma allo stesso tempo anche più giovane e filante d’aspetto. Eravamo ancora a Cicola io e Claudio quando la comprammo, ci serviva perché le telefonate per i possibili acquirenti di un cucciolo in un giorno erano una, due, forse tre, ma le ragazze con cui aprivamo “filarini” o tentativi tali, ci telefonavano almeno una decina di volte dal mattino alla sera…serviva un altro tipo di automobile, oggi, con il senno di poi, andrei volentieri in pullman da una ragazza… potessi ancora avere quegli anni… anche a piedi.

Ce la vendette la sciüra Valentina e suo figlio Marino quella “Verdone bella”. Si divertivano tanto ad ascoltare le stupidaggini goliardiche che raccontavo loro intanto che  rifornivo il “mezzo” di carburante, in genere raccontavo le nostre avventure amorose, e ripensandoci penso abbiano creduto solo ad una minima parte a ciò che dicevo, erano troppo ‘strane’ quelle storie…

Come quando una sera andai a Seriate per “caricare” la Veronica dopo il suo orario di lavoro per portarla in cascina a fare quello che facevano tutti i ragazzi della nostra età, non fosse che un amico mi avvertì di uno strano comportamento di cui si andava “bisbigliando” sulla Vero. Guarda, mi disse l’amico, portala in un posto isolato mi raccomando, non portarla in un hotel o in un palazzo con più appartamenti… perché chiesi io!? Fai come ti dico mi disse e capirai da solo il perché. Beh! la portai in cascina, più isolato di così, c’eravamo solo noi due in una notte fonda e nera come la pece, noi e circa un centinaio di cani… la signora Valentina chiese, e allora!?, e allora risposi io, eravamo solo noi due e un centinaio di cani che si misero tutti ad abbaiare e ululare quando la Vero cominciò ad urlare a più non posso nel momento del coito. Di certo non fu facile per me “terminare” ciò che stavo facendo e siccome i cani non smettevano più di abbaiare e ululare, dovetti fingere di avere un orgasmo perché l’amato ‘fratello’ non rispondeva più ai comandi, la mente si era impossessata del più nobile cuore e sentiva solo lo sgradevole piagnisteo canino. Capii il perché fossi stato avvertito dagli “amici”, che stronzi se la ridevano da giorni.

Non sarebbe stata la prima volta che si prendevano gioco di me gli “amici”, ricordo di quando mi presero in giro per mesi commemorando quotidianamente di una serata passata insieme in un nightclub. Todd Daun, detto ‘all l’italiana’, che in inglese non lo so scrivere e non me ne può fregar de meno di saperlo fare. Un locale a luci rosse nel centro di Milano, m’innamorai perdutamente di una ragazza in sala che prestava sensazioni proibite dal nostri tabù. Al secondo incontro in quel nightclub, portai a Sonia un bellissimo anello di alta bigiotteria accompagnato da un mazzo di rose rosa rigorosamente dispari che a quel l’epoca costava quanto si guadagnasse un muratore in quasi un mese di lavoro.  L’avessi mai fatto!!!  Come ci si può innamorare dopo poche ore che conosci una ragazza che poi, in oltre, non è la più bella del locale, mi dicevano gli ‘amici’ che in quei momenti erano magari sinceri, e per loro fu motivo più che sufficiente per tormentarmi mesi e mesi prendendomi in giro, e spesso con un bel pizzico di malignità. Era bella Sonia, paffutella ma con occhi e capelli di un nero corvino che toglievano il fiato.

Ho sempre rappresentato un modello di fascino ambiguo semplicemente per il mio tono di voce e il resto del corpo, sopratutto la mia faccia, son da sempre lo zio mancato di qualcuno, che alcuni riesco con tutto il cuore ad accontentare, altri aimé meno, e chi per niente, normale che un tale personaggio, ispiri sempre quel poco d’invidia, e gli ‘amici’ in quei frangenti se lo ricordano… eccome se lo ricordano. Mi piacerebbe tanto potessero sentire loro il peso di questo mio dono che è anche il mio fardello, per una settima soltanto. Mi piacerebbe gli ‘amici’ sentissero il peso di essere tutti quelli che si aspettano un qualcosa da qualcuno. Mi piacerebbe, ma non voglio e con il cambio dei tempi, continuo imperterrito ad occuparmi il più amorevolmente possibile al prossimo che incontrerò ben sapendo che si aspetterà un qualcosa da me. Non tutte o tutti sono ‘amici’, per grazia esistono anche quelli veri. Amiche e amici con cui ti raffronti per imparare e per insegnare là dove è possibile. Sono pochi ma son buoni. Meglio pochi Amici veri che moltitudini di gente da doverne dominare l’invidia, perciò è un eterno cercare di essere il meglio di noi al servizio degli altri… non conosco altri modi per chetare la coscienza ma mi prefiggo di non ancorami mai su vecchie e superate convinzioni. Penso, penso, su questa moto penso e percorro strade e paesi ricordando storie e luoghi che si mischiano tra loro fra  realtà e cose vissute, è un miscuglio di emozioni che emergono in uno stato di bene personale che nel mio caso è la moto e il viaggiare con lei. Ritornai in me dopo quello stato di trance e continuo con i ricordi che mi legarono a loro più di trent’anni della mia meravigliosa tribolata vita…

Si divertiva un sacco la sciüra Valentina, e gli raccontai più di una volta la storia di ‘Londra’… gli piaceva tanto risentire quando partimmo per l’Inghilterra diretti alla sua capitale. E fu quella volta che partimmo, il solito io, mio fratello Adelio e l’allora sua sposa Anna e Patrizia la mia compagna, colei che fu la mia fidanzata e promessa sposa, e non finì così. Partimmo, andammo a Londra per una breve vacanza…

Patrizia, io,  Anna e Adelio. Ognuno ha le sue fobie, e una delle mie è certamente volare in aereo plano. Ero terrorizzato al l’idea del volo, qualche giorno prima non stetti bene al pensiero di volare, ma dovevo darmi il giusto coraggio per dimostrare alla mia affascinate compagna del tempo di essere un uomo coraggioso, quindi mi diedi un tono rassicurante quando salimmo a bordo di quel mastodontico uccello d’acciaio. Sciüra Valentina, inôtel giragà n’turen… inutile girarci attorno alla storia, fini che su quel l’aereo di due corsie a tre posti, fummo io da un lato, la Patrizia dal l’altro, e lo stuart nel mezzo, ognuno con la mano a dita incrociate nel l’altra. Anche Patrizia se la faceva sotto in aereo, e ci salvò l’assistente di bordo tenendoci per mano. E Valentina rideva, rideva e io me ne dovevo andare perché si era fatta la fila dietro la mia auto al servizio carburante.

Intanto mi scema da sotto gli occhi anche Castelli Calepio, che già mi fa sentire il sapore di tinca, sapore di alghe di lago a Sarnico, anche s’ho da varcare la soglia di altri paesi. Sembra di vedere il lago al di là del pianoro di Castelli che sprofonda d’improvviso al suo orizzonte come ad ospitare le rive di un lago. In realtà il dislivello porta sulla strada di Tagliuno, un bel paese che costeggia il fiume Oglio lo stesso che sfocia nel, vicino lago di Sarnico. Il fiume Oglio, ogni anno è protagonista dei temerari che si gettano nelle sue acque apparentemente placide, ma in realtà tanto insinuose da prendersi qualche vittima che pecca di presunzione nel dargli troppa confidenza. Una sola volta vi andai con Maurizio, Osvaldo, Marina e Marta. Tre uomini e due donne, fatti due conti, uno doveva rimanere a ‘piedi’ di donna e non volevo certo essere io, per attirare l’attenzione mi gettai senza pensarci un momento in questo grande fiume, riemersi una ventina di metri più sotto e con quattro bracciate, terrorizzato afferrai un ramo di un salice piangente che sporgeva da riva e con un sol balzo guadagnai la riva, al sicuro. Tornai dagli altri fingendo non fosse successo nulla di grave e Marina mi venne incontro per sapere come stavo… non fui io quel giorno a rimanere senza una donna…

Apro di nuovo il gas, è come se quel ricordo ancora mi facesse rabbrividire al solo pensarlo, ed è un attimo che raggiungo Castel De Conti, altro paese immerso nella quasi totalità del verde con la vista del solo borgo storico che attraverso, e se esiste una parte del paese più moderna, non la conosco. Il paese è scosceso, a monte il caseggiato antico e sulla destra del mio cammino, il borgo storico di Castel de Conti. In pratica, un piccolo castello medievale con ricovero servitù e stalle annesse, di cui una piccola parte fu adibita in tempi moderni alla ristorazione e dove trovare più tipico il gustare rane fritte, se non negli scantinati di quel castello. Non ero in età di “rane”, ero in età di hamburger, ma faceva figo ci portassi l’allora mia fidanzata ufficiale Luisa che poi divenne ed è tutt’ora la mia ex moglie, e non lo dovrebbe più essere. Molto tempo fa chiesi e non ottenni l’annullamento del nostro matrimonio, dopo una cospicua somma sborsata per l’avvio delle pratiche ed estenuanti viaggi durati più di due anni per colloqui con il tribunale della Sacra Rota… mi fu detto di no. Venni comunque rassicurato dal l’avvocato ecclesiastico che se c’avessi riprovato il successo sarebbe stato garantito. Passi per altri due estenuanti anni di scartoffie, ma altri soldi ancora, per me significavano e significa ancora che non sto più parlando chiedendo un qualcosa a Dio. ma lo sto chiedendo agli uomini, e per quanti soldi possa avere ancora a disposizione difficilmente saranno mai impiegati per un secondo tentativo di annullare un grosso errore della mia vita dove ho semplicemente ma tragicamente confuso il voler bene con l’amore. Venti anni di convivenza e dieci di matrimonio civile possono bastare alla mia coscienza per convincere l’anima che Amo Susanna, mia moglie adesso e per sempre e sono certo che è lo stesso pensiero di Gesù, perciò tanto mi faccio bastare e ce n’e d’avanzo per la pace del mio spirito.

E sono a Villongo che nome più espressivo non poteva essere dato ad un paese Longobardo, altro paese che non mi dice nulla se non il piacere di attraversarlo sulla mia potente moto. Nessuna cazzata combinai in quel bel paese, e nemmeno cose belle così che qualcuno si salvò  e qualcuno perse forse un ‘qualcosa’ che potevo dare… chi non ho avuto il piacere di conoscere. Altro verde a destra, verde a sinistra e caseggiati che sanno di lago. Lo stesso che andare al mare e cominciare a vedere quei pini che sanno di Roma. Alti e con un solo grande grappolo di aghi cuneiformi sempreverdi, nel tanto si sente un tenue odor di salsedine e qualche miglio dopo vedi la spiaggia e il mare. Invece vidi Sarnico, è già finita la tratta di Villongo Longombardo.  La prima sosta che feci fu una tappa obbligata per chi frequenta quei posti. Mi fermai nella grande piazza antistante dove la maggior parte dei viandanti su due ruote spinte da un motore si ferma. È come rendere omaggio ad un alto valor militare, un ossequioso fermarsi in mezzo ad altre cento moto parcheggiate sapendo di essere osservati da mille occhi che fingono indifferenza ma hanno di già iniziato a parlare di Te e della tua moto. Parcheggiai sul cavalletto “laterale” che fa più figo, tolsii guanti e poi il casco… più lentamente possibile, sistemai  alla selvaggia il cuoio capelluto con una manata passata sul capo a dita aperte, uno sguardo veloce allo specchietto per controllare se c’erano peli nel naso, e con noncuranza avviarsi con passo da duro che ciondola spavaldo nel suo incedere… e casco alla mano verso il bar per un caffè.

Un buon caffè bevuto in un tavolino all’aperto con una sigaretta , magari la prima del mattino, gambe allungate accavallate alla “burina” e sguardo su quel magnifico albergo con i balconi che sembrano ringhiere di palazzi vecchi nei borghi dei Navigli a Milano, che quando penso ai Navigli, penso ad Alda Merini. Non amo leggere, preferisco scrivere, questo mio modo di vedere le cose mi porta inesorabilmente ad essere un pessimo lettore, e non conosco che pochi brani famosi di scrittori e poeti famosi.  Amo Alda Merini perché in quel niente che ho letto di Lei, ho comunque sentito un ‘contatto’ che di più intimo non c’è. Lei Donna, io uomo. Per me era lo stesso leggere di Lei e nel contempo essere in una delle sue stanze sui Navigli impiastricciate sui muri con del rossetto che ricordavano un numero di telefono, o vedervi scritto con una matita una delle sue molteplici espressioni d’Amore di rabbia, d’odio e Fede. Stanze intrise di fumo di sigarette fumate in dismisura come quanto Alda beveva vino, per stordirsi, per confondersi e non dovere per forza confrontarsi con un mondo che non le apparteneva se non per insegnare a chi voleva imparare. Ad una mia carissima amica dettava due, tre, quattro poesie al telefono, di getto, poesie dettate nel mentre che per la prima volta poetava, poi generalmente si spazientiva e la mandava a quel paese. Grande Alda. Bellissimo quel l’albergo a ringhiera fiorita che si affaccia sul l’estuario del fiume Oglio che da l’inizio al lago di Sarnico. Un canale largo quanto basta per confonderlo con il lago stesso alla foce. Di sera d’estate, la piazza di Sarnico si riempie di luci che si riflettono nel l’acqua illuminando a giorno quel bellissimo Albergo.

Fumavo la prima sigaretta del giorno, sbracato a gambe tese a piedi incrociati, amorevolmente stordito dal primo fumo che inalai quel giorno, e dopo aver bevuto un ‘ristretto’ corroborante forte a tal punto da mischiare il suo stordire al pari della sigaretta. Non mi restò che arrendermi e pensare in santa pace, senza il piacevole assillo di governare 110 cavalli motore da dietro un manubrio. Un attimo di quiete, e penso con davanti tutti quei gerani rossi, bianchi e rosa che adornavano i balconi del l’albergo Mirafiore. Lena e Samuele, iniziò lì la loro storia… e forse finì lì. Lena era una bellissima Rumena. La conobbi in un nightclub, arrivava dalla Romania in compagnia di altre amiche. Sammy se ne innamorò subito, nonostante gli stupidi pregiudizi sul presunto lavoro di ‘ballerina’ che ‘usavano’ per guadagnare soldi da mandare a casa per la famiglia, dove il padre in genere era un alcolizzato cronico e la mamma con altri figli da sfamare senza nessun entrata che quella della figlia entraneuse in Italia. Lo stesso delle sue amiche che cercavano attenzioni particolari da parte di uomini ubriachi e strafatti per poter spedire a casa il denaro che serviva a sfamare il figlio o la figlia o i figli. Ragazze che avevano dai 18 ai meno dei trent’anni, e alcune si dichiaravano maggiorenni ma avevano sedici anni o poco più… uguale misura d’età trascorsa per un cavallo da corsa che oltre ever smesso di galoppare, non serve più nemmeno per la monta. Come Lena, la morettina con due seni da far impazzire un gay del sesso opposto, piccolina ma bellissima e piena come il meglio del fiore di quel l’età, qualcosa alla Cleopatra di Liz o al Trono di Spade della Calisi.

Samuele era innamorato di Lena, o forse lo era della sua esuberante età, fatto sta che i due vivevano una storia di night e d’amore. Lui quasi quarantenne e Lei una finta maggiorenne. Si incontravamo spesso al Mirafiore, per brevi scappatelle di fine settimana. Samuele era sposatissimo e oltre alla pena di tradire la moglie Annalisa, aveva anche il cruccio di tradire la fiducia dei suoi due figli adolescenti Marco e Andrea. Mille storie vissute di notte al chiaro di luna in riva al lago o al chiaror di lampade psichedeliche, un amore clandestino ma sempre d’amore si trattava pensò Sammy, fino a quel sabato che non vedeva Lena da più di tre mesi. Disse che doveva stare con la sua famiglia in Romania perché il padre Gheorghe stava molto male… e accadde l’inaspettato.

Erano nella stanza 27, la solita, e dopo alcune smancerie, Sammy volle fare al l’amore con la sua Lena, lei riluttante lo abbracciava, lo baciava e smorfiosa gli faceva le fusa ma non si spogliava e non si concedeva, finché Sammy impaziente gli tolse gli indumenti che riuscì di fare… Lei spense la luce ma la luna beffarda si imponeva luminosa tra le fessure degli antoni della finestra a ricordare che era estate, a questo punto non fu possibile per Lena nascondere una prominente protuberanza della sua pancia, e non bastasse il seno generoso, era diventato straripante. Sammy si fermò dal baciarla e respingendola a braccia tese la interrogò con uno sguardo inquisitore, Lena a voce con il suo solito italiano stentato che tanto piaceva replicò, mangiato molto pane amore, vabbè sei bella lo stesso rispose Samuele e continuò a sbaciucchiarla in ogni dove. Dopo i baci l’amore, quello vero, di sesso e carne, e qui cascò l’asino… ad ogni ‘colpo’ d’impeto Lei vagiva un gridolino di dolore, qualcosa non funzionava al punto giusto. Non era troppo pane, forse era troppo pene, visto e considerato che Lena era incinta, e non certo di Sammy che dopo il secondogenito avuto anni prima con Annalisa, insieme  decisero che fosse meglio che al marito fosse praticata la vasectomia per escludere totalmente la possibilità si potesse mai più procreare. Se Lena era incinta, di certo il padre non fu Sammy, e i tre mesi passati a curare il padre, probabilmente curarono solamente le voglie di un amante in Romania, che molto tempo dopo si seppe non essere l’amante come il compagno del Mirafiore, ma un marito vero e proprio con cui aveva di già avuto in precedenza un altro figlio. Non ancora maggiorenne incinta del secondo figlio.  La loro storia iniziò e finì in riva al lago alla stanza 27 di quel bel l’albergo pieno zeppo di gerani multicolori.

Dietro quel l’albergo, il ristorante Gallo, di questo posto ho la memoria di una foto in bianconero con davanti una ventina di persone schierate in posa. Da sinistra mio Papà Giuseppe che cingeva la vita della prima mia sorella che si sposò con Piero il marito al suo fianco e poi cugini, mamma e parenti vari. Sono passati troppi anni per ricordare altro di quel giorno. Anche una mente fulgida ricorderebbe poco dopo più di quarant’anni… figuriamoci la mia martoriata da alcol, fumo e quant’altro possa debilitare il cervello di chiunque. Ringrazio il cielo di ricordarmi la foto e il ristorante Gallo.

Tra la piazza dove mi trovai pensante in relax, il Mirafiore e il Gallo erano divisi dal mio sguardo da una striscia di lago che ci separava, unita da un ponte, e a sinistra dello stesso una fila di pali per l’attracco dei Naèt, piccole imbarcazioni di pescatori che un tempo pescavano quintali di alborelle con la rete e le mettevano a seccare tra filamenti tirati fra i pali d’attracco. Dietro questo porto, le Palafitte, una serie di casette in legno erette sopra l’acqua e adibite per residence a ore. Un altra storia di altre persone, amici d’un bel tempo che fu. Dovevo alzarmi da quella sedia che mi inchiodava con i ricordi il culo e non schiodava da lì, e allora pensai che quel giorno non c’era nessun cartellino da timbrare per nessun motivo, e sciolsi ancora un poco le briglie al mio pensare a Sarnico. Claudio e Flavia, Alice e Massimo, quattro inseparabili amici che amavano fare tutto insieme. Uno era inseparabile dal l’altro, come la razza di pappagalli che si contraddistinguono perché passano la vita insieme e in genere quando muore uno se ne va anche il compagno. Non esattamente lo specchio dei quattro amici che dividevano gioie e dolori, e una sera divisero di comune accordo anche i letti e amanti comprese delle rispettive camere in affitto delle palafitte. Io ero di lato al l’appartamento di Massimo, e non posso dire con chi fossi. Ero ancora il convivente non del tutto convinto di esserlo, di Susanna. Uno dei sette anni di convivenza che ho avuto l’onore di avere con Susanna, ed ero tanto perso da non essermi avveduto da subito che era Amore Vero. Forse non mi interessava che fosse l’Amore Vero, avevo ancora voglia di stordirmi della “perdita” di Monica. Susanna era giovane. Era bella. Era Bellissima, ma io l’avevo scambiata per moneta di scambio con Monica. Fu quando sette anni dopo, Susanna mi lasciò… due anni, due lunghissimi anni d’agonie per aver gettato ai rovi il mio Vero Amore, due anni per riconquistarla. Allora taccio sul nome della mia accompagnatrice, me ne pento e taccio.

Ad un certo momento, sentii il calpestio di Massimo che ad una certa ora della notte, uscì sul balcone per bere un sorso di champagne, probabilmente dopo aver fatto al l’amore con la sua Alice, e poco dopo uscì anche Claudio con una sigaretta accesa tra le labbra. Parlottarono fra loro e poco dopo uno scavalcò il parapetto divisorio dei terrazzini per raggiungere la ragazza del l’altro e non uscirono entrambi dalle stanze per parecchio tempo.  Il mattino seguente mi diedero il resto delle spiegazioni che comunque era una chiara storia scritta dal destino e aiutata da alcol e quant’altro anche se il motivo principale era il fatto che il più “vecchio” di loro aveva trentadue anni. Non ho più rivisto insieme quei ragazzi. So di loro che sono sposati ma non con Flavia e Alice, non vivono nella stessa città e non si frequentano più da allora. Il gioco è bello quando dura poco e certi giochi anche se brevi lasciano un segno che non si cancella, lo dico per esperienza personale che in questo frangente non hanno nulla a che vedere con moto e lago.

Sarnico e la sua piazza principale, quella battuta dai motociclisti che fanno i bancari di professione o sono impiegati in grandi aziende, e d’estate indossano pantaloni di pelle, magliette strappate senza maniche per mostrare ciò che hanno fatto in palestra dopo l’ufficio e intanto mostrano i tatuaggi nascosti da camice e dagli inverni.

E mi viene alla mente Carlo, un omone di un metro e novanta che di professione faceva l’assicuratore. Camicie pulite e stirate portate con cravatta per sei mesi l’anno e vestiti alla pari con scarpe lucide dello stesso colore della cintura e delle calze. Tre mesi uguale con stoffe più leggere, niente cravatta e primo bottone della camicia slacciato. I rimanenti tre mesi del l’anno per lui erano i migliori, passati con la sua adorata e amata Silvia in carne e ossa, e la sua adorata ed amata Harley Davidson  in metallo e cromo. Carlo gestiva una sua agenzia assicurativa e aveva due impiegate che facevano per Lui il grosso del lavoro. Al più era addetto alle pubbliche relazioni con i clienti e a parte ciò non faceva altro che accontentare la Silvia. Una bellissima ragazza bionda, attraente e provocante, piena di capricci e vizi d’ogni tipo, e chi meno ama o non ama per niente, si sbizzarrisce molto a cercare e trovare vizi e capricci. Carlo, la sera e nei fine settimana, non chiedeva altro che di arrotolare le maniche della camicia per mostrare i suoi tatuaggi, e indossati jeans strappati retti da un cinturone tutto borchiato, arrotolava anche l’orlo dei pantaloni per mostrare un paio di stivaletti neri dal modello americano con anello d’argento, e inforcata la sua Harley scorrazzava felice per le vie di Sarnico, dove aveva comperato alla bella bionda un appartamento in un residence vista lago con piscina annessa, naturalmente non di pochi metri quadri perché qualora la mamma di Silvia avesse voluto farle visita doveva essere ospitata in stanze apposite. Silvia era incontentabile, passava dal desiderare un auto nuova, a voler rilevare e gestire un ristorante in Sardegna, anche se non aveva la benché minima voglia di lavoraci dentro, ma bensì si univa spesso ai commensali per brindare in continuazione con loro, alla “faccia” del povero cristo di Carlo che si era dissanguato per poter “coprire” economicamente l’ennesimo capriccio di una donna molto volubile… in tutti i sensi del l’espressione.

Carlo non assicura più nessuno se non pietosi parenti, famigliari ed amici, non ha più un ufficio se non casa dei suoi, e delle impiegate non gli rimase che un dolce triste ricordo. Si è indebitato al l’impossibile per riempire il vaso del l’amore che sbagliando pensava di comprare pagando, e per lui non rimase che cercare di ricrearsi una nuova vita sulla soglia dei cinquanta, e se dalla nefasta esperienza d’amore non ne ha tratto la giusta dose di umiltà, il suo cammino sarà duro e cupo. È dal gradino del l’umiltà che molte persone hanno tratto vantaggio nel cercare di ricreare una vita che sembrava persa, è da lì che si riparte… e Carlo ben dimenticò campi da golf e cene in ristoranti esclusivi. Pane e salame e un bicchiere di vino grosso, e chi ti sta vicino non lo farà di certo per interesse, e da lì si riparte, non di rado per più di una volta.

Si fece tardi sulla tabella di marcia, fu l’ora d’andare, alzare il culo stanco dalla sedia con contorno di quello scricchiolio che la pelle dei calzoni da moto lascia come ‘rumore’ più o meno fastidioso. Mi rialzai e inforcato a piene dita il casco, mi diedi un tono fiero e distaccato, mi avvicinai ancora più ciondolante ‘crontrollato’ alla mia bicilindrica e con un balzo alla Terrence Weil la cavalcai e nel mentre diedi il giro di chiave per poter pigiare il, bottone che fa rombare i miei 110 cavalli nel motore. E si riparte per la volta di Predore.

Fu subito uno spettacolo da film. Mi sembrava essere in un filmato di James Bond, una strada tutta grigio chiaro con nel mezzo linee bianche come la neve. Il sole cocente di un estate inclemente s’era di già fatto sentire e aveva ammorbato colori e sapori. Uno scenario da favola, su di un lato, a monte, un brulicare di sterpaglie e arbusti sempreverdi con ciliegine sulla torta di alberi nani che sbucano ogni quando, un verde rigoglio che si arrampicava su per la china del monte roccioso. Su quel lato tutto un costeggiare di monti ornati d’arbusti che serpeggiava insieme alla strada che cingeva le alte rive del lago che avevo sul l’altro lato da dove guardavo, sempre e lo stesso con un occhio solo, uno era sempre vigile sulla ruota che avevo davanti, o ‘diciamo’ tutt’e due insieme. Dal l’altra parte il lago, è quella grande macchia nera che vi si specchia, Montisola. È un isola in mezzo al lago d’Iseo, e confini territoriali a parte, bagnato anche dalle acque di Sarnico che se lì vi giungon spente.

Di Montisola ricordo un fatto singolare, comunque strano. Prenotammo in una locanda del posto per la cena. Eravamo Claudio, io, Marina e Susanna, Simonetta mia cognata e Emilio mio fratello, suo marito e Caterina la loro splendida figlia, mia nipote. Andammo a bordo del motoscafo di Claudio. Una specie di Riva dei poveri, e lo dimostrò con i fatti più tardi. Era al l’imbrunire di una sera d’estate e al lago tra i monti vien buio prima, così che alle 20 di quella sera, attraccammo al porticciolo sgangherato di quel ristoro… la locanda di MariaRosa.  Quasi contemporaneamente insieme al nostro attracco, arrivò uno scafo di notevoli dimensioni. Stavamo sistemando le cime per assicurare il motoscafo ad un palo, che il grosso natante prese posto dal l’altra parte della banchina. Scese un signore in giacca e cravatta e subito dopo un altra persona in calzoni sportivi e maglietta verde scuro con al collo un foulard anch’egli verde ma più chiaro.  L’uomo in maglietta si avviò spedito verso il vialetto di ghiaia che portava alla locanda ristorante, e con noi di fianco che camminavamo con lui. Si presentò, ma non con il nome, quello s’era capito, ci disse una serie cose che riguardavano l’attuale situazione politica, e nel contempo senza gli fosse chiesto nulla da nessuno di noi, ci diede anche il suo personale pensiero con soluzione annessa. Era Umberto Bossi. Siamo entrati nel locale e ci siamo accomodati ai posti assegnateci da mamma MariaRosa, non ci siamo più rivisti, e sinceramente non me ne frega niente, sopratutto perché non ho capito una mazza di ciò che ci disse…forse il Bossi ha pensato di evitare i convenevoli di presentazione, tipico di chi si sente un Duce nei suoi momenti migliori.

Noi sette si mangiò, e sopratutto tanto per non cambiare si bevve in quantità smisurate, tutti, ovviamente per nulla l’innocente Caterina. Quella sera in particolare ci fermammo a parlare con mamma Rosa che non faceva che ordinare “l’ultimo giro” ma eravamo già al terzo giro di grappe, e Lei ci raccontò di un episodio accaduto a Predore, in un campeggio del luogo, al di là della lingua di lago che separa Montisola bresciana dalla parte bergamasca. E la storia iniziò ad uscire dalla bocca di mamma Rosa… ce lo raccontò come fosse la lettura di un libro.

Era una afosa giornata d’estate, disciolte studentesse poco più che adolescenti trascorrevano le vacanze in un campeggio in riva alla quiete del lago. Lascia stare il buio della notte disse Caterina alle sue amiche, divertiamoci e andiamo a scatenarci al pigiama party di Rebecca e la sua gheng, cosa potrà mai succedere! La sua amica Betty replicò che l’anno prima i soliti ragazzi poco ignoti e molto idioti ci provarono, arrivando a motore spento ad attraccare sulle rive della casa di Rebecca, per fortuna furono scorti da un padre insonne che amava la pesca notturna alle anguille.  Per fortuna o per sfortuna aggiunse Carlotta, non possiamo dire come sarebbe andata a finire quella volta. Come caspita pensi sarebbe andata disse Caterina, nel modo in cui noi si decide vada, o baci o schiaffi… eppoi perchè preoccuparsi così tanto per due kilometri da fare a piedi nella pineta, stasera c’è anche la luna piena e il sentiero è ben illuminato sino ad arrivare alla casa di Rebecca. Andremo alla sua festa di compleanno costi quel che costi.  Non siamo preoccupate per la strada rispose Betty anche a nome di Carlotta, non è il buio che ci spaventa, forse l’anno scorso sarebbero bastati dei semplici baci, ma se i raga ci dovessero riprovare, non credo s’accontenterebbero solo di quelli e di qualche ‘carezza’, questo è il nostro dubbio. O ragazze, fate un po come vi pare, tanto io ho deciso di “farlo”, gli idioti non sono più tanto ignoti, sapete bene che ci sarà Adelmo, che guai a chi me lo tocca, e poi verrà 9Stefano, che cara Betty non sembra ti dispiaccia, e tu Carlotta potresti lasciarti un pochino andare con Alberto… anche non ne sei innamorata, è tutto l’anno che ti fa la corte a scuola, e non fare quella faccia che lo stesso la vostra regola può continuare a essere o baci o schiaffi.

Betty al sentir nominare Stefano venne pervasa da una strana sensazione di euforica smania, e saltellando nel mentre batteva le mani per applaudire la situazione, gridò in faccia alle amiche; lo “faccio anch’io”, lo “faccio anch’io”. Ma cosa volete fare stupide oche giulive disse a voce alta Carlotta, e Caterina rispose, hai capito benissimo cosa abbiamo deciso di fare, questa sera andremo al pigiama party di Rebecca e se i ragazzi ci raggiungeranno sarà festa per tuttiiii!  Quando ci ricapita un altra occasione come questa dove possiamo dormire la notte fuori dal campeggio senza l’assillo di quella vecchia megera di Giuditta, la capogruppo che ci controlla e ci assilla a vista, replicò Betty per dare man forte all’amica. L’adrenalina saliva con l’eccitazione e gioca pesante in certe situazioni, basta una scintilla di buonumore per scatenare l’apoteosi di sensi confusi, ed è un niente che accada l’imprevedibile. Carlotta intanto s’era fatta pensierosa e non ostentava più tanta sicurezza nel voler dissuadere le amiche, infatti d’improvviso gridò, al diavolo,  lo farò anch’io, non voglio ritornare tra i banchi a settembre con voi due smorfiose che ve la tirate perchè credete di essere diventate donne, non voglio rimanere la ragazzina sfigata delle tre, lo farò anch’io…  e finì in un urlo generale di gioia con braccia alzate al cielo.

Il solito rituale dei giovani di tutti i campeggi del mondo. Ogni anno a turno nascevano nuove amicizie, nuovi amori perciò gioie e a volte cocenti delusioni, l’eterno dondolio sull’altalena della vita che ad ogni passaggio accende e spegne i cuori.  E la sera scese lasciando che i suoni della notte passassero accarezzando le tende dei campeggiatori, e le tre amiche, truccate di tutto punto, vestite con poveri pezzi di stoffa che lasciavano intravedere il rigoglio della pubertà sopita dalle curve sinuose di giovani seni con fianchi e cosce che mostravano la loro strabiliante primavera. Si incamminarono giù dal clivo per raggiungere la casa di dove si sarebbe fatto festa, armate di borse che contenevano pigiami e camice da notte, che forse non si sarebbero nemmeno tolti dalla borsa che tutte portavano appresso.  Rebecca le aspettava in compagnia di altre amiche che le si sentirono a distanza schiamazzare festose in quel bordello di euforica maliziosa innocenza. Molte di loro avevano in animo grandi cose da fare, parecchie di loro aspettavano la visita di qualche pimpante giovanotto che incuriosisse la serata magari con un finale del tutto speciale.  Carlotta, Betty e Caterina non erano le uniche speranzose di far rimanere nel cuore il ricordo di quella splendida promettente indimenticabile “prima volta”, il colore più bello che un fiore possa mai dare. La ‘prima ‘volta’ che forse non sarà di puro consapevole amore, ma celato nel cuore è speranza sia il più dolce dei momenti da ricordare per sempre.

Intanto, sull’altra riva nella parte che le acque di Sarnico si mischiano con quelle del lago d’Iseo, sui confini del territorio bergamasco e quello bresciano, come previsto, Memo, Stefano e Alby, stavano ‘carburando’ bevendo una birra più del solito, forse per darsi coraggio nell’attesa di una notte che forse li avrebbe visti diventare “uomini”… Alby bevve più di una birra, e il timore non era solo per stemperare l’estenuante attesa di poter stare finalmente con Carlotta tutta la notte, cercava anche di mandare giù il rospo di dover portare con se la sorella minore Patrizia, imposizione forzata dei genitori di entrambi che erano in vacanza al mare.

Patty aveva la stessa età del trio d’amiche che aspettavano i ragazzi. Una biondina niente male con l’unico cruccio di quella onnipresente velata tristezza che attraversava il suo viso. Un malinconico marchio  che non la favoriva di certo dall’essere corteggiata a scuola dai compagni di corso, che non se la filavano proprio quella ragazza. Difficile escludere si potesse trattare di una bencelata indifferenza al “maschio”, fatto sta che lo stesso dominare con amore la scena in presenza di donne e fuggire dal voler stare anche solo qualche attimo da passare con un uomo, lasciava non pochi dubbi alle tendenze sessuali di Patrizia.

Doveva essere una folle spensierata serata d’amore per Mamo, Alby e Stefano, una notte dove non ci fosse il tempo ne la voglia di contare le stelle. Una notte che entrasse dentro come aver piantato il primo pilastro di sostegno nel cuore. In realtà fu per loro un angosciante pensiero al non si sa che si sarebbe potuto e dovuto fare, e il dopo, terrorizzava ancor piu. Cercavano sicurezze nelle birre gli ignari giovincelli, non potendo certo ammettere fra di loro di avere paura della notte brava che li attendeva. Le ragazze, dal canto loro, nemmeno si ponevano il problema di affrontare una tale entusiasmante ed eccitante avventura, la paura l’avevano di già vinta il momento di cosciente incoscienza con la quale decisero di “farlo”, e tanto doveva bastare, al resto ci avrebbe pensato il sesso cosiddetto “forte”.

I tre baldi giovani con Patty al seguito, salirono in barca, s’era fatta l’ora, e memori della precedente stagione, a trecento metri dall’approdo Rebecca, spensero il motore e a remi raggiunsero la riva, nessun papà  pescatore nei paraggi e fu subito festa. Tutte e tutti dentro quella bolgia di sano piacere di germoglio quasi innocente. La padronanza di ognuno era nelle mani di una beatitudine alcolica che governava le fila, la musica sparava forti note arrabbiate che confondendo stordivano i sensi, e a notte inoltrata iniziarono i primi accoppiamenti appartati a quella specie di rife party in gonnella e pigiama.

La più decisa sembrava Betty, nonostante l’iniziativa del “farlo” fosse nata da Caterina… prese Stefano per mano e si diresse ai piani superiori, la camera da letto dei genitori proprietari di casa, a quell’età è la meta ambita dai più intraprendenti rampolli in amore, e vi si appartarono. Anche Carlotta superò d’istinto la Caterina invitando il suo Alby ad uscire sul prato in riva al lago, non sembrava felice di farlo, più che altro era ubriaca di birre e sigarette mangiate senza senso, trascinava il già pesante Alby che poverello di avvenente aveva la gran simpatia… un po’ poco per la ‘prima volta’.  Poi, finalmente fu la volta di Caterina la promotrice di verginità perdute che al contrario non invitò sinuosamente il suo lui, ma Memo prese l’iniziativa stordito da mille scuse e pretesti per darsi il coraggio necessario, e facendole strada la condusse nella ricerca di una qualche cameretta libera, e così poco dopo avvenne. Patty non centrava nulla in tutto questo garbuglio dapprima platonico di un palpabile sogno anche se un poco contorto. Patty era sparita, forse inghiottita da quel gruppo di ragazze che il pigiama lo portavano davvero mentre saltavano sulle reti del letto,  si erano solo che ‘spaccate’ di musica e bevande troppo gassate, forse Patty finì lì, in quel posto. Stravaganze, cose mai fatte, emozioni che uscivano da tutte le tasche, un groviglio di belle esperienze che odoravano d’interno d’auto nuova, come il pagare la pizza per la prima volta ad una ragazza o sentire se profumi di buono prima di uscire di casa. Cose che possono apparire vanesie, lo stesso che vedere tra il giallo paglierino di una costa di monte arsa da un inverno senza neve, con un unico abete rosso dal colore sempre verde, che spicca con alle spalle il blu del cielo. Cose  che servono per mettere insieme la mente nel prepararla a cose più importanti come una notte di promesse d’amore scambiate tra ragazzi in piena esplosione di vita.

Una notte d’estate malandrina per Betty e il suo Stefano. Si è sentito aggredito dalla morettina, da far scomparire in un attimo tutta la sicurezza di quattro birre e due alcolici, inibito dalla ragazza tutto pepe, cocciutamente timido si è fermato ai preliminari fatti di baci e carezze, finché Betty, dolcemente fece riemergere la bambina che ancora v’era in lei e realizzò che in quel modo non poteva succedere. Non quella volta. Non quella notte con Stefano nella camera più bella. Nemmeno Alby riuscì ad avere il premio più bello, Carlotta vi si accovacciò vicina e si lasciò sbaciucchiare in modo maldestro senza il minimo cenno di partecipazione e quando si decise a dargli il primo bacio, non durò che qualche istante, Carlotta di scatto respinse a braccia tese il povero Alby e corse fuori dalla stanza senza dire una parola. Corse giù dalle scale a rottadicollo e spalancando la porta d’ingresso in un lampo era seduta in riva al lago rannicchiata su se stessa con il viso in mezzo alle ginocchia che singhiozzava parole sconnesse, ma era chiaro il loro significato di disperazione per una situazione che nemmeno lei aveva ben capito, non aveva capito quella isterica repulsione ad Alby… un ragazzo, un uomo, fu terribile quel bacio, la sconvolse dentro. Poco più in là sulla riva, Patty stava parlottando con due ragazze in pigiama che erano uscite con lei dalla casa per prendere una boccata d’aria, niente corteggiatori per loro o forse semplicemente non erano desiderati. Alché Patty sentí singhiozzare mestamente Carlotta e congedandosi frettolosamente dalle amiche, la raggiunse e le si sedette accanto cingendogli le spalle con braccia amorevoli.

Memo era il più ‘fico’, il più sicuro, il maschio alfa, quello che non avrebbe avuto problemi ad impalmare la sua bella. Talmente ‘fico’ e sicuro che invece che carburare all’inizio della serata limitandosi a qualche birra, s’era portato una ‘canna’… non da pesca, quella che sballa e se sbagli la dose, ‘sballa troppo’ e finisce che prima vomiti e poi t’addormenti con pensieri di draghi e streghe che ti girano attorno. Caterina andò anch’essa in bianco, nemmeno loro si fece nulla, neppure quell’ape imporporó quel bel fior.

Meglio così, in questa storia non c’era vero amore, solo innocente stoltezza e ingenua voglia di diventare grandi. Forse la prossima occasione sarebbe stata la migliore per tutte e per tutti… l’amore doveva attendere ancora un poco… Adelmo il giorno dopo si rese conto di avere sciupato un bel sogno, si ripromise di non fumare più e come per chiedere scusa a Caterina, la riempí di attenzioni per tutto il resto delle vacanze estive… la prossima volta per loro sarebbe stato il momento giusto per tutto. Stefano amava Betty, non resse la gioia di tanto gaudio, non resse la grande prova d’amore che Betty era pronta a ricevere, fu solo una questione di tempo e i due non si sa quando poi lo fecero, si sa invece che non si lasciarono più e nel mezzo il resto non conta.  Alby, rivide Carlotta e dapprima timoroso e impacciato riuscì a confessarle che in realtà quella notte aveva capito di non essere interessato al sesso femminile… Alby le disse di essere Ghay, non si aspettava di certo la reazione di Carlotta che si mise a ridere dapprima quasi nervosamente, poi scoppiò in un dolce sorriso liberatorio. Alby trasalì, i suoi occhi erano pieni di stupore e la meraviglia di quel ridere lo stava strozzando in gola,  fu allora che Carlotta decise di porre fine a quella tortura di idee confuse nella povera testa dell’amico e disse candidamente di non essere etero nemmeno lei è che lo scoperse in riva al lago quella notte mentre piangeva e fu consolata dalla sorella dello stesso Alberto, Patrizia, la ragazza molto carina con il viso sempre velato da un pizzico di malinconia, che adesso fissa compagna di Carlotta quel velo era diventato un perenne sorriso.

 

 

 

 

 

 

 

In questa storia non è vero che non c’era amore, c’era eccome… ce n’e stato molto a partire dalla luna che illuminava il sentiero per scivolare sulle acque placide del lago di Sarnico che si divertiva con lei a far brillare mille stelle che luccicavano in una danza delicata di pace. Non è vero che in quella notte non ci fosse amore, c’era rispetto e cioè  amore allo stato puro, e se il rispetto a volte non si vede perché un fiore non si schiude nel giorno che si vuole,  in riva al lago il mattino dopo era tempestato di margherite che sono fiorite nella notte insieme all’amore di due donne innamorate. C’era l’amore… c’era, c’era anche la luna.

Sono passati parecchi anni da quell’estate malandrina, Caterina e Adelmo continuarono a frequentarsi, Lei cassiera in un supermercato di Torre Boldone e Lui muratore pendolare tra Bergamo e Milano, sfegatati tifosi Atalantini della curva nord. Anni dopo convissero insieme e nel rivederli nel tempo, jeans strappati e malcurata vestigia del rimanente, mi lasciarono supporre che le canne poi se le fumassero entrambi, non ricordo avessero avuto dei figli e comunque in seguito persi le loro tracce. Anche Betty e Stefano continuarono a frequentarsi, e pochi anni dopo convolarono a giuste nozze. Giuste perché i due si amarono da subito veramente e da questo bell’amore nacquero due splendidi marmocchi che ora saranno già in età di essere a loro volta protagonisti di qualche bella avventura nel campeggio dove mamma e papà li portarono per anni  senza stancarsi mai di quel magnifico posto pieno d’incanto. Alberto ora è un avvocato stimato e di certo non si accompagna con donne, come Carlotta che anch’essa non si accompagna con uomini ma solo con l’unico amore della sua vita, Patrizia la sorella dello stesso Alby, e tutt’e due le amanti lavorano con discreto successo nel mondo della moda. Rebecca non so più se è ancora la proprietaria di quella magnifica grande casa bianca sul lago, so di certo che si è affermata come preparatrice e organizzatrice di matrimoni, in pratica pensa Lei a una giovane coppia che si voglia sposare, dal l’auto che li accompagna in chiesa o in municipio, al viaggio di nozze,  tanto è famosa che è richiesta anche al l’estero per matrimoni gay… una bella e soddisfacente carriera.

Scrissi di una storia “strana”, e più strana di quella che era successo quella sera, di rado può ricapitare. Ce ne andammo alle 11.30 dalla locanda MariaRosa, giù al piccolo molo il motore del motoscafo non ne voleva sapere di partire, due camice sudate dopo, a forza d’insistere nel tirare la cordicella del l’avviamento il motoscafo poté partire, solo per qualche miglio però, perché nel bel mezzo del buio più totale si fermò e non diede più segni di vita. La una di notte, le due e le tre, i cellulari a quel tempo non esistevano o fortunati chi l’avesse di già, per fortuna ci avvistò dalla riva opposta un signore insonne che fumava una sigaretta dal balcone di casa sua. Venne in nostro aiuto con un imbarcazione con l’intento di trainarci a riva, non fosse che arrivato a bordo della nostra imbarcazione, si avvide da subito che il problema del guasto era semplice, mancava la benzina. Non so se dire che rimasi di stucco per qualche attimo, e quando mi ripresi, odiai Claudio per una mancanza così stupida quanto banale. Lo stesso la serata non fu “strana” per il motoscafo in panne, il motivo era ben altro, io e Claudio, conoscevamo benissimo i genitori di tutte le protagoniste del racconto di mamma Rosa, infatti, sempre io e il Claudio la Marina e Susy eravamo in vacanza con i genitori di Alby, e l’amata Carlotta con la sorella Patrizia.

e la mia moto con me sopra riluce sulle poche parti cromate nel tanto che costeggia quella costa di lago che in alcuni tratti accarezza palme e ficus che pare di essere in California, e ci dirigiamo spediti al prossimo paese.

Sembrava che quel serpeggiare su quella strada portasse diritti sulla magnifica scogliera di Capri. Anfratti di roccia nascondevano anse di lago più avanti e guardare l’orizzonte in quel punto era ed è come avere una cartolina illustrata a colori davanti agli occhi. Altri tre o quattro paesi dove in due di questi ci vorrei morire e si era a Lovere, arrivo della meta che mi prefissi e ritorno a casa, sempre in compagnia del melodioso suono meccanico che avevo nelle orecchie e che ho ora che mi rileggo, un motociclista conosce il rumore del suo tubo di scappamento come una mucca riconosce il vagito del suo vitello fra mille altri.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...