Sulla strada dei ricordi 3 +

Abbandonai con moderata velocità anche questo paese insieme a ciò che mi ricordò  uno spezzone di vita con il babbo, altre magnifiche curve scavate nella roccia e intravidi Riva di Solto, altra tappa “obbligata” per una sosta, non fosse che per ammirare la bellezza di quel luogo. Ad accogliere il visitatore un grazioso paese arroccato sulle rocce al ridosso del lago, uno dei due paesi in cui si  riempire il cuore di altre vivide emozioni… dove mi piacerebbe morire…

In un borgo di si tanta bellezza ricordai la ‘Margetì’, forse il soprannome di Margherita… piccola Margherita perché di fatto non era molto alta, una donna d’altri tempi come la sua stessa veneranda età, 116 anni. Una fiera signora alta un metro e qualcosa di più con tanta voglia di crescere. Diceva che la sua longevità la doveva al fato di essere felicemente rimasta vedova in giovane età, tanto felice che ingombrata dal l’unico figlio maschio avuto in vita che non s’era sposato, anch’esso  alla venerabile età di 83 anni lo fece ricoverare alla casa di riposo perché per accudirlo si privava di un suo prezioso spazio di tempo. Ergo il segreto della sua lunga esistenza la Margetì lo giustificava per il fatto di aver fatto poco sesso e mangiato tanto pesce di lago che Lei stessa vendeva aiutando la mamma alle bancarelle del mercato fin dal lontano tempo della prima guerra mondiale.

Margetì, un po’ come Giuseppina Morano 126 anni, pugliese, la donna più anziana d’Europa, diceva di essere arrivata a quella veneranda età perché mangiava da sempre tre uova fresche ogni santo giorno e sopratutto, sempre a suo dire non aveva mai fatto sesso. Quella arzilla vecchietta era ciò che mi dicevano le fotografie della mia memoria nel l’osservare quel paese con il lungolago più corto e più bello di tutti gli altri paesi nelle vicinanze.
La storia del mio medico di fiducia non ha nulla a che vedere con quella di Giuseppina, dott. Guglielmo, che al contrario ancora oggi mi dice di essere un degno discendente della sua famiglia, il padre morto a cent’anni si vantava di aver fatto sesso dai 15 ai suoi 90 anni con la sola prerogativa di mangiare sano e fare al l’amore almeno una volta al giorno, commemorato quotidianamente con grande rispetto dal figlio dottore ancora in vita. Altro modo di “vedere la vita.
E si riparte dalla fiaba che gli occhi mi hanno ricordato che ancora scema dolcemente con il vento che sfiorerà il casco, portandosela con se.
Ognuno fa l’ultimo gesto scaramantico prima di salire in sella alla moto, per me il segno della croce, e in genere allacciarsi e stringere per bene la mentoniera del casco a mani nude per poi infilarsi i guanti, accomodarsi la tuta pizzicandola, aggiustandosela nei punti dove stringe, e tante altre cose quanto meno curiose. Io, per ultimo, tastandomi il petto impacciato dai guanti già calzati, cerco il pippiolino della lampo del giubbotto che regolarmente dimentico abbassata di un po’ dal suo fine corsa, e subito dopo porto sistematicamente l’indice puntato in direzione della visiera aperta, per sistemarmi gli occhiali da sole già calzati facendovi pressione al poggia naso, e via, salgo in sella e parto, la visiera l’abbasso in marcia di un qualche centinaio di metri percorsi, amo avere sino all’ultimo istante possibile, aria in faccia che mi preannuncia un senso di altri avventurosi ricordi e ovviamente il tutto deve essere confacente allo stile della moto che cavalco, altrimenti e come mettersi in giacca e cravatta con scarpe da tennis, e un verace motociclista non incappa certo in questo deprecabile errore.
In pratica le stesse identiche piccole grandi emozioni che popolavano la mente di quando si era quindicenni, anche se allora le cose non andavano in questo modo. Unico accessorio, era un lusso se ti potevi permettere una panciera elastica da crossista, che di solito mettevi in bella mostra sopra di una giubbetto tipo di cellophan, possibilmente colorato, gli adesivi o lo stampe erano tutt’al più una fascia tricolore sulla manica, o sulla calotta del casco jet, senza mentoniera e per pochi una avveniristica visiera,  per nessuno gli occhiali da sole, optional sopraffino e costoso per quegli anni.
 Gli stivali di cuoio li indossavano solo i professionisti del settore motociclistico che nella maggioranza dei casi veniva acquistata dagli stessi a proprie spese, per noi ragazzi, quelli di gomma per la pioggia, o scarpe grosse da montagna, pantaloni sempre e solo jeans, e per finire mani nude senza veri guanti, troppo oneroso il loro costo,  e ricordo che in occasione delle mitiche  “Valli Bergamasche” una gara competitiva da enduro di livello nazionale che si svolgeva negli anni 70 quasi sempre in primavera, indossavamo delle calze di lana perché il freddo all’epoca era davvero pungente.
Che sono passati secoli, da allora, ed e’ cambiato solo il modo di vestire grazie ad una maggiore agiatezza economica, ma le emozioni sono rimaste invariate, quando pigio il tasto che mette in moto il motore del mio “panzer tedesco”, il rombo rotondo che esce dai terminali di scarico e già preludio di goduria, montare in sella e affrontare le prime curve con sapiente dolcezza diventa uno star bene che ti fa dimenticare chi sei ora, perché e’ come fossi su quel “cinquantino” stridente in cui mettevi con foga le quattro marce a disposizione per provare l’ebrezza  dei 60 km. orari che ti parevano i 180 di adesso. Bello quando incroci altri motociclisti l’intanto che vai, e fraterno il gesto che ti scambi a mo’ di saluto, con la sola prerogativa di avere un tipo di moto che ha le caratteristiche della tua, altrimenti smorfia delle labbra sotto la visiera e via di gas.
Bello anche quando in compagnia si decide con gli altri compagni di viaggio di fermarti in un bar per un caffè, o per un panino, sarà per l’abbigliamento, sarà per la freschezza e gioia che emani da tutti i pori della pelle che i gestori si rivolgono chiedendoti… Cosa prendete ragazzi?!   E spesso chi te lo chiede potrebbe tranquillamente essere tua figlia/o, e nemmeno ti meravigli più di tanto, oggi, per quel giorno sei un ragazzo con tutti i tuoi cavalli nel motore e nelle vene pronti a scatenarsi al tuo comando. Le sgasate davanti ai rettilinei che te lo permettono, fanno sollevare l’anteriore della mia due ruote ad ogni cambio di marcia, e insieme si solleva lo spirito, che si sprona insieme alla potenza del “mezzo”… intravedere le curve, osservarle preventivamente, ridurre la velocità scalando la marcia secondo necessità, lasciare che il freno motore faccia il cattivo accompagnato dal rombo che ringhiando furiosamente spegne a fatica la furia dei suoi giri tesi allo spasimo per lo sforzo, piegare a più non posso il bolide, e farla al massimo della velocità di cui son capace. Finita la curva in “piega” se “presa bene” mi compiaccio con il mio ego e soddisfatto come poco proseguo, se “presa male” provo a correggerla come meglio posso fare e mi prefiggo di fare meglio alla prossima, sempre e lo stesso l’adrenalina mi esalta, lasciandomi contento in ogni caso. La moto e’ una emozione continua il solo pensare di salirci per farci un giro, e io nel mezzo ci sbatto i ricordi. La moto per me e’ sinonimo di assoluta libertà, tanto che mi dimentico qualunque affanno e tribolazione della vita una volta in sella, non rendendomi mai realmente conto della carta d’identità che mi avverte di essere sempre più cauto perché con lei porto ancora i calzini di lana sulle mani, al posto dei guanti di pelle.
Svegliarsi il mattino che segue una giornata di “sella”, e allo specchio mentre lo spazzolino accarezza i denti, guardarsi e vedere rughe in viso che sono apparse solo con il bagliore del sole riflesso… e smorzo gli occhi, i capelli son diventati sapienti di luce grigia e la pelle e’ arrossata di spento, solo allora mi rendo conto della mia età, ma ogni volta che accenderò il motore della mia moto, il mio cuore farà a botte con l’età che porto dentro e scatenerò di nuovo tutti i cavalli vapore che scorrono silenti nelle mie vene, facendomi dimenticare la realtà, regalandomi ancora nuove quindicenni sensazionali emozioni, e di nuovo in un altro bar sarà… Salve,  cosa prendete da bere ragazzi?
Il viaggio continuò e i pensieri girarono con le ruote che mordevano molli il caldo asfalto d’estate.
 É bella Riva di Solto, è tanto bella che merita di avere una sorella di nome Solto collina, che se la prima abita sulle rive del lago, l’altra sparge anch’essa quattro case sul dorso della collina a ridosso della sorella. Solto Collina abita in collina, e gustare un qualcosa da bere e da mangiare in uno dei suoi ristoranti che spaziano la vista su gran parte del lago, e come avere una cartolina illustrata con il sole davanti agli occhi. Quel lago che sotto i piedi sembra l’enorme cruna di un gigantesco ago, con nel mezzo l’isola di Montisola, quel bel posto dove si mangia bene alla locanda di mamma MariaRosa. Un paesaggio a dir poco affascinate, ogni volta che ho avuto il piacere di ammirarlo, ho sempre pensato con un pizzico d’invidia agli abitanti di Solto Collina di dietro le finestre in una sera d’inverno. Chissà quale meraviglia di scenario appare guardando un lago cheto che riverbera i timidi raggi di un sole d’ottobre, dove l’acque scure, si fan piatte di quiete serena, oppure vedere quel lago punzecchiato da miriadi di gocce che cadono dal celo lì, e da dietro la finestra appannata da dove volge lo sguardo, sarebbe bello assaporare tanta intimità solo osservando. Nel tanto li passai, dissi per un ultima volta a me stesso, è proprio bella Riva di Solto e non scherza nemmeno Solto Collina… e fu subito Castro, praticamente la fotocopia dei due precedenti…
Non ho mai avuto il piacere di conoscere nessuno nel paese che stavo per attraversare, sembrava la fotocopia di Riva di Solto, forse un po’ più piccolino, anch’esso grazioso, e allora rimisi in moto la mia fulgida fantasia e rimembrai  un viaggio che feci in Calabria, non in moto questa volta.
Possedevo una motocicletta sovietica con motore boxer, ma non era una Bmw, bensì una Ural Dneper 600 di cilindrata, ma in quel viaggio nel profondo del sud della nostra penisola, non l’avevo con me, con i suoi venerabili 15 anni alle spalle e kilometri macinati perlopiù in Russia dove le strade non son gentili, difficile potesse reggere nemmeno per la metà della distanza che ci eravamo prefissi di percorrere per raggiungere la punta dello stivale. 

Infatti quando usai la mia bicilindrica russa per l’unico viaggio che feci con Lei, fu alla Puerta del Sol, un esclusivo club sulla riviera ligure. Io e Luisa eravamo stati invitati da mio fratello Adelio e Anna, la sua di allora consorte, e nonostante questo posto si trovasse a sole tre ore di marcia da casa mia, mi piantò bellamente a piedi per ben due volte, candele sporche e carburazione sballata come chi fuma una canna, non ne voleva sapere di ripartire. Non restava che smontare e pulire per bene le candele, dare qualche colpo a “vuoto” con il pedale d’avviamento per far asciugare i cilindri dal troppo carburante che la ingolfava, rimontare le candele e dare poderose pedalate perché l’avviamento a pulsante, la Ural non lo conobbe mai. Bisognava mettersi di lato, e come i piloti della Parigi Dakar degli anni 80, bisognava mettersi di fianco, sollevare il piede destro e poggiarlo sul cilindro così che alla stessa altezza, con il destro si facesse più forza sul pedale d’avviamento avendo così più probabilità di far partire la moto, in quel caso il mio quasi residuato bellico.

Certo non fu bello compiere quelle operazioni su un cavalcavia percorso da migliaia di macchine che ti sfrecciavano accanto a folli velocità, al tempo non v’era alcun limite alla velocità da tenere, si era liberi di ammazzarci l’un con l’altra, la legge lo permetteva… Volavano i capelli e si gonfiavano i giubbotti, si possa immaginare quando a sfiorarti erano camion con il rimorchio. Eravamo sul tratto del ponte Morandi, quello che crollò quasi quarant’anni dopo portandosi con se decine di vittime, di certo quel giorno, io e Luisa, non si corse alcun rischio. Possedevo una moto nera, ma per quel viaggio di cui mi stavo ricordando  in quel di Castro, usammo una nuova fiammante auto Djane beige.

L’ età più bella diciannove/vent’anni almeno demograficamente parlando, era l’inizio degli anni ottanta. Per noi maschi i capelli lunghi e spettinati da ribelle erano una costante.  I jeans li portavamo rigorosamente strappati due o tre taglie più del dovuto, e le automobili in voga erano la mitica due cavalli e la dyane della Citroen, per i più abbienti invece la pallas DS, per non parlare della stratosferica citroen maserati, un conoscente, öl Filūgel, ne possedeva una con una pantera rosa disegnata sul cofano, inutile dire che con quella bomba di macchina, rimorchiava come Alain Delon.   

Comunque la mia era una modesta ma nuova fiammante Citroen Dyane 600 di cilindrata tre marce a closche in parte al volante, anzi dovrei dire la nostra Dyane, perché era in comproprietà con quella che era mia fidanzata Luisa.  Decidemmo infatti di trascorrere le vacanze di agosto in quel della Calabria ospiti di una famiglia di Alzano Lombardo composta da madre calabrese e papà e figli bergamaschi che possedevano una grande casa senza tetto a Trebisacce vicino alla più famosa Castrovillari e tra le due lo splendido lungomare di Roseto Calabro. Non ricordo se per scelta o perché i miei non si fidassero a lasciarmi andare solo,  ma ricordo di aver portato con noi anche mio fratello Emilio, che al tempo aveva tra i dodici e i tredici anni, bisogna pensare che 40 anni or sono era quanto meno inusuale che un ragazzo non ancora ventenne quale ero io, si avventurasse per un viaggio così lungo per giunta con la responsabilità di un ragazzino e una ragazza.

Ebbene partimmo con la Dyane che a dir poco era stracarica di tutto e di più, il paraurti posteriore era sollevato da terra di una spanna, questo fu motivo di una accesa discussione tra me e Luisa perché dissi io non era il caso che per una semplice vacanza di una quindicina di giorni ci portassimo praticamente l’impossibile, in pratica mancava solo il Frac che tra l’altro non possedevo per i concerti di musica classica, poi a casa nostra, di vestiario non era rimasto nulla se non tre maglioni e due cappotti.

Ricordo che alla stecca della capote della Dyane, si era appesa persino una sveglia di quelle della nonna…per non parlare poi dell’orario di partenza davvero impossibile, scelta sempre da Luisa che fu di partire alle dieci di sera in modo che non avremmo avuto problemi di traffico intenso. Si certo, non fosse stato per l’insignificante particolare di svegliarmi di sopprassalto a pochi centimetri dal paracarro almeno in un paio di occasioni sulla tratta Firenze Napoli, rischiando di terminare drammaticamente la vacanza non ancora iniziata in un catastrofico incidente. Il mattino seguente alla partenza, tra Napoli e Battipaglia il paesaggio si presentava ai nostri occhi come un paese sconosciuto assumendo toni desertici, a tratti brulli ma sempre fascinosi, la temperatura era completamente cambiata il caldo si era fatto molto  intenso, torrido ma non umido, asciutto, meno appiccicaticcio e fastidioso del nord.

I profumi e gli odori assumevano una loro precisa caratteristica, tutto era diverso, tutto sembrava strano. Fu così che dopo quindici, sedici ore giungemmo a Trebisacce, in provincia di Cosenza, la meta agognata. Che emozione essere lì a 1300 km. da casa, che meraviglia il mare di un azzurro intenso, con i fondali trasparenti, ricordo che più volte vi scendevo nuotando pensando di raggiungere quella stella marina a pochi metri, ma in realtà molto più distante di quanto l’acqua ti lasciasse credere, e spesso dovevo risalire in fretta perché le riserve di ossigeno nei miei polmoni si erano esaurite, perciò invidiavo Giovanni, uno dei figli della famiglia che ci ospitava, egli padrone di miglior tecnica, risaliva in superfice festante per aver catturato l’ennesima stella marina o qualche meravigliosa conchiglia, a quei tempi il mare ne era pregno.

Ho ben in mente una foto che scattai a Emi in un posto termale del luogo, era rivestito completamente di fango nero e vedutolo seduto su uno scoglio a grogiolarsi al sole, pareva una canna da pesca ancorata a terra per pescare.  Lascio immaginare le risate che faccio tutte le volte che rivedo quella foto, ovviamente con il disappunto di mio fratello, che non manca di ricordarmi che neanche io ero quell’omone che pensavo di essere, diciamo che in due pesavamo come una persona di media corporatura.

Oppure quella volta di notte che venni invitato su una lampara, tipica imbarcazione del luogo adibita per battute di pesca alle tonnette. 

Lascio al l’immaginazione di ognuno, pensare di uscire con quella piccola barca in mezzo al buio nero del Mar Ionio a parecchie miglia di distanza dalla riva, pareva di galleggiare nel nulla. Il mare era una immensa tavola nera e in un punto vi si rifletteva la luce della lampada a prua che serviva ad attirare i pesci stordendoli e poterli catturare con una lenza da gettare e ritirare a mani nude, non appena le tonnette davano strattoni che identificavano la loro presenza all’amo. Impaziente e con una certa inquietudine chiesi più volte ad Arturo e suo figlio Giovanni quando fosse arrivato il momento propizio per pescare. Quella calma nel buio e nel nulla mi inquietavano, di rimando loro risposero di avere pazienza che a breve avremmo pescato. Allorché verso le quattro del mattino o di notte dir si voglia, il primo strattone fu avvertito da Giovanni che con un sobbalzo accompagnato da un gridolino di gioia si affrettò a recuperare la lenza, che una volta terminata tra le mani, lasciò intravedere una sgusciante argentea tonnetta  che sbattendo a destra e a manca sul fianco della barca fu issata a bordo con tanto stupore da parte mia. Poco dopo anch’io catturai un pesce ma non sobbalzai, feci un salto tanto e non feci un gridolino ma urlai a squarciagola. Poi, ancora Giovanni, poi Arturo poi di nuovo io, in una ininterrotta secuenza che durò un’ora… poi esattamente un ora dopo, alle prime luci dell’alba come era cominciata la pescata, tutto finì. Riempimmo un secchio di pesce tonnetto e mi fu detto che quel tipo di pesca era praticata solo ed esclusivamente a quell’ora, in quel dato momento.

Tutto in quei giorni assumeva un fascino unico, tipico, come quando ci si recava il mattino per le vie del paese per fare la spesa. Le botteguccie dei fruttivendoli esponevano prodotti tipici locali come le melanzane, o i pomodori e verdure varie dai colori intensi, forti come il sole che li avevano generati. L’immancabile peperoncino calabrese che assaggiavamo forse per la prima volta nella nostra vita mi ha lasciato un ricordo indelebile che ancora oggi non dimentico, diverso fra tutti quelli che negli anni a venire ho assaggiato. Fu tra quei negozi e botteghe che mi innamorai dell’arte artigiana del posto, che perlopiù fabbricava oggetti in terracotta, magnifici manufatti finemente colorati a mano. Tutt’oggi conservo un “brigante” seduto su un sasso che ripone nel suo sacco del cibo frutto di refurtiva.

Per non parlare delle persone che con grande passione creavano questi oggetti… non avevano di certo meno di quarant’anni, come i mastri vetrai veneziani, che tengono a bottega il figlio o il nipote per tramandargli la loro arte, ma solo in età molto avanzata riveleranno l’ultimo segreto di come fare, e figli o nipoti saranno sposati con prole, come le donne calabre vestite di nero con dei foulard bianchi con fiori neri in testa, e gli uomini con pantaloni di velluto di panno grosso, con camicia rigorosamente bianca e gilet senza maniche con anche loro l’immancabile foulard in tinta unita ma portato al collo. Visi fieri attraversati da grandi solchi scavati dal sole cocente e dall’aria fortemente salmastra.

A quei tempi il turismo non era nemmeno contemplato,  sembravamo tanto diversi!  Noi ci stupivamo di loro e loro di noi, entrambi simili ma profondamente diversi per usi e costumi. Gente molto ospitale che come da caratteristica della gente del sud, se chiedevi ad un vicino di casa un peperone o una zucchina, come minimo ti riempivano la sporta con chili di roba, e se ti veniva offerto del pesce, apriti cielo e pancia fatti capanna… ne avevi da scoppiare. Come successe quella volta che fummo invitati, io, Emi e Luisa a mangiare la tettarella di mucca ripiena di interiora, certo detta così la cosa potrebbe sembrare  a dir poco rivoltante, ma assaggiare quella prelibatezza sapientemente cotta alla brace era una prelibatezza. Cibi semplici, unici, come quella stupenda pasta alla carbonara che ci venne preparata da quel poliziotto romano di origini calabresi, Achille, in vacanza anche lui in in quel periodo, non ricordo di averla mangiata anni dopo così buona nemmeno dalla buonanima ‘sora’ Lella a Roma nel quartiere trasteverino dove la sorella del compianto Aldo Fabrizi gestiva una famosa trattoria con la peculiarità di fare pasta e fagioli appunto la carbonara, meglio che in qualunque altra parte d’Italia.

Sono a Castro, e ricordo posti fantastici in Calabria, come sul lungomare che da Trebisacce portava verso Roseto Calabro, ci si recava alcune mattine per fare il bagno lungo quella magnifica spiaggia di ciotoli  grigi e neri perfettamente lisciati dal corrodere del l’acqua e ancor più dal tempo. All’ ombra delle rovine di una torre saracena posta all’angolo di un castello,  ci sdraiavamo in cerca di refrigerio dalla calura torrida e inclemente. La sera quando la luna illuminava lo stesso castello, dal lungomare potevi ammirare la sconcertante bellezza di quel luogo stupendo che assumeva tratti fiabeschi e guardando la vastità del mare, mi faceva pensare a quanto ero distante dalla mia casa, dal mio mondo, facendomi sentire in un’altra dimensione e fantasticavo su quello che sarebbe stato il mio futuro che vedevo già roseo se già potevo bearmi di tali sensazionali emozioni.

Forse fu quella la prima volta in cui credetti in quel Dio. tanto decantato e insistentemente professato da mia mamma quando ero più piccolo, fu il mio primo segno del suo Esistere. Innanzi quella magnificenza della natura, sentivo forte la presenza di uno Spirito Onnipotente quale risposta a tanta beltà che mi riempiva gli occhi e il cuore.    La brezza sul viso con il suo forte odore salato, quel senso di irriverente potenza della mia giovane età, la conquista della mia indipendenza, a sua volta alla conquista di una metà tanto agognata… fu bello quel viaggio in Calabria. Mai più la rividi con gli stessi occhi di un ventenne che nulla sa’ e tutto vuole sapere, stupenda Calabria sarai sempre nel mio cuore a ricordarmi quei tempi felici, che tanto belli, a volte stento a credere siano stati parte della mia vita.

Lasciai la Calabria con la fantasia e Castro con ruote e motore, lasciai l’ultimo paese che mi separava da Lovere, meta d’arrivo e di ritorno dal mio viaggiare quel giorno in moto, tra i ricordi di un tempo fra paesi e persone, Lovere. Entrando in quella cittadina dai viali palmati, mi fece subito pensare a quand’ero sulle sue rive in una notte di luna agostina. Una breve scogliera, una lingua di sabbia grezza e l’infinito del lago d’Iseo sin dove dove poteva spaziare al di là della barriera  di monti che si perdevano al l’orizzonte. Luana era la luna. Acque nere accarezzate da una brezza che le smuove increspandole con riflessi bagliori di luce notturna di  luna che gentilmente le rischiara con scintillii di luce che facevano brillare tante ballerine luminescenti che danzavano su di un palco scuro come una notte senza stelle. Ero in compagnia di Luana quella notte quando un fascio di luce cadendo dal cielo si tuffava radioso nelle acque di quel fantastico lago scuro. E io ero preso dal combattere mille sentimenti per cercarli di indurli alla ragione.

Mille emozioni facevano a gara con cuore e mente mentre e  mi accompagnavo a Lei, primo fra tutti il rimorso di un tradimento che va oltre il lato materiale. Luana non era la mia compagna di vita, era un avventura che di sicero non aveva nulla, l’amore si paga solo per necessità estreme e comunque se di già non si è accoppiati di fatto. Scagli la prima pietra chi non ha mai peccato… ed io ero con Lei, quella notte in cui, ora, in sella al mio panzer, ricordo quei momenti di felice smarrimento. Luana era con me, sotto di un pino di lago in quella piccola baia irrorata dalla luna. Si guardava insieme quello spettacolo della natura, per qualche attimo, ognuno pensava per se, senza altre parole di circostanza. Luana, pensavo io, non si chiamava Luana, era un nome d’arte, Luana lavorava in un nightclub vendendo grazie agli ubriachi o strafatti di turno, quando non tutt’e due le cose insieme. Una notte in quel night ci andai anch’io ubriaco e assetato di risposte da dare alla mia virilità che a quel tempo era incontenibile. Poi gli effetti del l’alcol il giorno seguente sparirono quasi del tutto e mi ritrovai con Luana o Maria, il suo vero nome, me lo confessò e mi disse anche che l’unica serata libera a sua disposizione l’aveva dedicata a me, e questo per una ragazza del Portorico significava qualcosa di speciale. D’un tratto capii che mi stavo intromettendo nei suoi sogni, Maria con me aveva dato il primo colpo di chiave che apriva la porta del suo cuore. Un cuore che dopo tanta sofferenza era pronto ad aprirsi alla speranza di un amore sincero, mentre io avevo solo soddisfatto la mia brama di scoccare un altra freccia nel cuore di una donna. Mi piacerebbe tanto poter riavvolgere il nastro e tornare indietro col tempo, potrei correggere tutti gli errori commessi e uno dei primi sulla lista sarebbe senz’altro non prendersi gioco del sentimento delle persone ma mi chiedo anche come avrei fatto a conoscere Maria e quindi ricordarmi del male che le posso aver arrecato illudendola con del bene invece che vero amore… un enigma uguale a quello del cane che si morde la coda.

Lovere, un’altra sera, ero più giovane di quando ero sul lago d’iseo con Maria, ora,  poco più che adolescente. Lavoravo in “proprio” con mio padre, è quella volta fu la prima delle mie trasferte inteso che dormivo fuori casa per cinque giorni la settimana. Eravamo artigiani nel settore della coibentazione, un lavoro proteso al risparmio energetico, quindi per molti anni ancora a venire, parecchio redditizio. In occasione di quella trasferta io e Giovanni, andammo a Edolo in una delle fabbriche della Union Carbide, che il nome lascia intendere il lapis, la ‘mina’ della matita, quindi di fatto quando si entrava in quella fabbrica, non tardavamo a diventare neri di fuliggine anche senza ci muovessimo, per questo forse Carbide voleva voler dire semplicemente carbone. Io e Giovanni che era il nostro dipendente, che io chiamavo di soprannome, Duruddu, che quando glielo affibbiai, sicuramente faceva riferimento al fatto che fosse per parte di madre meridionale.

Duruddu era il mio modo per voler intendere “manbruco” che era il modo rispettoso di dire che usava mio padre facendo riferimento a persone che a Lui parevano “Strane”. E lo stesso lo chiamavo, Duruddu per prenderlo un po’ in giro. Giovanni non pareva un ragazzo sveglio ma forse era più sveglio di me, un po’ come l’asino che sembra un animale stupido perché prende le botte per non voler ubbidire… e lavorare. Non ricordo con esattezza per quale motivo un fine settimana volemmo rincasare prima del solito venerdì dopo l’orario di lavoro, probabilmente perché  quel giorno io e Duruddu, a pranzo, stanchi di farci prendere in giro dagli operai della Union Carbide perché noi si beveva solo acqua a tavola, decidemmo di bere un mezzo litro di vino sfuso. Era la prima volta che bevevo del vino, non immaginavo di certo che non avrei più smesso di berlo.

Non si andò a lavorare quel pomeriggio di un giovedì, tornammo in albergo a cercare di ‘riprenderci’, s’era bevuto troppo, e facemmo i bagagli di poca biancheria e un maglione per la sera, che a Edolo faceva di molto freddo e per questo si portava in bisaccia. L’albergo, una sinistra locanda arroccata sulla nuda roccia nerastra con davanti per giardino, una strada ad unica corsia di marcia, e ancor più avanti, una fabbrica che sembrava una miniera di carbone, non sottoterra, ma a cielo aperto. Comignoli di altiforni ergersi nel tentar di raggiungere le cime delle montagne imperiose e severe che aveva di spalle, quadrati giganti di mura con poche finestre che erano sempre sbarrate da robuste grate corrose dalla ruggine. E ancora camion con motori stanchi come le persone che percorrevano le stesse vie sparse tra i capannoni. Un andirivieni di tute blu divenute ”fuligginosamente” nere, nello sfondo il resto del cielo visibile era contornato da tre colori… il grigio fumo di Londra, il grigio scuro e il nero. Tre colori per cinque giorni, a sedici anni, non è bello!

Forse per questo, aiutati dal vino che ancor più ci aveva inquietato, quel giorno si decise di tornare a casa anzitempo. Il problema sussisteva nel semplice fatto che il babbo ci veniva a prendere in auto di venerdì, saldando il conto dell’alloggio e ristoro, perciò a noi non serviva denaro per tornare, e quel poco che si aveva, serviva per coca cola e caramelle durante la settimana. Ecco qual era il problema, non avevamo i soldi sufficienti per tornare a casa. Interrogai Giovanni Duruddu e fissandolo con occhi supplichevoli gli chiesi, hai dei soldi che ti sono avanzati? Giovanni, (che quando avevo bisogno di lui lo chiamavo con il suo vero nome) di nuovo chiesi, se hai dei soldi e me li presti, poi domani te li rendo raddoppiati, sennò la vedo dura per tornare a casa per sera… e mi diede pochi denari che uniti ai miei ci permisero di acquistare un biglietto di sola andata da Edolo che è nel bresciano, a Lovere in sponda bergamasca.

Testardo volli partire lo stesso, anche se il rimanente della strada da Lovere a casa nostra era l’esatta metà del percorso, e anche se l’unico pullman disponibile per raggiungere Lovere che da Edolo partiva dalla stazione alle 20.30. Poco meno delle 22 arrivammo nella piazza principale di Lovere, dove venimmo fatti scendere dalla corriera davanti ad una magnifica e imperiosa statua, e lì rimanemmo per alcuni minuti a pensare cosa si sarebbe dovuto fare. Non ho mai capito se Giovanni fosse il “Duruddu” che credevo, l’ho scanzonato parecchie volte, ma in cuor mio, spesso capivo che il suo essere con la testa fra le nuvole era un modo per volgere a suo vantaggio questo apparente segnale di esagerata ingenuità. Ecco perché insistetti con Giovanni ai piedi di quella bella e austera statua di pietra, insistetti nel chiedergli ancora se davvero non avesse con sè altro denaro. No! Di nuovo rispose, e mi diventò di nuovo Duruddu. Allora che fare, si fece l’autostop, pollice alzato e tanto fiato per camminare parecchio.

Non c’era altra soluzione che quella dal momento che non era passato da troppo tempo il famoso 68 e andava alla grande la novità che veniva dal l’America in cui si dava volentieri un passaggio a viandanti che lo chiedevano a pollice alzato intanto che di spalle ai veicoli camminavano lungo la strada. Era di moda fare l’autostop, ma la buona riuscita del l’intento diminuiva notevolmente quando a farlo erano persone di sesso maschile, e noi eravamo due maschi…  ancor meno ti ‘caricavano’ nei paesi di provincia in Italia, sopratutto di notte. Fu così che dopo varie peripezie nel l’insieme di una scarpinata pazzesca, e qualche pietoso raro passaggio, io e Gio Duru, al l’alba del mattino del venerdì, facemmo finalmente ritorno a casa, ognuno alla sua per poter finalmente rinfrescarci e fare una dormita gigantesca. Così che la sera di quel venerdì, prima di cena io e Giovanni ci incontrammo per scambiarci alcuni effetti personali che avevamo riposto maldestramente, uno nella borsa del l’altro. Ciao, come va dissi io, e sul cancello d’ingresso il cortile di casa sua Duru rispose, bene, sto benissimo grazie… e continuò a parlarmi emozionato e contento con un sorriso sulle labbra beffardo quanto malizioso… sono mica scemo io! ieri sera avevo in tasca 12mila lire, ma sono stato furbo, le ho tenute così le ho risparmiate… io replicai… ma se ti ho promesso il doppio di quanto denaro mi avresti prestato, perché non hai accettato?… rispose lui, oggi ho dormito tutto il giorno e Tu mi hai pagato comunque la giornata… 12milalire che ti avrei dato + 12mila che mi avresti dato tu. è = a 24mila£. e tu mi stipendi con 30mila£. al giorno, ho guadagnato altre 6milalire, per giunta senza fare un bel nulla.

Non potuto nemmeno tentare di ucciderlo con le mie stesse mani, perché il giovanotto era più alto di me d’una spanna ed era robusto quasi il doppio… Giovanni o Duruddu? Entrambi ma sempre e solo quando faceva comodo a Lui, prima uno dopo, l’altro… Anche sul lavoro era entrambi, il mattino era Giovanni perché era puntualissimo e spaccava i maroni quando si partiva da casa mia per recarci sul cantiere al lavoro. 7 in punto era lì, cascasse il mondo… diventava Duruddu quando gli spiegavo poi cosa dovesse fare e siccome non capiva con rapidità, (o non voleva capire con rapidità) la maggior parte delle volte evitavo di chiedergli di fare una qualsiasi cosa lavorativa che io avrei fatto subito, così che la maggior parte del tempo di una giornata lavorativa del Giò Duru, era trascorsa nel l’andare a comperare qualcosa da mangiare per il pranzo e al massimo passarmi questo o quel l’attrezzo da lavoro quando glielo chiedevo, perché di sua iniziativa non mi avrebbe mai passato nel giusto momento il fil di ferro o la tenaglia che mi servivano, anche se erano due anni che mi vedeva fare le stesse cose ogni santo giorno. Giovanni o Duruddu, era Duruddu sul posto di lavoro, ma quando si andava al Quien Sabe a ballare era il fiero Giovanni. Ricordo che andammo con Lui una volta al Quien Sabe una balera discoteca di quegli anni di Albano S.Alessandro.

Noi, si stava lì a guardare coppie che ballavano tango e valzer perché non lo sapevamo ballare e comunque si stava lì perché ci vergognavamo a fare il filo alle tipe. Giovanni che nemmeno sapeva ballare, lo stesso si alzava dalla poltrona con scatti a volte repentini e andava a chiedere alle ragazze sedute da sole, se volessero ballare. Ridevamo come cretini io, il Vigá, l’Imbre, il Giüst, il Vittorio e l’Ugo, seduti nella penombra di un angolo di balera scura, si rideva del Duruddu che addirittura andava a chiedere di ballare a signorine già accompagnate dal cavaliere. Si smetteva di ridere noi cretini, quando Duru diventava Giò perché su tanti tentativi ( ricordo anche alcuni ceffoni presi che ci facevano morir dalle risate ) prima o poi nel corso di una serata la sfigata o la tardona di turno Lui se la beccava, e noi sconsolati a casa soli, si rideva meno, anzi non si rideva per niente perché finiva con la solita squallida storia, la vigliacca lotta del finto “macho”… cinque contro uno. Lovere e Giovanni Donadoni, un amico dei tempi che furono, un amico anche ora che è felicemente sposato e abita a Villa di Serio.

E ancora mille ricordi di quel Lovere sul lago che a diciott’anni pareva irraggiungibile anche il solo arrivarci, magari per andare al suo lido con le piscine comunali, d’estate gremite di ragazze che non se ne contava la fine, o magari per portarci la ragazza un sera dopo la pizza a bere un qualcosa a bordo di un barcone ormeggiato fisso al porto che faceva da bar con musica. Lovere con quello che oggi è la caserma dei carabinieri ma un tempo era un carcere vero e proprio dove negli anni settanta poteva capitare di scontarci una pena detentiva di tre mesi, anche solo per aver guidato l’auto senza patente.

Carcere mandamentale e non di rigore lo chiamavano, ma le grate alle finestre che guardavano sul lago facendone vedere solo l’orizzonte, anche se di cemento invece che di ferro, erano sempre poste per impedire la fuga dei detenuti, e gli stessi non indossavano ‘pigiami a rigoni’ ma vestiario personale, lo stesso i passi permessi alla sola ora d’aria quotidiana erano sempre nello stesso angusto cortile cintato da mura altissime. Un triste ricordo di Lovere di cui ometto il nome del personaggio protagonista di quella infame vicenda burocratica degli anni 70 per salvaguardarne l’integrità morale… Oggi per andare in galera tre mesi, devi almeno aver trasportato qualche etto di cocaina da un posto al l’altro, all’epoca bastava viaggiare senza patente ed essere fermato ad un semplice posto di blocco per normali controlli.  Posso felicemente solo aggiungere che oggi quella persona è un industriale di notevole successo con un alta carica amministrativa nella sua città d’origine.

Lovere, non sono mai “impazzito” per Lovere, e ancora meno sono rimasto colpito dai suoi abitanti se non in senso negativo. Ovviamente parlo della maggioranza e non della totalità dei suoi cittadini, il bello e il brutto ci sta sempre dappertutto, voglio dire che a Lovere in cambio di disponibilità e cordialità ho ricevuto alterigia e quindi poco modestia, semplicemente antipatia, dove manca l’umiltà albergano raramente sentimenti ‘puliti’,  ed io amo solo il buon cuore della gente…

Non ho amato in modo particolare questa cittadina lacustre, dove per altro ho convissuto con la mia compagna in un appartamento per circa nove mesi di cui conservo in particolare due ricordi di quel tempo, uno bello ed era Luana, Maria, la ragazza color del Portorico, l’altro ricordo bellissimo perché fu l’unica volta che ospitammo mio padre una settimana pochi mesi prima che venisse a mancare. Stette con me, soli, perché la mia compagna partì in vacanza al mare il giorno dopo il suo arrivo.

Me ne andai anche da Lovere dalla parte orientale del lago d’Iseo, una strada che si compie in salita perché si va verso valli  e montagne, dove sulla strada del ritorno volli cancellare quelle tristezze di pensieri a suon di sgasate e curve fatte per stupire i miei limiti di baiker dirigendomi verso Pianico, il primo paese dopo Villongo appena prima di Sarnico che avrei percorso senza la vista del lago sulla mia destra di marcia. Pianico è una bella lingua di paese che ti scorre di fianco e lo puoi fare come il lago d’Iseo che contorna Montisola su due lati, uno su di una strada comoda e con poche curve dove come dissi, il paese ti scorre veloce di fianco alla moto, oppure dal l’altro lato ci si inerpica quel poco in un continuo saliscendi zeppo di curve e con paesaggi che a tratti ricordano squarci di montagne crude, rocciose e allo sguardo inospitale, migliore quest’ultimo, ma lo evitai perché si deve per forza passare di fianco ad un cimitero, e non che la cosa mi inquietasse per il campo santo in se stesso, ma questo in particolar modo mi ricordava e mi ricorda anche adesso, che ci seppellirono la loro bambina nata da pochi giorni e già riportata in paradiso, suo luogo d’origine.

Rebecca si chiamò per pochi giorni quella creatura, ed è come averle dato un nome di fatto, l’amore di mamma Teresa, e Massimo il papà con che con questo angioletto seppellirono anche il loro rapporto che dopo un esaurimento nervoso di Lei, finì miseramente e definitivamente.

Ora Massimo, quello del “motoscafo”, è ricoverato in ospedale per cure di chemio per tentare di combattere la leucemia. Penso a Lui, e mi vengono alla mente fatti che mi riconducono inesorabilmente ad una delle mie “massime”, il credo di un destino già scritto. Chi soffiava sulle “righe” di cocaina appena stese su di un piatto spargendole a terra era Massimo, lo stesso che non beveva più di due o tre bicchieri di campagne anche se la notte era lunga, colorata e promettente. Massimo che ha sempre viaggiato con auto di lusso e donne da far girar la testa, con sempre almeno vent’anni meno dei suoi. Massimo che ha sempre pasteggiato con cibo di prima scelta in ristoranti esclusivi, che a sua volta ha sviluppato idee sulla ristorazione, in molte località esclusive che quasi sempre erano di lago o di mare. Massimo che negli anni 90 trainò con la Jeep un paracadute con me a bordo su per le colline di Cecina. Massimo che mi portò in Spagna per comprare cavalli Andalusi, dove invece che quello, io feci il ‘filo’ alla moglie Olandese del proprietario del l’albergo dove eravamo graditi ospiti.  La feci alla Duruddü… quel mio amico, quello che scemi gli sembravano gli altri, non Lui. Michele era un altro componente del l’allegra brigata, praticamente ha trascorso i tre giorni di vacanza in una camera d’albergo a ore con una tipa che aveva rimorchiato, tale Selen, che diceva essere una cameriera di sala… dimenticandosi di avere a casa una moglie e due figli maschi non ancora adolescenti.  Un altro ragazzo del gruppo era il bel Marco Girotto, altro unito al gruppo che mi derideva per la mia “mossa” impossibile per il semplice fatto che era la moglie del proprietario del l’albergo, che non era una persona “comune” ma un boss locale di cui tutte le persone del luogo, portavano un notevole rispetto.

Le cose a poco piu di trent’anni, non vanno mai come vorresti fossero, e così la boria rivale su tutto e vanifica ogni logica conclusione. Mi invaghii di Olga, probabilmente era per il troppo alcol ingurgitato prima del l’arrivo in Spagna. In aereo porto in partenza da Milano Malpensa per la Spagna ero già carico di due bianchi che mi ero bevuto al bar, sul l’aereo bevvi anche la razione di un quarto di vino di Michele, Marco e Massimo… ho paura di volare, e non è solo paura, è panico, la paura è andare a 200 km.orari con la moto in curva, salire a bordo di un aereo , per me significa essere in bilico tra la vita e la morte… peccato non aver mai avuto il coraggio di fumare una canna in pubblico, avrei affrontato quel viaggio in un altro modo, sicuramente più sereno e felice.

Massimo mi portò li, e mi ritrovai in una Mercedes 5000 coupé nel tentativo di fare al l’amore con Olga. Lì sotto un lampione, e di vino ne avevo bevuto, prima del viaggio, sia al l’arrivo in Andalusia, che al l’accoglienza ti offrono del vino versato dal l’alto di un mezzo metro, direttamente nel bicchiere. Avevo bevuto, molto, sempre, fu quello che mi fece sopportare l’alito di Olga che sembrava un rigoglio di aglio appena pestato., e sul più bello, quando le mutandine della non più giovane virgulta signora erano finalmente calate, li, sul lampione, quello dove ero comodamente parcheggiato con la super lusso, si sentirono risatine soffocate, era il Marco abbarbicato, Dio. solo sa come, proprio sul lampione… e sorrideva quel coglione, rideva di noi spiandoci dal tettuccio aperto della Mercedes, inutile aggiungere che finì tutto sul più bello… mutandine rosse di pizzo rincalzate e fine del programma.

Massimo, era discreto e stava in disparte da queste cazzate, e si limitò solo ad ammonirmi severamente sulla tipa, la Olga. Conosceva bene il proprietario e non voleva noie a chi ci aveva ricevuto al l’aereoporto con una Mercedes coupé di grossa cilindrata. Vedemmo una sola Fasenda ben curata con un paio di cavalli Andalusi nel cortile, tutto contornato a vasi di fiori sulle facciate bianche di calce e piccole piscine ricolme di pesci rossi e gialli. Due cavalli, magnifici, stupendi, dal collo raccolto, corti di reni, tozzi sul dorso e con due chiappe da cavallo Indiano Americano. Uno bianco, l’altro nero, che tutt’e due alla nascita son neri, l’uno rimane tale l’altro si imbianca. Un viaggio organizzato da Massimo per l’eventuale acquisto di cavalli Andalusi… ed è finita con il sopravvento degli ormoni che a trent’anni la facevano da padroni… i cavalli li comprammo poi, dopo mesi, in Italia, ognuno scelse un magnifico pezzato Argentino, che su per i nostri monti, la bellezza è l’eleganza di un Andaluso è sprecata, sui monti serve un cavallo di media statura, robusto che possa reggere ore di marcia in salita, quanto in ripide insidiose discese scoscese. Il cavallo Argentino, galoppa quando deve, trotta quando serve, e perlopiù cammina attentamente su sentieri impervi usando la “testa” evitando ostacoli e pericoli, l’eleganza in quei posti non serve… e siccome stavo ricordando Massimo intanto cavalcavo la mia moto, mi vien da aggiungere che anche una moto è come un cavallo, ci vuole quella giusta per ognuno di noi, e nessuna e più brutta di un altra, ognuna è la migliore per chi la possiede. La mia moto in questo momento mi sta portando dolcemente, verso Pianico ad un passo da Sovere, e la mente non la fermi, se non con qualche inganno mediatico, ed io ero sereno… e continuai a sognare ricordando, cullato da me stesso che ognuno quando può si culla da se. Massimo… che è in attesa di un donatore per il trapianto di nuovo midollo osseo.

Allora scelsi il lato di strada più comodo, quello un poco più noioso ed ecco perché non avendo ricordo di altre persone a Pianico, lo percorsi pensando ad un viaggio che feci in compagnia di una persona che ritenevo amica ma poi per lo sporco, vile denaro, si dimostrò un piccolo insignificante “omuncolo” a cui avevo dato eccessiva amicizia e fiducia…

Era il duemilauno, e ho ben presente l’anno in quanto eravamo a ridosso tra il passaggio dalla lira, ahimè, che si trasformò in euro. La banconota europea doveva sanare i bilanci della nostra povera Italia… ai posteri l’ardua sentenza della riuscita o meno di questo intento. Nessun problema, fu un buon periodo lavorativo e quindi ero del tutto indifferente a questo “cambio” della guardia. Infatti decisi di comune accordo con un mio amico (per fortuna ora ex) di fare un viaggio spensierato anche se un poco azzardato. Destinazione Russia. Avremmo, come sempre, deciso per un viaggio da soli, senza consorti, e con le quali avremmo dovuto ovviamente fare i conti, prima e dopo la partenza, ma con il giusto dosaggio fra tempo e parole, riuscivamo sempre a spuntarla e quasi sempre l’epilogo era: “è l’ultima volta che te lo chiedo amore” …e poi si sa, ogni uno usa la sua tecnica persuasiva, che quasi sempre contiene piccole bugie. Eravamo tanto esuberanti e incontenibili a quei tempi, che le mogli non si opponevano più di tanto. Anzi, a parer mio, erano ben felici di togliersi dai piedi i propri consorti, e la loro debole opposizione era più che giustificata. Per quanto riguarda mia moglie, ammetto che non ero mai molto contento di tanta magnanima accondiscendenza, del resto lei era ed è anche oggi una bella donna e sarebbe rimasta sola…  Mi sa che alla fine il più preoccupato dei due ero io, ma l’uomo è uomo, caspita! Gioco-forza reggevo la parte del duro fino in fondo, ma mezzo cuore lo lasciavo a casa…accidenti!

E così, dopo la necessaria burocrazia per i documenti da consegnare all’Ambasciata russa di Milano, partiamo alla volta di Mosca. Mosca: già il nome incute rispetto che unito alla paura per il volo che da sempre è il mio tallone di Achille, faceva cominciare il viaggio più con i dubbi che certezze.

Tre ore, tanto durò il volo che mi ha fatto venire i brividi…letteralmente, anche per la presenza poco prima dell’atterraggio di piccole stalattiti ciondolanti sulle ali del velivolo. Appena sbarcati all’aeroporto di Mosca ad attenderci c’era un freddo gelido di circa meno20°, ma non fu l’unica cosa gelida. Le guardie, in maggioranza donne, nelle loro vestigia grigio verde spento e logoro, certo con il loro aspetto severo non ci misero a nostro agio, poliziotte senza sorriso, capelli raccolti stile vecchia signora e sguardo truce. Come non bastasse fummo “incanalati” a gesti verso delle corsie segnate per terra da due righe bianche parallele che ci indicavano rigorosamente la “retta via”, con una severità accentuata dal disegno sul pavimento di un busto di donna in divisa militare che con il dito indice proteso verso il naso, stava a indicare SILENZIO!  Un accoglienza da non associare ad uno sbarco a Honolulu nelle Hawaii, dove si avvicinano delle splendide ragazze con costumi sgargianti di colori buttandoti delle collane di fiori a cingerti il collo, l’intanto  dimenando il gonnellino di frasche palmizie cinte sui fianchi.

A Mosca si viveva una sorta di pena del contrappasso che  solitamente contrasta di tutto ciò che rappresenta la comunione dei popoli. Ma finalmente, tra lo stupore e la perplessità, ritirammo il nostro bagaglio e, preso un taxi, ci recammo al nostro albergo. Un albergo immenso di 500 stanze e un numero di cui nemmeno ricordo i ristoranti al suo interno che dalle sue finestre si affacciava direttamente  al Moscova, il grande fiume che attraversa Mosca vicinissimo alla Piazza Rossa con il famoso Cremlino, le cui mura di cinta merlate furono progettate e costruite da un famoso architetto milanese, ovviamente qualche secolo fa.

In un ala dell’albergo Imperial si intravedevano pure le maestose guglie della Basilica di S. Basilio, anch’essa nelle vicinanze della Piazza Rossa. Lo splendido e regale paesaggio che non è certamente l’equivalente dei moscoviti, dai quali si percepiva nei nostri confronti, un dispiacevole senso di ostilità. Le donne forse un po’ meno, ma gli uomini non ci guardavano certo con simpatia, ma con sguardi sprezzanti e ostili, comunque di sufficienza quando ci andava bene. Del resto Galina, una guida turistica che ci accompagna per le vie e i musei della città, più volte venne fermata da guardie severe che, senza nemmeno farci cenno di nulla per il disturbo che ci stavano arrecando, afferravano la povera Galina per un braccio, e, divincolata da noi, veniva interrogata del perché fosse in nostra compagnia, nonostante fosse evidente che fossimo dei turisti che si accompagnavano ad una innocente interprete. Il finale era sempre lo stesso, si vedeva chiaramente la povera donna estrarre dalla borsa qualche moneta da allungare furtivamente ai poliziotti per essere poi libera di proseguire il proprio onesto lavoro. Ovviamente, prontamente subito dopo io e l’ “amico” si provvedeva a rimborsarla di questo ricatto legale che gli si perpetrava.

Ma quello che appena narrato è nulla in confronto all’episodio che ci capitò una sera e che ci regalò una grandissima paura mai provata prima…  la più grande paura mai provata in vita sino ad allora…  Cenammo verso le 20 in uno dei ristoranti dell’albergo, mi pare fosse il ristorante Ucraino, ci abbuffammo con pietanze tipiche e bevemmo solo vodka. Sarà stato il luogo o quella città fredda come i suoi abitanti, ma ammetto che la vodka a quelle gelide temperature scendeva nello stomaco come fosse acqua minerale. Dopo cena decidemmo di andare in un locale poco distante (non ricordo il nome), accompagnati da due simpatiche cameriere conosciute tra una portata e l’altra al ristorante Ucraino. Una di loro era incinta e fu proprio lei, Maria, che si offrì di accompagnarci in quel locale dove quella sera si sarebbe esibito un famosissimo cantante russo. L’amica Elena poi ci dice in uno stentato italiano misto a inglese che se ci fossimo annoiati di sentire quel cantante, nel locale vi si trovava pure una sala casinò. Che altro aggiungere, ben felici di andarci in questo famoso locale ambivalente, quindi: taxi e via…e in pochi minuti raggiungemmo il posto. Un bell’ ingresso, bodyguard in livrea, tappeto rosso, una folla incredibile che aspettava di entrare, ma non per noi, che fummo subito invitati a varcare la soglia.

Stesso copione dei giorni precedenti, donne che ti sorridono con sufficienza e uomini che ti guardano schifati…insomma l’ostilità la faceva da padrona. Ok, buon viso a cattivo gioco. Che ore sono? Presto, infatti il noto cantante non era ancora arrivato, che si fa? Le ragazze ci invitano a ballare, ma noi preferiamo andare nella sala casinò, quindi in qualche modo riuscimmo a  capirci e loro andarono nella sala di ballo a ballare, noi a giocare e ci si sarebbe rivisti più tardi. Roulette, io nonostante le giocate pareggiai mentre il mio amico “beccò” un “pieno” 36 volte la posta…non male: 350 euro di vincita. Molta gente non giocava, osservava. Dopo un po’ Elena ci venne a chiamare, finalmente il cantante arrivò, ce ne rendemmo conto dalle urla festanti e deliranti dei fans. Andammo tra la folla per sentirlo cantare, solo poco dopo capimmo del perché tutti i cantanti italiani che non hanno grande successo al loro paese, vanno a fare concerti in Russia. La musica e le parole del cantante russo erano a dir poco obsolete e patetiche, ecco perché in quel posto i Phoo e Toto Cotugno spadroneggiano con i loro concerti. Ma si resistette… per circa un paio d’ore per non offendere le nostre amiche.

Si fecero, grazie al cielo, le due di notte e tutti d’accordo decidemmo di tornare in albergo, casa temporanea ospitante per noi , e fissa dimora per le “tipe” che ci lavoravano. All’uscita del locale, improvvisamente, mentre si stava attendendo il taxi, si avvicinarono minacciosi due poliziotti in divisa. Parlarono a voce roca  alta e severa con Maria e Elena, e poco dopo le afferrano per le braccia e le trascinarono verso un auto di servizio. Le ragazze si girarono per cercare di parlarci, ma vennero ripetutamente strattonate, e noi non capendo cosa loro tentavano di dirci in quel russo misto all’italiano dal quale l’unica cosa certa eravche traspariva un velo di disperazione. Rimanemmo sbigottiti, io e Michele, senza parole, e cercando di capire cosa avremmo potuto fare. Nel mentre si avvicinò un ragazzo sulla trentina di bell’aspetto e si propose a gesti di portarci in albergo con la propria auto. Noi, ancora trafelati e un po’ sgomenti accettammo subito pensando fosse stata una coincidenza fortunosa quell’invito. Ci avviciniamo all’auto, una jeep di piccole dimensioni, e da una delle due porte vi scese una seconda persona per reclinare il sedile e farci accomodare nel posteriore. Anche l’altro era un giovanotto dalla bella apparenza. Inizialmente sembra tutto normale, del resto noi eravamo preoccupati solo dalla sorte delle due povere ragazze. Partimmo e mentre uno dei ragazzi guidava, l’altro si era girato verso di noi per conversare, e mentre lo faceva ci accorgemmo che sembrava prenderci in giro. Anche l’amico alla guida sghignazzava di tanto in tanto senza apparente motivo. Improvvisamente estrasse delle foto dalla tasca e indicandocele ci disse se desideravamo compagnia femminile, proponendoci alcune sue presunte ‘cugine’.

Alla nostra risposta negativa, incalzò con l’offrici droghe, e ancora una volta noi rispondemmo di no. Immediatamente ci rendemmo conto che la strada fino ad allora percorsa era molta di più dell’esigua distanza che ci separava dall’albergo. Io con gesti e parole sconnesse feci presente ai due il particolare, e per tutta risposta il tipo alla destra di guida, estrae una pistola di grosso calibro dalla tasca e la rivolge verso di noi sorridendo beffardo. Merda, la tensione si fece altissima. Il mio amico non diceva nulla, atterrito e totalmente incapace di reagire. Io non fui da meno, ma del resto pensai… Questi se avranno tutto ciò che abbiamo in tasca ci lasceranno andare, ed è così che cominciai implorante ad intrattenere una specie di trattativa.

Per cominciare con gesti pacati, mi sfilai il Rolex per infilarmelo lentamente nelle mutande, aiutato da un buio pesto. Infatti mi accorgo che ci hanno portato in una fabbrica enorme dismessa, priva di qualsiasi forma di illuminazione. Doveva essere stata una siderurgica a giudicare dal suo aspetto ferroso e sinistro. Scena da film, ma di film non c’era un cazzo, era tutto maledettamente vero. Ho davvero sinceramente pensato che la nostra ora fosse  giunta. Fanculo…morire così a tremila km da casa. Con la forza della disperazione, mi rivolsi al mio compagno di sventure invitandolo a darmi tutto ciò che aveva in tasca, vincita compresa. Metto tutto il denaro insieme e lo offro a quello con la pistola cercando di spiegargli che era inutile che ci uccidesse, e anzi se ci avesse accompagnati all’albergo gli avrei consegnato altro denaro. Questo prese il denaro sorridendo da stronzo come per risposta, grazie a Dio positiva, il suo amico alla guida avviò  l’auto e ripartimmo. Ad un certo punto, percorso poche centinaia di metri intravedemmo un bagliore in lontananza. Sembrava una pattuglia di polizia, di quelle che controllano gli ubriachi o i drogati di notte, e così fu. Il mio amico finalmente ebbe un sussulto di gioia, e io con lui. Siamo salvi, pensammo. Ma ecco che senza essere fermati, i nostri due sequestratori si fermarono proprio di fianco ai poliziotti e tranquillamente si misero a confabulare tra loro. Di tanto in tanto, con le sigarette accese, poliziotti e stronzi si rivolgono a noi ridacchiando schernendoci palesemente. Avremmo dovuto  ricominciare ad implorare, e peggio di prima se pure le forze dell’ordine erano tacitamente complici. Terrore a mille! Poi inaspettatamente, improvvisamente come era cominciato quell’incubo tutto finì.  Ci lasciarono andare dopo circa un ora, esattamente fuori dall’ingresso dell’albergo, che scoprimmo il giorno dopo essere distante solo qualche miglio dal casinò, pochi minuti di auto trasformati in un ora di paura.

In camera di corsa a farci passare lo spavento ringraziando Dio. dello scampato pericolo. Non appena ci riprendemmo dallo shock ricomponemmo tutta la storia, ci fu chiaro che al casinò ci stavano tenendo d’occhio. Da lì è partito tutto, ma la cosa più disgustosa è stato che anche la polizia era d’accordo. E le ragazze? Arrivarono  verso le 6 del mattino dicendo di essere state sequestrate in una stazione di polizia, e ci fu dato pensare che avevano subito violenza per poter tornare indenni. O forse erano tutti complici? Chi se ne frega! L’importante è che fosse finito quell’incubo tremendo. Mancava ancora un giorno alla fine della vacanza, ma lo trascorremmo interamente in camera, la voglia della partenza dall’Italia lasciò ora il posto alla voglia di tornare al più presto sui nostri passi. Era il primo mese del primo anno del nuovo millennio che noi si iniziava con la paura di morire.

Non sono pentito di aver fatto quel viaggio, non mi pento mai di ciò che faccio, al limite rimedio, è stata lo stesso un’esperienza indimenticabile, di certo non la ripeterei mai più, non almeno in quel modo, vittima di superficiali bulletti da città. Pensai che la prossima volta che semmai volessi ritornare in Russia, non andrei di certo a Mosca, ma a S. Pietroburgo… e con mia moglie, mentre ora ritorno sulle ruote della mia moto che sta salendo su per la strada che porta da Pianico a Sovere, direttamente spedito senza indugio al Santuario della Madonna della Torre. Scorro veloce il rettilineo e al suo finire, davanti sempre dritto per la Valle Borlezza e nel mentre scorsi di sotto, a fondo valle, una vecchia fabbrica del l’ottocento. Un fabbricato che sembrava un enorme scatola di scarpe, con decine di buchi asimmetrici per finestre. Una fabbrica che la fantasia mi suggerì essere tessile, costruita sul greto di un importante torrente che ora pare l’enorme schiena scheletrica di un dinosauro che serpeggia ai piedi della valle. Una fabbrica che mi fece pensare alle centinaia di famiglie che in quegli spazi donarono gioventù, speranze e futuro. Una fabbrica che per soggezione ispira rispetto e anche tenerezza, e proseguii per il Santuario della Madonna della Torre… quel posto incantevole che ispira quiete promessa ad ogni sguardo.

Alla Madonna della Torre, unii il mio cuore ad un Altra persona, l’ho unito per la parte riservata al grande rispetto che nutro per una grande amicizia. Aristea, che non mi interessa dire cosa abbia fatto o chi sia, mi importa solo dire di Lei che mi fa vedere il sangue sulle camice dei pistoleros del Far West colpiti da un proiettile… e… non si vede mai sangue nei film dei pistoleros, lo si deve solamente immaginare, e io con il prezioso dono della sua amicizia, ora viaggio immaginando la realtà che vivo… e questo è tutto, questo è Lei, la mia Ari.

E mi si imbiancarono gli occhi davanti al Santuario. Ero arrivato. Arrivai con il minimo del motore in sforzo per non fare rumore, per non infastidire quel l’incanto di mura bianche dov’è si respira serenità, dove si respira Santità, alla Madonna della Torre. In Sovere.

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