Sulla strada dei ricordi su due ruote 4to capitolo

… E da Sovere riparto. Inforco il “panzer”, mi spingo al l’indietro con le punte dei piedi per farmi largo sul davanti.  Il Santuario della Madonna della Torre è l’apice della collina che la ospita, così, io e moto giù per la discesa a motore spento, che per rispetto avviai qualche centinaio di metri più sotto. Percorsi la strada del grazioso e delicato paese di Pianico che ti costringe in un budello tra case e qualche caratteristico negozio artigianale del luogo, sempre senza fare troppo rumore.

Esco dal vecchio caseggiato e incontro di nuovo giù a valle, “la scatola di scarpe piena di buchi”, quella fabbrica dismessa che vidi andando al Santuario… la vidi nella sua interezza nel tanto che attraversavo uno stretto viadotto ad archi che ad osservarlo meglio ricordava un antico ponte romano… e me lo faceva rivedere con un pizzico di malinconia quel posto vissuto da tante storie di vite ormai dimenticate. Salgo su per la china tortuosa che da Pianico porta a Sellere, il paese che attraversandolo, salendo, sulla destra regala l’unica svolta possibile da una strada accessibile per Bossico, se in alternativa non lo si raggiunga a cavallo per sentieri nei boschi dal versante opposti la montagna in località S. Lucio, un borgo sulle montagne di Clusone dove ho vissuto molte feste. Un caratteristico punto di ristoro per viandanti a piedi o a cavallo. Come feci io con Flaminio, mio suocero, a cavallo in un bellissimo paese montano, Bossico, da dove si respira aria pura. Sembra che quel paese sia avvolto dai boschi, sembra sia fiero di esistere…

Ho trascorso molte feste, a S. Lucio, quasi tutte frugali di ripartenza da quel punto per una noiosa e estenuante “gita domenicale a cavallo”. Che non era di certo il mio miglior modo di intendere, cavallo e cavaliere nei boschi. S. Lucio, S. Lucio… mi venne alla mente il ricordo più bello… una Sposa. Quel giorno si sposava Nicoletta con Angelo, un nome di fatto. Ricordo un particolare di Lui, la sua umiltà che prevaleva e prevale su tutto.

Un giorno di qualche mese prima del matrimonio, andammo io e Susy da Nicoletta, dovevamo far fare lavori di fino ad una vera sarta, e come solito Nicoletta dopo aver alzato le mani al cielo per l’ennesima cucitura difficile che gli avevamo commissionato di fare, ci offriva un paio di calici di rosso e qualche tipo di formaggio fatto dalle mucche di sotto nella stalla. Così si chiacchierò del più e del meno, finché prima di andarcene, Nicoletta ci fece visitare l’alcova dei promessi sposi, ancora non erano sposati Angelo e Niky.

Avevo appena raccontato a Nicoletta di una nostra “impresa”, io e Susanna eravamo reduci di fresco da una camminata tra le baite e i rifugi d’alta quota, Valbondione, rifugio Coca, salire sulla forcella con un pezzo di sentiero cordato, che arrivati al di là del versante che si apre su una valle brulla e scoscesa con al margine la maestosa diga del Barbellino che si stende come un severo tappeto plumbeo sotto lo sguardo.

Li di fianco il Curò, un altra agognata meta di pernottamento. Dormimmo li, al Curò sulle rive della imponente diga dalla mole gigantesca. Da un lato le mura che respingono con tutto il loro vigore l’impeto di quiete apparente delle acque cristalline di fonte, dal l’altro lato un muro che dalla cima scende allargandosi a cono verso valle, un muro secco che visto di lato sembra sia una parte del mappamondo senza Poli… con poche erbacce, un muro che fa paura visto dal basso al l’alto. Solo gli stambecchi abbarbicandosi possono salire per le sue rive ripide che per poco non sono del tutto orizzontali. Si abbarbicano. Il celo solo sa come fanno quegli ungulati a brucare preziosissimi sali minerali necessari per la loro dieta, in sospeso come sul l’ultimo gradino di una lunga scala nel l’intento di raccogliere una delle ultime pesche rimaste sui rami più alti.

Al rifugio Curò cenammo in compagnia di amici carissimi e finimmo con un paio di grappe la serata, gustandoci un film proiettato direttamente da uno schermo gigante affisso a tutta parete in fondo alla sala da pranzo del locale. Un film che tanto per rimanere in tema, parlava di una spedizione di due carissimi amici americani tra le vette più alte del mondo. Uno solo dei due amici fa parlare ancora di se per le sue gesta alpine estreme. Poi, tutti a nanna e il mattino seguente in marcia per il ritorno a casa con partenza dal Curò. Sempre in vetta e dopo alcune ore di marcia, arrivammo a Lizzola, l’ultimo avamposto della valle Seriana, lì, a valle la strada statale si interrompe, in alto il rifugio Mirtillo in bilico tra due confini, pranzo, e di nuovo in marcia, giù per le piste secche da sciatori che portano in valle Sedornia… che se dovessi descrivere quella piccola grande valle, penserei ad un angolo del parco di Yellowstone… tanto rimango estasiato tutte le volte che ho occasione di rivederla.

Raggiungemmo la valle dove scorre un ruscello che d’inverno scompare sottoterra coperto da una coltre di ghiaccio, eravamo stanchi spossati, mancava il numero perfetto di km. da percorrere, Tre, non ce la facemmo… data l’ora, pensammo che Elio, un nostro carissimo amico avesse finito il turno del suo lavoro che fa come bravissimo muratore. Lui è di Boario Spiazzi, una frazione Montana del borgo medievale di Gromo giù a valle, pensammo di chiamarlo al telefonino per chiedergli un passaggio con la sua Defender.

Anche noi a quel tempo si abitava a Spiazzi di Boario. Fortuna volle che passata una decina di minuti nel bosco spuntò da una curva di strada sterrata la jeep di Elio…  fummo “liberati” da quella estenuante marcia di qualche ora al giorno per i tre di marcia che in toltale io e Susy percorremmo, e ci portò direttamente sull’uscio di casa. 14 anni vissuti in quel bellissimo appartamentino con soppalco di legno e mura di pietra, con grate usurate dal tempo alle finestre, un generoso camino che ci allietava con le sue allegre schioppettate di legna e brace sin dai primi temporali estivi d’agosto. La’ sta quel magnifico angolo di Paradiso terrestre dove è possibile salendo un poco verso il rifugio Vodala a 1700 metri di altitudine o al monte di fronte, Cornalta che ospita la sua Madonnina tanto desiderata e al fine ottenuta da Don Virgilio, da dove si può ammirare il massiccio della Presolana, la montagna per eccellenza di Bergamo, e sotto, in basso, si può ammirare gran parte del lago d’Iseo.

Era un giorno soleggiato, si sudava dal sotto il casco, un soffio di vento penetrò dalla visiera semi aperta  e trasportò  con se malinconici ricordi d’un tempo che nella vita di un uomo si dividono in decenni, fatta eccezione dei primi due che ci sfuggono scivolosi tra le dita, arsi da sete di vita. Dopo i primi vent’anni i ricordi delle persone si consolidano e a chi più, a chi un po’ meno insieme alla più matura consapevolezza del saperli vivere, si fortificano, e per renderli più solidi ed imparare ad eliminare il peggio, in genere ci si siede dopo i famosi “anta” a chiedersi  cosa si è fatto, dato e ottenuto dalla vita.

Cosi che per descrivere quei 14anni vissuti in quel bel posto perlopiù nei periodi estivi e natalizi, partii con i ricordi dalla fine di quegli anni trascorsi, come si fa ora in parecchi film dove la storia inizia dalla fine. Spiazzi di Boario… “ogni giorno si aprono nuovi orizzonti nel cammino d’ogni essere umano”.

Per quell’uomo ancora un po’ troppo con la testa di un ragazzone i pesci tirati in barca non erano molti, le reti erano miseramente vuote nonostante si credesse un gran pescatore. Qualcuno a reti rotte s’arrende, e non pesca più, finendo in una stiva con loro. Lui capì di aver esagerato con l’autostima e prima dei cinquanta si sedette a ripararle, del resto i buchi nella rete non erano molti e qualche carpa l’aveva presa insieme a qualche trota che aveva saputo donare a chi aveva fame.

A quel punto può capitare che dopo qualche errore riconosciuto, un abbondante decennio a venire lo si viva con tale convinzione e cuor leggero che ci si lascia andare… anche troppo e si ritorna felicemente un po’ più giovani.

D’incanto si rivivono belle esperienze che per distrazione s’erano dimenticate, e all’uomo capitó di sentirsi parte integrante di un graziosissimo paese di montagna sano come il suo bosco e i suoi sentieri che salgono fino alle cime innevate attraversate da corsi d’acqua limpida, un paese anche sano di persone con scarpe grosse e camice di lana con principi e moralità apparentemente ineccepibili.

Un paese che all’uomo insegnava la retta via con l’esempio, sembrava regnare un antico andare dei tempi dove poter rintemprare lo spirito e poter riparare le reti lontano da città piene di ingannevoli sensazioni di benessere. Ci si lascia andare in questo paradiso ritrovato, talmente tanto da abbandonare le proprie abitudini per abbracciare indistintamente tutte quelle dei paesani per non offendere morale e abitudini di nessuno di loro.

Le allegre sbicchierate offerte alla ora dell’aperitivo dopo una giornata di lavoro o dopo la messa serale con gli anziani del posto, erano inezie in termini onerosi in confronto al piacere di vedere sorridere divertiti tra una battuta e l’altra i compagni di bevuta, anche perché un calice di vino bevuto in un paesino sul monte costa un terzo che berlo in città, quindi era facile per l’uomo esagerare.

E ancora rendersi utile portando nuove stoffe per i costumi di Natale, così che la Madonna con Gesù tra le braccia in groppa a un asinello fosse più bella, e così S. Giuseppe, magari anche rappresentandolo di persona nella consueta recita nelle vie cittadine alla ricerca di un albergo che li potesse ospitare, come si fosse in fuga nel deserto.

Come quell’uomo dalle reti buche non mancava mai di portare un fiore in chiesa o di servire i tavoli e sparecchiarli alle sagre paesane indossando una maglietta di colore diverso di appartenenza ideologica o politica, l’uomo lo faceva esclusivamente per il piacere di compiacere, il bicchiere di vino bevuto mangiando pane e cotechino in compagnia a sagra conclusa non cambiava colore per Lui, fosse un nero, un rosso o un bianco, amava e ama solo Dio., colui che gli insegnò a riparare (e ancora e per sempre insegna a riparare reti da pesca di ogni tipo…)

Serví spontaneamente anche costine e polenta alle feste degli Alpini, tesserandosi per anni come simpatizzante pur non avendo fatto “naya” e pur essendo tesserato da anni con i Bersaglieri, ricordo di un padre avuto orgogliosissimo di appartenervi. Aiutava non per aderire ad una forma di militarismo per grazia quasi scomparso che l’uomo rifiutava a priori, ma per un ulteriore tentativo d’inserimento di quel contesto sociale. Del resto i gloriosi inconsapevoli soldati d’un tempo, sono di fatto i volontari di oggi al servizio di tutti, quindi convinto di questa sana ‘trasformazione’ del presente anche per onorare nel contempo la memoria di persone che hanno combattuto per la libertà del suo Paese. Era e pareva bella, pulita la realtà di quel piccolo accogliente paese di montagna. Tornei di calcio ‘balilla’ con omini di baccalite o tornei in notturna di calcio sul campo sterrato dell’oratorio organizzato per giovani e per gente con ‘pancetta’ dove altrettanto giovani donne e ragazzini  venivano coinvolti facendo da spettatori urlanti e da cheer leader scatenate, il tutto annaffiato a fine partite da abbondanti bevute di birra e vino che inzuppavano nelle torte preparate da mamme del luogo.

Non di rado il parroco partecipava imparziale alle premiazioni. Sembrava tutto facesse luccicare il cuore in quel grazioso paese. Divertenti karaoke improvvisati dai gestori dei bar, pranzi e cene organizzati tra baite per commemorare eventi sacri o privati, ma anche ricorrenze commemorative d’ogni tipo. Di rigore, l’uomo per rispetto di tutto e di tutti si recava per un buon pranzo da Tizio, per una pizza con birra da Caio e una bella bevuta da Sempronio, e per il cappuccino del mattino sempre lo stesso posto con il caffè e sorriso migliore, dalla Jole. Ci si lascia andare in un posto simile, forse troppo. Lunghe chiacchierate al bar dell’oratorio gestito a turno da volontari di “vecchi saggi” e giovani nipoti. Nonni del paese con cui si parlottava per ore in compagnia e tra uno sprizt e una sigaretta, raccontavano il loro passato, chi di taglialegna in Francia, chi di minatore e chi di contadino rurale, nel mezzo i racconti che lasciavano più a bocca aperta l’uomo che stava imparando a pescare, quello dei Partigiani che avevano servito la grande guerra.

Mesi e mesi passati ad ammassare ciottoli e pietre per farne muretti che abbellissero se possibile, ancor più i bei sentieri boschivi di quei monti. Matrimoni vissuti con viva partecipazione e funerali pianti con sincera commozione per la scomparsa anche solo di un ‘conoscente’.  La storia di dove molto più di un decennio vissuto da quell’uomo tra quei monti che non si risparmiò nel servire la comunità in modo completamente disinteressato, mettendoci sempre e solo del suo… come due anni e mezzo su e giù per la valle per cercare di insegnare a degli adolescenti con ormoni bollenti, i crismi principali del Santo Rosario, perché prima d’allora per quei giovincelli, Maggio era solo primavera, diventando in seguito il mese della Madonna. Ai Cresimandi l’uomo regalò ad ognuno un dipinto che li rappresentasse immortalandoli in un bel ricordo di gioventù. Ci si lascia andare in quel pondo irrorato di luce. L’uomo si abbandonò ad un bel passato mai vissuto prima. Troppo si abbandonò.

Poche centinaia d’anime vivevano e vivono in quel luogo incantato, molti pareri apertamente mai detti tra loro e dopo alcuni anni molti dissapori accumolati, così che il nucleo lentamente forse senza consapevolezza si ridusse a gruppi sempre più esigui di pensieri e cuori. Separati in casa, e l’uomo rispettoso stava a guardare incurante di appartenere a qualcuno in particolare perché per Lui ognuno aveva qualcosa di buono da dire e da dare, sempre al servizio di chi in qualche modo avesse bisogno di un qualche cosa. Bastavano le montagne e l’amore della sua donna a quell’uomo, il resto era uno splendido contorno, gli bastava guardare fuori dalle grate di quella finestra per scorgere la verità tra le nubi che si diradassero dopo un temporale lasciando arrivare un bellissimo arcobaleno, il camino acceso e nel mentre bevesse un buon bicchiere di vino finalmente vedeva le cime dei monti più alti all’orizzonte che ora lasciavano vedere chiaramente il bianco scialle di neve appoggiato sulle loro spalle. Il camino sempre acceso e le passeggiate con i suoi cani adorati nel bosco prima facesse buio pesto. Era entrato in quel bellissimo mondo quell’uomo, e si lasciò andare per riparare con calma le sue reti. Si lasciò troppo andare.

Quell’uomo che di certo non era ne migliore ne peggiore di nessun altro, visse felicemente il suo tempo in quel bellissimo paese tra terra e cielo fra pace e serenità ma… un bel brutto giorno si permise costruissero delle autorimesse nel borgo storico dove viveva quell’uomo deturpando la piccola piazza antistante e togliendo l’unico fazzoletto di terreno a disposizione dello stesso uomo, la sua gente e i suoi cani. Glieli costruirono in faccia quei box maledetti togliendo quel niente di verde a disposizione per la quasi esclusiva di persone che in quel grazioso paese dopo tanti anni non hanno mai bevuto un solo caffè al bar e hanno sempre disdegnato qualunque manifestazione folcloristica di qualsiasi genere, perché nella loro città sono considerate pagliacciate di tempi andati, feste religiose comprese.

Ma la sfortuna quando arriva è sempre accompagnata da un amica e non bastasse, qualche giorno dopo che i lavori di deturpazione paesaggistica e dei cuori fu avviata, si presentò a casa dell’uomo un povero vecchio a bordo di un automobile di media cilindrata, possidente di multiproprietà in Italia e all’estero che recepiva una pensione più che soddisfacente. Si presentò armato di mano e nel cuore per pretendere la restituzione del doppio di quanto si era pattuito per un affare andato a male per entrambi. Ovviamente per legge venne condannato pecuniariamente il “povero vecchietto” perché in carcere a 80anni non si va, ma per la legge degli uomini il mascalzone era quell’uomo che sembrava tanto bravo, adesso ci si spiegava il perché delle allegre innumerevoli “sbicchierate” offerte al bar quindici anni prima. Qualcuno pensò che adesso si capiva da dove venissero i soldi per i quadri regalati dieci anni prima, con il doppio dei soldi pretesi ma mai dati per un affare andato a male per entrambi 15 anni dopo, caspita!

Un gran mascalzone mistificatore quell’uomo che riparava la sua rete… e ben gli stette se in 15 giorni si brució 15 anni d’amore che aveva tentato di dare e avere. Quell’uomo credeva che il solo portare rispetto per scarpe grosse e camicie di lana bastasse per integrarsi, ma si sbagliava, aveva confuso l’amore della natura con quello degli uomini. Non c’è l’amore necessario dove si getta cemento in un antico borgo, non c’è sufficente amore dove uno strozzino viene osannato. Il cuore di quell’uomo non ce la fa più a tornare, ci ha provato ma non ce la fa più e non certo per paura di qualcuno o di qualcosa ma per un immensa inguaribile delusione.

Quell’uomo cercherà altri boschi senza permessi di orrori urbani, altra gente con cui parlare tenendosi ben stretto nel cuore il ricordo di alcune persone che fortunatamente in quel grazioso paese conoscono l’amore, un posto nuovo bello uguale con monti, neve e sole. Non piove più, è sparito il buio è tornato a risplendere il sole. I ladri scappano, l’uomo non è scappato, senza rancore ma con un altro buco nella rete del suo cuore in più da rammendare, è solo alla ricerca di un posto migliore. Quel l’uomo ero io, quel l’uomo sono io e ho già trovato un posto ‘migliore’ e farò tutto ciò che fa un villeggiante, Buongiorno e Buonasera, come stai, e che tempo fa, indosserò solo T Shirt  bianche che alla fine è il mio colore preferito forse perché non lo usa nessun partito politico esista e sposa bene con l’immenso del Cielo.

Stavo raccontando di una gita tra i rifugi di montagna a Nicoletta, prima di visitare la sua casa, stavo dicendo delle nostre gloriose gesta, e ancor più puntavo il dito su di me che di anni ne ho 10 in più di Susy. Mi vantai  con Niky di quello che feci, intanto guardavo gli arredi di casa, tende e divani… fui colpito da molti quadri che ritraevano Angelo, berretta di lana in testa e con alle spalle montagne ghiacciate con vette innevate.

Angelo, entrò in quel momento che io e Susy si stava  per andare… entrò dalla porta annunciandosi con il “permesso” anche se a casa sua, e furono saluti e abbracci di rito. Ci risedemmo, tutti e quattro, bevemmo ancora vino e mangiammo altro formaggio, quella volta di capra e non di mucca, sempre nel l’ovile accanto alla stalla di sotto. Tronfio raccontai anche ad Angelo di aver camminato a lungo per i tre rifugi che visitammo. Lui ascoltava, annuiva e faceva smorfie di stupore misto ad ammirazione. Appagato il mio ego, per essere parimenti gentile con Angelo e Niky, iniziai con i complimenti per l’arredo del loro appartamento, poi mi rivolsi a Lui, e incuriosito gli chiesi, dimmi un po’ Angelo, cosa sono tutte quelle foto affisse alle pareti della camera da letto e nel l’anticamera che ti ritraggono in vestigia invernale ai piedi di monti pieni di rispetto!?

Quasi imbarazzato, Angelo mi rispose che sono ricordi di sei vette conquistate oltre i ‘seimila’ e una di ‘settemila’… paonazzo non seppi più che dire… e Angelo continuò dicendo che tre mesi prima, ogni sera dopo il lavoro, per allenarsi ad ogni scalata, andava da Valbondione al rifugio Curò, e alle 9 di sera rincasava per doccia e cena, poi a nanna presto. Praticamente faceva ogni giorno per tre mesi il percorso che feci con Susy in tre giorni, con pasti, pernottamenti e sollazzi vari, per poi, dulcis in fundo, scalare un ‘seimila’, quando non il ‘settemila’.

Fu un bel matrimonio quello di Nicoletta la sarta di sangue Portoghese e l’Angelo di sangue Bergamasco, fu un bello sposalizio quel giorno a S. Lucio. Lei arrivò da una strada nel bosco vestita di bianco timido trasportata sul rimorchio da un trattore da montagna, Lui l’aspettava con i suoi oltre trent’anni, o quaranta, timido come chi non si aspetta un evento tanto felice.

E ancora vengo trasportato dagli effluvi dei ricordi, anche se avevo aumentato il ritmo di marcia… continuavo a pensare a quel matrimonio… uno degli invitati era Domenico, il “Meco”… cantai con Lui al matrimonio, saranno state le 5 del pomeriggio e non eravamo ubriachi… di più, perciò dire che stavamo cantando è una bestemmia. Urlavamo a squarciagola anche le canzoni degli Alpini più tristi. Raramente nella mia lunga vita ho avuto il piacere di assaporare delle sensazioni tanto sublimi. Non stavamo fingendo, io e il Meco, scarabocchiavamo canzoni e prima che dalla bocca passavano dal cuore.

Il Meco è un grand’uomo di nome e di fatto, come Angelo lo sposo e se esistesse una scala dei valori forse Meco qualcosa in più, e il perché si saprà leggendo. Vive le sue giornate di duro lavoro e in qualunque momento ha un sorriso per tutti, e le notti le passa con la sua Adorata Michela, una ragazza ormai donna, completamente Disabile di corpo ma è di già la più Abile nelle aperture del Cielo con l’Anima… lo fu da quando nacque.

E Domenico, il Meco, ogni notte gli veglia accanto per accudirla ad ogni suo vagito d’aiuto. Ogni notte. Dopo una dura giornata di lavoro. Meco è un signor muratore, ho cantato con Lui quel giorno, alle cinque del pomeriggio e non eravamo ubriachi, di più… ma se ricordo ancora quella bella faccia da brav’uomo che sapeva riempirmi il cuore nel l’intanto che cercavo di accordarmi al suono della sua voce nel l’intonare con Lui, vuol solo dire che è un brav’uomo. Sposato con una brava donna, Caterina. Son tutte brave le Caterina, Lei in particolar modo non finisce mai di stupire. Caterina è un delicato fuscello chiomato d’oro che la si può amare perché sembra una bambola famosa, ma il Meco ben sa che se si arrabbia la Caterina son guai, e per rendersene conto basta vederla cantare nel coro della sua Parrocchia, quel l’esile pulcino biondo, “tira fuori” acuti da far accapponare la pelle, e non bastasse, è Lei la mamma di Michela. Una splendida coppia benedetta da Dio.

È stato un bel matrimonio, Lì a S.Lucio, che chiamarlo rifugio a 1000 metri di altitudine stona un poco. Si sale ancora poco più su per arrivare a Bossico con i cavalli. Anni prima a Bossico ci andavo ma per strade asfaltate e non con un cavallo ma con 400, quelli della jeep Cherokee che avevo in affido dal Belot che a sua volta, avevo paura fosse in affido… non esattamente consentito, del resto pagare una macchina il 50 per cento del suo reale valore, ti rende felice ma lascia anche qualche serissimo dubbio, che al l’età che avevo trasformavo come al solito in adrenalina pura… andava bene tutto allora, meglio se strano, meglio se strampalato come il cervello che ci si ritrovava il mattino seguente dopo una notte di bagordi. Il lavoro possibilmente si faceva fare a qualcun’altra persona, la donna era meglio fosse quella di un altro e perciò alle ortiche il dubbio di chi fosse l’auto, rimaneva intestata al Benvenuto… e noi con quella si partiva da S. Lorenzo, dopo l’aperitivo al bar della Lucia, la sorella di Nicola uno degli allegroni che si accompagnava con Elena essendo da sempre il convivente, Elisabetta con il suo ex marito Luca, Susy e chi sta scrivendo.

Si raggiungeva Bossico, si andava a cena da due amici che ancora abitano e lavorano in quel posto, il Piero e la sua moglie Eli. Arrivavamo già carburati in prosecchi e bianchini che ne avevamo perso la conta, e io e Nicola ci guardavamo negli occhi sconsolati come chi deve affrontare una prova di coraggio, si era semplicemente davanti a una tavola imbandita con la teglia piena di verza avvolta intorno a un ripieno di carne bene insaporita,  polenta e capú, e al centro della tavola un bel bottiglione di vino scuro come il sangue di toro, l’acqua era un optional a richiesta… ci guardavamo negli occhi per darci reciprocamente il coraggio per affrontare una prova tanto grande, mangiare…

Il Piero e la Eli solitamente non erano messi molto diversamente da noi, anche a Bossico ci sono i bar, lo stesso fra chiassose risate e aneddoti goliardici raccontati a turno da tutti per divertire, qualcosa si mangiucchiava e siccome le ‘feste’ le facevamo solitamente il sabato, chi ospitava gente, il giorno dopo, di domenica sicuramente finiva gli ‘avanzi’  della serata precedente, unica cosa che serviva per rifornire la tavola era andare in cantina anche di domenica a prendere altro vino e grappa, quelli non li rifiutava mai nessuno.

Si ragionava così e ci comportavamo in quel modo prima del 2000 e perlomeno io ragionavo e mi comportavo  in quel modo… al l’insegna del l’ “imparo dopo”… adesso non ho tempo.

Mi sveglio, mi butto giù dal letto, se ho riposato quanto basta mi sento lo stesso stanco ma sveglio di testa quindi mi riprendo. Esco dall’uscio non voglio pensare all’oggi, sono un perfezionista, già pensato il da farsi il giorno prima. Che posso godermi il cappuccino con mezza brioches, che mi leggo qualche riga di giornale, quando brucio sul tempo la tipa bionda che entra al bar e trafelata sembra cercare disperatamente un tesoro nascosto, ma semplicemente brama il quotidiano più di ogni altra cosa. Faccio e dico le più stupide cose, che non m’impegnino la mente, deve e può rimanere sgombra ancora un po’, solo ancora un pochino.

Il rito di due parole con chi ti capita a quell’ora, che centra sempre la situazione meteorologica… e quanto ha rotto le balle la pioggia, e sempre più raramente quando sei stanco di portare gli occhiali scuri. Lo scambio di un idea con il barista al momento di pagare il dovuto, è meglio se finisce con una frase ironica e simpatica, può andar bene anche forza Milan, quando sono un super tifoso del l’Atalanta… Devo proprio andare adesso, l’intanto che vado all’auto mi concentro su cosa per prima devo fare. Che come meglio, comincio dal peggio, quello che solo di primo pomeriggio preferirei evitare, e se devo viene male. Sono carico, il peggio vien lieve, vieni toro che ti prendo per le corna, di certo ti atterro, che se perdo m’angoscio. Ma è mattino, basta che metta il giusto spazio, quel che ci vuole per me quel giorno, quella mattina, non so’ non lo so’ mai, come posso saperlo ogni giorno per me, per tutti, e’ un altro giorno. Che arriva un altro toro, ci metto un pelino di sale aggiunto, che anche lui morde polvere. Poi a mezza giornata se ancora devo toreare mangio poco e meno ancora bevo uva, con buon margine di bello vinco di nuovo. Che arriva l’ora del te’ per certa gente, e finalmente mi si presenta davanti una capra, che per incazzata sia, ha le corna più corte del toro. E’ più agio schivarla, e se anche finisce “lei” a casa con tre punti, la mia donna la sera non dirà che brutto livido hai amore!

Il giorno s’è scurito, potrei persino evitare, ma dai che ti frega! oramai si vede bene che il colore è bianco, sporco di polvere, non c’è dubbio non devo faticare, si tratta solo di un agnello e di vincere quasi mi vergogno. Che se quando rivedo l’uscio di casa mia al contrario, do’ un grosso bacio alla mia vita, una complimentosa carezza ai quattro zampe, quel giorno ne ho vinte tante di battaglie. Che non mi si allontani mai l’Eterno, ch’io non debba far succedere tal guaio, che rialbeggi ancora domani per me, il cappuccino lo preferisco zuccherato. Questo è ciò che facevo e pensavo in una qualsiasi giornata delle mie.

2019, non ho più da combattere contro molti tori… i più si son fatti capre, e i più delle capre son diventati agnelli. Quando la vita ti dà segnali inequivocabili che il conto alla rovescia e già iniziato da un pezzo, lei, ti sfugge rinfacciandoti il traguardo che non hai saputo raggiungere… non rimane che tentare di afferrare disperatamente per la coda i valori che non hai mai considerato prima… e da tori si diventa agnelli.

Ho lasciato anche Sellere sono di già arrivato a Cerete Basso che sono qualche casa a destra e qualcun’ altra a sinistra con in mezzo una strada angusta che serpeggia tra il caseggiato per sfociare in una specie di mausoleo pontificato che é anche l’ingresso alla gradinata che porta al cimitero del paese. Ai piedi della gradinata quasi sembri sorreggere l’arcuato mausoleo, una delle poche meraviglie di quel paese, una chiesa che risale ad altre epoche peraltro sconsacrata o peggio dismessa, lasciata al l’abbandono dei ricordi.  Il resto che magari sembra possa mancare, lo fa la natura che rende Cerete Basso un avamposto speciale nel mezzo di quella valle che finisce al Vecchio Mulino, un ristorante che è come fosse incuneato in fondo al l’apice dei due punti che convergono al fine della valle stessa. Come una freccia si conficcasse al fine della valle Borlezza contro una collina che porta a Clusone. Belle curve da fare in moto. Spiani il motorone, e ti godi il limite del pneumatico che ti tiene in carreggiata. Quando la gomma slitta di un po’, regoli il gas e aggiusti la corsa. È bello andare in moto, è bellissimo lì, al Mulino Vecchio. Altro invito al matrimonio per me e Susy, Antonio e Sara. Lui un ‘marcantonio’ tutto muscoli con il viso da Dolph Lundgren, il biondo rasato alla militare russa del “ti spiezzo in due” in Roky ‘4’ con Stallone, solo che Antonio è moro, Lei, la Sara, un esile fuscello sbocciato in primavera… un altra ‘Kate’ che quando serve, si fa sentire nel coro.

Di quel matrimonio conservo un delicato pensiero di tutto l’involucro che avvolge quel ricordo, unica nota stonata ma “necessaria” di fine giornata, ‘stinca’ colossale di tutto l’alcol possibile ingurgitato e aggiungo… di più… tanto per non cambiare. Intanto sgasavo per le curve che avvolgono il Mulino Vecchio salendo verso l’altipiano che porta a Clusone, lasciandomi alle spalle la bellissima valle Borlezza. Ero diretto a Clusone. Finite le curve si entrava nel caseggiato urbano di quella bella cittadina, non ci fu il tempo necessario per pensare ad altro in sella alla mia moto. Non c’era spazio per pensieri e ricordi che non fossero di Clusone…

la prima volta che andai a Clusone fu per gelosia, e per cercare di spiegare il rapporto che avevo a quei tempi con la montagna, non posso che portare ad esempio quella volta che innamorato perso di Monica, mi fu detto dal solito ‘amico’ che Lei era al bar Cadillac di Clusone quella tal sera, in compagnia di ‘amici’… ‘83’, ‘84’, su per giù fu quel l’anno dei due.

Io, pluridecorato per l’assidua e costante presenza sulle spiagge di Riccione, io, che al massimo avevo frequentato Riva Bella o Rimini di passaggio per S. Benedetto del Tronto dove andavo a trovare di tanto in tanto una mia zia suora di Clausura, che si ribattezzò sposa di Dio. con il nome di Suor Emilia in onore al nome di Papà.

Era Autunno inoltrato, con il fiato gelido sul collo del l’inverno, io, dovevo equipaggiarmi per bene per affrontare l’altipiano di Clusone alto poco più di una dolce collina, dove mi dovevo recare per cogliere in flagrante la presunta traditrice. Doposcì ai piedi, jeans, piumino e tralasciai i guanti perché mi sembrò eccessivo. Arrivai in quel nuovissimo bar, si scendevano scale e ancora scale per poterti accomodare ai suoi tavoli, mi accomodai, e subito mi resi conto di essere vestito in quel modo ridicolo, come non bastasse, iniziò a colarmi sudore dal viso che era l’unica parte scoperta di tutto il corpo.  Da Alzano Lombardo da dove provenni, la temperatura era scesa di un nonnulla e non serviva di più che una maglietta portata con al collo buttato sulle  spalle una leggera maglia di lana leggera,  si era  ai 600mt. di altitudine. Mi vergognai molto, sopratutto quando ci intravedemmo io e Monica, l’imbarazzo fu grande come la luna e immenso come il numero delle stelle, lo stesso che dire di una vita intricata come la trama di una zanzariera.

Un altra volta che rividi Clusone, calpestai il suo suolo come le mie scarpe sapessero di essere a casa… ma a casa non ero quando l’abitai per pochi mesi con Susy, pochi mesi ringraziando il Celeste… tre immagini di quel momento in Clusone, tre significative immagini nella mia memoria nel ricordare quello squallido appartamento che affittammo…  il bagno, che di tanto angusto da essere riposto al di sotto di una scala, senza finestra, con vasca da bagno che ci si doveva sedere per essere coperti  fino al collo dal l’acqua, bidè e doccia, erano programmati da istallare in un altro secolo…

Questa è la prima fotografia della mia memoria, poi segue lo squallore di degrado fisico e mentale che mi accompagnò in quel periodo, e dulcis in fundo, una bella litigata a mani nude nella strada sottostante con il mio caro ex amico Michele per ‘questioni’ che di più basso valore morale non c’è. Che già questo episodio, appunto squallido, doveva essere preludio di avvertimento per quando decisi di partire con lui, destinazione Russia. Fu dal ritorno a casa d’allora che Michele diventò ‘ex’ amico mio.

Nella vita sono abituato ad affrontare le cose fino in fondo quando ‘credo’ in ciò che faccio, e sono ben consapevole di pagare ogni volta almeno uno strappo al tappeto verde del biliardo… se va molto male anche due, tre non può essere, se si pensa di aver compiuto una terza “steccata” sul tappeto verde in una sola partita, è segno che si è arrivati dove oltre non si può. Il Tre non fallisce mai. È il numero perfetto. E sono tre. Tre fotografie della memoria per qualche mese di tempo in cui avemmo la ventura di abitare in quei cinquanta metri quadrati androne scale compreso… un anno non fu di certo, quella ‘grande prova’ durò il tempo necessario di ‘aver capito’.  Tendo a rimuovere ciò che il passato mi ha insegnato, conservo il buono e non ho bisogno mi si ripeta la lezione quando sono ben consapevole di aver toccato il fondo… perciò il concetto rimane, il resto non conta. Non mi piace raschiare il barile.

Nella mia vita sono abituato ad affrontare le ‘curve’ con una certa disinvoltura, e superate quelle che dal Mulino Vecchio mi portarono direttamente al Bar ‘500’, ero sul l’altipiano clusonese. Il bar ‘500’, il bar del rione di capannoni della ex Radici, una filatura dismessa, ora i loro interessi si sono spostati ad oriente, finisce in uno slargo di catrame come ingresso e parcheggio, accanto il laghetto artificiale che dà direttamente sul l’eliporto di Clusone, che da lì avevo già macinato due ricordi di quella cittadina.  Ma ce ne sono altri… come quello di tre Amori presunti, con l’intermezzo di una quarta incomoda, uno solo l’Amore vero, quello che condivido per sua grazia ancora oggi.

É una storia intricata… di nuovo, come la fitta trama di una zanzariera. Altri ricordi che ho di Clusone. Una storia talmente ingarbugliata da sembrare una matassa di lana lasciata tra le zampe di un gatto. Son troppi i ricordi nostalgici che mi riportano in quel posto. Clusone. Che in cuor mio, non ho mai veramente desiderato, ne come nido d’amore, ne come socializzare con i paesani… non è antipatia, succede e basta, non tutti i posti sono quelli giusti per ognuno di noi. Troppi ricordi in quel posto, allora  mi fermai col bolide a bermi un caffè, magari al Cadillac, tanto per rinverdire i ricordi, è così feci.

Seduto ad uno dei suoi tavolini al l’aperto del bar Cadillac, sorseggiando il caffè continuai a pensare con le solite gambe accavallate ai quattro amori in cui credetti, fino a capire quale fosse la mia vera Compagna. Conoscevo la risposta quando da Ranica feci questo viaggio in moto di assoluto piacere, ma era bello ricordarlo ora che i giochi eran fatti.

Frequentai Clusone la prima volta con e per Monica, ma questo oggi non conta, conta molto di più il fatto che abbia abitato a Clusone con Susanna. Per un breve periodo di tempo io e Lei abbiamo convissuto in quelle squallide stanze, subito poste al principio del “budello” d’ingresso al centro del paese, la strada che imbocca Piazza Uccelli, dove tutt’attorno è una vetrina sul mondo, due pasticcerie, una gelateria, un caratteristico bar tabacchi con tre tavolini in alluminio cromato, la scalinata che porta al l’albergo dove alcune volte dormii, dove se è inverno mangi divinamente.  Le vetrine d’abbigliamento sportivo, un negozio semi sommerso dalla strada che vende chincaglierie ‘nostrane’ d’ogni tipo, suppellettili, utensili, lampadari vecchi, soprammobili in ceramica che riproducono Madonne e gondole veneziane, e per ultimo ma non per questo meno importante, anzi per me un dolcissimo ricordo, giù per la strada che porta fuori dalla piazza, il bar del mio carissimo e stimatissimo amico Fabio che il cognome lo evito, perché è lo stesso di un suo cugino di cui non nutro un particolare ricordo felice, ne Lui lo avrà di me, comunque nessuno dei due si è scottato le dita, e per questo è pari e patta… senza strette di mano.

Con Susanna ho abitato anche in tempi migliori ai Tre Confini, dietro di un trecento metri dal cimitero comunale di Clusone. Eravamo costodi di una bellissima palazzina immersa nel verde che confinava con una adiacente villa ormai quasi decadente immersa tra pini secolari. Tre confini, Clusone, S. Lorenzo e Rovetta. Dovevamo curare il giardino e per questo mi munii di un trattorino tosaerba modernissimo per l’epoca, curare il viale principale e aver cura degli alberi e fiori del giardino… e ‘tenere d’occhio la vecchia villa, quella dietro la palazzina, quella immersa tra i pini. Si faceva tutto ciò tra qualche ora rubata al giorno con non molta cura per i particolari, forse anche perché le nostri notti rubavano molto, moltissimo tempo alle nostre giornate.

Dopo di quel periodo le cose improvvisamente cambiarono. Susanna non era felice della sua situazione con me. Era troppo strampalata e bugiarda la vita che stavamo facendo assieme… giustamente insostenibile per Lei, e se ne andò a vivere per un breve periodo, in uno dei Tre Confini, Rovetta, praticamente a due passi da dove noi poco prima si viveva facendo i mezzadri.

Qualche tempo prima che Susanna mi abbandonasse, incontrai lo sguardo di due occhi azzurri che mi colpirono, lì, sul sagrato della chiesa di S.Rocco, quel Santo destinato a baluardo di una splendida chiesa a Piario. S.Rocco sta lì, con la sua ferita al polpaccio in bella mostra indicata dal suo indice medio proteso che indica la indica, che lo rese inabile dal camminare, e ai suoi piedi, il cagnolino marrone… quello che lo salvò da morte certa, provvedendo a portare a S.Rocco del cibo che riusciva a racimolare tra i rifiuti di un borgo vicino alla grotta dove alloggiavano. Dopo la funzione della S. Messa, incrociai lo sguardo di quella donna, alta bionda con un portamento che incute rispetto e ammirazione. Le cose tra me e Susy intanto stavano naufragando, e mi informai di Lei, della bionda sui tre gradini della chiesa. L’approccio fu facile, anche Patrizia quella volta mi guardò  intensamente, fu solo una lunga ‘occhiata’ che valse  più di mille parole… e ci innamorammo, o almeno io pensai lo fosse.

Invece con Patrizia successe che mi innamorai di Dio. Il suo mirabile esempio volto al l’amore verso l’Onnipotente senza alcuna costrizione, mi ha fatto innamorare di Gesù. Non capivo perché Patrizia andasse a Messa tutte le mattine. Lei aveva tutto, è bella, benestante, con una macchina da sogno e la più bella boutique di Clusone… perché andava a pregare tutti i giorni prima di iniziare una giornata di lavoro!? Io ero abituato a ricorrere al Padreterno solo per chiedere aiuto, Patrizia ci andava per Ringraziarlo… ripartii a parlare con Dio. da questa notevole differenza di vedere le cose.

Una sera si andò ad ascoltare il ‘suo’ Vasco in concerto e un’altra mi propose di andare in pellegrinaggio da Padre Pio… si univa il diletto con l’intelletto, e imparavo cose nuove come aver avuto l’onore di conoscere in un simposio sul l’esorcismo del più grande fra i grandi ora purtroppo scomparso, Padre Hamort.  Anche Melingo conobbi con Patty a Brescia, ex padre Melingo, quando lo vidi esorcizzare, parlai con Patrizia dicendole che non m’era piaciuto. Forse il suo arrivo con partenza da Roma in elicottero, non m’era piaciuto, troppa polvere si sollevava per un solo uomo.

Melingo, qualche mese dopo fu destituito dal suo ruolo ecclesiastico a tutti gli effetti per avere sposato una Sud Coreana se ben ricordo, e pare non fosse stata la prima volta che peccava contro la sua ‘dovuta’ castità. Dopo un anno e mezzo che trascorsi con Patrizia mi resi conto di essere affascinato da quella splendida donna, disdetta non fosse amore, quello mi resi conto di averlo per Susanna che mi aveva lasciato e a quel tempo lavorava in Sardegna come barista dopo essere anche stata in Liguria per nove mesi senza tornare a casa, e qualche mese invernale che trascorse lavorando come cameriera anche a Sauze d’Oulx, dove la mia Susanna si ammalò gravemente, perciò andai da Lei per rincuorarla  quando ancora stavo con Patrizia a cui feci sapere chiaramente dove mi fossi recato, fu l’inizio della riconquista del cuore di Susy.

Quando tornai da Patrizia le dissi che mi ero reso conto di essere innamorato di Susanna… dopo nove anni, sette di fidanzamento e due che passarono dacché mi lasciò, anche non mi volesse più, se ero innamorato di Lei, significava che non ero innamorato della stessa Patrizia che mi insegnò un altro ‘tipo’ d’amore e iniziai il percorso del mio lungo cammino che non è ancora terminato e dubito ne vedrò la fine su questo mondo. Dietro di Lui, con la mia Croce sulle spalle come insegna il quarto passaggio della salita di Gesù sul Golgotha che recita… Ognuno mi segua con la sua croce… e così da allora feci e sto “facendo”e continuerò a ‘fare’.

Presi un bel ceffone quella volta, quasi girai su me stesso, Lei pianse a dirotto dove s’era, sulla strada della via Carpinoni, una via che sfocia in Piazza Uccelli, quella dov’è c’è una magnifica chiesa ai suoi piedi, e sentii dentro me un profondo inizio di un cambiamento interiore, la mia Conversione. Ma si sa, non si cambia in meglio dal l’oggi al domani, così ci stette anche il quarto e unico incomodo, quella storia che non funzionò sin dal l’inizio, Mara.

Forse non volevo vigliaccamente rimanere solo, forse ero affascinato al l’idea di quella ragazza che fu la donna del boss, e comunque mi avrebbe portato un po’ più distante dai miei ‘veri’ dispiaceri di cuori trafitti.

Subito dopo Patrizia mi fidanzai con Mara, era stata la tipa di un noto spacciatore di “fumo” che importava andandoselo a prendere direttamente a nord, in auto . Fu una di quelle volte che Mara andò con lui in Olanda, fu l’ultima, ebbero un gravissimo incidente stradale e l’unica gravemente ferita fu Mara, dopo mesi di ospedale ritornò alla sua vita normale anche se con una camminata un poco meccanica e il modo di parlare chiaro ma molto originale, quasi bizzarro.

Era pur sempre una bella ragazza e non conoscevo pregiudizi di sorta, per cui ci fidanzammo, o almeno ci provammo. La storia che vissi con Mara, da Clusone si spostò in un appartamentino in Val Seriana, ad Orezzo e durò circa sei mesi, ma da come lasciava gli indumenti intimi buttati alla rinfusa per casa, per le estenuanti capricciose pretese di qualsiasi tipo a qualsiasi ora, per me la storia con Lei finì un mese dopo la nostra frequentazione. Pretendeva gli fosse fatto esattamente quanto dava in atteggiamenti amorosi… e questo significava che quantificava persino la quantità d’amore dato e ricevuto. Non era di certo un grande amore, fu solo una poco piacevole avventura… mi servì per distrarmi, desideravo evitare l’ossessivo rimorso di aver ‘perso’ Susy.

E poi ancora di Clusone ricordo quel mio ‘amico’ Maresciallo dei Carabinieri della stazione omonima, mi comunicò una restrizione di tre anni come sorvegliato ‘speciale’, e quando andai da Lui per chiedere spiegazioni, mi disse candidamente che non mi dovevo preoccupare, era appena ‘uscita’ una direttiva dal ministero e andava applicata. Probabilmente erano a corto di delinquenti comuni, e il mio ‘amico’ Maresciallo pensò bene di annoverarmi tra questi, anche se io al l’epoca, mi ero macchiato ( se così si deve dire) di reati “lievi”, cause civili. Che ti frega! Mi disse il Maresciallo, tanto mica fai niente di male tu per tre anni, no!?

Che di Carabiniere ne avevamo anche uno in casa come coinquilino ai Tre Confini. Bussavo alla sua porta di tanto in tanto per scambiare due chiacchiere. Dovevo annunciarmi a gran voce e quando l’uscio finalmente si apriva, c’era lui arma in pugno che subito dopo avermi visto la deponeva delicatamente sul calorifero. Un altro ‘amico’, che seppi sparò nel lampioncino d’ingresso alla palazzina che custodivo a dei signori anziani di Varese, lì, ai trì cünfì… Sparò per ammonire qualcuno per qualcosa, forse ero io quel qualcuno e posso anche immaginare per cosa, ma per trarre le giuste conclusioni che il cuor comanda, e bene si sappia che quel “signor” Carabiniere faceva incetta di requisizioni di ‘droga leggera’ per poi rivenderla a sua volta, ma non fu radiato dal servizio nobile del l’Arma per aver fatto ciò nei Rave Party di Colere, fu espulso dal l’Arma per l’infamia di ricattare commercianti e ditte artigiane, minacciandoli di “eventuali visite” da parte della Guardia di Finanza, qualora non avessero pagato il pizzo. Non ho mai trafficato droga in vita mia e se mai, quelle due o tre volte che tentai di farlo a scopo di lucro con quantità irrisorie, c’ho rimesso il doppio di quanto avrei dovuto guadagnare di mio in denaro, il doppio in salute e alla fine il triplo con la mia coscienza… che quella è da sempre la parte più difficile del l’uomo d’ammansire. La coscienza, quella che non esiste ma c’è, ed è più forte di qualunque patrimonio o potere terreno.

Poi ancora Clusone con la sua  grande Chiesa con una gradinata che ricorda i monasteri di Palermo. La Basilica con sottostante l’Oratorio dei Disciplini che costudiscono il famoso affresco di importanza oltre confine della danza macabra o Danza dei morti o ancora dei morti danzanti. Dei dipinti di per sé semplici di pennello ma legati ad altri Paesi per importanza culturale.

Clusone Piazza del l’orologio, con quella bellissima Torre medievale con la meridiana su di un lato ben visibile da tre punti cardinali. E Clusone basta! mi alzai per andare a pagare il mio caffè. Il barista è sempre quello, Lui, il Giacomo, sembrava un lord inglese allora e lo è ancor più oggi, faccia smunta con sorrisi e parole contate. Lei la sua eterna inserviente con il viso adatto a cantare in coro con i Ricchi e Poveri, ma tristemente costretta a quel posto di lavoro, credo se lo sia pure sposato il Giacomo. Del resto tre decenni passati a fare le stesse cose 12 ore al giorno nello stesso locale sfiancano molti slanci di fantasia e buonumore nella ricerca del ‘grande amore della vita’.

Riparto, mi fermo solo qualche centinaio di metri dopo, per rifornire di carburante il generoso serbatoio della Madonna a moto. Lo feci anche se di carburante non ne avevo impellente bisogno, mi fermai da quel benzinaio che conosco da tempo, lo “Scandelü” che tradotto dal dialetto bergamasco, significa signor Scandella… ed ecco che di nuovo innescai il desiderio incontrollabile di un altro gradito pensiero di Clusone.

Gli Scandella, Arrivarono in quel posto una quarantina d’anni or sono. Le pompe di benzina non automatizzate erano due, e il signor Scandella viveva con la moglie in una roulotte adiacente. Da allora le cose sono cambiate. La roulotte è diventata un lussuoso appartamento costruito in cemento armato sopra le sei pompe automatizzate che lavorano anche di notte e nei giorni festivi, dispone di un lavaggio auto di tutto rispetto, e nel retro di tutto, non dimentico delle sue origini, ha un appezzamento di terra con cavalli che la pascolano sereni e ben pasciuti mentre i “padroni” sgobbano sei giorni su sette. I soldi arrivano nelle tasche della gente solo in due modi… “puliti” o “sporchi”, loro hanno scelto il modo ‘puliti’.  Scandelü, ebbe due figli, ( lì ebbe la moglie ma sto parlando di lui ) due maschi, ora sposati con numerosa prole, Mauro e Cristiano. Sono due grandi lavoratori, e se Cristiano sembra il più ‘Furbo’ dei due, preferisco di una virgola il ricordo di Mauro ex campione di enduro. Ebbi un gravissimo incidente in moto dove ruppi in una frattura scomposta il bacino, e Mauro con la sua adorabile moglie, mi fece visita.

Non eravamo che ‘conoscenti’, mi fece di molto piacere la loro graditissima visita. Fu lo stesso periodo che mi venne a trovare Michele, un bel ragazzo che ora è un uomo. Lavorava come dipendente di un commerciante di Cene, vendeva per lui frutta e verdura direttamente dal furgone al consumatore. Poi si mise in proprio e la frutta e verdura la vendeva, e la vende, con la sua personale garanzia. Michele mi venne a trovare al l’ospedale con l’allora sua compagna, e mi portò una bottiglia di campagne, ma se avevo avuto poco a che fare con Mauro, con Michele avevo tuttalpiù comprato due banane e tre etti di cicoria. Eccezionale il ricordo di questi due ragazzi che frequentai quando abitavo a Spiazzi di Boario, avevano fatto un ‘gesto’ di cui non ero abituato. Un ‘gesto’ disinteressato, e a me, i ‘gesti’ d’Amore piacciono molto, per questo non li scaccerò mai dalla mia mente.

Ok. benzina e ripartenza per la prossima meta, avevo altro da dire di Clusone ma mi volli abbandonare ad un ultimo  ricordo, così  a gas aperto raggiungo il mitico Park Hotel, ultimo baluardo di Clusone, una discoteca che ancor prima fu balera e poi ancora African Music e via e via, lo stesso al l’insegna di un innocente lussuria che anticipava di un poco i tempi… come sempre per difetto o per diletto sono abituato a fare, precorsi i tempi. Mi piace “precorrere i tempi” ma mi impegno anche di non oltrepassare la misura del innocente risultato di aver raggiunto un buon traguardo nel l’anticiparli, bisogna fermarsi quando l’alterigia prevale sulla conoscenza del buon senso.

Ricordo la prima volta che frequentai il Park Hotel, fu in occasione di un invito un po’ ‘particolare’ che avevo ricevuto da una mia carissima amica, Orianna, moglie di un mio carissimo amico, Tiziano. Lei mi invitò quella sera a passare da “quelle parti” perché sapeva che mi piaceva la sua amica. Io ero con Susy, ma Angela benché fosse sposata con Flavio lo stesso mi piaceva. Angela aveva un viso pallido con due occhi piccini come quelli delle Eschimesi e due guance arrossate come quelle che hanno le Moldave, il corpo che era di mille nazionalità diverse, perché a parte l’esigua statura che comunque in un donna non guasta, erano tutte al punto giusto. O forse al punto giusto non c’era niente, ma gli ormoni fanno sempre ciò che vogliono a trent’anni, Angela mi piaceva, e accettai quel l’invito velato che mi fece Orianna… se puoi… prima di andare a casa vieni a ballare, disse… sottintesa la presenza di Angela.

Ci andai infatti, non successe nulla se non dettato dal l’adrenalina e due vodka e cola che mi scolai quella sera, anzi, notai un notevole disinteresse nei miei confronti da parte di Angela, il che mi scoraggiò da fare il “pappagallo” con Lei in seguito. Non sempre si può vincere, bisogna saper perdere… diceva quella vecchia canzone degli anni 70. Semplicemente non era “cosa”.

Qualche tempo dopo, Angela era nella camera mortuaria di Gazzaniga. Il cavallo che montava nei boschi in compagnia di altri cavalieri, scivolò in un tratto di strada obbligatoriamente asfaltata, e nel tentativo di rialzarsi in fretta e furia come fa di natura un cavallo avvilito, diede una scalciata proprio in fronte alla ‘povera’ disarcionata  Angela. Qualc’ Uno, l’avrà voluta in Cielo perché il cavallo è innocente e gli anni di Angela, erano poco più di quaranta… inammissibile Angela se ne sia andata nel pieno vigore dei suoi anni, se non per ‘servire’ lo scopo più grande, servire nei Cieli per l’eternità, dico io.

Curve della Selva, si scende di un centinaio di metri d’altezza, e dopo aver attraversato un magnifico ponte eretto chissà quando, si scivola dolcemente nella strada che immette in Ponte Nossa… si ‘scende’ verso la valle Seriana e questo paese è adagiato di fianco al fiume Serio che avevo sulla sua sinistra ‘scendendo’ e a destra il paese pulsante. Una curioso aneddoto di Ponte Nossa, riguarda la parrocchiale di Santa Maria Annunziata, meglio nota come il Santuario Mariano della Madonna delle Lacrime dove dalla volta del soffitto pende un coccodrillo. Anticamente fu detta “Lucertola Marina” ma perché fosse finito lassù appeso quel coccodrillo, nessuno lo sa spiegare. Alcune leggende accompagnano la sua storia…

Si era agli inizi  del 1500 e un ricco commerciante di Nossa che si trovava per svolgere il suo lavoro a Rimini, disse di essere stato aggredito da questo fantomatico coccodrillo e pur difendendosi con un pugnale davanti a quelle grandi fauci spalancate, si sentì spacciato ma invocando l’aiuto della Madonna delle Lacrime, ‘Questa’ gli diede forza e coraggio tali che con un fendente uccise l’alligatore, poi imbalsamatolo lo fece portare al Santuario come ringraziamento votivo alla Vergine.

Un altra fiabesca storia sul coccodrillo appeso fu che aggredì una donna che si accompagnava con la figlioletta in riva ad un lago che anticamente si pensa senza certezze che esistesse a Ponte Nossa… come sopra, solo il cielo seppe come la povera donna con figlia si salvò, ma così successe e la Lucertola Marina fu posta in chiesa per grazia ricevuta. E ancora altre storie, supposizioni e leggende ma forse nessuna quella vera. Abbozzai un pensiero personale, tanto assurdo da apparirmi il più plausibile… ogni paese ha qualcosa da offrire al viandante che lo visita, Ponte Nossa sicuramente serba grandi sorprese che non si vedono, magari a partire dal buon cuore dei suoi abitanti o per la sua laboriosa nomea e molte altre cose ancora, di certo non poteva e non può fare sfoggio di monumenti o edifici storici di particolare rilievo… ad esclusione della parrocchia di Santa Maria Annunziata… e se si fosse ricamato una bella storia attorno… non sui Miracoli della Madonna, ma del fantomatico coccodrillo!?

Senza inganno o malizia di sorta, ma dacché la Madonna faceva Miracoli e li farà ancora e per sempre, tanto valse approfittarne. Anch’io quella volta giù al centro sportivo di quel paese conobbi una ragazza di cui potrei affermare di essere stato ‘ingannato’, in realtà c’era il trucco ma non l’inganno… Fine anni 80, passai per caso dal centro sportivo di Ponte Nossa, mi fermai per bere un qualcosa di fresco. Dietro il banco del bar una ragazza molto carina, di Lei, Grazia, un viso esile e gentile, capelli lisci, neri e lunghi , mani ben curate e… due “bocce” da far girare la testa… Grazia la vidi mezzobusto dietro il bancone da lavoro e oltre a viso e mani rimangono solo “quelle” da vedere… davvero belle… quegli occhi, talmente bello il loro colore che mi fermai molte altre volte di pomeriggio, anche quando non era del tutto necessario che dovessi percorrere quel tratto di strada per rientrare a casa.

E Lei la Grazia, sempre lì e sempre più felice di rivedermi da dietro quel bancone e dopo una serie di frasi gentili e a seguire avance un poco azzardate, noi due si arrivò a darci il classico primo appuntamento che fu una sera dopo il suo orario di chiusura del bar.  Confesso che durante il corteggiamento mi atteggiai al l’uomo che non deve chiedere mai, ma non mi aspettavo che Grazia mi invitasse a casa sua, viveva ancora con i genitori e per questo mi fece accomodare di soppiatto direttamente nella sua camera da letto. Lei venne ad aprire la porta dopo avermi fatto mille segnali sul balcone da dove sotto la vedevo sempre in mezzobusto… salii le scale, un uscio si aprì, venni preso per mano, e nel buio la seguii sino ad un altro uscio che si richiuse subito dietro di noi, era la camera da letto di Grazia… ancora al buio pesto e per questo la cercai con un abbraccio per iniziare da subito a “carburare” con gli approcci.

Allargando istintivamente le braccia in un abbraccio, le richiusi, e invece che cingere le spalle, mi rimasero tra le mani i capelli della nuca di Grazia. Da dietro quel bancone io non vedevo che i suoi seni prosperosi da mamma degli anni “60”, in sù, non potevo vedere il rialzo di legno alto almeno un quarto di metro che sorreggeva la molto graziosa Grazia. Con imbarazzo da parte mia, si fece ciò che fanno due ragazzi e sicuramente il risultato di quella notte d’amore non fu certo motivo di buon ricordo nemmeno per Grazia. Non è stato un inganno, la tavola di legno sotto il bancone c’è in tutti i bar, questo ne aveva due. Come non c’è nessun inganno nella storia del coccodrillo appeso a fauci spalancate nel Santuario della Madonna delle Lacrime, ogni storia raccontata con il finale di un Miracolo ricevuto dalla Madonna che lacrimò, è lo stesso testimonianza forse un po’ troppo addolcite da credenze popolari, ma è pur vero che un fondo di verità esiste in ogni cosa.

Sulle ruote son di già a quel bar giallo, che non era il suo nome ma lo chiamavo lo stesso così. Il bar giallo è sul l’estremo del confine che separa Ponte Nossa a Vertova, facendo eccezione per il passaggio su brevi tratti montani che sono del territorio di Leffe e di Gandino.  È il bar che precede di qualche centinaio di metri dal Ponte del Costone ancora in località Nossa, un bar dove dalle cinque di mattina, si servivano e ancora si servono le colazioni ai muratori che andavano a lavorare a Milano. Le colazioni venivano servite da avvenenti ragazze che meno indossavano e meglio era… anche d’inverno, e chissà cos’altro fosse la mossa migliore di ogni uomo che iniziava una giornata di duro lavoro che di vedere un bel paio di gambe e tette, che gli occhi interessavano solo a chi si innamorava. Un innocente conforto, un vaneggio nel proprio intimo, un illusione, che poi ogni ragazza viveva già di suo la sua vita, di solito non facile se le costringeva ad una levataccia tipo le 4 del mattino… o della notte che dir si voglia. Ogni ragazza sorrideva al cliente amico, chi pensando al bimbo a casa e pregando non si svegliasse prima che la nonna lo andasse ad accudire, chi altre ad un amore impossibile che è cominciato per gioco e finisce in un bar alle 5 di mattino, altre ancora si beano di un amore bello e stabile e i sorrisi sono solo un dovere misto ad un innocente piacere. E poi ancora e ancora mille sono i motivi per cui, rivolgendo lo sguardo a chi ti serve un cappuccino con brioche non si deve dare per scontato che per questo si tratti di una ragazza facile. Di certo non alle 5 di mattina.

Quel bar giallo, quello sullo svincolo per l’immediato Gorno. Lo svincolo sulla destra scendendo verso la città con alle spalle Clusone che ti porta a Gorno inghiottendoti in una vallata costernata di montagne non minacciose anche se rocciose. E la strada si intrufola in quella valle come fosse uno strisciante orbettino che  spaventato fugge e si inerpica serpeggiando fino a sparire dallo sguardo per pochi minuti, e ancora prima si percorra altra strada che dopo una serie di curve,  lascia intravedere quanto c’è di bello in quella valle che parte stretta e cupa e poi si apre su di un panorama che lascia senza respiro. Monti meravigliosi come il loro certificato di benessere tinto di un verde forte… un immagine bella e severa quella di Val del Riso che ha Gorno ai suoi piedi, sale a Oneta dove oltrepassando il paese per raggiungere la cima. Io e Gigi detto ‘Gige’, dopo una bella cavalcata nei boschi di quei luoghi si andava a mangiare e bere in una trattoria… poi non si cavalcava i cento metri che ci dividevano dalle stalle essendo proprio lì, sulla cima estrema di Oneta. Accompagnavano i cavalli briglie in mano, e barcollando lì si conduceva a due passi, dopo mezzo litro di vino e due grappe abbondanti che ci permettevano al massimo dello sforzo di dissellare l’amico a quattro zampe.

Il Gige. Automobili lussose, Mercedes, Jaguar, Porsche, e perché no , si cambia, o meglio si aggiunge, che allora in un affare per pagamento mi venne proposto dal Gige una parte in denaro, e per il restante saldo un cavallo. Già il mio primo cavallo arrivo’ così, ti do 3 milioni e Ulisse, un cavallo mezzo sangue italiano e arabo mi disse “Gige” un amico ora passato a miglior vita, quello delle alcoliche cavalcate. Costui mi assicuro’ che era bravo docile e mansueto, il cavallo Ulisse, che non avrei avuto particolare difficoltà a cavalcarlo, anche se ero privo totalmente di esperienza. A mie spese imparai già da quella prima volta di non fidarsi mai di chi ti vende un cavallo avanti negli anni, le ragioni in genere son due, o il cavallo è bolso o l’hanno reso folle. Ulisse era come si dice in gergo “rotto in bocca”, significa che chi lo ha cavalcato gli ha letteralmente rotto la bocca nel tirare le redini e il morso con frenesia cattiva, per questo una volta “preso” il galoppo non si fermava mai, avevo con il tempo, imparato a buttarmi giù di groppa, come gli indiani, a quel punto si fermava e tornava docile, solo dopo qualche mese, venni a sapere che, Gige me lo diede perché in prossimità di un funerale, Ulisse si scaglio’ a spron battuto tra la folla, facendo cadere rovinosamente la bara con feretro annesso.

Gige era una persona molto “particolare”, una mente degna di totale assenza di emozioni per gli “affari, quindi una persona difficile con cui convivere avendo assieme impegni d’affari. Era un uomo rude e volgare, poteva anche ruttare in un ristorante dopo aver mangiato un grosso boccone di carne, per poi chiedere scusa con un accenno di mano alzata e uno stupido sorriso sulle labbra unte. Quando il Gige era in vena di compiacere, di solito in trattoria, si atteggiava a “simpatico” dicendo stupidaggini elementari che solo Lui stesso ne comprendeva il significato.  Non fu un bel rapporto il nostro, ero nella condizione di dover leccare il culo a una persona che non aveva niente da insegnare a nessuno o certamente non a me. Fino a quel giorno del lontano ma vicino al mio cuore. “89”, il 2 gennaio di una fredda sera d’inverno. Sentimentalmente mi trovavo ancora nel vortice d’innamoramento che avevo per Monica che in quel periodo mi lasciò, forse fu l’unico atto disinteressato che Gige fece nei miei confronti, per cercare di consolarmi, mi invitò con sua moglie Giuliana a mangiare una gallina nostrana sui colli di Clusone, in una graziosissima cucina di quelle antiche, lunghe grandi con un camino sempre acceso, una stufa a legna per il forno e la polenta e dietro Lei, la donna della mia vita, la mia pace dei sensi su questa terra, Susanna, la mia Susy. Se ne stava lì tutta timida che si nascondeva per metà dalla mia vista, perché ingombrata dal tubo della stufa. Al mio ingresso in quella cucina dal tavolo lungo avevo esordito facendo un complimento alla mamma di Susy dicendole se non avesse per me una figlia bella come Lei… era dietro la stufa e ci siamo sposati. Non fu l’unico grandioso regalo che Gige mi fece, dopo pochi anni accettò si chiudesse anzitempo un grosso debito che x affari avevo contratto con Lui.

Un periodo di cavalli e cavalieri, un intramezzo nella mia vita che è durato una decina d’anni. Una pausa o semplicemente voglia di cambiare come spesso faccio nei programmi della mia vita. Una delle tante pause in cui andavo alla ricerca di nuove emozioni… poi il richiamo”, tornai a essere quel che sono, un motociclista.

Che dire motociclista, significa andare in giro con la motocicletta, ma è comunque riduttivo, perché viaggiare in moto, non è la stessa cosa che “spostarsi” con un mezzo a due ruote, quello è fare uso di un mezzo di locomozione per spostamenti appunto. La moto è uno stile di vita, è sentirsi la libertà addosso. E’ che quando sei tu e lei, siete una sola cosa, fatta d’anima e ferro. La motocicletta, che chiamerò cosi solo ancora una volta, probabilmente mi suona male, mi suona di “signorina” ed è fragile solo il pensare che una signorina, ti possa essere di conforto e sostegno in un lungo e duro viaggio, per quindi, la moto ti è compagna fedele, quando per esempio ti ritrovi tu e lei a Budapest, con pioggia battente, e con il pensiero che si fa carne, guardandola prima della partenza, tacitamente, le chiedi… io e te ora faremo un lungo viaggio, ti prego non mi abbandonare, portami a casa, una volta giunti, ti asciugo per bene dopo averti schampato, e mi vanterò della mie imprese con quanti amici e conoscenti vorranno ascoltarmi.

La stessa cosa che trovarsi a Bucuresti in Romania, e al tre di novembre dover ripartire per l’Italia con dieci centimetri di neve sull’asfalto, e la neve che nel frattempo scende copiosa. Ma sei lo stesso in grandi città, che male vada, qualcuno in tuo aiuto viene, tutt’altra cosa è essere a mille miglia da un centro abitato, in una Scozia che ti è amica, con pecore nere, e lande sconfinate… e lei, la tua moto li, con te, fedele compagna dei tuoi viaggi, delle tue avventure, delle tue sfide con te stesso, e amica consolatrice delle tue malinconie, delle tue tristezze, delle tue gioie, e della tua insanabile voglia di libertà. Sensazioni che ti regala anche in un semplice ‘giretto’ al lago, in montagna, o al mare, che la sera sei di ritorno, soddisfatto di quei momenti di intensa comunione con la tua compagna senz’anima, senza cuore, ma che li riempie entrambe di luce propria.

Quando ti rilassi e abbassi la manetta del gas, stai a grogiolarti di quell’aria frizzantina, che gira nel casco, assieme al fruscio che ne consegue, ti immergi nei tuoi pensieri, e non dimentico di ondeggiare nelle pieghe delle curve che vai cercando, prosegui con lei il dolce scorrere della strada che ti lasci alle spalle. La moto, in molti ne fanno uso, in pochi ne conoscono appieno il significato, nell’ordine d’importanza, non la puoi classificare al primo posto nelle priorità del tuo cuore, perché è chiaro che non la si può  paragonare ad un sentimento legato all’umano consumo, ma se la associ alle tue soddisfazioni materiali personali, ecco che non vi è dubbio alcuno, che si merita un posto in prima fila nel cuore.

A parer mio, un motociclista è tale quando superata la soglia di una certa età, comunque non disdegna una rivista motociclistica, o ne parla animatamente al bar con gli amici, magari più giovani, commenta questa o quella performance di un campione del momento e del passato, ed altre cose ancora, ma dove si riconosce l’amore per le due ruote, e quando tornando a casa dopo una lunga, estenuante giornata di lavoro si ripone la moto nel box, e dopo averne spento il motore, scendi, e l’ultimo sguardo con sospiro celato, e per lei, la tua stupenda moto, che se ne sta li, sul cavalletto di stazionamento, e tu accenni un sorriso, che anche se non l’hai pensato, ti viene, e pensi con soddisfazione che appena potrai, la cavalcherai ancora, e poi ancora, è la tua libertà, è il tuo antistress, è la tua gioventù che con lei non se ne va.

Amare la moto significa non vedere l’ora, che un film in Tv finisca, cosi da poter pensare concentrato tra le lenzuola, alla prossima miglioria che hai progettato per lei. Amare la moto è essere in perfetta simbiosi con la stessa dal momento che premi il pulsante dell’accensione, o quando fai corpo unico con lei nelle curve, e in qualche derapata controllata, per tastarne il limite e dirti quanto sei bravo, e quanto è magnifica lei a sostenerti. Amare la moto è mille altre cose ancora, ma quella più importante rimane… amare la libertà, così proseguii con lei il viaggio che dal lago d’Iseo mi avrebbe riportato a casa.

Andai oltre quel bar, fino al Ponte del Costone, che ha attraversai con il pregusto della curva a gomito che al suo finire, si prende culo a terra sui 60 all’ora, e quando rinvieni dalla ‘piega’ l’altra parte della strada stupisci chi in auto viene dalla parte opposta perché sei rimasto in carreggiata in una ‘piega’ da urlo. E fui di già in territorio vertovese. Vertova che il mio pensiero agganciò in una sola immagine, Fiorano al Serio con Il suo borgo medievale, e il magnifico torrente che lo discende nella Val Vertova e di tanto in tanto si riposa distendendosi con acque cristalline che si riversano in pozze dalle stesse scavate nei tempi nella roccia, con colori che ricordano la giungla Amazzonica… Vertova, Fiorano, e Gazzaniga, che quest’ultimo nome più antipatico da pronunciare in lingua Bergamasca non c’è… “Gagenïga”,  spero sia solo un mio sciocco pensiero.  Tre immagini di tre paesi nel solo varcare la soglia di Vertova, e il meccanismo dei miei pensieri si innescò come accendere con un fiammifero la miccia di un candelotto di dinamite. Dacché mi ci trovai, iniziai con il ricordare Vertova, e il mio ricordo più antico, risale a circa trentuno anni or sono, che ne son passati quasi venti dal secondo millennio.

Ero da pochi mesi fidanzato con Susy, sette, otto mesi, i rapporti al l’inizio burrascosi con i suoi genitori, si erano finalmente incanalati nel tunnel della possibilità di mia credibilità nei loro confronti. Il cammino fu lungo, molto lungo, quello fu solo l’inizio… non so nemmeno se è terminato ora… dopo vent’anni di convivenza e undici di matrimonio, per Loro, sono ancora in “prova”. Lo stesso quella sera dopo appunto sette, otto mesi, papà  Flaminio e mamma Caterina genitori di Susanna e ovviamente io, uscimmo a cena. Mi portarono a Vertova dal loro amico Carlo che gestisce un ristorante che sa mantenere il suo buon livello di ristoratore facendo il cuoco da ormai quarant’anni. Carlo…. lo conobbi quella sera Carlo, mi fu presentato dai miei, ed io per intavolare un discorso di commiato, gli feci i complimenti per la bellissima automobile parcheggiata nel suo cortile, una Mercedes 5000 cambio automatico nera pralinata metallizzata, una bomba per il mio cervello vanesio d’allora. Carlo mi rispose che la usava per cerimonie e matrimoni. Si era sul finire dei tempi in cui i ristoratori oltre al pranzo di nozze noleggiavano o addirittura ‘regalavano’ l’auto cerimoniale con autista per quel giorno.

Si era al termine di questo periodo, anni inizio 90, così che il mattino seguente a mezzogiorno, su appuntamento andai a prendere la Mercedes che Carlo mi vendette senza anticipo, senza cambiali o assegni post datati, gliela pagai in otto mesi, sulla parola. Carlo è grande e grosso, è una buona persona, degno di rispetto. Ci trovammo consapevolmente coinvolti nella commemorazione del l’anniversario di un altro centenario della nascita delle poste Italiane. Fummo invitati dal discendente diretto principe Tasso, a rappresentare una mitica tratta di consegna postale appunto centinaia anni prima. Si trattava di percorrere la tratta Camerata Cornello Venezia con cavalli e cavalieri che a turno percorrevano una trentina di chilometri a turni alternati. Carlo era un cavaliere ed io guidavo uno dei caravan che seguiva il gruppo con vettovaglie e viveri. Anche Flaminio partecipò in quella occasione in veste di cavaliere con il suo personale cavallo. Fu sera il primo giorno di tragitto, eravamo a Verona. Ci accampammo con tutti i caravan in cerchio, al di fuori i camion con stallati i cavalli, mangiammo tutti in allegra compagnia e bevemmo come al solito più del dovuto. Dopo barzellette e risate fu notte. Mi ritrovai sdraiato in un prato a rimirar di stelle, che poi non so quante in realtà ne vedessi, ma le guardavo, sentii un fruscio di passi nel l’erba e alzando lo sguardo vidi quel l’omone biondo che si sdraiò accanto a me, Carlo si accese una sigaretta e insieme parlammo di quel che in quel momento il cervello ci permise di dire annebbiato da tutto e di più, poi spense la cicca e ci rialzammo e nel camminare verso l’accampamento mi fece una proposta che accettai con tutto il cuore. Credo di non aver mai gustato una pasta aglio e oglio tanto Buona quanto quella che Carlo cucinò a mezzanotte per venti persone. Da allora siamo Amici inseparabili, ognuno con la propria vita, e forse non ci si vede spesso, ma con un posticino particolare nel cuore dove tenere la nostra amicizia.

imageQuando quel giorno partii per quel viaggio di piacere, volli raggiungere una meta,un po’ per stare solo con me e la strada che mi appartenne. Mi rilassai, per questo mi presi una vacanza, per un giorno non avere incombenze e non essere operaio di nessuno. Partii lasciando alle spalle il brulichio mondano, tribolazioni, lavoro e routine quotidiana e tutto diventò un fantastico disegno che dipinsi con i colori di un arcobaleno.  Che è bello intraprendere un viaggio, anche se breve, il tanto che basta per passare una giornata al lago perché stavo consumando la piccola grande avventura nei ricordi di persone conosciute in luoghi percorsi.

Un motivetto in testa che non disturbasse i pensieri puliti, e cominciai a fantasticare su quello che mi aspettava al giungere la dove dove volevo andare, ed entrai nello spazio di relax e soave beatitudine abbandonandomi nel guardarmi nello specchietto retrovisore dopo aver sollevato la visiera, notai un sottile sorriso che diede forma al l’espressione del viso perché stavo viaggiando a bordo della mia moto che diventò un estensione del corpo aggiungendo serenità al l’animo.

E’ un aurea di piacere che pervade, si è padrone del proprio piccolo mondo, non invidi nessuno e ti metti la maschera nuova, quella che ti fa sentire un altra persona, quella che vorresti essere sempre, che è bello viaggiare, e sulle note di una bella canzone del passato che ti ronza nel cervello, viaggi, evitando le buche più dure, senza per questo avere più paure,  e tornare a viaggiare e nella notte con i fari illuminare chiaramente la strada per vedere dove andare, gentilmente senza strappi al motore… lo diceva cantando Lucio.  E si è tutto ciò che si desidera essere, un rappresentante di pietre preziose, uno scrittore di successo in cerca di nuove ispirazioni letterarie, un operaio capace, un impavido e intrepido spirito libero che sta andando da Parigi a Dakar passando per il deserto del Sahara, un uomo che viaggia nei sogni e fin tanto che gira il polso sulla manopola del gas li realizza,  consumando chilometri e mangiando asfalto, assaporando la vita, quella come così sempre si vorrebbe fosse.

E come tutto inizia, inesorabilmente tutto finisce, ma non è finita ancora quando sei di ritorno, un altro meraviglioso viaggio ti aspetta, altri emozionanti malinconici ricordi attendono, che non è brutto tornare, in fondo ci siamo abituati a quella vita che facciamo, e dopo un po’ persino ci manca, che se non fosse così, non ci sarebbe nemmeno il bisogno e il piacere di partire e il relativo desiderio di tornare, perché il viaggio rimane sempre la parte più bella di tutto, prima durante e dopo, che essere in movimento con l’anima è  la cosa che più mi fa impazzire.

È quel pezzo di storia vissuta che nessuno può rubarti, è quel pezzo di vita che mi costruisco in compagnia della lunga grigia strada, e dal mio fantasticare col cielo e negli occhi la gioia di starlo a guardare fissando il suo orizzonte davanti,  con quella sottile emozione che rallenta il respiro e il battito del cuore, liberando fatti e cose represse nei giorni trascorsi che non avevano un gran senso di essere vissuti, che li in quei momenti risorgono.

E viaggio rombando coi miei pensieri che non so se son tali o pezzi d’animazione  sparsi nella mia mente, confusi con la sensazione di essere libero di respirare, libero di viaggiare, libero di vivere, io e la mia moto che stava andando di corsa a cento al l’ora a ridiscendere la Valle Seriana che da Gazzaniga mi portò dritto a Cene, un paese di lato dal l’inizio della super strada che collega Vertova a Bergamo città… ma rallentai per non disturbare il filo dei miei piacevoli ricordi di bei e brutti tempi passati. A cene non ho nulla che mi leghi a particolari ricordi, se non la trattoria del Bigì che è proprio vicina allo svincolo della Val Rossa, e fermando il pensiero a quella valle fredda mi venne alla mente il viaggio che feci con Susy, Luca e Daniela nel l’affascinante e straordinaria “fredda Scozia”.

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Cominciò per gioco, che tutte le cose più belle nascono per gioco e finiscono in gioia. Così che due nostri compagni di avventura di quegli anni, ci propongono di visitare la Scozia, fine ultimo, dal momento che allora eravamo ferventi motociclisti, fare il viaggio rigorosamente a bordo dei nostri fidi bolidi, tre splendide BMW, due GS Adventure, e una GS 1200, quest’ultima pilotata con grande passione e maestria da mia moglie Susanna. Era il 2007, la fine delle mie vacche grasse in termini lavorativi ed economici, l’ultimo anno di largo respiro nel nostro settore, quello del l’antiquariato. Un mattino di luglio, io, Susanna, Daniela e Luca, partiamo per quella che fu una straordinaria avventura motociclistica. Stracarichi sino all’inverosimile con le nostre “bestione” partiamo alla volta della Scozia, e a mezzogiorno o poco più dello stesso giorno, siamo già fermi per la sosta del pranzo in Svizzera, pranziamo in un bel  “freddo bar svizzero” con le nostre Bmw in bella vista a pochi passi da noi,  e dopo esserci rifocillati, ripartiamo, e di strada, cogliamo l’occasione di visitare le famose cascate del Reno, Schaffhausen, le più “larghe” cascate d’Europa. Troppo presto per gustarne la magnificenza del loro insieme, si era da poco partiti, e quella vista immensa d’acqua fluente, sentiva come di disturbo più che di piacere, d’intralcio alla nostra voglia di macinar km, più che di visita gradita, l’adrenalina da scaricare era a mille, e non permetteva nessuna interferenza, nemmeno si trattasse di una delle  magnificenze del globo.

La sera stessa con un po’ di stanchezza eravamo alloggiati in un magnifico albergo ai confini della Germania, avevamo solo più respiro per l’ammirazione di ciò che ci circondava, ma l’adrenalina vinceva. E demmo spazio ad un po’ di relax di cui ricordarne i contorni nella bellezza dei bellissimi Crocefissi antichi di pregevole fattura artigianale esposti in bella mostra in più stanze del l’albergo che da estimatore per professione, passione e fede, potei e potemmo ammirare, e sarà stata complice la fame, che mi gustavo nel solo veder presentare cibarie tipiche tedesche, impiattate  in modo davvero pregevole e originale. Nello stesso giorno si erano cambiati tre tipi di alimentazione, che dopo ore di marcia in sella alle moto, sarebbe stata una benedizione anche pane e mortadella, ma come ho già detto, era tempo di vacche grasse, e non si lesinava certo sul cibo. Oggi non potrei certo permettermi due moto con consumo doppio di carburante e pedaggi, così come per gomma e manutenzione… ma per un motociclista, e’ doppia anche la soddisfazione di guidare il proprio mezzo, senza “zavorre” al seguito. Differente era il pensiero di Luca e Daniela, lei possedeva una Kawasaki 500, ma non se la sentiva di guidare per tutta quella strada, e comunque entrambi usi a viaggiare in coppia essendo capi guida in un gruppo numeroso di motociclisti, dovevano preparare i percorsi da visitare, Luca guidava e Daniela seduta dietro poteva annotare i dati necessari a stabilire orari e soste future.

Il giorno seguente si riparte, prima tappa Strasburgo, e come ci si arriva, non si può non notare che tra due caseggiati, alla loro fine si erge maestosa la Cathe’drale de Notre-Dame, che innalza imponente le guglie gotiche al cielo. Vi entriamo, per un saluto e una preghiera alla Madonna, che benigna ci proteggesse nel nostro lungo proseguo di viaggio. Non è ancora calata la sera, e si prosegue per la tappa che ci vedeva ospiti a cena, in quel di Brugge, in Belgio. Due amici di Daniela e Luca, previa comunicazione telefonica, ci aspettavano in quello che definirei uno dei più belli e romantici paesi del mondo. Con le sue casette caratteristiche, stile anni 800, le sue viuzze costellate di graziosi negozi che paiono botteghe d’altri tempi, ed al centro storico dell’abitato,  una splendida e caratteristica grande piazza, il tutto attraversato da canali costellati ai suoi margini con innumerevoli salici che bagnavano le punte delle loro chiome nelle acque che scorrendo dolci serpeggiavano tra le vie del paese.

In quel posto si vien pervasi da una sensazione irreale, di armonia e amore, per questo è meta ambita di molti innamorati belga e di mezzo mondo ancora. Decido di tagliarmi i capelli quasi a zero, spogliare in continuazione il casco, era fastidioso e fonte di sudore che mi potevo risparmiare, dissi alla  mia compagna ed agli altri due ragazzi di farsi un giro mentre “acconciavo” di poco la chioma fluente in un barber shop del posto a Brugge, così da rendere meno traumatica la sorpresa che di certo avrei dato alla mia Susanna. Capelli rapati, con risultato estetico orribile, che non tutti i periodi della nostra vita, si prestano a risultati estetici ottimali, e quello era giusto un periodo no per la mia faccia, o comunque quella volta non mi sono piaciuto per niente, poi tutti a cena e a dormire, che il giorno appresso, all’alba si tornava in viaggio.

Cale’ ci aspettava per l’imbarco su di un traghetto, che doveva farci traversare la Manica, per scaricarci dopo nemmeno un’ora, di fronte alle suggestive scogliere di Dover, e si era in Inghilterra. L’impatto con la strada, si presentò tragico da subito, all’uscita del porto, dovemmo imboccare un grande rondò, che indirizzava per mille  direzioni, assicuro che non fu una facile impresa da espletare con la guida a sinistra, ma ci facemmo coraggio e poco dopo eravamo già dei provetti guidatori made in England, che la mia personale disputa su quale sia la guida più sicura e piacevole tra quella Europea e Inglese, si concluderà quando avrò con certezza la risposta, nel fatto che sia nata prima la gallina piuttosto che l’uovo, o viceversa, ma per simpatia e campanilismo la faccio più breve, e giudico migliore la guida a destra.

Che la sera stessa del 2 luglio, sempre a ‘sinistra’, fu il compleanno di Susy, eravamo nella mitica Londra, e siccome già qualche ora prima, ci aveva salutato per benvenuto una fastidiosa pioggia,  decidemmo di alloggiare in un bellissimo Hotel, e nel contempo, pasteggiare e brindare alla salute dei suoi 39 anni. Il mattino seguente, siamo sulle Tower Bridge, famosissimo ponte londinese che ospita due torri maestose ora custodi di magnifici tesori del Reame. Foto di rito, uomini e mezzi, subito ripartiti, perché un area del capoluogo londinese che volevamo visitare era stata blindata per non so bene quale attentato terroristico, e i londinesi avevano avuto segnalazione di alto rischio che potesse riaccadere ma per fortuna non successe nulla nei giorni a venire, e via di nuovo in sella, macinando chilometri nello Yorkshire, per fermarci al tramonto, nel nostro primo ed unico Bed and Breakfast inglese, dove Daniela diede sfoggio del suo “inglese” pronunciato con ricercata  lentezza, così da arrabattare delle frasi, in modo esaudiente e abbastanza comprensibile per chi era all’ascolto, di fatto non siamo mai stati avvelenati con cibi e bevande, e un letto lo abbiamo sempre rimediato, Daniela sapeva parlare l’Inglese.

Che di par mio, imparai presto a ordinare birra rossa e whisky per tutti gli avventori che trovavo nei vari locali che avevamo la ventura di incontrare, … Please, fours beers and red, whischy for thoshe gentlemen,  thanks you…  l’amicizia e la simpatia, era assicurata, cosi come un buon trattamento per cibo e alloggio, insomma, ho trasmesso anche altrove il mio modus operandi per un quieto saper vivere, che in Italia si chiama in un altro modo, ma meglio soprassedere, che non  mi vien bene da pronunciare la sua esatta terminologia. Fu il giorno seguente che a un certo punto, Luca, alzò  la mano abbandonando la manopola del gas, e ci fece cenno di fermarci nei pressi di una grossa roccia posta di lato alla strada che stavamo percorrendo, non c’era bisogno di spiegazioni sul perché del suo fermo, sulla roccia v’era inciso SCOTLAND, terra di Scozia quindi!

Un abbraccio comune di noi quattro, con sorrisi a cento ventotto denti circa, finti e non, autoscatto con uomini, denti e moto, e l’avventura poteva dirsi al suo vero e proprio inizio che descriverò come viene, un po’ come il cuor comanda, dicendo cose in base alle emozioni che provai quel momento, o meglio ciò che ancora oggi ricordo avermi emozionato, che date e dati, li lasciamo per guide turistiche specializzate. E la prima cosa a cui pensai fu quella strada con dei dolci saliscendi, Luca con equipaggio Daniela davanti a mo’ di apripista, nel mezzo del panino Susanna, ed io da scopa al gruppo, ultimo. Pur luglio, una pioggerellina fitta e leggera era di contorno costante e si mischiava leggera a foschia che ricordava le nostre campagne novembrine.

Improvvisamente la mia velocità di percorrenza aumento’ con violenza vertiginosamente, un urto violento al posteriore della mia moto, che mi proiettava dritto e filato verso l’urtare a mia volta Susanna. Inevitabile il conseguente impatto, finì a terra Moto e moglie che atterrarono rovinosamente su di un grosso termitaio come feci io pochi istanti dopo, strisciando per alcuni altri metri sull’asfalto, sempre in carena alla mia moto.

Illesi Luca e Daniela, che prontamente, sostarono per prestarci immediato soccorso. Con grande stridore di gomme, un furgone con il cofano accartocciato, si era nel frattempo fermato poco più avanti il nostro disastro e vi scese il conducente che continuava trafelatamente e mestamente a dirci… sorry, sorry, sorry, praticamente, causa foschia e scarsa visibilità incolpevole non mi vide investendomi, facendomi tamponare a sua volta Susanna.   Ci rialzammo, nulla di grave per fortuna, qualche ammaccamento qua e là alle moto, indicatori di direzione distrutti, borse laterali con qualche graffio e poco più, ma per noi piloti nulla, se non qualche escoriazione superficiale, e graffi sulle tute in pelle, che ci avrebbero in seguito resi orgogliosi di esibire, segni tangibili di impenitenti irriducibili bikers. Che poi il problema non eravamo più tanto io e Susy, ma il conducente scozzese, che bianco in viso come un cencio slavato, non smetteva di chiederci scusa per l’accaduto, sorry, sorry… E tutti a rincuorarlo, tranquillo non è successo niente, ma dovemmo aprire il suo furgone, per trovarci all’interno delle bibite gassate che trasportava, aprirne una e dargli da bere per calmarlo un po’.

Dopo circa un’ora, arrivo’ sul posto un agente stradale scozzese, che presi i dati e dinamica dell’incidente, ci assicuro’ di redarre un preciso verbale sull’accaduto, e così andò perché mesi dopo, ricevetti regolarmente il saldo del mio dovuto. Nel frattempo Luca, preciso come pochi, consultando il suo computer, ordino’ telefonicamente i pezzi rotti dopo l’impatto della mia moto, che due giorni dopo, trovammo in un posto molto distante da li, in una officina autorizzata Bmw, sinonimo di serietà e correttezza, che non guasta mai per un bello e integro ricordo.

E cominciarono in seguito, i paesaggi tipici dei luoghi scozzesi, che a vederli in cartolina o illustrati ti danno un impressione, nella realtà sono tutt’altra cosa, la netta differenza tra l’immaginarsi tramite illustrazioni la Scozia, e viverla con sangue e respiri, un modo surreale per vivere una esperienza reale.

Interminabili vallate, che non sono valli vere e proprie ma dolcissimi declivi che ai lati della loro fine accarezzano dolcemente degli accenni di colline che raramente divenivano monti, almeno per ciò che han visto gli occhi miei sono di una bellezza indescrivibile, e di una dolcezza che trascende ogni paragone ad altri posti da me visitati. I colori dei prati sono di una intensità che ti danno la sensazione palpabile che non cambino a nessuna stagione, un verde scuro e intenso come un mattino baciato dal sole dopo una giornata di pioggia.

Percorrere chilometri e chilometri di quelle piccole strette strade, che di tanto in tanto, ai lati si aprono a piccole anse, per ospitare temporaneamente un’altro automezzo di passaggio, che altrimenti non potrebbe transitare consecutivamente al tuo, beltà e presente negli occhi che invadono ogni pensiero annullando qualunque situazione di disturbo. Ed e’ strano vedere piccoli gruppi sparsi di pecore bianche e nere, con orecchie ritte invece che pendenti, pensi sempre di chi possano essere, dal momento che sono sparse a decine di km tra loro, anche se è l’equivalente dei nostri pastori, che lasciano incustodite le capre nei pascoli alpini per mesi e mesi, rendendole quasi selvagge, perciò non ci si poteva mai distrarre dalla guida, non raramente qualche pecora attraversava tranquillamente la strada, così come poteva capitare con quei buoi muschiati dal pelo lungo e rossastro, con lunghe corna, tozzi, corpulenti, che prima di allora li vedevo solo illustrati nelle cartoline nel contesto di una campagna, con un torrente scuro di torba che la attraversa, a fianco una cabina telefonica di legno rossa.

Era bello fermarsi dopo qualche ora di marcia in uno dei  B&B con pub incorporati, disseminati nel nulla come cattedrali nel deserto distanti anche cento cinquanta, duecento km tra loro, ed entrando la sera, stanchi dopo parecchie ore di viaggio, venivamo accolti da un ambiente che non ha nulla a che vedere con la nostra realtà, anche li era “cinema”, anche lì era irreale nel suo reale, come i colori e i profumi delle sue valli, ma i sorrisi delle persone non erano finti,  erano veri come i sorrisi cordiali che ti accolgono ad ogni ingresso in ognuno di questi punti d’alloggio e ristoro.

Dopo cena, ci fermavamo per qualche tempo al bar del locale per l’ultimo bicchierino della staffa, e si osservava la gente che li frequentava. Qualcuno giocava tirando freccette, rumoreggiando allegramente ad ogni tiro, qualcun altro giocava a carte, altri ancora a quei biliardini con la stecca e omini rigidi da barriera al loro interno, di quelli che avevamo noi Italiani, tanti anni fa negli oratori, e le poche ragazze presenti ballavano e canticchiavano al ritmo di qualche canzone suonata dai Juke box a moneta.

La cosa più strabiliante era che l’avventore più giovane aveva 13/14 anni, il più vecchio 70/80, senza distinzione, senza imbarazzo, donne e uomini, tutti nessuno escluso con la pinta di birra in mano o sul tavolo, l’whisky forse, ma la birra era immancabile, blonde, un po’ più blak e molta red, in quest’ordine, quasi sempre.

Di un grazioso paesino vicino ad Inverness, ricordo la stanzetta di un B&B che affittammo io e Susy, posta al piano superiore di ogni abitazione, probabilmente  stanze sfitte dai figli, che ormai grandi avevano lasciato per maritarsi.  Questa era gestita da due simpatici signori in pensione, lei casalinga, lui ex militare pluridecorato, la sera, prima di cena amava raccontare della guerra che aveva combattuto a fianco degli Inglesi, e di certo anche lui non simpatizzava per i tedeschi, infatti ci confesso’ che se anche noi lo fossimo stati non ci avrebbe ospitato nel suo bad end breakfast, e poi continuava nei suoi racconti con la mostra orgogliosa di alcune foto che lo ritraevano nei luoghi dove aveva di fatto combattuto anche per la nostra libertà, una libertà sofferta dal momento che mio padre fu prigioniero degli stessi Inglesi a Tobrüc nel secondo conflitto mondiale. Fu in quella casa che la prima sera si fece buio completo solo dopo la mezzanotte, e vi assicuro che data l’ora, è uno spettacolo nello spettacolo ammirarne l’inusuale magnificenza di un tramonto dipinto di rosso alle 11.30 di notte.

Soldato Mc Pirson, questo era il cognome del proprietario di casa, Harry Mc Pirson tutte le mattine all’alba, si apprestava a scendere in strada, e armato di cornamusa, perfettamente agghindato con Kilt e finimenti vari suonava per sé e per il suo vicinato, una sorta di “sveglia” del gallo, una nenia scozzese ne triste ne allegra, così da comunicare a tutti che un nuovo giorno era iniziato,  lo stesso che in Italia quando quando i rintocchi delle campane alle 7.30, suonano l’Ave Maria.

Ed era già nei miei pensieri sin da prima della partenza di farmi confezionare su misura un Kilt originale, che lo stesso Mc Pirson mi consiglio’ i colori del clan di sua appartenenza, i Mc Cline. Aderii di buon grado perché tra i 24 clan più importanti di Scozia, i colori su stoffa scozzese che più mi piacevano erano proprio quelli, per di più mi piaceva molto anche il loro emblema, una Torre con merli alle estremità, simbolo di fortezza e fertilità. Ci trovavamo ad Inverness, paese scozzese principe per questi meravigliosi abiti da cerimonia, mi affrettai a farmi fare il Kilt su misura, che da una vita avevo in sogno, per il “piacere assoluto” di Luca che fu obbligato ad aspettarmi per più di due ore fuori dal negozio, e passava il tempo di tanto in tanto a litigare con qualcuno per il posteggio delle nostre moto parcheggiate fuori in zona non del tutto adibita a tale scopo, e quasi due mesi dopo il Kilt mi fu recapitato in Italia, accessori compresi, il tutto più bello e lucente che mai mi sarei aspettato vedere.

Altro giorno, altra tappa e ripartimmo alla volta di Loch Ness, il mitico lago d’acqua dolce delle Highands scozzesi, situato a sud ovest della Inverness che avevamo da poco lasciato, l’immensa scura macchia d’acqua custode con i suoi 230 metri di profondità, del segreto tuttora irrisolto della leggenda o verità di Nessie il nome del fantomatico mostro acquatico che di tanto in tanto nel corso di molti anni, ha fatto parlare di se. Normale che trovandoci a tu per tu in questo luogo, si sia gioco forza visitato il Museo permanente allestito a Loch Ness  in onore a Nessie, e oltre che poter ammirare i vari reperti, servizi fotografici, e attrezzature tipo piccoli sommergibili usati per la sua  improbabile individuazione nel corso di alcuni decenni, abbiamo anche assistito nello stesso museo, ad un filmato avvincente sulla storia di Nessie ed i suoi avvistamenti, ma il tutto comunque finiva con un bel punto di domanda, che ci ha lasciato con gli stessi dubbi di quando siamo entrati. Impossibile lo stesso non essere coinvolti e pervasi da quella sensazione di affascinante mistero, i luoghi, il lago, la gente, le case e la vita a Loch Ness, parlano solo di Nessie.

Immancabile e imperdibile, erano le soste che facemmo in un paio di occasioni, alle fabbriche che distillavano l’whisky. Io avrei voluto vedere prima su tutte la distilleria del mio amato Mc Callan a Craigellachie nella regione di Speyside,  ma bisognava prenotarne una settimana prima la visita, quindi ci recammo alla distilleria Glengrant. Giro nella fabbrica e nei suoi magazzini di deposito, poi allo store dove non aquistai nulla perché il Glengrant, proprio non mi piace, se non allungato con molta acqua per renderlo una bevanda dissetante da bere d’estate, e per quella bisogna, va bene anche il chinotto.

Che verso le 11 di un mattino, visitammo invece la fabbrica di whisky del Glenlivet, altra musica, altro liquore, almeno per il mio personale gusto, tanto migliore che al momento dell’assaggio offerto dopo una visita guidata, Luca ne bevve mezzo bicchierino e Daniela e Susy nemmeno, ma niente paura, ci pensai io a bere per loro, e mi scolai volentieri tre bicchierini e mezzo d’un fiato di quello stupendo nettare, invecchiato 18anni, che poco dopo era mezzogiorno, e decisi che era meglio fermarsi a mangiare qualcosa nella mensa della fabbrica, così da smaltire un po’ la piccola sbornia mattutina, che per guidare una moto di 300 kg. con il carico e’ consigliabile essere in sintesi.

E poi ancora superammo Aberdeen, per arrivare alla magnifica maestosa Edimburgo, che visitammo a bordo di un auto bus doppio scoperto, dove dall’alto potemmo ammirare il suo Museum of Scotland, e ancora il fascino inimitabile medievale della Old Town, ai suoi caratteristici antichissimi Pub, e non ultimo, l’imperioso e maestoso Castello di Edimburgo, che prese il nome della città stessa. Che di castelli ne abbiamo visitati non meno di otto, durante il percorso di andata e ritorno, e quasi tutti di nobili proprietari privati, che per riuscire a mantenerli in vita e provvedere alle loro manutenzioni naturali, ne hanno fatto dei musei da visitare a pagamento per turisti come noi, come quello di Eilean Donan castle, che penso sia il più fotografato e visitato castello di Scozia, probabilmente perché “usato” da Cristofer Lambert nel mitico film Haighlander, e quando ci siamo trovati ad attraversarne il lungo suggestivo pontile, sembrava di vedere ancora penzolare dalle forche i cadaveri di gente condannata al l’impiccagione, come appunto riproposto in storia mitologica nel film.

Bellissimo e suggestivo anche all’interno quel castello, e non mancavano dentro e fuori, uomini scozzesi in divisa ufficiale militare con il Kilt, che ben volentieri, si prestavano a farsi fotografare con loro assieme, nonostante stonassimo non poco accanto a loro vestiti in tuta di pelle da viaggio… un po’ come i “finti gladiatori” che si fanno fotografare con i turisti fuori dal Colosseo di Roma. Ma il tempo inesorabile passa, e lento sia, scorre, che dopo la prima decina del mese di Luglio, arriviamo alla parte ultima del nostro viaggio, inteso per l’andata, infatti siamo ad una delle estremità costiera della Scozia, la parte settentrionale, esattamente a Thurso, dove ci accoglie nefasto, un vento gelido che trasporta con se’ un insidiosa pioggerellina, il tutto nel contesto di appena sette-otto gradi sopra lo zero. Il grande Mare del Nord di fronte a noi, si presentava con tutta la sua imponenza quel giorno, onde alte dei metri, scaricavano sugli scogli tutta la loro rabbia, spumeggiando sporcizia, è stata breve quella sosta, pochi minuti davanti all’infinito, e poi subito al riparo dentro ad un bar a berci qualcosa di caldo, che dava un po’ di coraggio alla tristezza di essere giunti in meta e il freddo pungente, non aiutava certo il troppo star fermi, molti sospiri, e finì lì.

Non ricordo con esattezza se il giorno stesso o il seguente, che inizio’ il viaggio di ritorno, e con una volata di 333 km, da thurso ci recammo nell’isola di Sky, nel graziosissimo paesino di Poltree. Talmente bello e suggestivo da rimanerci per ben due dei nostri 18 giorni a disposizione per quel viaggio.  Il suo caseggiato tutto colore, contornava la splendida baia, in quel luogo, in ogni direzione facessi una foto, eran tutte cartoline da inviare agli amici.

Una meraviglia tra le meraviglie, e decidemmo pure di fare una gita sul mare, con un piccolo peschereccio, che portava i turisti a vedere le nidificazioni delle aquile di mare pescatrici, e vedemmo con l’aiuto del binocolo i nidi con i piccoli dentro, e parecchie aquile che volteggiavano nel cielo, purtroppo nessuna di loro in quel momento cacciava a suol radente le acque nel loro affiorare catturando la propria preda, ma ci capito’ di vedere altresì degli splendidi delfini che giocavano con gli spruzzi di prua della nostra imbarcazione.

Ad attenderci al porto, una foca, che a detta dei pescatori locali, era la mascotte del posto, sempre in attesa di un facile boccone gratis. A Poltree, potei aquistare da un antiquario del luogo, qualche oggetto di pregevole oggetto di artigianato locale, e tra questi per sempre conserverò uno splendido anello d’oro e appoggiato sul suo “castello” una moneta antica raffigurante S. Giorgio a cavallo, che sconfiggeva il drago con la lancia su di un lato, dal l’altra faccia della moneta, il viso e busto della regina Elisabetta al momento della sua incoronazione.

Fu il tempo di ripartire anche da quel luogo incantato. Altre 5/6 ore di viaggio che da Poltree  ci recammo in quel di Glasgow, città moderna con l’immancabile ‘marchio’ scozzese come caratteristica principale, e da Glasgow altra giornata a cavallo della moto, l’ultima ainoi su quel territori, direzione porto di New Castle nell’omonima cittadina, e ci imbarcammo per una traversata di un migliaio di km., alla volta di Asterdam in Olanda, che sul posto arrivammo alla una di pomeriggio. Curiosità seppi solo il giorno d’arrivo che dormii la notte di traversata in branda nella stiva della nave, sotto il livello del l’acqua… non lo rifarei mai più, amo l’alto, non i bassifondi… ne terreni, ne marini.

Sbarcati nel porto di Asterdam, senza perdere tempo, si decise per fare una tirata unica che dal territorio olandese, ci avrebbe portati direttamente a Baden Baden in Germania, in pratica all’inizio della famosa Foresta Nera in Germania. Che alla sera stessa, dopo più di 700chilometri percorsi con pochissime indispensabili soste, alle 8.30 eravamo ivi giunti, e dopo uno squisito pasto in un bellissimo locale all’aperto del posto, cenammo e riposammo per la notte. Al mattino seguente, ci aspettavano 130 km di Foresta Nera, che a dirla con due parole scritte, e nulla in confronto al trovarvici dentro, in mezzo a quelle lingue di asfalto che si facevano strada strisciando tra maestosi alberi alti sino a 30 e più metri, con il sole sopra di noi che sembrava far capolino tra le foglie, allontanato com’era dalle fronde gigantesche degli alti fusti centenari.

Che anche questa foresta ci ‘mangiammo’, e nelle vicinanze della sua fine per estensione, a pochi km con il confine francese da una parte, e appena a 50km. a nord della Svizzera, praticamente nella parte del Canton Ticino, andammo a visitare il più famoso e titolato paese degli orologi a cucù, la dove una graziosa casetta fatta a forma e perfetta somiglianza di un orologio a cucù, imperava a monito di ricordare dove ci si trovasse, il regno dei Cucù.  Ultima bellezza e curiosa immagine di quel meraviglioso viaggio, poi una tirata unica per le autostrade di plastica nelle vallate Svizzere, e la magia finì quel bel giorno del 18 luglio 2007. E con quel viaggio, dopo quel giorno, finirono le vacche grasse, come ebbi già a dire all’inizio del racconto, finirono le prospettive di lavoro, finirono i soldi, almeno per quel che riguardò i più… me compreso, finì un certo tipo di serenità, forse superflua, ma che a me non era mai dispiaciuta. E mi sono, ci siamo dovuti inventare un nuovo stile di vita. Love Scotland.  I Will  come bac.

Ero di nuovo in Italia, la Scozia se n’era andata ad un semaforo rosso che di colpo mi riportò a casa. Ero di nuovo in sella alla mia Bmw che ferma rombava fremente.

 

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