Sulla strada dei ricordi su due ruote 5

Intanto mi trovavo di già in Comenduno di Albino che non ho mai capito se è un paese a sé o un agglomerato di Albino un bel ‘paesotto’ che da inizio alla Valle Seriana. Che di fatto è il paese di Alzano Lombardo lo starter di partenza, ma Alzano è l’inizio dei clivi dove la pianura viene inghiottita dalla valle per questo non da la giusta impressione di essere il vero ‘inizio’.

Comenduno di Albino. Dove lavorò Suzza per alcuni mesi in un supermercato d’abbigliamento. Suzza è il nome con cui chiamo ora più che affettuosamente la ‘mia’ Susanna, il mio tutto su questa terra, la mia ragione di vita… su questa terra. Accanto, di confine al ’Bottegone’ che era il luogo di lavoro di Susy, l’albergo Valle d’Oro, ricordo di molteplici cazzate che non mi par vero di aver combinato in compagnia di altre donne che non erano il mio vero amore ma che da allora cominciò ad essere Susanna.

Forse capii lo squallore di quel luogo per chi come me l’abitava ad ore, quand’ecco che il locale fu chiuso per un fattaccio accaduto una notte. Due amanti ‘troppo’ focosi, si erano lasciati andare in straordinarie follie amorose, e nel l’impeto irrefrenabile di quei momenti, l’uomo strinse troppo sulla gola della sua partner con quella maledetta calza nera di nylon… strinse troppo perché koca e alcool offuscano gesti e pensieri alterandoli non poco. Alché il locale fu chiuso dalla magistratura per regolari accertamenti sul caso.

Forse fu a quel punto che capii di aver fatto cose stupide, inutili, deleterie allo stato d’animo che non era m?ai in pace con se stesso, ho vissuto a ore ciò che sapevo di non voler vivere, ma una mia carissima Amica disse e dice che è meglio uno “scotto” che un rimpianto. Mille storie al Valle d’Oro, operai, rappresentanti, gente che si trovava lì temporaneamente per ragioni lavorative, tutti in cerca di imitare chi usava le stanze ad ore a partire dal l’approccio con le belle locandiere tra un piatto e l’altro servito per la cena. Tanti di loro in cerca di uno sbaglio sicuro. Non esiste un amore ‘ad ore’ che dura per sempre, rimane solo sesso che si spegne come un moccio di candela subito dopo l’atto del coito.

É finito il rettilineo che collega Comenduno con Albino, mi tolgo dalla vecchia ‘provinciale’ e a sud faccio un inversione di marcia e percorro la via principale del paese con i giri del motore al minimo per non disturbare con fastidioso rumore di motore tra i vecchi stretti caseggiati che lambiscono una lingua di ciottolato, che al primo colpo d’occhio pare il lastricato di un piccolo torrente scozzese, ghiacciato e sporco di fango e rami secchi. La banca a destra, la gelateria di un mio caro conoscente a sinistra, il Giorgio, che vent’anni prima gestiva il bar caffè de Paris in Viale Papa Giovanni VIII, la via principale di Bergamo che dalla stazione ferroviaria a sud, si ricollega al non meno importante Viale Vittorio Emanuele che termina alla porta di S.Agostino, uno degli ingressi ad est di Città Alta, la parte più antica di Bergamo posta sui clivi di colline… che identifica un bergamasco d.o.c. con la classica domanda del … ‘Berghëm dè süra o Berghëm dè sôta? L’antico portale con nel l’arcata incisa nella pietra l’emblema di chi governò Bergamo a quel l’epoca, il leone alato della Repubblica Veneziana al tempo Michelangelo.

Passo da Fulvio ad Albino di tanto in tanto, per gustarmi uno dei più buoni gelati della zona, solitamente per mostrargli l’ultima fantasia di moto che mi son “fatto”. Sinceramente non capisco se gradisca o meno, risponde quasi sempre la stessa cosa guardandomi dritto nelle lenti a contatto… ho una Bmw parcheggiata nel box e quest’anno non ho avuto nemmeno il tempo di avviarla una volta sola. Bollo e assicurazione regolarmente pagati, e non la uso mai… mi dice ogni volta Fulvio. Me lo dice con occhi languidi e tristi, non credo possano mentire. Saluto ogni volta cordialmente, ma con Lui parlo sempre meno delle mie moto, preferisco non intristirlo.

Sempre a sinistra una ferramenta e di nuovo sulla destra dopo la banca, un fruttivendolo e il negozio di abbigliamento della mia amica Daniela che immette direttamente nella via maestra del paese di Albino che è Via Mazzini. Dovetti fermarmi a bere il quarto caffè della giornata a metà di quella via. Casa era vicina e una sosta per ricordare in santa pace la mitica Via Mazzini fu doverosa quanto desiderata.

Fu doveroso e insieme ossequioso fermarmi per una sosta caffè, e lo feci nel bar che gestiva tanti anni prima, Mariolina che se il nome inganna, preciso che di tenero Mariolina aveva il burro per le tartine al l’ora del l’aperitivo. Lei era e ancora sarà una bella ragazza piena di vita. Una bella donna bionda con tutte le ‘curve’ al posto giusto distribuite nel longilineo corpo da un metro e ottanta con i tacchi.

Era una ragazza ambita Mariolina, ma una porche parcheggiata fuori dal suo locale, faceva presagire che il proprietario avesse buone chance per conquistare il cuore della bella. Quella Porche la guidava Piero, due baffi su di un corpulento omone di un metro e ottanta senza tacchi, e siccome la benzina costava già cara sin da allora, era facile immaginare che non ci fosse possibilità alcuna di conquista. Poi Piero morì una tragica notte a bordo della sua potente Porche… strada sdrucita dalla pioggia battente, gli fece imbattere in una pozza di acqua e fango e la sua macchina si schiantò a 150 chilometri contro un platano che per abbracciarlo servivano quattro braccia tese.

Mi fermai in quel bar, ora gestito da una mamma con figlia. Non c’era posto sul ciottolato della via Mazzini per ospitare lo sbranamento del mio corpo su di una sedia, e mi accomodai nel retro che dava su un bel pezzo di giardino con tavolini e sedie sparpagliati su di un lembo di ghiaia… e cominciai a pensare a quella via dove aveva raccolto tante testimonianze della mia vita.

Era da poco iniziato un nuovo anno, “91”, “92”… non ricordo con precisione, mamma mia! Ricordo quando ci pensavo anni fa’ quando la vita era nelle mie mani, quando ne ero il padrone incontrastato o mi illudevo fosse così come tutti i giovani nel pieno del loro vigore, della loro alterigia, del loro essere tali, giovani, semplicemente giovani. Mi tornò alla mente quando in qualche rara occasione mi divertivo a pensare quanti anni avessi avuto oggi, forse per gioco forse per schernire il fato dall’alto della mia invulnerabilità, come se a me non potesse mai accadere di avere gli anni che ora ho.

Sempre facevo un rapido calcolo per sapere quanti anni mi separavano da quella età a questa, erano talmente tanti gli anni che mi separavano da quella data futura, che inevitabilmente sorridevo tra me e me e andavo oltre col pensiero, talmente era assurdo preoccuparsene…

Solo al raggiungimento di un nuovo decennio mi preoccupavo, e puntualmente ricalcolavo, ma ne rimanevano sempre molti di anni e dopo una breve crisi esistenziale riprendevo ad essere il comandante indiscusso della mia vita. Bei tempi, qualunque difficoltà era facile, qualunque problema risolvibile, e per uno come me incosciente ottimista quello che non risolvevo,  lo “aggiravo” a mio vantaggio, per cui rendevo tutto bello, tutto semplice. Non mi sono mai piaciuti i problemi, ne per me, ancor meno per chi mi è stato vicino, e siccome sono stato dotato dal Cielo di un altissimo grado di ottimismo e buonismo, in aggiunta se non bastasse ho un animo caritatevole che ha sempre cercato di semplificare tutto, anche l’apparente impossibile… ciò mi ha sempre agevolato nelle vicende della vita, pur pagando il dazio quotidiano di preoccuparsi degli Altri. Sempre.

Gli anni passano, lentamente e velocemente scorrono ritrovandoti inesorabilmente alla triste realtà che ti dice che non ci sono più, allora rifaccio e rifacciamo un resoconto della nostra vita chiedendomi e chiedendoci se ancora ci riserverà emozioni. Gioie e dolori, e se ancora potremo dire la nostra nel mondo che lavora e tra le ali del l’effluvio dell’amore, “digerire” il tutto e trovare spazio per noi.

Meglio essere ottimisti mi dissi, il tempo che ci rimane si è assottigliato e non va sprecato in inutili polemiche e invece di lamentarmi in continuazione, provai a pensare come quando da ragazzi credevamo  di avere tutto ancora davanti a noi. Pensai che tutto ancora si potesse avere, come scalare una montagna o “serfhare” a cavallo di un onda alta tre metri.

Tutto ciò che noi si voleva, e ancora vogliamo, ora. Non necessariamente un conto in banca ben pasciuto e un automobile nuova più bella di quella del vicino o degli stupidi abiti firmati o che altro, ci e’ rimasto di poter passeggiare nel bosco senza pensieri bui, nuotare al mare, mangiare e bere, giocare a carte, a bocce, al pallone, a scacchi… al calcio balilla e saltafosso…

Potrei e potremmo anche piantare del l’insalata, potare un albero, adottare un cane un gatto un cinghiale una zebra, coltivare un hobby sopito, inventarci un lavoro che non abbiamo mai avuto il coraggio di fare. Volersi bene, amarsi, fa’ bene amare, molto più che odiare, fa’ bene ridere, molto più che piangere, inutile sprecare tutto il tempo a lamentarci delle persone più ‘fortunate’ o “furbe”.

I più fortunati non c’è dato sapere esattamente se lo siano veramente, e i furbi, credetemi, devono fare i conti con la loro coscienza poco pulita e non vanno sereni nei boschi o a nuotare al mare, devono sempre stare all’erta da quelli più furbi di loro con la coscienza più sporca ancora. A quel punto la serenità non ha misura e non ha prezzo. Meglio star fuori da certe ‘fortune’ e imparare a convivere con le ‘sfortune’, che alleviando le loro sofferenze se ce ne facciamo carico noi di una piccola parte… tutti INSIEME.  Servirà alla ‘sfortuna’, servirà a noi come carico dolente di vita, indispensabile per capire come saper vivere.  La nostra vita vale più di ogni altra cosa al mondo e per quanto mi riguarda ne ho già sprecata troppa a lamentarmi di questo e di quello. Quel che il cielo mi riserverà di vita , lo vivrò il più felice possibile, come quando da ragazzo dicevo… che brutto avere …anta, ma si che mi importa, ho ancora tanti anni prima di arrivare li’… ma non ci penso più, non li conto più, adesso me li godo uno per uno, non li spreco più.

Era il periodo delle ‘vacche grasse’, e le emozioni mi servivano come un tozzo di pane quotidiano, e non mi fermai di certo dal fare cazzate in quantità industriale, e tra le tante, mi ricordai di quella sera che dopo la discoteca Antares, verso le due di notte, io, Gigi, Rollo e Marco, salimmo a bordo della mia Mercedes nera, quella che comprai sulla ’parola’ tra me e Carlo, e ci recammo nel vicino parcheggio di un grosso supermercato, proprio a pochi passi dalla discoteca. Al buio, fari accesi della macchina, noi quattro fuori, in piedi, affiancati uno al l’altro con una mano sulla patta dei pantaloni e con l’altra si sorreggeva “l’arnese del comando”, un ‘pistolino’ che urinava birra e quant’altro avevamo ingerito nello stomaco e nei polmoni.

Stavamo “pisciando”, alché vedemmo dei fari che si avvicinavano a noi senza fretta. Qualcuno ritrasse “l’arnese”, altri dovevano finire e vennero sorpresi dal l’auto che lentamente sopraggiungeva verso di noi. L’auto blu di pattuglia dei Carabinieri chesi fermò a pochi passi da noi. Scesero due uomini, un appuntato e un Maresciallo per un normale controllo d’identità, e data l’ora, era più che giustificato. Noi, oltre che in corpo, si aveva in tasca rimasugli di estasi proibita dalla legge e dal buon senso. Per fortuna riconobbi il Maresciallo che a quel tempo mi era amico perché lavoravo in tribunale come appendice ad un servizio di avvocatura, anche se avevo di fatto solo il titolo della terza media. Tirai un sospiro di sollievo nel vedere quel volto amico, infatti dopo avermi fatto aprire il bagagliaio per un controllo che era pieno di strenne natalizie ricevute in dono da clienti e amici la settimana di Natale, il Carabiniere amico non trovò alcunché di losco quindi, a parte le nostre condizioni psico fisiche, ma al tempo per nostra fortuna ancora in vigore la giusta legge restrittiva sul l’abuso alcolico, che quello narcotico era ancora un mistero per gli stessi inquirenti.

Si congedò con un saluto che puzzava di monito per l’ora tarda a lasciare quel posto ambiguo, se ne stavano andando il Carabiniere scelto e superiore e il collega, ma un gesto inconsulto di Gigi, fece tornare sui suoi passi l’appuntato. Pila in mano, si avvicinò a Gigi e puntando il fascio di luce ai suoi piedi, riconobbe facilmente un paio di “bustine bianche”. Due grammi di koca che non era liquida cola scura, ma sostanza polverosa bianca come la neve che si vedeva accatastata a mucchi nel parcheggio, tutti in caserma. Ore interminabili per il riconoscimento delle nostre generalità, e perquisizione nel l’abitacolo della Mercedes, dove rinvenirono altre “bustine” dal cruscotto. Cacca totale… se ne stavano andando, non c’era bisogno di sbarazzarsi di quelle due bustine. Troppa paura per Gigi. Fu troppo grande per lui quel l’incombenza, che poi il risultato di quel l’avventura fu anche il risultato  della sua vita non di certo vissuta al l’insegna di un grande coraggio e grandi soddisfazioni. Ma l’ho perdonai, non è colpa sua, non è colpa di nessuno. Ognuno è su questa terra con una strada già indicata da percorrere, ci si deve solo preoccupare di non intralciare il cammino altrui su quella strada… Quindi non pensavo male di Gigi che non pensava certamente di intralciare la mia di strada.Un amico.

Marco lo conobbi quella sera in discoteca, mi disse essere un bancario e non ricordo il perché, ma mi avvicinò al bancone del bar per parlarmi. Era disperato, e nelle ore estenuanti d’attesa nel l’anticamera della caserma, non resse al terrore di perdere il lavoro per colpa di quello “stupida” serata. In un attimo di distrazione ingollò un grammo che gli era rimasto in tasca. Subito divenne paonazzo e sudava sette camice pur restando fermo seduto su di una sedia. Bussai alla porta del Maresciallo che stava svolgendo accertamenti su ognuno di noi, e lo pregai di lasciarlo andare a casa, in cambio mi sarei accollato la responsabilità di averlo trascinato in quella squallida storia. Il Maresciallo mi accontentò e io, solo io dovetti pisciare a Milano in uno dei bagni del Niguarda una volta ogni mese per sei a venire. Porta aperta del bagno sotto l’attendo controllo di un sorvegliante incaricato di controllare se fosse la mia pipì e non quella di un altro nascosta in tasca in un apposito contenitore, l’avvilimento più grande era essere in una fila di persone che avanzavano a passi lenti verso la visita dal dottore, per aver consumato un prodotto non consigliato dallo Stato, ma di fatto lasciato passare il perlopiù delle volte dal confine dello stesso… per ragioni economiche, per ragioni politiche, per ragioni di potere, e i “perlopiù” che avevano accesso a toccare il celo con un dito dopo aver ingerito un qualcosa di… “stupefacente” proveniente da confine, marciavano in riga, in fila come settecento anni prima fecero i loro antenati messi al pubblico ludibrio, nella pubblica piazza attanagliati da una gogna… e ognuno che passava poteva tirare loro in faccia uova marce o verdura  e frutta marcita. Lo stesso che ai nostri tempi immaginare il Colosseo come fosse lo stadio Olimpico di Roma.  Eravamo lì, in fila come erranti briganti della antica Barbagia, colpevoli di aver provato ciò che questo mondo .. ….. ci ha trasmesso con il suo messaggio in quel momento… o almeno quello che si era in grado di recepire. Fu umiliante ma necessario a non voler mai più ripetere l’esperienza negativa di essere tacciati come chi stava contaminando il mondo con spinelli e qualche “riga”, mentre a casa i nostri “educatori” magari picchiavano moglie e figli, squallido proseguire perché non c’è che di peggio, e non sia condanna unanime di un qualcosa di malfatto verso istituzioni, persone e cose… e la vita, quella che ci siamo faticosamente costruiti da due millenni a questa parte. Da quando Gesù venne tra Noi a risvegliare gli animi di ognuno.

Molte altre cose ad Albino, per mia fortuna, molto più belle e gradevoli, come aver fatto parte della squadra di calcio a sette della gloriosa squadra albinese capeggiata dal presidente Daniela e dal vice presidente Annibale, che sono lo scrivente. Daniela è la ragazza che gestisce un negozio di abbigliamento, a destra del ciottolato scozzese al l’ingresso del paese di Albino dopo la banca e il fruttivendolo. Ebbi forse un “qualcosa di amoroso” con Dany, la fragile ma caparbia e capace Daniela. Si facevano feste da non dimenticare su, alla baita del Mauro, tutti insieme alla squadra, che era composta da sette giocatori senza riserve al nostro attivo. Si mangiava carne arrosto di porco e si beveva tanto di quel vino, grappe, e wischey e quant’altro, che ne annullavano il sapore, rimaneva solo lo stomaco pieno e tanta voglia di mandare affanculo il mondo.

Ricordo di una volta che dovetti sostituire Daniela che doveva presenziare alla visita medica a cui sono sottoposti tutti gli l’atleti prima del l’inizio del campionato. Andai io per Lei, io e i sette del “l’Ave Maria”. Arrivati in ritardo di venti minuti dal l’orario della visita. Il medico si era di già spazientito. Fece fare una serie di esercizi ai sette ragazzi “calciatori”, uno consistette nello stare fermi il più possibile su di una sola gamba. Sei di loro barcollarono paurosamente per tutta la durata del l’esercizio che il più “forte” resse per un minuto e mezzo… il settimo non riuscì a reggersi in piedi su di una sola gamba nemmeno per qualche secondo. Occhi rossi di chi l’ultima canna l’aveva fumata un ora prima, capelli arruffati di una persona che ci dorme sopra tre giorni e sguardo che più fesso non poteva sembrare. Altri disastrose prove attendevano i sette del “l’Apocalisse”, una compiuta più rovinosa del l’altra… ma l’ultima, l’ultima prova fu quella che riscattò il gruppo riuscendo ad impietosire il Medico visitante.

Fu il momento della prova di analisi psicologica. Il Doc. Mostrò ad ognuno dei sette ragazzi molte immagini raffigurate su dei fogli di carta. Immagini strane, confuse, geometriche quando non rotonde, mischiate tra loro come a formare un garbuglio dove cercare nel mezzo di trovare la forma di un animale o di persona, un aereo, un disco volante o anche un nuovo pianeta. I ragazzi dovevano dire al medico sportivo, quali fossero le immagini che riuscivano a cogliere con un colpo d’occhio.

Ci voleva la giusta distanza tra occhi e foglio, la giusta concentrazione e molta calma anche se spinta dal l’istinto che spingeva di più. Ci volle tutto questo per i ragazzi che riuscirono facilmente a riconoscere nel disegno un elefante in un mare di fango grigio come la sua pelle in mezzo a migliaia di scarabocchi assennati, come riconobbero un ufo in mezzo al disegno di mille rottami di un auto demolitore o riconoscere un uomo di colore, dipinto  nel mezzo di una notte africana senza luna… rimaneva in risalto solo il bianco degli occhi e dei denti, il medico si impietosì, la squadra fu abilitata.

Uno dei sette probabilmente aveva fumato una canna un ora prima della visita, gli altri sei sicuramente l’avevano fumata la sera prima… per questo quelle menti offuscate da mille pensieri irrisolti tramutati in immagini, riuscirono senza grandi difficoltà ad interpretare quei pasticci colorati. La loro mente era accomunata da tutto quel disordine, fu facile per loro, e io ero il loro vice presidente… o presidente… non ricordo, ricordo che in una della mangiate pantagrueliche e bevute a fiumi di fine settimana, promisi alla mia squadra di calcio, che qualora ci fossimo ritrovati primi alla fine del campionato, si sarebbe festeggiato in un nightclub del luogo, con una bellissima ragazza per ognuno al fianco… Finimmo quarti su cinque squadre partecipanti. Non ultimi, quindi in un certo qual modo, onorai la mia promessa e regalai alla squadra molte altri venerdì goliardici, e se non si andò al nightclub, si portarono direttamente tre delle ballerine, ospitate e riverite da noi tutti, Maria la Rumena,  Yelena la Russa insolitamente altruista e Elēna anch’essa Rumena.

Rispetto e amicizia da parte di tutti noi, che la malizia la lasciammo nelle fantasie della nostra libidine personale. Venivano a pranzo o a cena fuori dagli orari ordinari che le obbligavano a bere e ballare per ubriachi e “fatti” di ogni categoria…  alle nostre feste non venivano pagate ma ci venivano per pura amicizia, e non solo perché intanto nascevano sentimenti e gelosie come in qualunque altra storia di ordinaria vita tra uomini e donne.  Maria ora è una ragazza pienamente inserita nel giusto contesto sociale e gestisce un bar tutto suo, Yelena e Elēna non ne so più di quanto non ricordi del periodo della loro conoscenza. Yelena si innamorò di me e io non di Lei, era una bravissima ragazza e sarà tuttora una orgogliosa mamma di una bimba ormai donna. Elēna, rumena, piccola, bella come una bambola, con capelli neri lunghi, mossi, che gli arrivavano al sedere che sembrava l’immagine della salute… occhi scuri e sguardo beffardo e spavaldo insieme. Gli occhi di Elēna erano la chiave del suo fascino interiore, l’esteriore erano due tette grandi sul suo esile e bel corpo, talmente grandi che spesso ci si dimenticava di guardare i suoi occhi parlando con Lei.

Mi invaghii di Lei, Lei si innamorò di me dopo che tutto era finito ormai da anni. Il “capriccio” costò caro al mio portafoglio, ma ancora di più al mio cuore. Lei capì dopo questo, e il mio rimase una bellissimo sogno da inseguire, e rimasto senza fiato, mi fermai a riflettere con il finale di sfociare nel più sicuro e placido fiume di Susanna. Anche Elēna come Yelena aveva di già una figlia, e durante il nostro vederci per quel periodo ne aspettava un altro… ovviamente non da me che son sterile, ma questo non fu il nocciolo della questione, il punto cruciale fu che da Lei non seppi mai ne della della figlia vivente, ne della neo nascente… lo dovetti sapere da Caterina, la sua amica, una ragazza alta un metro e ottanta, capelli neri corvini tagliati a “caschetto”, truccatissima con una mise sempre al l’altezza di ogni occasione. Me lo disse quella sera in un albergo di Magürâ in Romania sul confine Moldavo. Venne da me per consolarmi dalla improvvisa partenza di Elēna che disse di dover correre in tutta fretta al capezzale del babbo Jhoesep, un vedovo alcolizzato che viveva a poca distanza dal l’albergo Magürâ, poi maliziosamente Caterina mi fece capire che non correva al capezzale del babbo, bensì tra le lenzuola di suo marito, o il suo “uomo”, significando che comunque me la gettava nelle braccia con il sorriso sulle labbra.  Katy, mi consolò talmente tanto, che il mattino seguente la ricompensai per il “consolo” ottenuto.

Mauro era il proprietario della baita o “casotta” che dir si voglia, in pratica era una stanza grande con un lungo tavolone al centro che poteva ospitare almeno una ventina di commensali, un vecchio televisore che non ho mai visto funzionare, una stufa a legna e in un angolo il camino sempre acceso per cuocere costine e carni d’estate e caldarroste d’inverno. Con Mauro mi vedevo anche per lavoro oltre che per divertimento, e in quelle serate, poi scoprii ben presto che possedeva un “anti dono”, l’invidia, e stupido non fu nel mascherarla e lo scoprii circa dopo un anno. Un anno in cui uscimmo spesso accompagnati da compiacenti signorine, anche per brevi gite al mare, o dove a spese mie si andava spesso al ristorante o in discoteca. Scoprii anche che era invidioso di me addirittura sfiorando la cattiveria perché i suoi occhi che mi gettava addosso dopo qualche bicchiere di vino, non riuscivano più a mentire e non riusciva nemmeno a controllare bene le parole che gli uscivano dalla bocca che volevano essere di tono allegro ma sprizzavano cattiveria da tutti i pori delle corde vocali.

Mauro era invidioso e geloso di me perché le gite al mare o ingressi al nightclub, vino, costine e caldarroste, le pagavo sempre e solo io e non è così che si fa tra veri amici. Peggio suo, io di amici ne ho sempre avuti molti in ogni fase della mia vita e potevo scegliere, lui no, il suo cuore non era ancora in grado di meritare questo dono. Poi, le serate in baita Mauro le trascorse con il suo camino che si accese malinconicamente solo di domenica per lui e qualche anziano parente. Ora non so… spero di no.

Bevvi un altro caffè. Avevo altro da pensare del paese di Albino. Accesi un altra sigaretta per accendere l’eccitazione del caffè con lo stordimento del fumo. Vinse il fumo nei polmoni, e lo stordimento anche se lieve, porta ai ricordi più lontani, un po’ malinconici. In un attimo, ero con i miei genitori al Mulinello, una frazione di albino, il “rifugio” di mio padre. Avrò avuto su per giù dodici, tredici anni, giù nella piccola valle vidi pescare nel torrente che scorreva di fianco la nostra umile casa in affitto, una magnifica trota fario maculata con chiazze tonde e violacee. Si dibatté disperatamente prima di cedere alla forza della lenza che la trascinava a riva, era la forza di quel cibo di cui si nutriva nel torrente in acque cristalline di quei cinquanta anni che erano trascorsi tra me e quei pensieri di ricordi. Forse fu da quei giorni che imparai ad amare la montagna, e anche il “rifugio” che oggi è il mio Albero dei Moroni, un magnifico gelso ormai immaginario, in cui rifuggo tra le braccia dei suoi rami… in alto… molto in alto, la, che possa sentirmi al sicuro dalle cattiverie che faccio e che vedo fare dagli Altri uomini.

Spensi la cicca, alzai il culo da quella seggiola con il solito odioso scricchiolio della tuta ad accompagnarmi nei passi che feci per recarmi alla cassa. Pagai, salutai ringraziando e risalii a bordo del mio drago scorreggione a due teste. Di Albino avevo altro da dire, ma la sigaretta mi portò una freccia diretta al cuore che mi colpì tanto,  che il resto erano perlopiù sciocche goliardie di un tempo passato, un poco sprecato. E quindi rombando quel poco uscii da quel paese subito diretto a Nembro… che altro nome di paese tanto antipatico ricordo solo quello dove vivo. Ma anche lì, a Nembro i ricordi eran belli tosti, personaggi e avvenimenti molto singolari.

Il più vecchio accadimento che mi lega a Nembro, e quando io mi separai da mia moglie e comprai un monolocale su quel viale alberato che in fondo alla strada dava direttamente sul bar della bocciofila. La casa che iniziò il rapporto di convivenza, anche se part-time con Monica che chiamerò Monila in questo finale al narrar di strada macinata con i ricordi che finì felicemente con l’incontro di Susanna, e per non farmi mancare nulla, nel frattempo continuai a solcare inutili ‘tacche’ sul calcio della mia pistola di altre avventure perlopiù vissute con persone disturbate da un qualcosa che non ho sempre cercato di capire, ma ancor oggi non ho una risposta, inventai nomi nel mio pensiero da associare ai fatti, anche perché di almeno metà dei nomi “veri” non ne ho memoria.  quello di Monila lo ricordo, ma preferisco dimenticare. Monila e monile sono la stessa cosa per associazione di valore, nome e oggetto che tendono al lusso, a una vita che ti è propria solo se ricco lo sei di “famiglia”, diversamente è una disperata e continua ricerca al l’impossibile… e siccome io ero un modesto artigiano cominciarono i guai… per questo preferisco si parli di Monila. Seppi che conduceva una vita decorosa e dignitosa, mantenendo il suo stato di ‘bella donna’ pur avendo alle spalle una buona metà di vita.

Significa che non sporcherò il ricordo di Lei, perché l’amore non si cancella, si costudisce nel cuore con qualche sospiro di tanto in tanto… badando bene che sia un anelito di benedizione e non più di quel ‘tipo di sospiri d’amore’. I ricordi di storie di già vissute devono rafforzare l’animo, e mai spegnerlo. Se i ricordi fanno i pompieri di professione si rivolgano altrove, magari al vento, che si disperdano e non disturbino l’animo di nessuno.

L’Amore con la A maiuscola può arrivare subito o nel trambusto di una lunga serie di scorribande sessuali. Quando quella A arriva e rimane con te per Trentuno anni tra alti e bassi e una sera va a giocare al Bingo e ti manca da morire per le due ore e mezza della sua assenza. Quella A che anche i nostri cagnolini che erano Chiwawa due chili prima di ingrassare e che ora sono il bene della nostra salute. Minnie e Roccia, anche loro quando manca Susy sembrano essere in un noioso dormiveglia. Non sanno dove accucciarsi, non hanno lo sguardo di chi vuole un biscotto o una coccola ancora. Aspettano la mia A, che è anche la loro.

Questo è Amore vero pensai, senza che lo stesso sia sfregio del ricordo di altri amori che ho vissuto, che rivivrei uno per uno, anche non era amore con la A… lì a Nembro, in quel bellissimo bilocale fatto su misura della personalità esuberante che avevo, che spero abbiano tutti i giovani…

Paola era una manager che lavorava nella torrefazione di prelibati ed esclusivi granuli di caffè. Dopo aver fatto l’amore, correva in bagno a lavarsi nervosamente e rassettarsi il viso con badilate di fondotinta e rimmel a go go… che il rossetto se lo metteva anche durante l’amplesso.

Giuliana che mentre faceva l’amore, piangeva per il rimorso di far becco il marito, Adriana che faceva l’amore nuda al di fuori di maglietta della salute bianca e calzini bianchi corti che non spogliava mai. Adriana che per Lei e per gelosia di un suo ex, una sera vidi bruciare di sotto casa nel viale alberato la mia fiammante Jeep che Massimo riuscì a farmi comprare a rate da un suo amico. Massimo è il ragazzo di 60anni che stava lottando tra la vita e la morte.

Marilena venne una notte, non era il mio tipo e io certamente non il suo. Sembrava che spuntasse da un mondo fiabesco dove ad ogni incontro fosse obbligata a baciare il principe azzurro. Fece l’amore con me pur sapendo in cuor suo che non ero il suo principe.  Da quella sola notte, non la rividi più… e nemmeno la cercai, Lei aveva altri castelli da visitare lungo il suo cammino.

E ancora una vicina di casa “molto premurosa” quanto “molto gentile” e sguardi penetranti di donne d’altri uomini che per amicizia frequentarono quella casa, il tutto in quel sottile interminabile momento di transizione tra Monila che mi aveva lasciato e Susanna che per un soffio di luce venne dopo tutta questo burrascoso periodo avventuroso, un inutile tempo in cui mi sottoposi per orgoglio al test del se si è ancora “Super”.

Una sola Amica vera in quella casa, con me per otto mesi. La ‘Corbarina’, una ragazza da fisico alla Tomb Raider. Dormivamo insieme, mangiavamo spesso insieme, si andava in discoteca insieme anche due volte in una notte, magari al Vaya vaya nel bergamasco o al Charlie Braun di Milano. Facemmo tutto insieme fuorché al l’amore, per questo è bello rivederla ogni tanto e salutarla con sincera amicizia. Anna ebbe le sue storie e io le mie e le condivisi a tal punto di fare al l’amore con una ragazza e Lei accanto che dormiva o fingeva di farlo. Cazzate di gioventù, stupidaggini senza senso che prevaricano mente e cuore di un uomo, lasciando spazio solo al corpo e la sua “famosa appendice”.

Ricordi tanto belli che non mi scorderò mai. Anna sarà per sempre un bel ricordo della mia vita, un amica. Come non mi scorderò mai di Massimo che anche in quella occasione ci ospitò in quel suo momento di realtà che era essere a sua volta ospite di Lillo che possedeva per beneplacito governativo, una intera collina coltivata a vitigno e annessa alla cima, una bellissima villa con la dependance per gli ospiti attigua alla scuderia dei cavalli.  Quelle Volvo con antenne lunghe sei metri sopra il tettuccio!? La comprò Max per primo e tutti gli altri pecoroni “industrialotti” a corrergli dietro. 5 Volvo con canna da pesca sopra il tetto per i primissimi telefonini mobili che costavano tre stipendi secchi… e Massimo l’ebbe per primo. Lui arrivava sempre Prima. Arrivava, perché Massimo che lottava tra la vita e la morte, non ce l’ha fatta. Il nostro amico, l’amico di mille donne e cento uomini, è stato aggredito a malo modo da un male incurabile… lo stesso non morirà nei cuori di tutte le persone che hanno avuto il piacere di conoscere ed amare, me per primo.

Attraversai quel paese di ritorno da un bel viaggio che mi portò al lago d’Iseo, dopo molte rotatorie con al centro obelischi che ricordavano Roma nuova, uscii dal paese e spostando lo sguardo alzandolo verso destra del mio camminare sulle ruote, vidi Lonno dov’è altre storie d’amore colorarono le mie felici giornate di gioventù.

Lonno era la mia Città Alta, la mia fantastica antichissima Bergamo Alta. Era nel senso che “era mia” perché divisa dai soli abitanti per una piccola  parte del l’anno. Un guardare dalla collina, per vedere un immenso panorama ai tuoi piedi. Miriadi di puntini color salmone rischiavano la sottostante visione. Era lì, a Lonno che incantavo le giovani donne con cui accompagnavo il mio sguardo. Il ricordo più antico che ho di Lonno risale a quando con amici, affittai una stanza per poterci passare delle giornate di sabato e domenica con delle allegre pulzelle, ma ahimè, il primo appuntamento fu anche il più tragico di tutta la mia storia di Lonno. Conobbi Raffaella che non avevamo trentasei anni in due. Lei lavorava come designer in un studio d’arredamento, al l’epoca molto conosciuto, e non ricordo per quale bizzarro motivo ci demmo appuntamento a Lonno di domenica pomeriggio successiva, probabilmente semplice attrazione  giovanile.

Alle due in punto. Che al tempo si andava sulla fiducia del solo nome scambiato con una stretta di mano, e lo sguardo degli occhi se la persona fingeva o era di serie intenzioni… una reminiscenza di come si faceva negli anni sessanta che erano trascorse da solo un solo ventennio, ma era ancora un ‘sistema infallibile’. Alle due di quella domenica, Raffaella non era ancora arrivata a Lonno. Io mi ero profumato di tutto punto e giorni prima, avevo fatto preparare alla mamma i vestiti della domenica. Ma alle tre di quel pomeriggio, Lei non era ancora arrivata… e non arrivò più ne quel giorno ne mai. Seppi poi della sua tragica dipartita in quel disgraziato incidente che avvenne il sabato precedente alla domenica del nostro incontro, che più non fu.

E Lonno mi terminò di sotto le ruote giù a valle, così svanirono altri pensieri che ora riguardano perlopiù le magnifiche passeggiate in mezzo ai suoi boschi che faccio sovente per stare con me stesso senza ruote e motore di sotto il culo. Solo sui miei passi in compagnia dei miei adorati cagnolini, salii  quella collina dal lato ad ovest che da Ranica mi portò al ristorante belvedere da Romano sulla collina di Alzano e da lì abbandonare il manto asfaltato per arrivare alla chiesa in località Brumano, una boccata di fiato e percorro l’ultimo chilometro che sale sul sentiero che si snoda a lato del più piccolo cimitero che abbia mai visto e arrivai sulla cima di Lonno, decisi se andare dal Marco, o dai nostalgici ragazzi con idee rivoluzionarie di estrema sinistra che gestiscono una pizzeria, dove l’equivalente del conto di un pasto consumato con caffè e grappa corrisponde alla metà del prezzo da dover pagare normalmente in un punto di ristoro in città, alla sola condizione che chi ti “serve” il cibo non si considera un “servitore” semplicemente sta compiendo il suo dovere-piacere ad un suo pari chiunque socialmente esso sia. Una pizza da Loro o da Marco, un ragazzone grande e grosso che sembra un guerriero vichingo ma vende panini imbottiti nel suo supermarket, con il vino alla spina migliore che abbia bevuto prima e una grappa nostrana da far girare letteralmente la testa perché supera di gran lunga i 40 gradi.

Lui preferisce identificarsi in un guerriero Apache. Il suo animo è alla ricerca di una nuova compagna con cui poter vivere gli anni che ancora gli rimangono in gioventù, da passare il più possibile con la sua adorata figlia avuta dal precedente matrimonio. E questo struggente motivo lo fa combattere con tutte le forze alla continua ricerca di ciò che più desidera. Marco beve meno alcolici se non per niente, e l’ho visto mangiare mele per cena. I suoi occhi risplendevano del loro azzurro e non erano più iniettati di rosso malessere.e spuntando dalle folte sopracciglia scrutando sinceri di sotto il ciuffo di capelli mossi di biondo colore. Ma lo sguardo di Marco deve guardare un po’ più in basso, dove ha il cuore se vuole osservare il suo punto di forza, spesso se ne dimenticava e lasciava il posto a quel pizzico di malinconia che accompagnavano i suoi occhi. Ora non fa più panini, quelli li mangia nei momenti di pausa pranzo al l’aereo porto dove  guida limousine e auto ‘particolari’ come autista privato… forse un altro passo verso la conquista di una nuova personalità. Lasciai Lonno con lo sguardo mentre ero nel frammezzo di Viana, una frazione con una chiesa bianca e poche case a ridosso dei docili pendii.

Lina, era di Lonno e non so più di dove sia da oltre quarant’anni. Lina fu “la mia prima volta”. Si presentò quel giorno in casa di Claudio, era un pomeriggio di domenica. Perché fossi lì quel giorno non ricordo, forse il vederla come era “vestita” Lina prima di intrufolarsi con me nelle lenzuola, mi fece dimenticare altri inutili particolari di quei momenti. Sembrava mi trovassi attore principale in un film di Tinto Brass deglii anni 70, e di fatto si era in quegli anni. Lina indossava Una lingerie da infermiera “per ricchi”. Bianco il mini reggiseno tutto traforato i ricami che a malapena riusciva a contenere i capezzoli, mutandine come sopra, e calze velate anch’esse bianche con reggicalze che mi sembrava di avere accanto Ursula Andress, occhi azzurri e capelli biondi a caschetto, una pelle liscia e abbronzata di fine estate, fecero scempio del perché fossi lì quel giorno. La mia prima volta… e siccome non ero ‘uscito’ dal film, ingenuo come sempre, pensai che fosse amore, invece i miei ‘amici’ dissero che fu per il regalo di un paio d’occhiali Ray Ban che gli donai il giorno prima. Dare loro torto era dura… all’epoca con un paio di occhiali da piloti di elicottero che proveniva direttamente dal l’america al costo di 140mila lire, si poteva ingaggiare qualunque comparsa di paese a recitare per un film di basso contenuto morale… tanto per rimanere in tema di un film. Ma il tutto mi piacque comunque moltissimo e pensai senza trarre delle ulteriori conclusioni, che anche fossero “stati gli occhiali” a combinare la mia prima volta, il film avrebbe avuto un grande successo.

Lasciai anche Viana di Nembro dove non conservavo altri ricordi, e quel viale alberato condusse me e la mia moto ad Alzano che essendo “l’imbuto” obbligato del mio ritorno a Ranica, ancora mi fece pensare ad un più recente presente…

Ho fatto amicizia con il mio sarto Cinese. Si chiama Plus, tradotto in italiano scritto direttamente dal mio amico. Plus non capisce ancora bene l’italiano e lo parla con il classico ‘io molto piacele lavolale pel Te’.

Però capisce che una giacca larga e lunga di maniche, non può essere accorciata dalla fine delle stesse, perché ci sono i bottoni. ‘Non potele taliare botoni, toco qua, su spala’… e la mia sahariana in jeans di quattro bottoni, era bel è pronta su misura per gli otto, nove kl. che mi son perso camminando, lavorando, scrivendo, vivendo, amando.
Plus, mi aveva affascinato molto tempo fa per la sua simpatia, e per la sua serietà professionale.

Un anno prima gli diedi dei calzoncini bermuda per un intervento al ‘cavallo’, perché la cinta non poteva in alcun modo essere rimossa essendo elasticizzata in modo irripetibile con strumenti sartoriali. Lui mi accorciò il “cavallo” quel tanto che potette farlo, ma lo stupore più grande fu quello che innescò la nostra amicizia…

Plus mi disse che le bermuda gli piacevano moltissimo ed erano fichissime. Mi stupì molto, e apprezzai che fece un complimento per un prodotto che dai disegni e colori era evidente provenisse dal Mexico. Questo suo modo di vedere radiosamente un altro ‘mondo’ oltre che apprezzare il “nostro”, fu per me un segno di altruismo gratuito che apprezzai moltissimo. Plus non chiude mai, se non nelle feste comandate. In un anno ha chiuso i battenti tre giorni per accompagnare sulla riviera ligure il bellissimo figlio per un intervento delicatissimo alla spalla che gli impediva corretti movimenti, altre tre settimane per tornare in Cina a salutare i suoi parenti, onorare i defunti di quel l’anno e festeggiare in ritardo matrimoni e compleanni. Una ottantina di giorni l’anno di riposo per Plus e più di duecent’ottanta di lavoro, ogni giorno per almeno una decina di ore lavorative.

Desidero conoscere meglio un uomo che viene dalla Cina e lavora benissimo per tante ore al giorno e non disdegna nelle poche ore di libertà per andare sui monti bergamaschi a ritemprarsi con la sua famiglia al seguito. Desidero conoscere qualsiasi uomo che abbia qualcosa da insegnarmi perché ho molto da imparare, oggi da Plus, che vive ad Alzano e seppellisce i suoi morti in Cina, e ora Alzano ove son giunto al l’andata del mio viaggio e poi al ritorno, al finire del mio viaggio al lago, in sella alla mia moto.

Stavo per giungere a Ranica da dove son partito, il paese dove divido i miei respiri con il sonno quando m’addormento.  Pochi ricordi che ancora mi sovvennero nel breve tratto di strada che separava le mie ruote artigliate da Alzano a casa. Uno di questi ricordi è di Giorgio che non è  il suo nome vero ma del padre a cui il figlio con i veri nomi di Leopoldo Clemente, dedicò il nome della trattoria che gestisce a Ranica. Una persona che viene chiamata Giorgio Leopoldo Clemente che viene abbreviata con Giò, Leo, Clemenz, non può che essere una persona dai mille volti.

Non può essere che una persona eclettica, esuberante e sincera. Clemenz, come lo chiamo affettuosamente io, possiede una comoda casa in centro al paese, ma si è comprato un rudere in collina che poi ha saputo trasformare in una gradevolissimo e confortevole nido in mezzo al bosco. Due Asini, anatre, due cani meravigliosamente meticci e liberi di gironzolare a piacimento nel bosco e tre gatti randagi adottati più qualche gallina che gironzola intorno alla casa di Leo, una raccolta originale completa di Tex Willer accatastata sopra delle botti, che fanno da arredo nel salotto di casa, piccolo come un confetto, grande quanto potevi ammirare dalla finestra che si apriva sopra il mondo giù a valle, sono il contorno del tutto. Questa ora è la sua nuova casa che divide con la compagna Dorian.

Quando Clemente non è in baita, di notte fonda, dalla mia casa a valle (che tanto mi piacerebbe fosse il contrario ) si sente un forte e disperato ragliare dei suoi asini. È come avessero paura della presenza di tre Gnomi che si aggirano nella proprietà del Giò. Leo li vide una notte, e li filmò sul l’ingresso del viale in discesa che porta alla sua alcova. Disse che erano simili a bagliori con colori del l’aurora boreale, ma raccolti con tratti ben definiti in figure di uomini luminescenti di poca e goffa altezza. Quegli Gnomi discutevano tra loro per un fattaccio successo moltissimi anni prima, quando la proprietà di Leo era di un contadino che chissà per quale motivo decise di togliersi il dono della vita, proprio in quel punto dove li vide e li filmò Clemente. Evitai di ricordare come decise di ‘andarsene’… e gli Gnomi ancora si ritrovano di tanto in tanto  Clemenz dipinge, Leo inventa, Giò ora si gode la pensione e va sugli sci ogni volta che nevica, fa in modo che per Lui ogni giorno sia sempre una festa, trattoria da Giorgio adesso la gestisce il figlio.

Amici ‘nuovi’ a Ranica, il parroco Don Francesco che ha fatto come il Carabiniere in carriera che “andrà lontano” solo se avrà modo di conoscere bene chi delinque… perché prima di avere in affido il gregge del suo paese Don Francesco era un bancario e lavorava in un istituto di credito… Sono felice di aver conosciuto il Curato Don Giampietro e Don Paolo. Don Giampietro lo amo perché ‘predica’ in un modo dal sapore antico quasi come il mio tempo vissuto… esprime concetti e aneddoti semplici e chiari da capire che solo un grande cuore può riuscire a far uscire dalla bocca parole tanto sensate che arrivano direttamente al l’animo. Non bastasse è un prete dalla faccia sincera, ha la “faccia da Prete. Don Paolo ha il fervore dentro e per gridare al mondo la Parola si rivolge ad un pubblico giovane, fresco, che scemerà con l’età avanzata di chi l’ascolta in retorica Sacra più consona a chi lo saprà ascoltare, perché il vino buono ha bisogno del suo tempo per maturare, così come tutti Noi… e Don Paolo sarà ancor più degno della tonaca che indossa.

Ranica ora è casa, il mio rifugio, entro nel box e tolgo voce al boxer che anche oggi mi ha trasportato in con i suoi due potenti pistoni nel fantastico viaggio su ruote nella strada dei ricordi.

Dalla tuta di pelle da moto alla tuta di ginnastica, una doccia e magnonche sensazioni di benessere invadono il mio spirito. Sono stanco e felice come un contadino dopo una giornata di lavoro nei campi, e dal balcone vedo l’immagine riflessa… è di una biforcazione di due rami in fondo allo sguardo, e vedo immaginariamente il mio corpo vestito di scarponcini da montagna e da pantaloncini a gambe corte, io, proteso a quattro membra avvinghiato alla base e al l’estremo dei rami biforcuti di un grosso platano in segno di pace, come fossi l’uomo Vitruviano di Leonardo Da Vinci, quello dei 2€.  La in alto, dove mi piace stare… più vicino a chi dico io che È Immensamente più grande di chiunque e qualunque cosa, l’Amore, che io chiamo Dio. e che ognuno chiama e chiamerà come meglio il suo cuore gli consigli.
Mi vedo la, su quel l’albero maestoso che reclama la mia presenza, un atto dovuto per dimostrare ancora una volta i limiti delle proprie possibilità. Quel Platano ultra centenario che si erge in fondo a quel giardino rasato al l’inglese, proprio di fianco a pochi metri d’una Quercia altrettanto vecchia. Salire seminudi e arrampicarsi sull’albero come si faceva da ragazzi, sfidare l’altezza che ci separa dal terreno e con qualche sbucciata di pelle raggiungere la meta.
La meta che non deve essere necessariamente di aver fatto il proprio dovere lavorando, ogni tanto bisogna sfidare se stessi in natura, perché un conto verde in banca non da la vera felicità.
Confrontarsi con la natura invece che con la politica o il lavoro, vedere chi sei come Uomo o Donna, dove è arrivato il percorso del tuo cammino, a che punto si è nel l’affrontare il lungo viale che al Cielo piacendo è ciò che ci rimane.
Se dopo un abbondante mezzo secolo si riesce a salire sul platano per scattare una fotografia irripetibile, si possono ancora sopportare “balletti di danza” tra “bianchi, verdi, rossi e neri“, e dire di tutti buone e cattive parole.
Si può ancora lottare per convivere tra tutti i colori di pelle di ogni Popolo. Si può ancora cercare di vivere… invece che sopravvivere e buona giornata al mondo che incombe e troppo spesso soccombe.

Buona giornata alla vita che ci attende accompagnata mano nella mano con i nostri ricordi. Che sono i ricordi di tutti, i miei sulla moto, altri a cavallo e molti a piedi… come altri ancora a prendere emorroidi, fama e soldi, seduti su di una poltrona sbandierando il proprio “colore” di appartenenza che varia come in natura secondo le stagioni. Quella sulla terra, è una lotta a chi ha più emorroidi.

Ma questo lo so, ed è inutile me lo ripeta nella mente dopo un così bel viaggio in moto con me stesso alla ricerca dei ricordi più belli.

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