Sulla strada dei ricordi su due ruote 5

Intanto mi trovavo di già in Comenduno di Albino che non ho mai capito se è un paese a sé o se invece è un agglomerato di Albino, bel paesotto che da inizio alla Valle Seriana, che di fatto lo è Alzano Lombardo lo starter di partenza, ma Alzano è l’inizio dei clivi dove la pianura viene inghiottita dalla valle per questo non da la giusta impressione di essere il vero ‘inizio’.

Comenduno di Albino. Dove lavorò Suzza per alcuni mesi in un supermercato d’abbigliamento. Suzza è il nome con cui chiamo ora più che affettuosamente la ‘mia’ Susanna, il mio tutto su questa terra, la mia ragione di vita… su questa terra. Accanto, di confine al ’Bottegone’ che era il luogo di lavoro di Susy, l’albergo Valle d’Oro, ricordo di molteplici cazzate che non mi par vero di aver combinato in compagnia di altre donne che non erano il mio vero amore ma che da allora cominciò ad essere Susanna.

Forse capii lo squallore di quel luogo per chi come me l’abitava ad ore, quand’ecco che il locale fu chiuso per un fattaccio accaduto una notte. Due amanti ‘troppo’ focosi, si erano lasciati andare in straordinarie follie amorose, e nel l’impeto irrefrenabile di quei momenti, l’uomo strinse troppo sulla gola della sua partner con quella maledetta calza nera di nylon… strinse troppo perché coca e alcool offuscano gesti e pensieri alterandoli non poco. Alché il locale fu chiuso dalla magistratura per regolari accertamenti sul caso.

Forse fu a quel punto che capii di aver fatto cose stupide, inutili, deleterie allo stato d’animo che non era mai in pace con se stesso, ho vissuto a ore ciò che sapevo di non voler vivere, ma una mia carissima Amica disse e dice che è meglio uno “scotto” che un rimpianto. Mille storie al Valle d’Oro, operai, rappresentanti, gente che si trovava lì temporaneamente per ragioni lavorative, tutti in cerca di imitare chi usava le stanze ad ore a partire dal l’approccio con le belle locandiere tra un piatto e l’altro servito per la cena. Tanti di loro in cerca di uno sbaglio sicuro. Non esiste un amore ‘ad ore’ che dura per sempre, rimane solo sesso che si spegne come un moccio di candela subito dopo l’atto del coito.

É finito il rettilineo che collega Comenduno con Albino, mi tolgo dalla vecchia ‘provinciale’ e a sud faccio un inversione di marcia e percorro la via principale del paese con i giri del motore al minimo per non disturbare con fastidioso rumore di motore tra i vecchi stretti caseggiati che lambiscono una lingua di ciottolato, che al primo colpo d’occhio pare il lastricato di un piccolo torrente scozzese, ghiacciato e sporco di fango e rami secchi. La banca a destra, la gelateria di un mio caro conoscente a sinistra, il Giorgio, che vent’anni prima gestiva il bar caffè de Paris in Viale Papa Giovanni VIII, la via principale di Bergamo che dalla stazione ferroviaria a sud, si ricollega al non meno importante Viale Vittorio Emanuele che termina alla porta di S.Agostino, uno degli ingressi ad est di Città Alta, la parte più antica di Bergamo posta sui clivi di colline… che identifica un bergamasco d.o.c. con la classica domanda ‘Berghëm dè süra o Berghëm dè sôta? L’antico portale con nel l’arcata incisa nella pietra l’emblema di chi governò Bergamo a quel l’epoca, il leone alato della Repubblica Veneziana.

Passo da Giorgio ad Albino di tanto in tanto, per gustarmi uno dei più buoni gelati della zona, solitamente per mostrargli l’ultima fantasia di moto che mi son “fatto”. Sinceramente non capisco se gradisca o meno, risponde quasi sempre la stessa cosa guardandomi dritto nelle lenti a contatto… ho una Bmw parcheggiata nel box e quest’anno non ho avuto nemmeno il tempo di avviarla una volta sola. Bollo e assicurazione regolarmente pagati, e non la uso mai… mi dice ogni volta Giorgio. Me lo dice con occhi languidi e tristi, non credo possano mentire.

Saluto ogni volta cordialmente, ma con Lui parlo sempre meno delle mie moto, preferisco non intristirlo. Sempre a sinistra una ferramenta e di nuovo sulla destra dopo la banca, un fruttivendolo e il negozio di abbigliamento della mia amica Daniela che immette direttamente nella via maestra del paese di Albino, Via Mazzini. Dovetti fermarmi a bere il quarto caffè della giornata a metà di quella via. Casa era vicina e una sosta per ricordare in santa pace la mitica Via Mazzini fu doverosa.

Fu doveroso e insieme ossequioso fermarmi per una sosta caffè, e lo feci nel bar che gestiva tanti anni prima, Mariolina che se il nome inganna, preciso che di tenero Mariolina aveva il burro per le tartine al l’ora del l’aperitivo. Lei era e ancora sarà una bella ragazza piena di vita. Una bella donna bionda con tutte le ‘curve’ al posto giusto distribuite nel longilineo corpo da un metro e ottanta con i tacchi.

Era una ragazza ambita Mariolina, ma una porche parcheggiata fuori dal suo locale, faceva presagire che il proprietario avesse buone chance per conquistare il cuore della bella. Quella Porche la guidava Piero, due baffi su di un corpulento ormone di un metro e ottanta senza tacchi, e siccome la benzina costava già cara sin da allora, era facile immaginare che non ci fosse possibilità alcuna di conquista. Poi Piero morì una tragica notte a bordo della sua potente Porche… strada sdrucita dalla pioggia battente, gli fece imbattere in una pozza di acqua e fango e la sua macchina si schiantò a 150 chilometri contro un platano che per abbracciarlo servivano quattro braccia tese.

Mi fermai in quel bar, ora gestito da una mamma con figlia. Non c’era posto sul ciottolato della via Mazzini per ospitare lo sbranamento del mio corpo su di una sedia, e mi accomodai nel retro che dava su un bel pezzo di giardino con tavolini e sedie sparpagliati su di un lembo di ghiaia… e cominciai a pensare a quella via dove aveva raccolto tante testimonianze della mia vita.

Era da poco iniziato un nuovo anno, “91”, “92”… non ricordo con precisione, mamma mia! Ricordo quando ci pensavo anni fa’ quando la vita era nelle mie mani, quando ne ero il padrone incontrastato o mi illudevo fosse così come tutti i giovani nel pieno del loro vigore, della loro alterigia, del loro essere tali, giovani, semplicemente giovani. Mi tornò alla mente quando in qualche rara occasione mi divertivo a pensare quanti anni avessi avuto oggi, forse per gioco forse per schernire il fato dall’alto della mia invulnerabilità, come se a me non potesse mai accadere di avere gli anni che ora ho.

Sempre facevo un rapido calcolo per sapere quanti anni mi separavano da quella età a questa, erano talmente tanti gli anni che mi separavano da quella data futura, che inevitabilmente sorridevo tra me e me e andavo oltre col pensiero, talmente era assurdo preoccuparsene…

Solo al raggiungimento di un nuovo decennio mi preoccupavo, e puntualmente ricalcolavo, ma ne rimanevano sempre molti di anni e dopo una breve crisi esistenziale riprendevo ad essere il comandante indiscusso della mia vita. Bei tempi, qualunque difficoltà era facile, qualunque problema risolvibile, e per uno come me incosciente ottimista quello che non risolvevo,  lo “aggiravo” a mio vantaggio, per cui rendevo tutto bello, tutto semplice. Non mi sono mai piaciuti i problemi, ne per me, ancor meno per chi mi è stato vicino, e siccome sono stato dotato dal buon Dio. di un altissimo grado di ottimismo e buonismo, in aggiunta se non bastasse ho un animo caritatevole che ha sempre cercato di semplificare tutto, anche l’apparente impossibile… ciò mi ha sempre agevolato.

Gli anni passano, lentamente e velocemente scorrono ritrovandoti inesorabilmente alla triste realtà che ti dice che non ci sono più, allora rifaccio e facciamo un resoconto della nostra vita chiedendomi e chiedendoci se ancora ci riserverà emozioni. Gioie.  Dolori se ancora potremo dire la nostra nel lavoro e ‘nell’amore’, “digerire” il tutto e trovare spazio per noi.

Meglio essere ottimisti mi dicevo, il tempo che ci rimane si è assottigliato e non va sprecato in inutili polemiche, e invece di lamentarmi in continuazione, provai a pensare come quando da ragazzi credevamo  di avere tutto ancora davanti a noi. Pensai che tutto ancora si potesse avere, come fare una scalare una montagna o “serfhare” a cavallo di un onda alta tre metri.

Tutto ciò che noi si voleva, e ancora vogliamo, ora. Non necessariamente un conto in banca ben pasciuto e un automobile nuova più bella di quella del vicino o degli stupidi abiti firmati o che altro, ci e’ rimasto di poter passeggiare nel bosco senza pensieri bui, nuotare al mare, mangiare e bere, giocare a carte, a bocce, al pallone, a scacchi… al calcio balilla e saltafosso…

Potrei anche piantare del l’insalata, potare un albero, adottare un cane un gatto un cinghiale una zebra, coltivare un hobby sopito, inventarmi un lavoro che non ho mai avuto il coraggio di fare. Volersi bene, amarsi, fa’ bene amare, molto più che odiare, fa’ bene ridere, molto più che piangere, inutile sprecare tutto il tempo a lamentarci delle persone più ‘fortunate’ o “furbe”.

I più fortunati non c’è dato sapere esattamente se lo siano veramente, e i furbi, credetemi, devono fare i conti con la loro coscienza poco pulita e non vanno sereni nei boschi o a nuotare al mare, devono sempre stare all’erta da quelli più furbi di loro con la coscienza più sporca ancora. A quel punto la serenità non ha misura e non ha prezzo. Meglio star fuori da certe ‘fortune’ e imparare a convivere con le ‘sfortune’, che alleviando le loro sofferenze se ce ne facciamo carico noi di una piccola parte. Servirà alla ‘sfortuna’, servirà a noi come carico dolente di vita, indispensabile per capire come saper vivere.  La nostra vita vale più di ogni altra cosa al mondo e per quanto mi riguarda ne ho già sprecata troppa a lamentarmi di questo e di quello. Quel che il cielo mi riserverà di vita , lo vivrò il più felice possibile, come quando da ragazzo dicevo… che brutto avere …anta, ma si che mi importa ho ancora tanti anni prima di arrivare li’… ma non ci penso più, non li conto più, adesso me li godo uno per uno, non li spreco più.

Era il periodo delle ‘vacche grasse’, e le emozioni mi servivano come un tozzo di pane quotidiano, e non mi fermai di certo dal fare cazzate in quantità industriale, e tra le tante, mi ricordai di quella sera che dopo la discoteca Antares, verso le due di notte, io, Gigi, Rollo e Marco, salimmo a bordo della mia Mercedes nera, quella che comprai sulla ’parola’ tra me e Carlo, e ci recammo nel vicino parcheggio di un grosso supermercato, proprio a pochi passi dalla discoteca. Al buio, fari accesi della macchina, noi quattro fuori, in piedi, affiancati uno al l’altro con una mano sulla patta dei pantaloni e con l’altra si sorreggeva “l’arnese del comando”, un ‘pistolino’ che urinava birra e quant’altro avevamo ingerito nello stomaco e nei polmoni.

Stavamo “pisciando”, alché vedemmo dei fari che si avvicinavano a noi senza fretta. Qualcuno ritrasse “l’arnese”, altri dovevano finire e vennero sorpresi dal l’auto che lentamente sopraggiungeva verso di noi. L’auto blu di pattuglia dei Carabinieri di Albino. Scesero due uomini, un appuntato e un Maresciallo per un normale controllo d’identità, e data l’ora, era più che giustificata. Noi, oltre che in corpo, si aveva in tasca rimasugli di estasi proibita dalla legge e dal buon senso. Per fortuna riconobbi il Maresciallo che a quel tempo mi conosceva perché lavoravo in tribunale come appendice ad un servizio di avvocatura, anche se avevo di fatto solo la terza media. Tirai un sospiro di sollievo nel vedere quel volto amico, infatti dopo avermi fatto aprire il bagagliaio che era pieno di strenne natalizie ricevute in dono da clienti e amici la settimana di Natale, niente di losco quindi, a parte le nostre condizioni psico fisiche, ma al tempo per nostra fortuna, non era ancora in vigore la giusta legge restrittiva sul l’abuso alcolico, che quello narcotico era ancora un mistero per gli stessi inquirenti.

Si congedò con un saluto che puzzava di monito per l’ora tarda a lasciare quel posto ambiguo, se ne stavano andando il Carabiniere scelto e superiore, ma un gesto inconsulto di Gigi, fece tornare sui suoi passi l’appuntato. Pila in mano, si avvicinò a Gigi e puntando il fascio di luce ai suoi piedi, riconobbe facilmente un paio di “bustine bianche”. Due grammi di coca che non era cola scura, ma sostanza bianca come la neve che si vedeva accatastata a mucchi nel parcheggio, tutti in caserma. Ore interminabili per il riconoscimento delle nostre generalità, e perquisizione nel l’abitacolo della Mercedes, dove rinvenirono altre “bustine” dal cruscotto. Cacca totale… se ne stavano andando, non c’era bisogno di sbarazzarsi di quelle due bustine. Troppa paura per Gigi, era troppo grande per lui quel l’incombenza, che poi il risultato di quel l’avventura fu anche il risultato  della sua vita non di certo vissuta al l’insegna di un grande coraggio e grandi soddisfazioni. Ma l’ho perdonai, non è colpa sua, non è colpa di nessuno. Ognuno è su questa terra con una strada già indicata da percorrere, ci si deve solo preoccupare di non intralciare il cammino altrui su quella strada… Quindi non pensavo male di Gigi. Un amico.

Marco lo conobbi quella sera in discoteca, mi disse essere un bancario e non ricordo il perché, ma mi avvicinò al bancone del bar per parlarmi. Era disperato, e nelle ore estenuanti d’attesa nel l’anticamera della caserma, non resse al terrore di perdere il lavoro per colpa di quello stupido gesto peraltro inutile di Gigi. In un attimo di distrazione ingollò un grammo che gli era rimasto in tasca. Subito divenne paonazzo e sudava sette camice pur fermo. Bussai alla porta del Maresciallo che stava svolgendo accertamenti su ognuno di noi, e lo pregai di lasciarlo andare a casa, in cambio mi sarei accollato la responsabilità di averlo trascinato in quella squallida storia. Il Maresciallo mi accontentò e io, solo io dovetti pisciare a Milano in uno dei bagni del Niguarda una volta ogni mese per sei a venire. Porta aperta del bagno sotto l’attendo controllo di un sorvegliante incaricato di controllare se fosse la mia pipì e non quella di un altro nascosta in tasca in un apposito contenitore.

Molte altre cose ad Albino, per mia fortuna, molto più belle e gradevoli, come aver fatto parte della squadra di calcio a sette della gloriosa squadra albinese capeggiata dal presidente Daniela e dal vice presidente Annibale. Daniela è la ragazza che gestisce un negozio di abbigliamento, a destra del ciottolato scozzese al l’ingresso del paese di Albino dopo la banca e il fruttivendolo. Ebbi forse un “qualcosa di amoroso” con Dany, la fragile ma caparbia e capace Daniela. Si facevano feste da non dimenticare su alla baita del Mauro, tutti insieme alla squadra, che era composta da sette giocatori senza riserve al nostro attivo. Si mangiava carne arrosto di porco e si beveva tanto di quel vino, grappe, e wischey e quant’altro, che ne annullavano il sapore, rimaneva solo lo stomaco pieno e tanta voglia di mandare affiancalo il mondo.

Ricordo di una volta che dovetti sostituire Daniela che doveva presenziare alla visita medica a cui sono sottoposti tutti gli l’atleti prima del l’inizio del campionato. Andai io per Lei, io e i sette del “l’Ave Maria”. Arrivati in ritardo di venti minuti dal l’orario della visita. Il medico si era di già spazientito. Fece fare una serie di esercizi ai sette ragazzi “calciatori”. Uno consistette nello stare fermi il più possibile su di una sola gamba. Sei di loro barcollarono paurosamente per tutta la durata del l’esercizio che il più “forte” resse per un minuto e mezzo… il settimo non riuscì a reggersi in piedi su di una sola gamba nemmeno per qualche secondo. Occhi rossi di chi l’ultima canna l’aveva fumata un ora prima, capelli arruffati di una persona che ci dorme sopra tre giorni e sguardo che più fesso non poteva sembrare. Altri disastrose prove attendevano i sette del “l’Apocalisse”, una compiuta più rovinosa del l’altra… ma l’ultima, l’ultima prova fu quella che riscattò il gruppo riuscendo ad impietosire il Medico visitante.

Fu il momento della prova di analisi psicologica. Il Doc. Mostrò ad ognuno dei sette ragazzi molte immagini raffigurate su dei fogli di carta. Immagini strane, confuse, geometriche quando non rotonde, mischiate tra loro come a formare un garbuglio dove cercare nel mezzo di trovare la forma di un animale o di persona, un aereo, un disco volante o anche un nuovo pianeta. I ragazzi dovevano dire al medico sportivo, quali fossero le immagini che riuscivano a cogliere con lo sguardo.

Ci voleva la giusta distanza tra occhi e foglio, la giusta concentrazione e molta calma anche se spinta dal l’istinto che spingeva di più. Ci volle tutto questo per i ragazzi che riuscirono facilmente a riconoscere nel disegno un elefante in un mare di fango grigio come la sua pelle in mezzo a migliaia di scarabocchi assennati, come riconobbero un ufo in mezzo al disegno di mille rottami di un auto demolitore o riconoscere un uomo di colore, dipinto  nel mezzo di una notte africana senza luna… rimaneva di dipingere il bianco degli occhi e dei denti, si impietosì, la squadra fu abilitata. Uno dei sette probabilmente aveva fumato una canna un ora prima della visita, gli altri sei sicuramente l’avevano fumata la sera prima… per questo quelle menti offuscate da mille pensieri irrisolti tramutati in immagini, riuscirono senza grandi difficoltà ad interpretare quei pasticci colorati. La loro mente era accomunata da tutto quel disordine, fu facile per loro, e io ero il loro vice presidente… o presidente… non ricordo, ricordo che in una della mangiate pantagrueliche e bevute a fiumi di fine settimana, promisi alla mia squadra di calcio, che qualora ci fossimo ritrovati primi alla fine del campionato, si sarebbe festeggiato in un nightclub del luogo, con una bellissima ragazza per ognuno al fianco… Finimmo quarti su cinque squadre partecipanti. Non ultimi, quindi in un certo qual modo, onorai la mia promessa e regalai alla squadra molte altri venerdì goliardici, e se non si andò al nightclub, si portarono direttamente tre delle ballerine, ospitate e riverite da noi tutti, Maria la Rumena,  Yelena la Russa insolitamente altruista e Elēna anch’essa Rumena. Rispetto e amicizia da parte di tutti noi, che la malizia la lasciammo nelle fantasie della nostra libidine personale. Venivano a pranzo ora cena fuori dagli orari ordinari che le obbligavano a bere e ballare per ubriachi e “fatti” di ogni categoria…  alle nostre feste non venivano pagate ma per pura amicizia, intanto nascevano sentimenti e gelosie come in qualunque altra storia di ordinario connubio tra uomo e donne.  Maria che ora è una ragazza pienamente inserita nel giusto contesto sociale e gestisce un bar tutto suo, e di Yelena e Elēna non ne so più di quanto non ricordi del periodo della loro conoscenza. Yelena si innamorò di me e io non di Lei, era una bravissima ragazza e sarà tuttora una orgogliosa mamma di una bimba ormai donna. Elēna, rumena, piccola, bella come una bambola, con capelli neri lunghi, mossi, che gli arrivavano al sedere che sembrava l’immagine della salute… occhi scuri e sguardo beffardo e spavaldo insieme. Gli occhi di Elēna erano la chiave del suo fascino interiore, l’esteriore erano due tette troppo grandi per il suo esile e bel corpo, talmente grandi che spesso ci si dimenticava di guardare i suoi occhi parlando con Lei.

Mi invaghii di Lei, Lei si innamorò di me dopo che tutto era finito ormai da anni. Il mio “capriccio” costò caro al mio portafoglio, ma ancora di più al mio cuore. Lei capì dopo questo, e il mio rimase una bellissimo sogno da inseguire che rimasto senza fiato, mi fermai a riflettere con il finale di sfociare nel più sicuro e placido fiume di Susanna. Anche Elēna come Yelena aveva di già una figlia, e durante il nostro vederci per quel periodo ne aspettava un altro… ovviamente non da me che son sterile, ma questo non fu il nocciolo della questione, il punto cruciale fu che da Lei non seppi mai ne della della figlia vivente, ne della neo nascente… lo dovetti sapere da Caterina, la sua amica. Una ragazza alta un metro e ottanta, capelli neri corvini tagliati a “caschetto”, truccatissima con una mise sempre al l’altezza di ogni occasione. Me lo disse quella sera in un albergo di Magürâ in Romania sul confine Moldavo. Venne da me per consolarmi dalla improvvisa partenza di Elēna che disse di dover correre al capezzale del babbo Jhoesep, un vedovo alcolizzato che viveva a poca distanza dal l’albergo Magürâ. Mi consolò talmente tanto, che il mattino seguente, la ricompensai per il “consolo” ottenuto.

Mauro era il proprietario della baita o “casotta” che dir si voglia, in pratica era una stanza grande con un lungo tavolone al centro che poteva ospitare almeno una ventina di commensali, un vecchio televisore che non ho mai visto funzionare, una stufa a legna e in un angolo il camino sempre acceso per cuocere costine e carni d’estate e caldarroste d’inverno. Con Mauro mi vedevo anche per lavoro oltre che per divertimento, e in quelle serate, poi scoprii ben presto che possedeva un “anti dono”, l’invidia, e stupido non fu nel mascherarlo perché lo scoprii circa dopo un anno. Un anno in cui uscimmo spesso accompagnati da compiacenti signorine, anche per brevi gite al mare, o dove si andava spesso al ristorante o in discoteca. Scoprii anche che era invidioso di me addirittura sfiorando la cattiveria perché i suoi occhi che mi gettava addosso dopo qualche bicchiere di vino, non riuscivano più a mentire e non riusciva più nemmeno a controllare bene le parole che gli uscivano dalla bocca che volevano essere di tono allegro ma sprizzavano cattiveria da tutti i pori delle corde vocali.  Mauro era invidioso e geloso di me perché le gite al mare o ingressi al nightclub, vino, costine e caldarroste, le pagavo sempre e solo io e non è così che si fa tra veri amici. Peggio suo, io di amici ne ho sempre avuti molti in ogni fase della mia vita e potevo scegliere, lui no! Ora, le serate in baita Mauro le trascorre con il suo camino che si accende malinconicamente solo di domenica per lui e qualche anziano parente.

 

 

 

 

 

Ho fatto amicizia con il mio sarto Cinese. Si chiama Plus, tradotto in italiano scritto direttamente dal mio amico. Plus non capisce ancora bene l’italiano e lo parla con il classico io molto piacele lavolale pel Te.

Però capisce che una giacca larga e lunga di maniche, non può essere accorciata dalla fine delle stesse, perché ci sono i bottoni, tre per le giacche casual, quattro per quelle signorili e cinque per le giacche “importanti”. Non potele taliare botoni, tocco qua, su spalla… e la mia sahariana in jeans di quattro bottoni, era bel è pronta su misura per gli otto, nove kl. che mi son perso camminando, lavorando, scrivendo, vivendo, amando.
Plus, mi aveva affascinato molto tempo fa, e per la sua simpatia, e per la sua serietà professionale.

Un anno prima gli diedi dei calzoncini bermuda per un intervento al ‘cavallo’, perché la cinta non poteva in alcun modo essere rimossa essendo elasticizzata in modo irripetibile con strumenti sartoriali. Lui mi accorciò il “cavallo” quel tanto che potette farlo, ma lo stupore più grande fu quello che innescò la nostra amicizia…

Plus mi disse che le bermuda gli piacevano moltissimo ed erano fichissime. Mi stupì molto, e apprezzai che fece un complimento per un prodotto che dai disegni e colori proveniva dal Mexico, questo suo modo di vedere radiosamente un altro ‘mondo’ oltre che apprezzare il “nostro”, fu per me un segno di altruismo gratuito che apprezzai moltissimo. Plus non chiude mai, se non nelle feste comandate. In un anno ha chiuso i battenti tre giorni per accompagnare sulla riviera ligure il figlio, bellissimo, per un intervento delicatissimo alla spalla che gli impediva corretti movimenti, e tre settimane per tornare in Cina a salutare i suoi parenti, onorare i defunti di quel l’anno e festeggiare in ritardo matrimoni e compleanni. 76 giorni al l’anno per Plus di riposo e 289 di lavoro, ogni giorno per almeno 10 ore di lavoro.

Desidero conoscere meglio un uomo che viene dalla Cina e lavora benissimo per tante ore al giorno e non disdegna nelle poche ore di libertà per andare sui monti bergamaschi a ritemprarsi con la sua famiglia al seguito.
Desidero conoscere qualsiasi uomo che abbia qualcosa da insegnarmi perché ho molto da imparare, oggi da Plus, che vive qui ove son giunto al l’andata del mio viaggio e dopo al ritorno. Sto per giungere a Ranica da dove son partito, il paese dove vivo, scartato il nome del paese che ancora non mi suona simpatico ho l’unico ricordo che ancora mi sovviene nel breve tratto di strada che separa le mie ruote artigliate da Alzano a casa è di Giorgio che era il nome di suo padre a cui Leopoldo Clemente dedicò il nome della trattoria che gestisce a Ranica. Una persona che viene chiamata Giorgio Leopoldo Clemente che viene abbreviata con Giò, Leo, Clemenz, non può essere una persona dai mille volti. Non può essere che una persona eclettica, esuberante e sincera. Clemenz, come lo chiamo affettuosamente io, possiede una comoda casa in centro al paese, ma si è comprato un rudere in collina che poi ha saputo trasformare in una gradevolissimo e confortevole nido in mezzo al bosco. Due Asini, anatre, due cani meravigliosamente meticci e liberi, tre gatti randagi adottati e qualche gallina che gironzola intorno alla casa di Leo sono il contorno del tutto. Quando Clemente non è in casa, di notte fonda, dalla mia casa a valle si sente un forte e disperato ragliare dei suoi asini. È come se avessero paura della presenza di tre Gnomi che si aggirano nella proprietà del Giò. Leo li vide e li filmò sul l’ingresso del viale in discesa che porta alla sua bella baita. Disse che erano simili a bagliori con colori del l’aurora boreale, ma raccolti con tratti ben definiti in figure di uomini luminescenti di poca goffa altezza. Quegli Gnomi discutevano tra loro per un fattaccio successo moltissimi anni prima, quando la proprietà di Leo era di un contadino che chissà per quale motivo decise proprio lì in quel punto dove li vide e li filmò Clemente, di togliersi il dono della vita. Evitai di ricordare come decise di ‘andarsene’. Clemenz dipinge, Leo inventa, Giò ora si gode la pensione e va sugli sci ogni volta che nevica.

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