Playboy della vita.

 

Da un grande albero, una delle sue foglioline chiede a una foglia più grande di lei come mai al finire della stagione buona si cambia di colore e si cade stanche cullate dal vento a volte sferzante quant’altro delicato che ci adagia al suolo. È il ciclo della vita, risponde la foglia grande… abbiamo goduto del nascere rigogliose e orgogliose, siamo state preziosa ombra di bimbi festanti e viandanti accaldati, riparo per uccellini dal tempo inclemente, accartocciati tra le piume che si nascondevano dalla rada pioggia che riusciva a sfuggirei dalle trame del nostro fogliame.

Intanto di sotto il grande albero un uomo rugoso stringe la mano al nipote, che piccolo, se ne sta con lo sguardo stupito al l’insù… insieme un po’ impiccioni ascoltano il bisbigliare delle foglie che frusciano mentre parlottano fra loro.

E ancora la fogliolina ribatté un po’ timorosa… E adesso che stiamo ingiallendo cos’altro accadrà. Cadendo al suolo, morendo, saremo nuova linfa vitale per il nostro grande albero, e per il ciclo naturale del l’amore rinasceremo germogli a primavera, e il ciclo continuerà, rispose la foglia grande. Il nonno abbassando lo sguardo si rivolse al nipote che teneva per mano e gli disse, così siamo noi uomini, tutto ciò che avremo compiuto in vita se di buono, servirà per il bene di altre persone… altri alberi dalle folte chiome… altro amore.

Quel bimbo sotto l’albero crebbe e sono io ora, che quando non ci sei mi manchi, amore, e ti cerco in ogni dove con lo sguardo e la fiducia di colmare quel gran vuoto che ho nel cuore. C’è voluto il tempo si ingiallissero i capelli per scegliere l’amore, non fu facile trovarlo tra tanti miraggi. Non è stato facile separare l’oro che luccica senza ardore e diamanti da cui non nasceranno fiori, e distinguerli dal bene che sa far nascere tutto. C’è voluto del tempo per capire che il “potere” non sarà mai ricco abbastanza per sposare l’amore che si rinnova senza prezzo da pagare al passaggio di ogni sua stagione… con le radici nella terra, ad ogni battito di cuore.

Massimo è la foglia grande, quella tronfia di verde con venature che sembrano braccia a sorreggerla. Massimo è la foglia grande, quella che conosceva la sua storia, non conoscendola affatto. Semplicemente accettava il ruolo che la vita gli aveva forse imposto, e per questo Massimo era Massimo, la foglia grande… e questa è la sua storia…

 

Essere proiettati  in un film dove il protagonista o l’attrice principale, chiudessero la storia della loro avventura con un sorriso finale, come quando la scrittrice Jessica Flechter aiuta spesso la polizia investigando privatamente su casi irrisolti e sorride nel l’ultima ‘scena’ dopo l’ennesimo enigma che riesce a risolvere a Cabot Cove.

Trasformare una antipatia in simpatia o viceversa non è cosa di poco conto, nessuno lo sa meglio di un attore che vive di questo tipo di ‘trasformazioni’.

La signora in giallo’  giocando con emozioni, coraggio e saggezza, trasforma la sabbia in oro davanti lo sguardo illuminato di chi l’ascolta mentre con le parole crea prove che incriminano i veri colpevoli.

Proiettati nel film della vita ed a ogni giorno, riverire ringraziando il ricevuto… di mattino, prima ancora di aver “ricevuto”.

Così Mery faceva ancor prima di ogni colazione, a Lei piaceva compiacere l’inizio del giorno regalandogli il primo sorriso, quello che si smorza in una smorfia mentre ci si “stira il corpo”.

Mery viveva giorno per giorno il suo film come chiunque al mondo faccia, senza per questo, non sempre esserne consapevoli, e desiderava sempre il finale con un sorriso come nella ‘la signora in giallo’. La differenza tra le due donne è che la ‘signora in giallo’ aveva insito per grazia ricevuta il dono della scrittrice fin dalla nascita e perciò poteva dedicarsi serenamente senza l’incombenza del fardello del vivere, alla nobile causa della giustizia, mentre Mary in evidente stato confusionale, era stata mal consigliata dalla vita lasciandosi da essa sopraffare…

Gli intenti di Jessica erano gli stessi di Mary, una riusciva a realizzarli l’altra no, anche i loro cuori battessero al l’unisono nel film della loro vita. Due vite diverse… per questo il male se non creato dal l’uomo non esiste. Gli intenti e i valori sono semplicemente un binario che al ritorno della tratta percorsa dal treno, ritorna su se stesso alle origini celesti. Quando un ‘Amore finisce’, non c’è mai stato perché un vero Amore non finisce mai… per questo Mary esiste anche se non più.

La sua ultima apparizione fu che era l’inizio di un altra estate. Quel giorno, nel piazzale antistante allo stadio Atleti Azzurri d’Italia, Mary scese da una Smart car, quella macchina due posti che nuda ricorda lo scheletro di un piccolo dinosauro. Camicia bianca, giacca blu e jeans alla moda, come sempre, mocassini raffinati e capelli tirati al l’indietro bagnati da una crema. Bella persona Mary, d’aspetto e di cuore, quel l’ultimo giorno si vide con un altra persona tra lo stadio e il notaio, e in quel l’occasione chiese a Mario un prestito di mille euro per poter pagare un “pagherò” giunto al l’ultimo giorno in cui si poteva “salvare” da un “protesto” che non è altro che una macchia infamante sul curriculum personale di dove si è stati ‘piazzati’ dal mondo che ci governa.

Una cambiale che doveva assolutamente essere pagata, perché la prima di dodici, emessa per sanare parte di un debito con tasso d’interessi abbastanza elevato da preoccupare il firmatario. Una delle mille volte che tra Mary e Mario ci fu un accordo che era fatto di sguardi nel cuore, lasciando fuori dal l’uscio il timore della ragione. Una delle mille volte in cui i due si scambiavano vicissitudini di una vita strampalata, quanto desiderata. Mario era stato un ‘galoppino’ di Mary, e per molto tempo gli fece da servitore per 50mila lire al giorno, e doveva comprendere il pranzo e la benzina per gli spostamenti la propria automobile, lo stesso che lavorare in fabbrica ma senza spese e con tanto di diritti per l’infortunio e il pensionamento.

Mary è Massimo. Mario è lo scrivente ma non si chiama Mario.

Massimo il giorno in cui chiese al l’amico Mario mille€ per pagare la cambiale, disse di avere contratto un cancro leucemico in aggiunta al suo diabete, che nei due brevi periodi trascorsi in carcere si sviluppò cattivo. Glielo disse a Mario candidamente come annunciasse un raffreddore, intanto si accomodava i capelli impiastricciati di gel e non guardava negli occhi buttando lo sguardo altrove. Erano i primi giorni di giugno, trascorse un mese, qualche telefonata sporadica scambiata tra i due perlopiù per convenevoli, poi venne agosto, faceva caldo quel 2019, talmente caldo che era inutile Mario disturbasse Massimo per chiedergli di restituire il denaro prestato più di due mesi prima, faceva troppo caldo, lo chiamava settimanalmente per chiedere come stesse di salute, e Lui rispondeva che le chemio stavano facendo il loro lavoro.

Finché un giorno del l’ultima settimana d’agosto fu Massimo che chiamò Mario e con voce rauca ma felice, disse che era arrivato in anticipo il midollo di un donatore e si sarebbe sottoposto con un mese d’anticipo al trapianto del midollo osseo. Fu l’ultima volta che Mario fece coraggio al l’amico, rimase senza notizie di Massimo per alcune settimane che nel frattempo furono di settembre.

Mario compie gli anni di settembre, e con la moglie quella volta decisero di andare a passare quel giorno in Trentino Alto Adige. Una decisione per togliersi dalla routine del solito pranzo in famiglia o cena di rito con gli amici. Mario quanto la sua adorabile sposa avevano bisogno di riposare, era stata per loro un estate intensa d’impegni e di lavoro e le brevi vacanze di luglio non bastarono.

Partirono per quella meta forse senza una reale convinzione, e si immersero nella natura di quel luogo montano pulito come la Svizzera e severo come l’Austria che fa loro da “troppo” sottile confine, acque verdi di laghi cristallini e serate a base di cene “trugne” che sei stanco di consumarle dopo un giorno, vino che sa di frutti di bosco e grappe che stordiscono… e questo fu il primo giorno trascorso in val Pusteria da Mario e Maria.

Il mattino appresso i due colombi bianchi con qualche penna grigia, visitarono il bellissimo lago di Brais, e a Mario forse illuminato da quest’alito di beltà che gli entrava dagli occhi, chiamò Massimo per sapere come stesse, erano più di tre settimane che non sapeva niente di Lui.

 

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