Playboy della vita. 1

Da un grande albero, una delle sue foglioline chiede a una foglia più grande di lei come mai al finire della stagione buona si cambia di colore e si cade stanche cullate dal vento, a volte sferzante o delicato che le adagia al suolo. È il ciclo della vita, risponde la foglia grande… abbiamo goduto del nascere rigogliose e orgogliose, siamo state preziosa ombra di bimbi festanti e viandanti accaldati, riparo dal tempo inclemente per uccellini che si nascondevano dalla pioggia che riusciva a sfuggire dalle trame del nostro fogliame.

Intanto di sotto l’albero grande un uomo rugoso stringe la mano al nipote, che piccolo, se ne sta con lo sguardo stupito al l’insù… insieme un po’ impiccioni ascoltano il bisbigliare delle foglie che frusciano mentre parlottano fra loro.

E ancora la fogliolina ribatté un po’ timorosa… E adesso che stiamo ingiallendo cos’altro accadrà. Cadendo a terra morenti, saremo nuova linfa vitale per il nostro grande albero, e per il ciclo naturale del l’amore rinasceremo germogli a primavera, e il ciclo continuerà, rispose la foglia grande.

Il nonno abbassando lo sguardo si rivolse al nipote che teneva per mano e gli disse, così siamo noi uomini, tutto ciò che avremo compiuto in vita se di buono, servirà per il bene di altre persone… altri alberi dalle folte chiome… altro amore.

Quel bimbo sotto l’albero crebbe e sono io ora, che quando non c’è amore  mi manca, e ti cerco in ogni dove con lo sguardo e la fiducia di colmare quel gran vuoto che a volte ho nel cuore. C’è voluto il tempo si ingiallissero i capelli per scegliere l’amore, non fu facile trovarlo tra tanti miraggi e mille concupiscenze.

Non è stato facile separare l’oro che luccica senza ardore e diamanti da cui non nasceranno fiori, e distinguerli dal bene che sa far nascere tutto. C’è voluto del tempo per capire che il “potere” non sarà mai ricco abbastanza per sposare l’amore che si rinnova senza prezzo da pagare al passaggio di ogni sua stagione… con le radici nella terra, ad ogni battito di cuore.

Massimo è la foglia grande, quella tronfia di verde con venature che sembrano braccia a sorreggerla. Massimo è la foglia grande, quella che conosceva la sua storia, non conoscendola affatto. Semplicemente accettava il ruolo che la vita gli aveva forse imposto, e per questo Massimo era Massimo, la foglia grande… e questa è la sua storia…

Essere proiettati  in un film dove il protagonista o l’attrice principale, chiudessero la storia della loro avventura con un sorriso finale, come quando la scrittrice Jessica Flechter aiuta spesso la polizia investigando privatamente su casi irrisolti e sorride nel l’ultima ‘scena’ dopo l’ennesimo enigma che riesce a risolvere a Cabot Cove.

Trasformare una antipatia in simpatia o viceversa non è cosa di poco conto, nessuno lo sa meglio di un attore da palcoscenico che vive di questo tipo di ‘trasformazioni’.

La signora in giallo’  giocando con emozioni, coraggio e saggezza, trasforma la sabbia in oro davanti lo sguardo illuminato dello sceriffo che l’ascolta mentre con le parole crea prove incriminano i colpevoli.

Proiettati nel film della vita ed a ogni giorno riverire ringraziando il ricevuto… di mattino, prima ancora di aver “ricevuto”.

Così Mery faceva ancor prima di ogni colazione, a Lei piaceva compiacere l’inizio del giorno regalandogli il primo sorriso, quello che si smorza in una smorfia mentre ci si “stira il corpo”.

Mery viveva giorno per giorno il suo film come chiunque al mondo faccia, senza per questo, non sempre esserne consapevoli, e desiderava sempre il finale con un sorriso come nella ‘la signora in giallo’. Ciò che tra le due donne avevano in animo che le differenziava, è che la ‘signora in giallo’ aveva il dono della scrittrice  e perciò poteva dedicarsi serenamente alla nobile causa della giustizia senza l’incombenza economica del vivere, mentre Mary aleggiava in uno stato confusionale, era stata mal consigliata dalla vita stessa da persone e cose, lasciandosi da principio abbindolare e poi sopraffare…

Gli intenti di Jessica erano gli stessi di Mary, una riusciva a realizzarli l’altra no, anche i loro cuori battessero al l’unisono nel film della loro vita. Due vite diverse… e distintamente capirono che il male se non creato dal l’uomo non esiste. I loro intenti e i valori viaggiavano su un binario che al ritorno della tratta percorsa dal treno, ritornava su se stesso alle origini celesti. Quando un ‘Amore finisce’, non c’è mai stato perché un vero Amore non finisce mai… per questo Mary esiste anche se non più.

La sua ultima apparizione fu che era l’inizio di un altra estate. Quel giorno, nel piazzale antistante lo stadio Atleti Azzurri d’Italia, Mary scese da una Smart car, quella macchina due posti che nuda ricorda lo scheletro di un piccolo dinosauro raggrinzito dal freddo intenso che fosse stato sorpreso  dall’era glaciale.

Camicia bianca, giacca blu e jeans alla moda, come sempre, mocassini raffinati e capelli tirati al l’indietro bagnati da una crema. Bella persona Mary, d’aspetto e di cuore.

In quel l’occasione che fu anche l’ultima tra i due, Mary chiese a Mario un prestito di mille euro per poter pagare un “pagherò” giunto al l’ultimo giorno in cui si poteva “salvare” da un “protesto” che non è altro che una macchia infamante “creata” dall’uomo moderno, posta sul curriculum personale di dove si è stati ‘piazzati’ dal mondo nel mondo… come si ‘governano’ le pecore all’ovile.

Una cambiale che doveva assolutamente essere pagata, perché la prima di dodici, emessa per sanare parte di un debito con tasso d’interessi elevato tanto da preoccupare il firmatario.

Una delle mille volte che tra Massimo e Mario ci fu un accordo che era fatto di sguardi nel cuore, lasciando fuori dal l’uscio il timore della ragione. Una delle mille volte in cui i due si scambiavano vicissitudini di una vita strampalata, quanto rincorsa e desiderata.

Mario per molti anni fu uno dei ‘galoppìni’ di Mary, e per molto tempo gli fece da servitore per 50mila lire al giorno, e doveva comprendere il pranzo e la benzina per gli spostamenti con la propria automobile, all’epoca la stessa somma percepita lavorando ‘tranquillamente’ in fabbrica ma senza spese e con tanto di diritti per l’infortunio e il pensionamento… ma Mario era un ‘adepto’ di Mary ed entrambi rabbrividivano al sol pensiero di passare otto ore al giorno chiusi fra quattro mura a fare le stesse cose… Meglio mille ‘pensieri non proprio azzurri nella mente’ e 50mila lire con spese… ma liberi di combinare ciò che sembrava portarli ogni giorno alla ricchezza ma che li portava invece inesorabilmente ad accumulare nuovi guai con la giustizia e con le persone.m

Mary è Massimo. Mario è lo scrivente ma non si chiama Mario.

Massimo il giorno in cui chiese al l’amico Mario 1000€ per pagare la cambiale, disse di avere contratto un cancro leucemico in aggiunta al suo diabete, che quest’ultimo, nei due brevi periodi trascorsi in carcere si sviluppò cattivo. Era impossibile per Massimo languire in un posto fra quattro mura e qualche sbarra, rispettato fosse ma comunque non fu bello per Lui passare da champagne a bere coca cola il giorno di spesa. La mente può avergli ‘giocato’ un cattivo scherzo portandosi con se ordini impartiti  per la salvaguardia del suo corpo ed è lì che probabilmente iniziò il suo declino fisico. Glielo disse a Mario candidamente, con non curanza come annunciasse un ‘brutto’ raffreddore, intanto si accomodava i capelli impiastricciati di gel e non guardava negli occhi l’amico buttando lo sguardo altrove per non lasciar trasparire alcunché d’emozione.

Erano i primi giorni di giugno, trascorse un mese, qualche telefonata sporadica scambiata tra i due perlopiù per convenevoli, poi venne agosto, faceva caldo quel 2019, talmente caldo che era inutile Mario disturbasse Massimo per chiedergli di restituire il denaro prestato più di due mesi prima, faceva troppo caldo. Lo chiamava settimanalmente per chiedere come stesse di salute, e Lui si limitava a rispondere che le chemio stavano facendo il loro “lavoro”.  Massimo non ha mai desiderato addossare angosce alla gente, preferiva donare gioia che dispiaceri e quando gli ‘capitava’ suo malgrado di farlo, non era di certo nei suoi intenti.

Finché un giorno del l’ultima settimana d’agosto fu Massimo che chiamò Mario e con voce rauca ma felice, disse che era arrivato anzitempo il midollo di un donatore, e per appunto si sarebbe sottoposto con un mese d’anticipo al trapianto del midollo osseo. Fu l’ultima volta che Mario fece coraggio al l’amico, rimase senza sue notizie per alcune settimane che nel frattempo furono di settembre.

Mario compie gli anni in settembre, e con la moglie Elisa quella volta decisero di  passare ‘quel giorno’ tra i famosi monti del l’Alta Badia. Una decisione per togliersi dalla routine del solito pranzo in famiglia o cena di rito con gli amici con candeline sempre più numerose, e inutili, da spegnere. Mario quanto la sua adorabile sposa avevano bisogno di riposare, era stata per loro un estate intensa d’impegni e di lavoro e le brevi vacanze di luglio non bastarono a buttar fuori fatiche e preoccupazioni.

Cani, bagagli che figli non ebbero, partirono per quella meta forse senza una reale convinzione, perché dovettero con cuore dispiaciuto rifiutare un gentile invito di una coppia di amici che li avevano invitati in Sicilia al sole settembrino ancora caldo ma, non si riuscì ad ‘imbarcare’ sull’aereo gli otto chili dei quattro zampe, perciò si immersero nella natura di quel luogo montano pulito come la Svizzera e severo come l’Austria che fa loro da “troppo” sottile confine, ed entrando in un paese da quelle parti ci si rende conto di una fastidiosa “differenza” che non accontenta nessuno al di fuori della gente chi lì vi abita… i cartelli stradali danno indicazione scritte in tedesco prima che in italiano e all’ingresso di un qualsiasi locale pubblico, accolgono il viandante con guten Morgan prima che Buongiorno… anche che la guerra è finita da un pezzo…

Acque verdi di laghi cristallini e serate a base di cene “trugne” che sei stanco di consumarle dopo un giorno… vino che sa di frutti di bosco e grappe che stordiscono… ma il paesaggio di quei monti e vallate che sembrano cartoline da spedire nelle feste mettono d’accordo tutti, perché hanno dei nomi ma non hanno confini… perché sono di tutti e di nessuno, appartengono alla natura. Questo fu il primo giorno trascorso in val Pusteria da Elisa, che Mario amava e ancora chiama Panna.

Il mattino dopo i due colombi bianchi con qualche penna grigia, visitarono il bellissimo lago di Brais, e a Mario forse illuminato da quest’alito di beltà che gli entrava dagli occhi, gli venne di  chiamare al telefono Massimo per sapere come stesse, erano più di tre settimane che non sapeva niente di Lui.

Rispose Giuliana… Giuliaanaaa!??, Mario si sarebbe aspettato di tutto fuorché rispondesse Giuliana… che oltre tutto non aveva riconosciuto subito al l’apparecchio telefonico. Giuly piangeva lacrime vere e tra i singhiozzi mestamente disse a Mario, nel mentre che questi avesse lo sguardo su di un lago verde con alture imponenti alle spalle, che mostravano muscoli di roccia, e  alberi aghiformi che facevano collana di tutto quanto… Giuly gli disse che Massimo non aveva retto il trapianto del midollo osseo.

Intanto Mario che in un secondo rimase senza saliva, ascoltava le parole fra i singhiozzi di Giuly, e nella mente formulava istantaneamente immagini di come “vedeva” l’amico ormai agonizzante, così che si immedesimava accanto a Lui tra quelle quattro pareti bianche con quadri con cornici d’acciaio, e vedeva i suoi occhi che piangevano lacrime di sangue così come le sue orecchie e i suoi adorati bellissimi denti bianchi di cui andava fiero come mostrasse ad ogni sorriso uno steccato inglese appena riverniciato di bianco in primavera.  Fu a quel punto che si rese lucidamente conto di essere arrivato al termine della sua strada… disse Giuly continuando a singhiozzare, ti chiamo più tardi Mario, ora, scusa non ho tempo, e salutò o forse non lo fece ma non era importante l’avesse o meno fatto.

Mario scioccato, occhi spalancati di dietro le lenti solari, bocca un poco aperta e senso immediato d’angoscia che gli pervase la mente lasciandogli solo lo sfogo di rivolgere lo sguardo verso Elisa, la sua Panna, per dirgli con voce rotta ciò che Giuly gli disse.

Massimo non c’era più su questa terra, e Mario si sentì come se una parte di se cessasse di esistere, e quando dopo alcune ore, riprendendosi quel poco, reagì come d’impulso primitivo e parlando con Elisa in camera d’albergo disse che era meglio fosse durato poco il calvario del suo carissimo Amico Massimo. “Carissimo Amico” che non era del tutto lo stesso sentimento che Massimo provava per Mario, o perlomeno bisognava togliere il “carissimo” e lasciare “l’amico” con la a minuscola.

Massimo non aveva amicizie particolari. Chi viveva dei momenti con Lui, diventava l’Amico n.1 del giorno, non della notte, quella era un altra parte della sua vita, quella più affascinante. Quella di serate incantate da fiumi di champagne e poltroncine nel posto migliore del locale più in voga del momento. Del resto Massimo non poteva essere l’unico ‘Amico’ di Qualcuno, il suo compito era di essere Amico di Tutti.

Serate come quando Mario, in compagnia di Massimo e un altro paio di persone oltre l’immancabile Mario, andarono a passare la notte in un noto locale molto ‘conosciuto’ della Milano ‘bene’ anni ‘70’. ‘Signorine accondiscendenti”, ballo, spogliarello, bollicine e tanta voglia di trasgredire vivendo. Il conto lo pagò Mario, con un “blocchetto” d’assegni che puzzava d’imbroglio. 4milioni e 300milalire di conto finale. Una firma in calce al l’assegno, nessun documento richiesto, e la serata dei quattro mattacchioni, fu gratis.

E la stessa cosa si ripetè una sera a Ferrara dove Massimo fu ospite di un amico che sembrava il figlio del campione di wrestling Hulk Hogan. Un biondo’ alto un metro e novanta che arrivò nel parcheggio a bordo di una Mercedes decappottabile blu, scese e corse incontro a Massimo e i due si abbracciarono fraternamente ed entrarono nel night allegri e sorridenti. Il locale a quell’ora tarda era gremita di gente sballata e assetata di vita e la folla si aperse ad ala come fosse l’ingresso di due star.

Daniele era e certamente ancora sarà un bellissimo ragazzone.

Contrariamente al detto popolare che giudica la “grandezza del sesso maschile” mostrando con le dita della mano rivolti a mo’ di pistola puntata al petto per indicare che l’uomo rappresentato dal pollice all’insù è piccolo, e l’indice ad indicare il “sesso grande” o invertendo la posizione ottenendo il “senso” del significato contrario, Daniele quella notte smentì categoricamente che solo nella botte piccola c’è del buon vino… la sua botte era grande così come buono era il vino che conteneva.

Si fece l’alba. Mario era arrivato al nightclub di Ferrara in compagnia di Claudio a bordo di una Fiat ‘uno’, che aveva sulle spalle 14anni di vita dura, 250 chilometri da Bergamo a Ferrara, più ritorno, che solo il celo sa come ci sia arrivata laggiù quella ‘vecchia bagnarola’.

Si fece l’ora di tornare.

Di solito Mario a quel l’ora si sarebbe accompagnato ad una bella figliola e avrebbe passato il rimasuglio della notte e gran parte del mattino in un hotel del posto… ma Claudio che si vantava di non aver mai pagato per sesso, tronfio del suo bell’aspetto e di un ‘varicocene’ al pene che gli prolungava di gran lunga un qualsiasi amplesso, facendolo diventare una specie di “superman dei poveri” che non doveva pagare, ovviamente volle tornare a casa.

Mario si arrabbiò perché conosceva il vero motivo per cui Claudio non voleva scopare a pagamento, l’aspetto e il varicocene non centravano una fava, piuttosto il motivo principe era il denaro da sborsare per hotel e “compagnia” che gli avrebbe spento ogni tentativo di erezione al sol pensiero… a malincuore i due si ritrovarono nel parcheggio del night per ringraziamenti e saluti di rito.

Massimo salutò Mario con un abbraccio così come lo accolse, e salutò  Claudio con una semplice flaccida stretta di mano… così come lo accolse. Tra i due non è mai ‘corso buon sangue’, due galli in un pollaio non vanno d’accordo, sopratutto un gallo ‘brillante’ come la sua generosità che sfociava prorompente nei cuori, e l’altro ‘opaco’ come la sua avarizia che apriva l’animo all’egoismo, piume di colori diversi quei due galli.

Fu la volta di salutare anche Daniele che nel frattempo girato di spalle stava pisciando sulla ruota della sua Mercedes, e finito di far pipì, si girò riponendo ”l’atrezzo” nelle mutande per salutare… al che Mario e Claudio capirono il perché della nomea del “figlio di Hogan”… non sempre il pollice e indice posti a mo’ di pistola vogliono indicare “uomo piccolo grande uc….o”, Daniele è grande ma non di meno sono i suoi “25centimetri di attrezzo da pipì a riposo” che lasciò strabiliati i due ancor più stupefatti amici. Che tutto ciò, conta solo nell’età della “stupidêrâ”, più avanti non ha alcun senso.

Mario e Claudio salutarono anche Daniele il ‘vichingo’, e se ne andarono con la tacita preghiera in animo rivolta alla Fiat ‘uno’, ferma nel l’angolo più nascosto del parcheggio, affinché li riportasse a casa sani e salvi. Preghiera di doppia valenza, una rivolta al Cielo e una alla Fiat, che per grazia quella notte vollero esaudire. La esaudì il Cielo o la macchina?… l’aria o lo smog… lo smog forse… ma solo ‘forse’ è necessario, il Cielo è indispensabile.

Mario capì tutto questo, e accettò volentieri di fare da”portaborse”, quella vita di apparente luce e lustrini lo affascinava e si accontentò con il passare degli anni di essere indipendente e rispettato alla pari di Massimo, nel contesto del loro mondo di plastica.

Anzi in alcuni casi, anche se rari negli ultimi tempi, Mario, addirittura si preoccupava di quel Massimo che lo chiamava al telefono richiedendo gentilmente la sua presenza nel suo bellissimo bar Montecarlo. Mario accorreva da Amico e non più da portaborse e quindi lo faceva volentieri, ciò che invece lo preoccupava, era che arrivato al cospetto del l’amico lo stesso diceva di aver risolto diversamente, o lo risolveva con la presenza di Mario da cui veniva amorevolmente consigliato. Non  bastasse questo insolito atteggiamento, passava da un discorso ad un altro con lo sguardo confuso rosicchiando nervosamente le unghie di cui sulle punte delle dita, rimaneva un pallido ricordo.

Altri nightclub, e casinò, per i due amici, niente assegni post datati e tantomeno presentati con documenti che alla luce fioca dei locali notturni lasciano solo intravedere il volto in calce alla foto della carta d’identità, Dollari, quando Massimo andò a Las Vegas per una settimana di vacanza… in Nevada Mario non ci andò, e perché non fu invitato e comunque troppo costoso, in aggiunta al peggio, il volo in aereo sarebbe stato di parecchie ore di volo e Mario odiava volare su ali d’acciaio, preferiva volare dopo un ‘tiro… di canna’ o un bicchiere di vino… e quella volta non andò con Massimo.

Da dietro le finestre chiuse si sentiva ululare il vento, che rabbioso insieme alla complice sorella pioggia sferzava le mura tonde di un faro di mare.
Di dentro la torre del faro, un uomo che i ‘sessanta’ li passava d’un piccolo pezzo.
Se ne stava lì seduto a guardar oltre i vetri la furia degli eventi, di tanto in tanto accartocciandosi alla gola il bavero della giacca con una mano mentre con l’altra stringeva tra le dita un bicchierino, antico regalo di nozze quasi colmo di grappa nostrana… quella che fa il Bigio, giù, al porto del paese… in bocca tra labbra e denti stringeva una cicca di sigaro che “sfumacchiava” nervosamente al ritmo di lampi e tuoni.

Si fa coraggio il marinaio, fuma e beve, e… guarda fuori dalle finestre del faro che non s’aprono mai.
La moglie dorme nella stanza tonda accanto, e lui, Salvo, la protegge seduto davanti alle finestre e finge di non avere paura quando le onde arrabbiate del mare si abbattono quasi fin sopra la lanterna del faro che lampeggiando instancabile avverte le navi in transito di fare attenzione agli scogli che si spingono ben oltre la terra ferma… e sirene, ingannano occhi e buon senso del capitano della nave.

Salvo iniziò a lavorare giù al porto che non aveva tredici anni nelle saline di don Gigaro, dieci anni dopo smise perché la salsedine gli si era addentrata anche nel sangue. Passarono altri sette anni di cui visse in gran parte di carità dei pochi compaesani e lavoretti finché gli venne proposto il lavoro di custode del faro, quello posto sul promontorio che a strapiombo si getta nel mare… unica condizione aspettasse che il signor Guglielmo attuale custode del faro, decidesse di smettere con quella vita solitaria, e ciò successe dopo tre anni a venire.
Salvo seppe aspettare, nel tanto Giuseppina crebbe da quando giocava a saltafosso con lui sul sagrato della chiesa dedicata alla Madonna Stella Maris… crebbe tanto da non voler più giocare con Salvo, ma fare sul serio… e dopo un breve fidanzamento i due “poveri in canna” si sposarono… proprio con lo sposo che pedalava la bici nera con la sposa adagiata sulla canna, e si allontanarono in bicicletta sino alla china di quel promontorio.

Il loro viaggio di nozze volgeva a quel faro che sarebbe stato il loro nido d’amore per gran parte o tutta la vita.
Guglielmo alla veneranda età di ottantuno anni, come regalo di nozze in dono ai giovani sposi, decise di andarsene da quel faro per mille versi maledetto e per mille volte benedetto.
Andò a vivere con la sorella Filomena che di anni ne aveva dieci in meno, e rimasta vedova, viveva in una modesta casetta di legno dipinta in calce bianca a riverbero di un sole instancabile quanto cocente.
Davanti al balcone scricchiolante con lo sguardo sul mare che nel l’ansa tra barche e pontili rumoreggiava cheto, trascorreva ciò che ancora aveva da vivere tra ricordi e dolci malinconie.
Guglielmo, l’attempato guardiano, visse lì le ultime aurore orizzonti del mare ricurvo, e tramonti violacei che che gli orizzonti cancellava tingendoli piano piano di buio, visse su quella baia tranquilla come il suo animo ormai un poco sopito e passò il ‘testimone’ alla coppia di innamorati.
Ora ha passato i sessanta da un piccolo pezzo di tempo e Salvo guarda fuori dalle finestre del faro, vede lampi e sente tuoni, fuma e beve grappa… domani sarà un altro giorno e tornerà a risplendere il sole anche per Lui.

Era di molto dimagrito Massimo negli ultimi tempi, capelli radi senza gel e quel viso preoccupato. Questo disse Giuly all’apparecchio in una seconda telefonata. Mario rimase stupefatto, conosceva Giuliana perché Massimo negli anni novanta con l’aiuto di Mario, gli avevano acquistato una lampada solare per il suo negozio. Voleva ammodernare le sue apparecchiature da estetista, ma 18milioni di lire erano troppe per le sue entrate e Mario aveva un debito nei confronti di Massimo di metà della somma per la lampada solare e l’acquistò dimenticandosi di pagare alcune rate, praticamente quasi tutte. Il ricordo di Mario che associava a quel l’unico episodio la presenza di Massimo e Giuly… e ora Lei stringe tra le mani il telefonino di Massimo.

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Le cose accadono improvvise, che quando meno te lo aspetti, ti può succedere che stai male, o qualcuno affettivamente vicino a te ha un malaugurato malore, che è ancora peggio. Mario sapeva  come reagire al dolore, Lui sa cosa significa star male, Mario sa  che prima pensa che gli passa, e ancor  prima il malessere se ne andrà… o si illude di saperlo.

Così che a star male oggi non è Mario ma è la donna della sua vita, Elisa, che preferisce chiamare ‘Panna’. Il che complica tutto perché fa star male più lui che doppiamente assiste impotente, e tanto vorrebbe far suo quel disagio che non può  affrontare ne allontanare perché si tratta di carne e di mente di un’altra persona che peraltro ama.

Mario è sempre stato sensibile nel veder soffrire chiunque… nemmeno il mio cane voglio soffra diceva, e ancora dice, figuriamoci la persona che amo. Niente panico, nemmeno quando  Panna disse a Mario di chiamare l’auto ambulanza, che arrivò  con una certa celerità, forse perché “l’officina del corpo” era situata a un chilometro di distanza da dove abitavano. Quella volta  niente di grave per fortuna… ma Mario era un “affeccionados” e si ritrovò presto nell’ennesimo ospedale, al pronto soccorso, con gli occhi attenti alla guardiola di quel l’infermiere  addetto a venirti prima o poi ad avvertire che puoi raggiungere il tuo caro, o è arrivata l’ora del tuo turno, quando la situazione non è drammaticamente grave. Stesse scene, quasi fossero sempre le stesse facce, perché la tristezza di chi e’ sconsolato, impaurito e smarrito, è sempre la stessa… ha un solo sfocato colore.

Tra le corsie una mamma che abbraccia seduta il suo bimbo che accusa dolori al pancino e lo consola con languide carezze, un ragazzo seduto che per orgoglio trattiene le lacrime per il dolore di un incidente d’auto appena accadutogli, una donna africana sembra smarrita nel nulla del chissà cosa succede qua, e parenti che annoiati si accasciano sulle sedie guardando stancamente la tv nella sala d’attesa.

Di tanto in tanto si incontrano gli sguardi come a consolarsi vicendevolmente, o per i più fortunati consolare come a dire povero te ai meno contenti in viso.

Quante volte Mario è entrato in un ospedale, talmente tante che per ognuna delle situazioni, da subito le associava per assurdo a bei ricordi, come quando da ragazzo, si sentì  poco bene in quel posto in riva al mare. Pietra Ligure, che sembrava di essere in un posto esotico, tanto le palme si pavoneggiavano ai lati del viale d’ingresso, e subito quel guardare benevolo lo guarì dall’effetto del suo primo stupido spinello consumato in quella comune di hippyes alla sessantottina. Che non si era tanto distante da quel “68” essendo il 72 o73, che ancora il disagio maggiore non era venuto tanto per l’effetto dei due tiri di cannabis, ma da un ambiente che lo disgustava, infatti fu trascinato  quasi a forza da Imbre, un amico di origini ungheresi che per non contraddirlo lo assecondò, e il sentirsi poco bene fu più una scusa per fuggire da quella ‘comune’ che gli stava stretta come un paio di scarpe indossate due numeri di meno.

Quando Mario era un ragazzino dovette operarsi alle  tonsille nella bella clinica bergamasca San Francesco. Ebbe una bella stanzetta comoda con mamma sempre accanto a fargli ingurgitare gelato in quantità industriale dopo l’intervento, quindi da necessità virtù, e ne trasse beneficio. O in quell’altra clinica con il nome di un noto personaggio bergamasco, Castelli, anche la, Mario con un ventennio in più sulle spalle, andò per visite ad acquisire punteggi d’invalidità (che non arrivarono mai) in una bella stanzetta vezzeggiato non più dalla mamma ma da gentilì infermiere.

Che ancora Mario non se lo spiega come gli crebbe un testicolo in più. Che gli piaceva pure essere diventato un discendente del Colleoni, ma tre palle le aveva solo il condottiero al Mario era venuta poi, molto poi, ergo non saveva d’avere perché non era un “coglione” tanto grande. Così che riandò nella clinica di  S. Francesco… una parte tanto delicata da ‘riparare’ aveva bisogno di un Santo molto “delicato”.

Ma non fu l’ultima occasione di andare alla clinica del “Santo”, Mario dovette riandare. Curioso il fatto che si presentò  da uno specialista per un ernia inguinale, dapprima venne accolto con la sufficienza di un ricovero a media lunga distanza, ma quando il dottore scopri’ che era coperto da una assicurazione personale, ‘magicamente’ il ricovero era di li a pochi giorni in camera privata, con l’aggiunta di un sorriso smagliante da parte della infermiera, che non si capiva prima dove lo avesse nascosto. Ed anche allora un bel ricovero, un abbraccio tenero e sicuro in “officina” per eseguire una perfetta riparazione, tanto accurata che una settimana dopo Mario era di nuovo in palestra anche se con esercizi ridotti da sforzi eccessivi.

L’ospedale preferito da Mario, nel tempo era in quel grazioso paese di montagna, Groppino in alta valle Seriana, che a metà valle ci andava periodicamente in un altro ospedale, a Gazzaniga per sapere quanti litri di aria riusciva ad espellere dai polmoni in un soffio di fiato sparato a tutta forza, e a quel punto si ripropongono alcol e tabacco e la carta d’identità che non smette di sbiadire l’inchiostro delle sue parole, riduce sistematicamente le quantità di aria che buttasse fuori nel corso degli anni.

Ma tornando all’ospedale dei polmoni in quel di Groppino, si dice fosse il preferito di Mario. Si presentò negli  anni novanta prestandosi  volentieri a sperimentare la cura che lo vedeva tra uno delle prime cavie di quelle molteplici protuberanze che sorgevano cutanee sulla pelle delle braccia, in pratica le intolleranze ad acari di ogni specie, e pollini e polveri varie iniettate volontariamente.

Per due anni si prestò in questo ospedale stile liberty, per farsi bucare sistematicamente la pelle, ma ancora il pensiero a lui più gradito, fu quando venne ricoverato per esami specifici ai polmoni, di cui soffriva per eredità dei filamenti della vita di chissà quale antecedente antenato assillato perennemente da una forma allergica asmatica. Era come se Mario ogni tanto andasse in vacanza per un po’ da quel dottore primario dello stesso ospedale che fumava due pacchetti di sigarette al giorno, e lo trattava come fosse un nipote, il Dott. Sepe che nacque a Roma e dopo una lunga carriera perlopiù passata a Groppino, vi tornò per morirci.

Aveva un assistente il primario dott. Sepe, il dott. Guido Scandia, all’epoca aveva su per giù gli anni di Mario, e da allora diventarono ‘paziente conoscente’… ora, a fasi alterne malato e amico sempre. Guido lo dimostrò fin da quel giorno che dalla gradinata dell’ospedale vide salire tre ‘ceffi’ forse non loschi, ma lo stesso incutevano un leggero timore. Uno di loro di altezza e corporatura nella media era Arnaldo, il ‘tipo’ di Giuliana, gli altri due erano i suoi fratelli, uno magro e scuro di pelle con capelli corti e ricci, un altro paffutello se non grasso con capelli lunghi e un poco unti. I tre salirono la gradinata ed incontrarono lo sguardo del dott. Guido che camice aperto venne fermato per un informazione sul dove dovevano andare. Cercavano il Mario, forse increduli, vollero controllare di persona se Mario aveva detto il vero quando un giorno prima di essere ricoverato all’ospedale telefonò ad Arnaldo per dirgli che quel mese non avrebbe potuto onorare il pagamento di alcuni assegni postatati che scadevano di lì a pochi giorni.

Il dott. Guido indicò ai tre la stanza dove Mario era degente li seguì, e arrivati, rimase sull’uscio ad ascoltare il colloquio fra le quattro persone, forse intuendo che non fossero ‘esattamente persone di famiglia’… Arnaldo vide e constatò, Vittorio e Gianni pure e si allontanarono dopo poche parole e un augurio a Mario lasciando che finisse in santa pace la flebo… e si allontanò anche Guido che non smise di seguire con lo sguardo i tre fratelli che scomparvero dopo aver disceso lo scalone principale.

Paziente e dottore hanno in comune l’amore per i cani, e i loro amici non riescono a capire chi dei due è più rincoglionito dell’altro nel accudirli con troppo esasperante ‘amore’

Mario e Panna hanno adottato due piccole pesti a quattro zampe che insieme sembra di vedere un cappuccino. ‘Latte’ è la cagnolina che dopo aver ricevuto il centesimo biscottino del giorno va a letto con Panna e aspetta che si addormenti per potersi infilare sotto le lenzuola tra le gambe di Mario che in genere arriva qualche mezz’ora dopo.  ‘Cacao’ che ha la sveglia nel culo, circa un ora prima della mezzanotte vuole essere accompagnato in giardino per fare pipì e sperare ci sia ancora qualche persona intrepida che porti a fare la stessa cosa al proprio cane, così che gli possa abbaiare contro sulla soglia del cancello, tutto il suo avvertimento di ‘stare alla larga’, e più è grosso il cane che passa, e più ‘cacao’ si arrabbia e raspa all’indietro come a dire vieni qui che ti mangio, ma data la sua stazza potrebbe al massimo mangiare un criceto… ma ben cotto.

Guido ha anch’egli due cani, da ‘caccia’ un po’ più grossi, di taglia media e siccome entrambi son chiazzati di bianco e nero così gli diede per nome lo stesso colore del loro pelo, Bianco e Nero, non fosse che l’istinto di cacciatori insito nel loro sangue canino gli fa fare buche nel giardino di casa del dottore e della dottoressa sua signora moglie. Buche di anche mezzo metro, e la pipì sulla siepe di lauro ‘brucia’ le sue radici. Guido sopporta, non pago li fa entrare in casa quando il tempo è inclemente, a discapito del parquet di casa e delle urla della moglie Arianna. Difficile per gli amici di Mario e Guido dire chi sia il più rincoglionito dei due perché ognuno pensa che sia chi ha ricevuto più amore dai loro amici cani. Pari e patta.

Il dott. Sepe fumava come un ‘turco’ ma anche lui smise alla veneranda età del pensionamento, magari perché si dovette impiantare due o più by pass alle coronarie. Quasi inutile aggiungere di dire di quanto fu preso in giro per questo controsenso del suo stesso ‘lavoro’. ‘Cose di vita’, ordinaria scombinata composizione di un “disegno” superiore alle normali capacità comprensive, e ancora oggi Mario lo ringrazia per avergli  segnalato mediante una visita di routine, “polipetti” tumorali alle corde vocali, tempestivamente asportate pochi giorni dopo in un ospedale bresciano in quel di Darfo. In quel luogo trovò la consueta “protezione” e rassicurante assistenza, non fosse per l’anestesia, che in quella occasione fu particolarmente drammatica… Su quel trasportino di acciaio Mario ebbe più paura ad addormentarsi sinteticamente che per tutto il resto dell’intervento previsto.

Ma si risvegliò, semplicemente più rimbambito del solito. Tutto aveva funzionato per il meglio, un po’ di mal di gola per qualche giorno, il tempo strettamente necessario perché Mario potesse comunicare con monosillabi a quel ‘signore’ proprietario dell’unico supermercato di un piccolo paese in una valle per dirgli che aveva trovato la soluzione per quel suo ‘problema’ con la patente di guida. Mario disse a quell’uomo di origini inglesi o tale si comportasse tanto da farlo credere,  che per dire il nome basterebbe si facesse in parte il nome di una marca di sigarette William…son) che il suo parente avrebbe riavuto la patente di guida con tre mesi d’anticipo, avesse sborsato 10milioni di lire. È così fu, così andò a finire la ‘faccenda’. A Mario venne consegnata una busta nell’atrio dell’ospedale di Darfo contenente il pattuito e qualche giorno dopo il fratello o il cugino o lo zio di William…son, poté guidare la sua automobile. Espedienti per ‘campare’.

Espedienti mischiati con la grande volontà di lavoro vero, quello ‘sano’, espedienti che vincevano troppo spesso sopra la logica di pensiero. Mario viveva in parte suo malgrado di espedienti, e non potrebbe aver avuto un insegnante migliore di Massimo che di espedienti ci viveva a tempo pieno. Massimo curato, o almeno si è provato a fare al meglio al San Giovanni VIII dove salutò per l’ultima volta il mondo con il sangue tra i denti, un ospedale in cui Mario non fu mai ricoverato per motivi di salute… solo visite a parenti ricoverate per parto dove ad ognuna veniva dato in dono al neonato una mini maglietta con il nome del n. “10” attaccante dell’Atalanta.

Anche il vecchio ospedale San Biagio di Clusone  era noto a Mario per le numerose visite che vi fece.  La più “dura” in termini di dolore, fu quando alla seconda di Pasqua subito dopo pranzo decise di seguire dei ragazzi che andavano per sentieri con moto dalle gomme artigliate. Una bella impennata alla partenza con la sua potente moto Hp2 bicilindrica, due grappe di troppo appena assunte che non lo aiutarono a far bella figura con alcuni spettatori avventizi del momento e cadde rovinosamente a terra con legamenti andati del ginocchio destro,  e l’uscita per mulattiere terminò prima ancora iniziasse.

Invece la volta peggiore in cui  venne temporaneamente ricoverato d’urgenza, fu ancora al San Biagio per un malaugurato incidente ancora con la moto, un’altra questa volta, da enduro. Una botta tremenda presa direttamente dopo aver invaso la corsia di un auto che sopraggiungeva dal lato opposto dal suo senso di marcia.

Bacino fracassato, e emorragia interna, da subito si capi’  che non potevano operare in alcun modo causa gravità dei traumi, e venne trasferito d’urgenza quasi subito all’ospedale Maggiore di Bergamo con la presenza fissa di Panna che venne alloggiata su di una lettiga nel corridoio in via del tutto eccezionale. Amorevoli cure delle infermiere assieme a forti dosi di morfina e undici giorni passarono in fretta, un po’ meno il rientro a casa, tre lunghissimi estenuanti dolorosissimi mesi, dove il mattino Mario agognava la visita benefica di una signora che gli leniva il dolore con due potentissime iniezioni di anestetico, ma ancor più avrebbe preferito essere ancora nel caldo accogliente e rassicurante ospedale Maggiore. Non che gli mancasse perché c’era già stato per altri motivi di lieve entità come per una colonscopia eseguita a mente serena che nel mentre la guardava al monitor, Mario osservava in diretta l’asportazione di polipi al suo retto e per quanto inverosimile, anche in quella occasione si sentì protetto tra le mura di quella stanzetta ora in disuso.

Due volte Mario non volle essere ricoverato in “officina”, la prima era “marcata” Romania. A Bucarest si rifiutò di farsi visitare in una struttura ospedaliera dove gli dissero che doveva portare lenzuola pulite, e la sera chiudere a chiave le medicine nel proprio comodino, un ricordo del 2001, ora probabilmente è diverso, fatto fu che si portò a casa in Italia una “bella” infezione intestinale che lo fece calare di 7chili di peso. Mario ha ancor oggi ben vivo quel ricordo di quella triste esperienza.

Ospite nell’ufficio-casa di Nello, un amico italiano che a Bucarest vendeva profumi sciolti e preconfezionati. Mario si contorceva da spasmi che gli attanagliavano lo stomaco, e lo obbligarono per 48 ore a stare tra la stanza da letto e il water accanto, e per tutto lo stesso tempo si dovette sorbire le urla e gli schiamazzi festanti della di un matrimonio rumeno in onore di due giovani sposi Rom che usano festeggiare tale evento per sette giorni consecutivi. Al centro del cortile, un grande fuoco sempre tenuto acceso per tutta la durata dei festeggiamenti. Al di là della staccionata che divideva le due proprietà, una fisarmonica che non smise mai di suonare e gente che ormai non cantava ma biascicava urlando senza rime e ballava con ritmi forsennati quanto scombinati.  Rumori di bottiglie che svuotate dal loro alcolico contenuto venivano lanciate contro il muro di casa degli sposi, lo stesso che fanno i greci che dopo il Brindisi di buon augurio agli sposi, si buttano alle spalle i bicchieri vuoti o come gli Ebrei che subito dopo il ‘si’, brindano è bevuto il contenuto del bicchiere lo avvolgono con un tovagliolo e depositandolo a terra lo calpestano anch’essi per ‘segno’ buon augurante. Cibi che arrivavano sulle tavole senza sosta, cucinati da ogni donna anziana della congrega che a turno fosse ancora in grado di farlo, e per contorno al tutto, una bella scazzottata di tanto in tanto tra parenti ubriachi, per le solite questioni d’invidia “populista” o per il solito denaro di m… raramente per le donne che consideravano meno importanti delle due principali precedenti “questioni”… o considerano ora, si spera. Si era sempre all’epoca dei comodini accanto al letto da controllare a vista, anche di notte, lì, al Gheorghe Marinescu, l’ospedale di Buku’reSt’.  

Nello era un amico di Mario che lo stesso non avrebbe mai presentato a Massimo perché avrebbe con Lui avrebbe scambiato tutt’al più tre parole prima di mandarlo ”affanculo”. Tra i due uomini c’era l’Oceano Pacifico che li divideva per pensieri e modo di vedere e affrontare la vita, forse nessuno migliore dell’altro perciò entrambi insindacabili. Chi ‘amava’ Massimo amava l’imponenza e la fierezza del Gran Canyon, eroso dall’acqua nei secoli, chi amava Nello amava Boot Hill, così chiamate le tristi ‘colline degli stivali’  che perlopiù erano adibite a cimiteri militari della guerra di Seccessione americana, alture molto differenti non solo per altezza.  Chi ‘amava’ Massimo viaggiava con Lui a bordo di auto fuoriserie e non lo vedeva mai rifornirsi di benzina perché aveva almeno mezzo serbatoio pieno prima di partire, chi ‘amava’ Nello viaggiava con lui su delle monovolume e puntualmente anche per un viaggio breve si riforniva di gasolio appena partiti con la speranza che l’ospite si offrisse di dare il proprio contributo… ottenuto lo scopo, fatto il pieno, Nello non riponeva subito la pistola di rifornimento, aspettava qualche attimo che la schiuma del gasolio nel serbatoio si perdesse scemando e ospitare ancora un mezzo litro di gasolio… Mario non poteva presentare “un Nello” a Massimo. Mario andò a Bucarest e anche in alcuni altri paesi della bella Romania con Nello, e ogni volta come nel suo perfetto stile da taccagno scarsamente intelligente, faceva sentire l’amico in dovere di ringraziare anche se oltre la buona compagnia, Mario spesso sborsava per due persone tutte le spese che  necessitavano per il viaggio e permanenza di un luogo.

Così accadde anche quella volta che Nello portò con se Attilio a Barcellona. Attilio un uomo di origini pugliesi, faccia da ebete, alto come un giocatore di basket che aveva da poco tempo “tagliato” con una tipa e si trovava in un brutto momento con il concilio del cuore. Accettò quel viaggio, si voleva distrarre da quel pensiero che gli attanagliava la gola, desiderava trascorrere qualche giorno di spensieratezza insieme all’amico, sicuro che gli avrebbe tenuto compagnia per buona parte della vacanza, così che si distraesse da quei brutti momenti. Per pochi mesi non si era ancora all’inizio del terzo millenio, che le date non si ricordano mai con esattezza, le memorie diventano fotografiche e discontinue, e si cerca di fare al meglio per ingentilirne i dettagli. Al ritorno di quel viaggio, Attilio in un pub, seduto a un tavolo davanti a una caraffa di birra e due amici che lo ascoltavano, raccontava sconsolato la triste esperienza vissuta in quello che doveva essere Spagna e… ancora Spagna… e invece fu di ritrovarsi per una settimana con Nello in una confortevole prigione senza sbarre di una qualsiasi parte del mondo…

Gente strana nella mia vita ne ho conosciuta a bizzeffe, che poi siamo tutti strani, e ancora ci sono i gentili, i buoni e i cattivi, i seriosi, i moralisti e continuerei a lungo, non mi fossi di già stancato. In quel 2000 che aveva da venire, conobbi un antipatico, categoria molto comune, ma era pure invidioso e a volte burbero, insomma una persona da evitare. Quello fu per me un periodo davvero triste, ero al culmine della disperazione, la mia donna mi aveva lasciato, per colpa solo mia, anche se i legni che formano una croce, son sempre due, uno corto e uno lungo, diciamo che il mio era lunghissimo, e tante’ che mi ritrovai disperato e solo. Che solo non ero mai, una compagna, l’ho sempre comunque avuta, ma se non è quella che fa battere ‘forte’ il cuore, e come  fossi l’unico uomo soppravvissuto sulla terra. Le altre non contano, nulla conta più se sei davvero innamorato di una donna, lei diventa la tua ragione di vita. E forse sarà per questo motivo che per distrarmi dai miei tormenti, o illudermi mi succedesse, accettai l’invito di andare a Barcellona, con quell’antipatico scorbutico che malauguratamente conobbi, che chiamo con un nome di fantasia, Nello. Si fanno e si compiono cose strane, quando sei ‘ferito’ e innamorato, ed io accettai quell’invito. Nello disse che doveva recarsi dalla sua donna spagnola, un avvocato, per stare con lei qualche giorno, così si vedevano, un po’ in Italia, e un po’ in Spagna, e contenti loro, pensai, nulla da eccepire.

Partimmo e una volta arrivati, io mi sistemai in un bellissimo albergo “82” stelle, di cui ricordo bene solo il bagno, spazioso, modernissimo, e di colore prevalentemente scuro, di marmo con venature bianche, situato in una mini suite all’ultimo piano. Una delle fobiche manie di Attilio, e’ di non alloggiare mai in grandi palazzi se non ai piani superiori, possibilmente l’ultimo, quello che più tocca il cielo. Un altra fobia per me è volare sulle ali di un aereo e continuando a parlare con gli amici pazienti, Attilio disse, preferisco un intervento chirurgico, se non grave ovviamente. Pensai che Nello si occupasse gran parte del tempo, per distrarmi, per farmi visitare la città, e perché no, anche per invitarmi di tanto in tanto nell’appartamento dove alloggiava con la compagna, magari per pranzo, o per cena, al contrario, quando ci sentivamo telefonicamente, rispondeva sempre con voce cupa, e a volte pareva persino contrariato, e trovava sempre una stupida scusa, per glissare e rimandarmi ad un altro momento.  Una sola sera su sei che rimanemmo a Barcellona mi venne a prendere per portarmi nel loro appartamento. Fu una cena veloce, frugale, fredda, come del resto era lui e la sua donna, chiesi cosa avrei dovuto portare e nello rispose che due bottiglie di ottimo vino potevano bastare a condizione fosse il ‘tinto Tempranillo, ed insieme di mia iniziativa omaggiai l’avvocato con delle profumatissime rose bianche e gialle. Alle 10 della stessa sera, eravamo già al secondo liquore che stavamo bevendo in un anonimo bar di Barcellona, e verso le 11, dopo la terza telefonata che riceveva dalla sua degna compagna, mi riaccompagno’ all’hotel dove ero alloggiato. 

Ancora oggi, ripensandoci, non mi capacito del perché di quell’invito tanto ‘strano’ quanto inutile. E fu così, che tra un pianto nel bagno di marmo nero, e un altro pianto nel bagno nero, per i restanti giorni della mia permanenza, decisi di visitare la vicina città di Madrid in cui una piazza con al centro Don Chisciotte della Mancha a cavallo del suo scalcinato ronzino, con il fido scudiero Sancho Panza con il suo asino, che teneva per mano le briglie del quadrupede, fermi nella medesima posizione statuaria, fissi nel bronzo. E poi in un bar a bere, successivamente, in un altro bar a bere. In un altro giorno invece, tanto per non cambiare, di mattino entrai in un bar per la colazione, poi camminai per le vie, e poi in negozi in cerca di souvenir,  e nel pomeriggio ancora in altri bar della città a bere aperitivi, ma finalmente reagii. Basta bagno nero e bar, basta, cambio città e vado al museo del Prado, famosissimo, così mi vedo qualche ‘grande’ della pittura e della scultura, dissi tra me e me, così do un senso a sta vacanza di merda. Arrivai davanti al maestoso museo, salii sulla gradinata antistante al colonnato che immetteva all’ingresso, e mentre stetti per varcarne la soglia, un sorvegliante mi fermo’ con un cenno, e mi disse in perfetto italiano che il museo chiudeva di li a poco, e che quindi era inutile che vi entrassi, perfetto no!?…

Non era cosa… Ne il viaggio, ne lo scopo, ne l’amico, se così si può chiamare quella “cacca” d’uomo che mi chiese di portare per cena due bottiglie di Tempranillo che costavano come lo stipendio di un mese di un operaio italiano, e con il costo delle rose ci potevo pagare un giorno all’hotel di “82 stelle” e poco prima di riaccompagnarmi, al bar pagai una piccola fortuna anche quattro Cardenal Mendoza riscaldati a vapore in coppa. Niente di più probabile che il caro Nello fece la “cresta” anche per l’alloggio e il viaggio in aereo, entrambi prenotati e anticipati da lui. Per fortuna, la tenacia e la mia testardaggine, fecero si, che a Madrid ci ritornai qualche anno dopo, con la mia donna, che avevo nel frattempo, faticosamente riconquistato. Ci andammo con due cari e veri amici. Una splendida crociera che tra altri luoghi,  fece scalo a Madrid e potemmo visitare le realizzazioni artistiche di Salvador D’ali, bizzarre costruzioni architettoniche come del resto la stessa famosissima Sagrada Famiglia,  una cattedrale dai mille confusionari stili, una accozzaglia di stravaganti mescolanze etniche, bellissima per molti, ma che non trova entusiasmo in altri che preferiscono uno stile più ‘pulito’ come quello della basilica di S.Ambrogio, il Duomo di Milano. Madrid Milano, ogni scarrafone, e’ bello a mamma süia. I due amici di Attilio erano stupefatti dal racconto dell’amico, e dopo qualche attimo di smarrimento, uno di loro ruppe il gelo e rivolgendosi a Tina la cameriera del pub, ordinò tre sangria e finì tutto in una fragorosa risata.

Bel matrimonio e mal di pancia per Mario a Bucurešt e dulcis in fondo cattiva compagnia. Un altra volta in Egitto a Sharm el-Sheikh, nemmeno si volle  informare se esistesse una struttura di cura. Impaurito dallo “spettro” di un ospedale in quei luoghi, Mario era al principio della lunga strada (in seguito percorsa) che divide i cuori nascosti dietro il muro dell’intolleranza. E ancora si portò a casa ‘caccarella’ e una crisi d’asma, che però incoscientemente come di suo uso comune, non gli impedì  di effettuare una immersione nell’acquario di Allah. sicuro che l’acqua salata e leggera l’avrebbe sostenuto. Anche con il fiato corto che più corto non c’era, Mario riuscì ad avere il muso di una murena a pochi centimetri dal naso, come di vedere sguazzare allegramente una piccola razza, e centinaia di altre splendide creature nuotanti di Dio., di Allah che sono la stessa meravigliosa simbiosi d’amore sparso anche nel mar Rosso. Sono tutte storie di vita comune, dove ci si rinfranca il corpo, la mente e lo spirito.

Due volte Mario se ne andò anche dal l’ospedale del suo paese, in entrambe ancora sanguinante dopo l’ennesimo grave incidente di moto, due, tre ore di inutile attesa con il codice verde, firmò e se ne andò.  Capì da se di non essere fratturato e non avere bisogno di punti sutura per semplici escoriazioni, altre volte successe il contrario e fu ben curato da crisi di respiro d’ogni sorta. Ma Mario poi percorse un po’ di quella strada del cuore, e ora sa che tutto ciò non è il peggio, una capatina nei reparti di oncologia di ogni ospedale, dove bambini pelati sgranano gli occhi guardandoti con un perché che non avrà mai risposta, e noi ci si lamenta di cose futili e inutili che non abbiamo o che vorremmo avere… visitare qualche reparto terminale dove la gente ospitata per l’ultimo vano tentativo di salvezza terrena, non alza lo sguardo per vedere chi sei, perché sinceramente non gliene importa più nulla di saperlo, e la lista prosegue ma non cambierebbe in alcun modo il pensare che siamo fortunati ad aver visitato quelle oasi di speranza, pur anche senza esserne ‘usciti’ troppo felicemente… ma senza danni. La, in tutti quegli ospedali dove a quel punto, il colore della pelle non contava assolutamente nulla. Il dolore è uguale per tutti, fortunati o meritevoli, che solo una linea sottile divide le due teorie.  E ora Mario sa che altra gente soffre.

Ma Giuly, Mario la rivide ancora, la sorte ignara li fece rincontrare perché lei si fidanzò con Arnaldo che nel corso del tempo era diventato di fatto un amico di Mario. I due si videro per la prima volta nel negozio di Arnaldo che ospitava alla tentata vendita dei magnifici lampadari e applique affissi in bella mostra al muro. Mario al l’epoca era un antiquario con la predilezione a tutto ciò che illuminava, nel passato e nel presente. Quel giorno, nel negozio di Arnaldo ammirò la merce esposta di ‘stile presente’, in gran parte arte vetraria di Murano. Mario amava quel territorio veneziano per i suoi vetri e cristalli, e subito accanto, non di meno amò Burano per pizzi e merletti ricamati da mani pazienti e sapienti, e ogni volta ricordava rivedendo nella mente quelle calle e quei canali. Gli  faceva strano associare quel luogo alla suocera. Mario fece il viaggio di un giorno con la signora Margherita, sua suocera, da Jesolo partirono un mattino alla volta di Murano per visitare le focaie dei mastri vetrai e poi fu la volta di Burano, quella magnifica isola zeppa di pizzi e merletti ricamati, belle cose e belle persone su quel l’isola incantata.

Mario capitò di proposito nella boutique di Arnaldo, cercava spesso di adornare la vetrina della sua bottega che vendeva perlopiù arte vecchia a volte antica, e gli piaceva mischiarle col moderno per il “gusto” di presentare ai passanti che camminavano sul ciottolato della antica strada che dava direttamente sulla vetrina della bottega.  L’Arte di diversi stili, la memoria e il presente, che per il futuro, ancora ci si sta attrezzando per migliorare la vana ricerca dell’infinito.

Erano i primi anni del secondo millennio, l’antiquariato stava morendo, allora Mario si adeguava pensando che anche le abitazioni moderne con le pareti e mobili di un solo colore chiaro illuminate da  lampade di gesso che emanano luce da sala operatoria, potessero benissimo sposarsi con il “gran gusto” di abbinare alla sala pranzo, un magnifico lampadario ‘MariaTeresa’ con mille gocce di cristallo di fine ottocento riadattato con lampadine al posto delle candele, che emanavano il colore dell’aria di un alba.  Perciò Mario era in quel negozio.

Mario entrò e per prima cosa tra mille sfavillanti bagliori  pendenti da soffitto e pareti, vide Arnaldo seduto a mezzo negozio dietro una piccola scrivania di cristallo. Non sembrò certo la ‘figura’ esatta di un “venditore” d’Arte ma piuttosto una faccia da scoprire.

Arnaldo staccando la penna dal foglio su cui stava scrivendo, sollevò di poco gli occhi da sopra i piccoli occhiali da lettura e dopo un buongiorno, invitò il possibile cliente con voce un filino roca e biascicata  ad entrare e guardarsi in giro, aggiunse che se fosse servito il suo aiuto lo avrebbe volentieri accontentato.

Così andò perché Mario dopo qualche passo fra i due saloni espositivi, chiese ad Arnaldo il prezzo di qualche pezzo esposto e anche da dove provenisse quel ‘luminoso incanto’. I due parlarono di prezzi e provenienza e al fine di come fossero i pagamenti considerando che si trattava fra  ‘rivenditori’. Mario capì al volo che Arnaldo in quel negozio contava come il due di coppe quando la briscola è a spade, lo capì subito forse perché era lo stesso motivo che lui stesso ‘c’entrasse’ con la sua bottega di Antiquariato, gestita perlopiù da passione per i lampadari antichi, anche se in realtà un staff di persone alle spalle, restauravano per Lui qualunque cosa e oggetto.  I dipinti erano curati dall’unico occhio esperto di Ivano che dipinge tutt’ora nonostante Mario spera che spiri… i suoi quadri varrebbero molti più soldi, ma Ivo spavaldo risponde sempre che non si è mai sentito meglio che in quel momento. Così che Mario glielo augura ancora, perché sa che gli prolunga la vita.

I lampadari erano curati quasi a tempo pieno dalla Giusy, una bella ragazzona che pareva essere un mix tra ex “sessantottina” di idee molto umili e sempre volte al debole.

Giusy vestiva spesso di nero con grandi camice e pantaloni svolazzanti e portava i capelli dritti e scuri, raccolti da una coda. Con la sua bravura sapeva riportare al suo antico splendore un magnifico Maria Teresa 24 luci. Un lampadario che gli veniva presentato con tanta polvere secca da sembrare un albero nella nuda radura sferzato dal gelo di un inverno impietoso. Nessuna ‘goccia’ dei suoi pendagli brillava più, e gli spilli di ferro che univano i pezzi di cristallo, si sbriciolavano al solo contatto con le dita. Ogni volta Mario ammirasse un lampadario che Giusy sistemava, rimaneva incantato per tanto ritrovato splendore. Lo stesso di quando vedeva un quadro appena finito di Ivano, sempre era come se ricevesse il più bello dei regali di un oggetto. Molto brava Giusy, talmente brava che ancora a bottega riuscì ad ottenere una importante commissione di lavoro, il più prestigioso si potesse avere in quella città, un teatro da curare per la pulizia e riparazioni delle sue innumerevoli lampade a muro e maestosi lampadari.  Era ancora a bottega ma… il lavoro lo prese a nome suo… era brava Giuly, brava e umile nel  parlare e vestiva sempre di scuro.

Mobili, vasi e antichi suppellettili, erano affidati alle mani ‘sapienti’ di restauratori e decoratori con la loro bottega e per non farsi mancare niente, Mario si avvaleva anche della preziosa quanto inutile collaborazione di Charlie, un ex parrucchiere dalla mano d’oro ma dalla “canna facile”… è non era un cacciatore. Fumava come un turco e beveva birra da mattino a sera come un tedesco. Charlie era un bellissimo ‘biondo’ sciupato da alcol, donne e da altro, e oramai dal tempo. Sostituiva Mario di dietro la scrivania in noce spaparanzato sulla grande poltrona Luigi VI e sapeva vendere merce in un anno tanto da far guadagnare la bottega per tre mesi che di solito erano di Natale e Pasqua dove anche un bambino avrebbe venduto un vecchio binocolo di ferro e ottone della prima guerra mondiale ad un anziana signora… anche senza una lente. Gli altri 9 mesi erano sulle spalle di Mario che trovava tempo la sera e giorni festivi per almeno arrivare a pagare metà delle spese.

Se la doveva cavare diversamente Mario per far quadrare il bilancio. Con la collaborazione di società fasulle “gonfiava fatture” a chiunque ne richiedesse, e per questo gli servivano sempre grosse quantità di denaro in “nero” da restituire ai complici dell’evasione fiscale. Quelli come “Lui”, Mario li ‘fiutava’ a distanza e capì con uno sguardo e quattro parole che Arnaldo era lì per coprire un altra o altre attività più o meno lecite, del resto era lo stesso di ciò che faceva Mario. La passione per quel lavoro esisteva veramente nei due nuovi amici, ma di certo entrambi non si procuravano il necessario per vivere con attività di ‘facciata’ anche se di piacere, e si capì poco tempo dopo di cosa i due in realtà vivessero…

Mario pagò con assegni post datati una consegna di merce e al prezzo totale aggiunse una somma che Arnaldo restituiva in contanti detraendo un proficuo interesse non certo bancario… Mario aveva trovato il centesimo amico che gli prestava denaro con interessi che di solito dopo un po’ non si riusciva più a sostenere e quindi a restituire. Da lì minacce e vita grama zeppa di angosce, insicurezze e paure da non augurare nemmeno a un delinquente incallito. Finché  Mario come Massimo, finivano per fare cose sempre più grandi e stupide per guadagnare di più e poter ripagare il debito che una volta sanato se n’era creato uno più grande. Per guadagnare molto in poco tempo non c’era che un modo, volto a illegalità sempre maggiori, così che Mario era un aspirante attore, Massimo un attore di grido…

Attori per saper vivere una vita tra le mura di casa con gli affetti più cari di persone e cose, riuscendo a mantenere un atteggiamento apparentemente tranquillo per non turbare la loro serenità.

Essere attori, proseguire il resto della giornata supplicando bancari di turno di portare pazienza per la rata del mutuo o di posticipare di qualche giorno il versamento di un assegno di data già scaduto. Impiegati bancari annoiati di sentirsi dire ogni giorno ormai da anni le stesse cose… che è l’ultima volta, perché c’è un “affare” importante che sistemerà tutto in breve tempo, che sarebbe stata l’ultima volta che si staccherà un assegno senza fondi, che c’è un bonifico in arrivo di cui non si spiega il ritardo…

Essere attori di “quella” vita, significava passare dalle suppliche alla Oliver Hardy,  ad essere persone  come James Dean che proponevano lucrosi affari in cambio di cose losche. Persone tutte d’un pezzo come Rambo che non vacillavano con documenti falsi alla mano per acquistare merce a rate con il solo deposito di un misero anticipo di denaro e rivenderle ad un prezzo inferiore del loro valore. Il trucco “dell’artista attore” era fissare dritto negli occhi del malcapitato venditore per infondergli la fiducia necessaria, ovviamente ‘dimenticando’ di saldare il debito che comunque era intestato ad una persona sconosciuta.

Essere attore della vita o aspirante tale, significava far parlare di se stessi come “personaggi”, quindi per i due amici era indispensabile curare interessi sociali nel loro ambito ‘operativo’, bisognava si curasse l’aspetto e avere l’orologio “giusto” al polso e un auto che facesse parlare di se.

Quando Mario o Massimo si presentavano ad un appuntamento d’affari, che voleva dire dammi del denaro che in qualche modo lo ripago, ottenevano prestiti o finanziamenti di 2 o 3milioni di lire, se si presentavano con una utilitaria, se al colloquio sfoggiavano un bel sorriso e si arrivava a bordo di una Mercedes, potevano arrivare ad avere dieci volte tanto quanto avuto con la ‘cinquecento’.

L’abito non fa il monaco, ma la gente ai tempi moderni sembra ignorare questo modo di dire, sembra aver dimenticato il valore di chi va ascoltato così che l’immagine prevalga sulla ragione.

Trent’anni prima del loro incontro, Mario non viveva di assegni datati  e nemmeno Arnaldo a quel tempo viveva di ‘prestiti facili’. I due divennero amici e fu una fortuna per Mario, perché ad ogni scadenza degli assegni che firmava, raramente era puntuale nel pagamento, così che i due fratelli di madre ma non di padre portavano sempre pazienza rassicurati da Arnaldo e prorogavano le scadenze anche se con crescente antipatia, e ‘interessi’ sempre in aumento.

Mario trent’anni prima di conoscere il nuovo amico, era un onesto lavoratore nel mondo del l’industria e comprò una Jaguar XJ e per non farsi mancare nulla acquistò anche una moto Bmw gran turismo, non ‘troppo’ per un buon artigiano del l’epoca che lavorasse sodo, molto per Mario perché su quel l’auto sportiva nera con interno beige e su quella moto marrone con profili e cerchi d’oro, ci caricava sempre più frequentemente delle ragazze… che non erano mai le stesse per periodi lunghi, e logicamente le sue visite in cantiere diminuivano settimana per settimana e cominciò ad usare il metodo assegno a scadenza con ‘mancia’ appresso…. forse Mario conobbe così anche Massimo…

Arnaldo trent’anni addietro, le macchine le truccava e un Alfa 1750 diventava un bolide che riusciva facilmente a fuggire dalle ‘gazzelle’ dei Carabinieri o le ‘pantere della polizia, dopo che con amici aveva messo a buon segno una rapina. Facile  diceva, le banche a quel tempo non avevano vetri antiproiettile e nemmeno bussole anti rapina, tantomeno guardie giurate al l’ingresso delle stesse… le nostre pistole automatiche calibro 9  erano pericolosamente precise, mentre le forze del l’ordine avevano in dotazione residuati  bellici del l’ultima guerra che se ti sparavano addosso a distanza ravvicinata, colpivano dei cartelli stradali lì accanto.

Le moto le cambiava ogni volta che una “rapa” riusciva, e quella “usata” di nemmeno un anno di vita, insieme ad altre moto guidate da compagni di merende ubriachi o strafatti o tutt’e due, si lanciavano a folle velocità su un pontile di mare o di lago e dopo un volo nel vuoto finivano in acqua riemergendo solo gli uomini.

Alla fine degli anni 70, le banche cominciarono a proteggere i loro impiegati con vetri antiproiettile sempre più alti e spessi e non bastavano pochi colpi di mazza per buttarli giù, le “bussole” furono inventate poco tempo dopo come ciliegina sulla torta. Nuove e potenti Alfa Romeo in dotazione agli agenti, sostituirono le vecchie “dragone”, così come vennero sostituite pistole stanche con mitragliette e pistole automatiche.

Erano diventati amici i due, pranzi e cene insieme, e anche brevi gite fuori porta, come quella volta che decisero di andare in un agriturismo sulle colline toscane il fine settimana per fare delle passeggiate a cavallo.

Arnaldo e Flavio che era il suocero di Mario, marito della signora Cristina, che ingaggiò Piero, l’autista con camion per il trasporto cavalli. Piero che a guardarlo sembrava Cico il piccolo messicano panciuto amico di mille avventure tra le paludi in compagnia di Zagor the Nay. Piero non faceva quel lavoro di professione e i tre cavalieri se ne accorsero ben presto dagli scossoni del camion e frenate brusche, al l’inizio del viaggio sembrava guidasse un ubriaco mentre una volta giunti alla meta se ne resero conto senza alcun dubbio… e Katubia una splendida cavalla araba, si ferì per la caduta a terra della cassetta degli attrezzi dovuta alla guida maldestra di Piero, il Cico, Gonzales y Martinez, y Gomez…

In quella occasione, Mario raccomandò più volte ad Arnaldo di evitare di parlare dei rispettivi ‘passati di vita’ dei due in presenza del suocero, e infatti alla cena del primo giorno d’arrivo consumata al l’agriturismo, si parlò di antiquariato e lampadari mentre Flavio ascoltava e Piero ordinava un altro mezzo di vino rosso.

Finita la cena, Arnaldo propose una piccola follia, si sarebbe andati a cavallo con il buio della notte in cima a quella collina, è così facemmo. Piero se ne andò a dormire riuscendo barcollante a raggiungere il nostro alloggio nel reparto notte del primo piano, i tre moschettieri impavidi, un ora dopo erano sdraiati uno accanto al l’altro sulla cima di un colle con le mani a dita incrociate sotto la testa a guardar le stelle con i cavalli che sciolti da briglie pascolavano tranquillamente accanto.

Arnaldo fumando una sigaretta, guardava tra celo e terra diceva che lì le stelle brillavano come da nessun altra parte, poi improvvisamente si tirò su colla schiena e sparando una parolaccia di stupore disse a gran voce, io quella luce la conosco, Flavio rispose, certo, è la costellazione del l’Orsa Maggiore… ma quale Orsa e orsacchiotto ribatté Arni puntando il dito a valle! Non in cielo, quella luce la che sembra un campo di calcio illuminato a giorno, è il carcere dove sono stato io per via di un trasferimento… qualche secondo di silenzio che sembrò un secolo a Mario che gli si strozzò la voce in gola senza saper cosa dire… per aggiungere peggio al peggio aggiunse Arnaldo,  ci rimasi solo un mese, poi mi trasferirono a Milano… peccato avevano degli grandi asciugamani… bhe! è ora si ritorni disse il suocero di Mario mentre si alzò frettolosamente. Ecco fatto, frittata fatta.

Da quella gita, passarono alcuni anni e Arnaldo ebbe una figlia da Giuliana che aveva vent’anni meno di Lui e probabilmente a causa di questa nuova responsabilità, pensò di fare altro che scontare assegni datati, e vendere controvoglia un lampadario di tanto in tanto per mantenere la sua famiglia. Lasciò Mario nelle mani dei due fratelli e per alcuni mesi sparì  dalla circolazione frequentandosi con un algerino naturalizzato francese. Mario non seppe mai cosa andasse a fare l’amico Arnaldo con viaggi periodici con un furgone bianco oltre frontiera, ma seppe con certezza da altri amici comuni, che al l’Arni non bastava più una sniffata di coca per tirarsi su, ma andò ben oltre con chissà quant’altre porcherie, finché un giorno Giuliana telefonò a Mario dicendogli che la sera prima il suo Arni mentre era nella vasca da bagno, vomitò sangue che schizzava sulle pareti con colpi di tosse che, tanto rochi sembrava provenissero dal l’oltre tomba e dopo alcune ore di agonia spirò tra le braccia della giovane amante.

Giuliana quella sera invece  telefonò a Mario disperata e piangente per annunciare la brutta fine di Arnaldo.  Giuly la stessa che dopo dieci anni, era al l’altro capo del telefono di Massimo per dirgli che era passato a miglior vita… e disse a Mario anche il giorno del triste commiato che per sfiga era proprio il giorno del suo compleanno. Alle due e mezza di un sabato nella Parrocchia del paese della mamma di Massimo, nel giorno del l’inizio d’autunno.

Al bar per un panino che era la una e mezza. Mario e Panna si trovarono con Patrizia, e l’amica Laura la tipa che aveva venduto l’avviamento del bar  a Massimo che poi Lui chiamò MonteCarlo. Laura era lì in “cagnesco” disse, io son qua per ossequiare la persona ma non come uomo, ho da dire che Massimo non lo era, e mi ha lasciato nei guai, non ha pagato che poche rate e ora non c’è più. Continuò sgradevole Laura rivolgendosi a Mario e Elisa, sono qui per la persona e non per l’uomo, ripetè… e per due volte Mario non capì… non capì il significato di quelle parole insensate e come si potesse essere tanto insensibili di fronte ad una tragedia non voluta, svoltò il capo da un altra parte e sorseggiando del vino finì di mangiare il suo panino, anche Panna rivolse lo sguardo altrove. Laura aveva buone ragioni per lamentarsi, ma la morte falcia ogni ragione e non era certo quello il modo e momento di lamentarsi… il primo giorno d’autunno, con Massimo che si presentava per l’ultimo saluto.

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