Playboy della vita 2

@Non era al momento giusto la lamentela di Marghe, e a Mario diede fastidio sentir parlar male così di un amico intimo appena scomparso. Patrizia era imbarazzata e si vergognò un poco per quella incresciosa ituazione, quasi certamente fu coinvolta, chissà poi perché quel giorno si dovette accompagnare a Marghe, ma è troppo buona per saper dire di no, o forse semplicemente un po’ stupida nel scegliersi le amicizie.

Patrizia una ragazza fragile, ‘buona’, stolta, tanto da essere ormai una donna matura innamorata di una sola persona che divide con un altra da almeno vent’anni, anche se per Massimo avrebbe di sicuro fatto un eccezione, e una ‘scappatella’ se la sarebbe fatta. Massimo no! Non se la “sarebbe fatta”, troppa incompatibilità di carattere. Del resto Patrizia era la ‘donna’ di Claudio e per questo il divario tra i due era di fatto incolmabile. Chi ama una persona, ne assume di fatto le ‘somiglianze’, e per questo motivo Massimo con Claudio si è sempre presentato con un cenno o una stretta di mano.

Lo stesso che avrebbe fatto molto volentieri Marghe con Massimo ma venne preceduta dalla figlia Marika che di anni ne aveva metà della mamma ed ebbe una relazione seppur breve con Massimo. Ora Marika vive in Spagna e ha un figlio. Marika non era tra le fila di panche delle navate, come del resto non v’era Patrizia e Marghe che si sistemarono in fondo, vicino ai grossi boccali di marmo d’acqua benedetta.

Dopo nemmeno un ora ci saremmo ritrovati tutti sul sagrato, è così fu. Uomini in giacca e maglia nera che sembravano le Jene di canale 5 in cerca di notizie, ma di nuovo c’era solo Massimo in quel l’umile bara di color chiaro, Lui, l’avesse saputo con anticipo, l’avrebbe voluta nera con finimenti in metallo alla ‘Versace’ ma con il tocco di classe in più rappresentato dai profili argentei piuttosto che pacchiani d’oro. Massimo era la ‘finezza’, ed ora si era lì in chiesa, un prete ‘figo’ con capelli argento e pietose parole d’oro parlava di Lui riservandogli elogi da benefattore.

Parole che si riservano ad un amico discreto e Massimo era delicatamente discreto, era un “signore”. Ed ora si era tutti lì, in quella chiesa divisa da una navata importante che divideva gruppi di persone che perlopiù erano donne che piangevano un amico perduto… ma le più di un amore mancato. Le donne più giovani compreso la sua ultima fiamma Denise sedute sulla sinistra di dove era Mario. Quattro ragazze che la più ‘vecchia’ era Denise che se fosse stata un uomo alla fine del secondo secolo, avrebbe da poco finito il servizio obbligatorio di leva…

Sedute al primo banco, tra altre ragazze, la figlia di Giuliana e Arnaldo che sali sul palco l’omelia del l’ultimo commiato ricordando Massimo come un papà mancato. Martina disse che non avrebbe mai scordato di quella volta che Lei era triste per la perdita di papà, e Massimo per tirarla su di morale, uscì nel parcheggio del locale dove si trovavano, l’aiutò a salire sul tetto del suo potente fuoristrada e salì anch’egli ed insieme ballarono al suono della musica che usciva dai finestrini.

Altra gente arrivò attirata da questa piccola follia e alle tre di notte furono molti i temerari che osarono riempire le loro auto di ‘fossette’ su cofani e tettucci calpestati a suon di musica e tacchi. Più che temerari erano allegri o ubriachi, ma fu festa per il cuore di Martina, disse ciò con voce rotta e i singhiozzi non gli permisero di dire altro se non Ciao Massimo non ti dimenticherò mai.

@Mario conobbe Denise solo al telefono. Bastava non frequentare Massimo per un breve periodo di tempo per non conoscere la sua ultima fiamma, e Lei fu l’ultima fidanzata ufficiale del Playboy della vita che Mario non conobbe personalmente.

Un giorno Massimo al telefono chiese a Mario se fumasse ancora le canne, e avendo ricevuto la risposta positiva, aggiunse al l’amico se non potesse procurare del ‘fumo’ per la sua Denise… Sai bene che non ho mai fumato ne mi sono mai drogato con schifezze di alcunché tipo… la Denise vuole un po’ di fumo me lo puoi procurare? Fumo o “maria”rispose Mario? Aspetta, aspetta che ti passo la ‘tipa’ così parli con Lei che io non ci capisco una mazza di ste cose… ok., e gli passò Denise… Ciao, ciao cara cosa vorresti? “maria” disse, quanta? o beh! un “centino”. Un centino a me dura un mese e anche più rispose Mario, è meglio che ti dia il nome e il numero di telefono del ‘tipo’ che me la vende una volta ogni due o tre mesi, così vi arrangiate tra voi che oltretutto avete su per giù la stessa età, a… benissimo replicò Denise, ti ringrazio molto e salutando passò di nuovo la linea a Massimo.

Scusa disse Mario ma pensavo volesse un paio di spinelli, io sai che ora ne fumo una al giorno giusto per dormire meglio e mangiare un po’ di più invece che solo buttar giù alcolici e quindi non ho grosse quantità, anche perché non ho più l’età per certe trattative, hai fatto bene rispose Massimo, se la vedano loro, grazie.

Mario non conobbe mai Denise, ma a detta di tutti tanto per non cambiare è bellissima, come tutte le donne di Massimo, come tutte le donne che hanno l’età di un fiore appena sbocciato, anche se al suo funerale c’erano fiori sbocciati e altri un poco appassiti con mariti al seguito. Sembrava di essere in un film satiro comico anche se qualcuna era meglio piangesse o doveva piangere.

Mario non sapeva se Denise fosse bellissima come per sentito dire dagli amici e dalle amiche, non l’aveva mai vista… solo sentita. Un giorno di un mese dopo la richiesta di Denise, si accorse che la sua scorta di benessere ‘fumoso’ si stava assottigliando, si stava esaurendo, così che Mario fece la classica telefonata di rito ad GiovanniMaria, che il Giovanni è inventato e Maria era stato aggiunto per indicare il venditore di ‘fumo’, o marijuana che dir si voglia.

Eilà ciao come va, un caffè!? Si volentieri rispose Giovanni, alla solita ora al solito supermercato, ok. rispose Mario, ciao. Solita ora, solito posto e i due scesero insieme dalle loro auto. Ciao Gio, ciao Ma, come va? e avvicinandosi a mano tesa verso Mario, Giovanni sgranando gli occhi disse, ma che f..a mi hai mandato lììì!? Mario visibilmente stupito chiese, di che f..a vai parlando… quella che gli hai dato il mio numero di telefono! Ma è troppo fi ….. è troppo bella.

Non riuscivo nemmeno a parlargli perché dovevo alzare il capo… e lo sguardo si fermava puntualmente su quel seno scolpito nel marmo… no, no! È troppo per me… Mario un poco ripresosi dallo stupore e avendo finalmente capito che Giovanni parlasse di Denise gli disse con tono ironico ma sincero… ôôôô!!! “grosso pirla mica te la devi fare” la donna del mio amico, gli devi solo dare ciò che chiede, se vuoi, oppure libero di non farlo! Si, lo so rispose Giovanni abbassando il tono di voce alterato dal l’eccitazione del ricordo di Denise, mi ha pure detto di essere pazzamente innamorata del suo uomo che ha sessant’anni e sta passando un bruttissimo momento di salute… ma una f..a così quando mi ricapita!… nemmeno nei sogni.

“Gioan”, ma vaffangol che l’è mei, disse Mario nel suo dialetto! Che non aveva bisogno di conoscere la nuova fiamma del l’amico, sapeva di non aver bisogno di ulteriori conferme che fosse la bellissima “donna di Massimo”. È tanto bella Denise che stordì il Giovannimaria. Mario è un fervente Credente, forse un illuso ma non per questo perdente, e pensa che la marijuana sia una figlia della terra che non alterata da altre sostanze, e se ben ‘distribuita’ al corpo e alla mente di certo non può nuocere, comunque non più di un bicchierino di grappa al giorno. L’eccesso è sempre deleterio e non solo per droghe leggere… l’alcol è ancora il problema di dipendenza che fa più ‘disastri nel mondo, Mario anche adesso preferisce fumare una ‘canna’ al giorno piuttosto che un pacchetto di tabacco e catrame, per questo motivo assecondò volentieri Denise che voleva sballare, se poi ‘questa’ come d’uso comune non si fermasse solo al piacere del fumo, non era cosa che interessasse lo stesso Mario… pensava che chiunque deve fare il suo percorso, quello che aveva da tempo abbandonato in ‘piaceri polverosi’ che all’inizio ti fanno sentire un leone e poco tempo dopo un gran coglione.

@Nelle file di banchi subito dietro le quattro ragazze, altre donne in ordine sparso e una era Anna che si accompagnava con un amica, Katia che Mario conosceva molto bene. Anna invece era una sua amica da tempo, sin da quando Katia si fidanzò con Mario. Un fidanzamento che durò pochi mesi fra i due. Katia era una ragazza alta e magra, scura di pelle con folti capelli tinti di un biondo che non riusciva a prevalere sul castano scuro del suo colore naturale, così che le rendevano il viso da zingara, oltretutto portava sempre degli orecchini tondi da Gitana ed era come in realtà lo fosse, e forse fu per ciò che al povero Mario non si concesse, non ‘era zingaro abbastanza’ per Lei. Infatti ben presto si lasciarono e ancora più velocemente, Katia si fidanzò con un ragazzo Ungherese e non passò il loro primo anno d’unione che diede alla luce il suo primogenito.

Anna era una ‘tipa’ alla Sandra Bullock ma nonostante l’aspetto e il comportamento spavaldo e sicuro è ancora una ragazza di sani principi. Anche Lei ha voluto bene a Massimo perché ai suoi occhi rappresentava il maschio alfa, l’uomo che non deve chiedere per avere. Disordinato e composto, benefattore e malfattore, amante fervente di chi non si può fermare al primo amore… nemmeno al secondo… per questo si innamorò di un amico di Massimo, Beppe. Tra i due “boss” di vita c’era molta similitudine nel modo di vivere. Amavano molte cose in comune primo fra tutte Donne e automobili da sogno. La differenza la faceva sempre Massimo, che il carisma non lo si compra al mercato della verdura, e comunque la Ferrari rossa l’ebbe solo Lui.

Anna semplicemente si comportò da ammiratrice e sostenitrice del mito di Massimo. I due rimasero solo amici e per questo Anna veniva invitata a dei fine settimana da favola organizzati da Massimo, magari sulle colline toscane in una villa sul promontorio da cui si vedeva e respirava il mare di Cecina.

Massimo la fece volare su di un aquilone trainato a tutta velocità da un fuoristrada andando su e giù dai dolci clivi, la portò spesso a ballare in compagnia di altre persone, oltre, a quell’epoca, l’immancabile Mario, la portò anche a fare dei bagni rigeneranti nell’acqua solforosa e puzzolente delle terme di quel Luogo. Anche Anna a modo suo era affascinata da Massimo, chiunque lo era.

Giuliana, nei primi banchi, colei che rispose al telefono di Massimo per parlare con Mario annunciandone la dipartita. Portava un velo nero sul viso ed era provata come chi piange da troppo tempo…. e ancora Mario non s’era dato pace del perché era come se per Massimo gli fosse stata da molto tempo una presenza costante e preziosa… era ‘fermo’ alla lampada u v a e ancora per Mario nebbia fitta.

Martina al discorso di commiato, aveva fugato gran parte dei dubbi di Mario, salì sul tetto del fuoristrada con Massimo e non è una cosa che si fa con la prima persona che capita. Del resto Arnaldo, papà di Martina, era solo una conoscenza di Massimo, probabilmente fu anche un suo “cliente”, e non certo di lampadari perché Massimo cambiava abitazione molto spesso e solitamente le sceglieva già arredate e cioè illuminate, come quella magnifica villa sulle rive del lago di Sarnico.

Tutta bianca da sembrare una di quelle case greche senza tetto, solo terrazze dove di notte venivano illuminate a giorno e si beveva e si ballava con la musica che rompeva i timpani. Feste da urlo in quella dimora sul lago dove anche Mario fu invitato più volte, ma spesso si recava lì per commissioni che faceva per conto di Massimo. I soliti assegni rigorosamente postdatati o cambiali presi o consegnati a, e per delle persone, quando non si trattava di oggetti tipo quadri, orologi di pregio, monili in oro o semplicemente cibo e bevande particolarmente estimati.

Mario non si tratteneva mai più del necessario in quella grande maison, gli incuteva disagio, anche perché più di tutto preferiva coricarsi con la sua Panna e i due rompiballe a quattro zampe, ma un bel giorno disse si a Massimo che insistette perché rimanesse per la serata, e ovviamente per la notte… a malincuore Mario disse si.

Aveva sempre quel qualcosa che lo ‘bloccava’ nel frequentare Massimo. Abiti alla moda, donne che pareva andassero ogni sera a festeggiare il capodanno, auto da sogno e un modo di vivere i momenti di felicità con l’eccesso, sesso compreso. Tutte cose ostentate all’esagerazione che infastidivano Mario che ‘forse’ era di un ‘gradino’ più alto nel livello d’umiltà. Si sentì a disagio Mario quella sera. Era vestito bene, ma non da “figaccione”, era senza la compagna ma di donne ce n’era d’avanzo, caso mai l’avessero ‘cagato’. La sua auto la lasciò al parcheggio per il presunto idolatro del sesso, e stette a guardare quel che succedeva in quei locali festanti e urlanti di gente con poco ritegno.

Ancora una volta sembrava ci si preparasse a girare la scena di un film porno. Ancora una volta per Mario si riproponeva l’orgoglio di maschio latente in lui, che gli suggeriva di non sprecare l’occasione. Bottiglie di champagne in ogni tavolo o tavolino, mani di uomo che toccavano il culo della donna dell’amico, e ragazzi che limonavano avvinghiati l’un l’altra con sigaretta in una mano e nell’altra un tamber con del wischey, il tutto ‘farcito’ con parolacce perlopiù rivolte alle “signore” che invece di indignarsi, sghignazzavano contente per essere state protagoniste di un insulto alla propria dignità. I Gay casomai c’è ne fossero quella sera, erano ancora nascosti dalla “vergogna per il diverso”, e sicuramente avevano scelto un posticino appartato tutto per loro al riparo d’ignoranza e ipocrisia.

Mario cercava di ‘sopravvivere’ a tutto questo o almeno sperava in cuor suo di potersene vantare il giorno dopo con gli amici sfigati che conoscevano Massimo ma che non furono mai invitati alle sue fantastiche feste…

Cercò di resistere a quella che per Lui non era una festa ma un imbarazzo infinito, e ce la fece Mario, finché Danilo un ragazzone dai modi raffinati e gentili che sembrava provenire direttamente dalla terra dei cavalli Andalusi, attraversò la stanza con un vassoio d’argento con al centro un mucchietto di “bamba” e accanto una tessera sanitaria per ‘preparare’ le sniffate… Massimo passò di lì, fermò Danilo per un braccio e veloce come un fulmine, soffiò sulla “bamba” che si sparse svolazzante sul pavimento di tutta la stanza.

Qualche secondo di gelo, le voci si ammutolirono, e poi Massimo che scoppiò in una fragorosa risata anche se aveva appena buttato sotto le suole delle scarpe due o tremila euro di merda bianca, e tutti ad imitarlo e a ridere forte anche se in realtà avrebbero pianto… molto di più… ma l’aveva fatta Massimo quella cazzata e ordinò subito a una coppia di amici che si andasse a prendere altra ‘merda’, non per se ma per tutte le persone presenti ad accezione di Mario che “pippava” ma non con quel genere di compagnia.

@ Danilo è un uomo di buona cultura e ‘parlantina’ che sa di saggio, e un bell’uomo che ricorda Banderas, con quel tanto di ‘spagnolo’ e pelle ambrata di sole caliente. Massimo l’ha sempre “posizionato” in situazioni in cui dovesse fare l’allenatore di una squadra di altre persone perché sapeva anche scrivere parole gentili…

Aggrapparti alle ali di un Angelo, le serate volano nello spazio insieme ai nostri pensieri per incontrare i giorni e le albe che verranno. L’aurora raccoglierà il rossore riflesso di un sole che spunta da un altra parte del mondo, e se invece sarà pioggia, ombrelli, se neve cappotti e guanti di lana. C’è sempre un rimedio nella vita e l’unica volta che non c’è si va in un posto migliore dove non fa mai freddo.

Fra le piume d’ali che svolazzano nell’etere dello spazio infinito, gli uomini sono alla ricerca di emozioni d’un giorno o di un ora… di minuti, di respiri grevi come un giorno d’arsura quanto lievi come violette che sbocciano in primavera… e alla fine sono pochi attimi intensi vissuti con gli occhi rovesciati dietro le palpebre che guardano rivolte al cielo e lo ringraziano. Sarà quel che sarà e intanto si vola sul mondo che fa immaginare quello che si desidera. 

Un viaggio nella pace dei sentimenti di ognuno, dove le ‘cose’ che si vedono dall’alto hanno tinte di colori  vivaci che sanno accendere lo spirito, e per questo vedere quella luce che serve per illuminare il cammino della nostra vita. E Dante possa perdonare lo storpio dell’uso delle sue parole, ma a fin di bene ogni ‘cosa’ può essere perdonata. Si perdona il rubare per necessità, perdonare una bugia che serva a far del bene, si perdona un amico e si perdona un amore fallito perché si è capito che la croce è fatta di due bastoni… il bastone corto, e quello lungo… ognuno con la sua precisa parte per comporre la croce che si deve portare in spalla per dare un senso alla propria esistenza… e quindi, alla propria storia d’amore.

Si perdona il tempo che maligno ci perseguita e benigno ci rende partecipi di seminare grano e coltivare patate, si perdona spesso, molto, ma il problema più grande rimane saper perdonare se stessi. Sarà quel che sarà perché nessuno può guidare il suo destino… ad eccezione di Mandela, l’invincibile che disse… “Non importa quanto stretto sia il passaggio, quanto piena di castighi la vita, io sono il padrone del mio destino: io sono il capitano della mia anima.”Il comandante del nostro destino. 

È cosa ’grande’ da dire, più ‘comodo’ abbandonarsi al fato a volte grato o ingrato senza misura di chi arriva prima per importanza… bianco e nero si sovrapporranno come il sole sorga in una parte del mondo… e allora senza arrendersi, continuando tra nubi scure e bagliori di speranza la lotta nella trincea della vita, ancora una volta e per sempre  sarà quel che sarà… questo pensava Danilo della vita, e con questa filosofia veniva assunto da Massimo con ruoli sempre di buon livello.

Fu la Spagna per Lui quella volta, Massimo l’assunse come direttore di un ristorante creato di sana pianta su una spiaggia a Formentera, Danilo partì a bordo di una Mini Cooper decappottabile e non sapendo ‘chiaramente’ come l’avesse ‘persa’, Massimo gli fece avere anche una splendida Bentley coupé n’era come la notte senza luna… ma anche per ‘lei’ ci fu un problema, perché si fermò in casa del fornitore di carne del ristorante che dirigeva Danilo a Formentera.

Il macellaio se la trattenne a fronte di parecchie forniture di filetto di bue, che perlopiù si sbafavano quello che non si mangiavano i clienti mancanti. La ‘Mini’, probabilmente ceduta al fornitore di vini che con il suo champagne, aveva annaffiato la carne e le voglie di chi la mangiava. Altri ‘vizietti’ consumati da chef, camerieri e ‘intrattenitori vari’ che mandarono in fumo i pochi reali guadagni del ristorante… Danilo tornò in Italia pieno delle solite ‘belle parole’, e Massimo, magnanimo come sempre, trascurò anche in quel caso, un ammanco di 200mila€, adducendolo come fosse un fatto ‘scontato’ sin dall’inizio. Massimo era così, e lo é ancora nei cuori di moltissime donne e molti uomini.

@Ma con il ritorno del pensiero a Mario, intanto, quella notte, nella bella villa bianca sul lago, viveva un incubo ad occhi aperti, l’alano con “fari gialli” che lo fissavano, era lì davanti a lui. Cercò di resistere Mario alle tentazioni di quel ‘mondo’ che gli sembrava ‘troppo’ di plastica, di resistere a tutto quello che stava accadendo. Resistere a Danilo, belle donne e cocaina che lo facevano sentire fuori luogo. Per farlo di tanto in tanto aveva bisogno di uscire sul patio adiacente a un grande giardino che si allungava per un bel po sulle rive del lago. Mario uscì un ennesima volta, era da poco passata la mezzanotte e si spostò un po’ più in là, andò fino giù alla cuccia del grosso cane nero Danese addestrato che Massimo gli aveva fatto orgogliosamente vedere all’inizio della serata.

La cuccia era un casetta di legno non meno grande di una stanza comune, e di certo Mario non poteva nemmeno lontanamente immaginare che Massimo, forse un po’ brillo, aveva dimenticato di chiudere ermeticamente con il catenaccio l’uscio di Nerone… Mario ha sempre amato i cani nella misura di quanto in realtà ne avesse paura e timore, e gli occhi gialli di quel cane che lo fissavano nel mentre ringhiava mostrando i denti, si avvicinavano sempre più nel buio della notte… Mario scappò sull’ulivo più a portata di mano per sfuggire alle fauci incazzate di Nerone che con due balzi era sotto l’albero. Scena comica ma allo stesso tempo di paura che si fece dramma dopo minuti che diventarono ore in cui Mario abbarbicato su esili rami della cima del l’albero gridava a squarciagola per farsi sentire da qualcuno… ma quella notte non venne nessuno e a Massimo non passò nemmeno per la mente di voler sapere dove fosse l’amico, aveva ben altro da pensare… e da fare… non con una, ma con due bellissime ragazze.

Doveva essere “una”, ma quando verso la mezzanotte, poco prima che Mario uscì per la sua ultima sfortunata volta dal salone della villa, Massimo irruppe nudo nel salone principale, braccia aperte e ‘arnese ciondolante’ gridò se non fosse l’ora di farla finita di bere e “pippare”… drogati di merda piantatela con quella “merdaglia” e andiamo tutti a scopare. Scherzava Massimo, dicendolo, più che altro desiderava fosse la sua tipa a raggiungerlo, ma la coca fa “scopare”come un riccio solo i primi tempi, dopo anni spesso si ama solo ‘lei’… che non geme, non teme, non ama perché si fa amare… a senso unico, perciò non è Amore.

Per Elisa non esci più a prendere il giornale, per Elisa non sai più che giorno è… La cantava Alice, e chissà come lo sapesse quel birbante di Battiato che la scrisse come ci si sente in “coca” o in “ero”. Fatto stette che alcuni uomini preferirono “Elisa” che non era la moglie di Mario ma il titolo di una canzone del passato che parlava di estasi artificiali, e Massimo grazie a “Elisa” che non cagava di striscio e alle misure “dell’arnese ciondolante a riposo” che sfoggiò nella sua ‘entrata’, finì nel letto con due donne… e Mario sull’albero.

E venne l’alba, un pescatore stava costeggiando quella riva in cerca di un bel posto per pasturare sperando nella cattura di pescare alborelle, notò la scena di quell’uomo sulla cima dell’ulivo, remò alla villa in cerca d’aiuto. Roberto, il fratello di Massimo era nel porticciolo e stava fumando la centesima sigaretta di quella notte appena trascorsa e subito, allertato, accorse in aiuto di Mario anche perché Nerone rispondeva solo ai comandi dei fratelli e subito obbediente si ritirò a cuccia.

Ritornò mesto mesto a casa sua Mario, la sua Panna lo derise per giorni e Lui gli fece promettere di non raccontare agli amici quanto accaduto. Promessa vana ovviamente, per Panna era l’occasione d’oro di ‘vendicarsi’ delle numerose scappatelle di Mario, compresa quella sfortunata serata, nottata e poi parte del giorno.

Una villa con porticciolo annesso che doveva essere dragato per manutenzione ordinaria ogni qualche anno e in quel periodo fu il momento giusto, perché Massimo per colpa del fondale sporco di alghe e fango non riusciva ad ormeggiare il gommone con cui si recava dall’altra sponda del lago dove sorge Montisola, un isola nel lago d’Iseo in cerca di qualche bella trattoria del luogo per consumare una ‘cenetta’ al lume di candela con la bella di ‘turno’.

@Quel porticciolo andava pulito, bisognava si dragasse con una apposita imbarcazione che fosse una grande chiatta con draga al posto polena per pulire i fondali. Massimo si informò sul costo e guarda caso corrispondeva su per giù ad un credito che aveva con Massimino e per questo lo incaricò di occuparsene… e pagare il conto… forse!

Massimino era un bel ragazzo, forse troppo magro, e anche avesse una gamba “sifolina” non gli impediva di approcciare belle donne, e anche Lui come Massimo e Daniele, aveva avuto molto più di quando la natura di norma conceda al sesso di un uomo… e anche se claudicante per via della gamba devastata da polio infantile, non gli fu mai impedito di avere delle belle donne, unica differenza che non era lui a “scaricarle” come faceva Massimo e Daniele, erano le donne che lo mollavano stanche di avere un giorno 1000€ e un altro dover rovistare nelle tasche per comperare un pacchetto di sigarette, stanche di vane promesse di ‘redenzione’.

Massimino diventò amico di Massimo, quando ancora si parlava in “lire”, si riunivano in un maneggio gestito da amici che avevano in comune. Massimo all’epoca, nel tempo libero ‘montava’ a cavallo, tanto per non cambiare, era la moda del momento in quegli anni 80. Ogni “pacchettaro”, “tira bidoni”, sfaccendato, “fatturista”, “cravattaro” e quant’altro di illecito che si rispettasse, aveva almeno un cavallo, e quando ne avevano due o tre con paddok e stalle annesse, era il boss dei boss… fintanto che durava, perché non erano mai persone che avessero una lunga ‘carriera’ davanti a sé. Inutile dire che Massimo aveva nella stalla del maneggio, due magnifici cavalli Andalusi, un femmina bianca e uno stallone baio, preparati alla doma spagnola, un elegante passo del cavallo spesso associata alla elegante doma di dressage.

La sera in quel maneggio si giocava “pesante” a carte. Partite di poker interminabili che a volte iniziavano all’ora di cena e finivano all’alba del giorno dopo, con puntate medie che superavano quasi sempre lo stipendio medio di una persona che lavorasse in fabbrica… allora c’erano ancora. Massimino volle tentare la sorte e iniziò a giocare “pesante” e senza rendersene conto dopo una settimana era ‘sotto’ di una settantina di milioni delle vecchie lire, in pratica lo stipendio di sei, sette anni di una assistente alla poltrona di un dentista. Passò un mese dopo di quelle disgraziate serate di gioco, finché una sera lo stesso Massimino si presentò con tutta la cifra del debito da Massimo e gli saldò l’intero ammontare… anzi lo invitò ad andare al casinò per spendere insieme altri 40milioni di lire… che regolarmente perse tutte in una sola notte. 110 milioni di lire, Massimino s’era presentato da Massimo con 110milioni di lire in contanti.

Assegni circolari “sfilati alle Poste italiane”, con la complicità di un portalettere che appunto “sfilava” dal sacco della corrispondenza, assegni circolari di pensioni o pagamenti di fornitori. Il trucco era togliere sapientemente il nome e cognome del destinatario e sostituirlo con chi intendeva andare allo sportello a riscuoterli monetizzati in contanti con regolare documento d’identità.

Quel giorno Massimino aveva preparato un quindicina di quegli assegni e li aveva riscossi a due a due in più uffici postali. Fu logicamente “preso”, gli chiesero perché si trovasse in possesso di tutti quegli assegni, e rispose che aveva giocato a Poker con degli sconosciuti e aveva vinto tutta quella somma… fu ovviamente condannato con i benefici della ‘condizionale’, una specie di bonus che all’epoca corrispondeva a 30 mesi di limite massimo che la legge italiana “regalava” la prima volta che un ‘soggetto’ fosse condannato per reati minori.

Massimo e Massimino, diventarono buoni amici, il gamba “sifolina” perennemente in debito nei confronti di Massimo, che per “rientrare” il più delle volte faceva fare cose assurde allo strampalato amico. La parlantina di Massimino era leggendaria, sedendosi al tavolo con lui per discutere un presunto affare, dopo un quarto d’ora si era rincoglioniti di cifre e promesse… troppo tardi per liberarsi dalla ragnatela… o meglio, si finiva per accettare il presunto ‘affare’, non fosse che per liberarsi dalla miriadi di parole e cifre che si era dovuto ‘sorbire’.

Massimino era geometra, imprenditore, venditore di auto, muratore, ragioniere, commercialista, capo cantiere, direttore d’azienda, giornalista, manovale, clochard… era mille persone e non era ‘nessuno’, ma nonostante fosse sempre in debito con Massimo, i due rimasero amici per sempre… anche se non si fece vedere quel 21 di settembre.

Le ultime chiacchiere, lo davano al mare ad amministrare una serie di condomini, aveva ‘chiuso’ la relazione con la ballerina di Milano, o Lei aveva ‘chiuso’ con Lui, e ora Massimino era sulla riviera romagnola in compagnia di una bella donna che abitava lì, la proprietaria. Compagna, casa e ‘lavoro’, il solito Massimino che a più di cinquant’anni ha più culo che anima… “ce l’aveva fatta ancora”, ma non c’era quel cupo giorno di settembre che Massimo salutava il mondo, quel giorno che per Mario doveva essere celeste perché avrebbe festeggiato un altro anno di vita.

Massimino scrive a Mario) Caro amico, ritengo renderti degno di stima e perciò di metterti al corrente del rapporto che c’era tra me e Massimo, delle nostre avventure dove Lui in più occasioni ha dimostrato di essere stato nella vita ingiusto ed egoista, come anche Tu caro Mario hai avuto modo di constatare di prima persona molte volte, nonostante ciò sapevo avesse dentro di se la voglia di essere e diventare una persona ‘regolare’, semmai esista una vera regola in questo pazzo scombinato mondo.
Vedi l’esperienza gospeed la quale Massimo con una iniziativa e buoni propositi aveva iniziato a fare ma nel percorso da lui creduto che fosse tutto ‘regolarmente pulito’ è stato tradito dalle stesse persone che gli avevano promesso un lavoro regolare ma gli avevano ricreato di nuovo un boomerang. Quando si prende un sentiero nel fango ci si sporca anche se si cammina in punta di piedi.
Più volte avrebbe voluto andarsene dalla sua città, ma ogni qual volta lo voleva fare si rendeva conto che fuori dalla sua Bergamo non era capace di essere Lui con un dominino sul resto del mondo e in ammirazione da parte di tutte e tutti. Anche se di rado ma sapeva riconoscere la sua deficienza su alcune cose e a dimostrazione di ogni qual volta avesse necessità di dialogo, mi convocava, come faceva con Te negli ultimi tempi Caro Mario, perché non sapeva parlare e io essendo un suo vero amico pur se come ben sai a volte incolpato per nulla, l’ho sempre amato e aiutato perché Lui era Lui.

Era e ancora per me è Massimo che quando faceva guai in grande quantità tutti lo criticavano ma, allo stesso tempo tutti lo cercavano perché avrebbero desiderato ardentemente essere come Lui, ma impossibile da parte di chiunque solo ci provasse. Io di lui avrei voluto il suo coraggio di difesa e Lui di me avrebbe voluto essere… la mia testa. Eravamo unici. Non c’ero al suo funerale. Sono stato impedito per cause di forza maggiore o forse non sono stato impedito da niente e semplicemente mi chiese Lui che io non ci fossi.

Era fiero di me e di come in due anni mi fossi creato il ‘mio
equilibrio socioeconomico lontano da tutto e da tutti, qua in riva al mare, il posto dove vivo e che Massimo ha saputo custodire nel suo cuore come segreto difendendomi dalle insidie di quella Bergamo ormai troppo scomoda per me.

Quando sei oberato da pensieri e debiti è difficile uscire da quel malefico cerchio che piano piano ti si stringe in vita lasciandoti senza fiato in gola, e Lui me lo ha permesso grazie all’immensa discrezione di cui era dotato.
Giorno del suo compleanno, 30 marzo, lo stesso giorno che compie gli anni Claudio l’antagonista dal braccino corto e cuore chiuso. Abbiamo trascorso quel giorno qua da me… al mare, in un ristorante “32 stelle” tanto per non smentire il nostro ego. Voleva pagare Lui. Pagai io a gran fatica ma lo feci, era il suo compleanno e già che c’ero aggiunsi anche l’hotel dove lo alloggiai. Mi telefono’ e mi disse dai che ti vengo a trovare ok!?
Allora mi diedi da fare per farlo venire.


All’improvviso mi chiamò la sera prima del suo arrivo dicendo, cazzo quello stronzo non mi ha portato i soldi che mi aveva promesso.
Io per non fare figura con la mia precedente compagna che era stata avvertita per il suo arrivo, gli mandai i soldi di cui abbisognava per stare ‘due giorni alla Massimo’, da me.
Arrivò il giorno dopo nella bella casa che di umile non ha nulla, dove anche io ero ospite fisso, naturalmente auto pulita, giacca, camicia bianca e se ne andò il giorno dopo alla modica cifra tra andata e ritorno di millecinquecento “eurini”, lo stipendio di un impiegato, ma non importava, era venuto a trovarmi.
Poi nei giorni a seguire, nell’aver visto la mia realtà iniziò tra una telefonata e l’altra a chiedermi piccoli grandi aiuti… pronti via altri due stipendi d’impiegato, che si aggiunsero ad altri quattro stipendi e quando dovetti venire a Bergamo dal mio avvocato, mi fece un bel “datato ad agosto” con l’aggiunta di un altro stipendio e mezzo per il disturbo.
Poi mi chiese se non avessi due società per poter inventare un qualche pasticcio che aveva in testa, e dal momento che ben sapevo che le ‘società’ non erano di sua competenza, mi defilai con una scusa ma mi costò lo stesso ‘un cinque paghe mensili’.
Poi a fatica da ammalato, nel letto dell’ospedale da dove mi chiamava, altre due ‘paghe’ e non bastasse altre due al fratello Roberto che si era d’improvviso trovato senza la sua guida che lo teneva lontano dai guai che spesso salivano dal suo naso.
Brutta cosa parlare di soldi, ma non è un problema Lui era Lui e ognuno di noi avrebbe pagato per stargli accanto, compreso Tu Mario in più d’un occasione, come del resto hanno fatto la maggior parte delle sue donne.


Nel dimenticatoio li avevo già messi e non me ne pento, ora mi sto scervellando per trovare una soluzione anche per Te Mario, io non mi scordo mai degli amici veri. Come non si pentirà nessun altro dice Mario, a parte la “signora” Margherita, quella “persona” che il giorno del suo funerale, totalmente fuori luogo per ‘forma’ e tatto, rompeva i coglioni per il credito di alcune cambiali non riscosse che Massimo gli fece per rilevare il ‘bar della pesa’ poi trasformato con molto denaro dopo nello splendido Montecarlo che gli venne confiscato dopo pochi mesi dalla Guardia di finanza adducendo che i 350mila euro totali sborsati dal povero Massimo, erano proventi illeciti, quando in realtà erano tutti ‘aiuti’ come quelli di Mario e Massimino, Simonetta e altri amici, ancora tanto per non smentire la sfortuna che lo ha perseguitato nel suo ultimo anno di vita. Ha “rubato” per far star bene tutte e tutti e quando disgraziatamente non riusciva lo criticavano giudicandolo.
Ti posso garantire che se la sorte fosse stata per lui diversa sarebbe cambiato perché c’era molto in lui anche sofferenza che nessuno ha mai percepito, come io caro Mario sono ora imprenditore di buon livello e tu uno scrittore, che un tempo era solo ‘scrivere degli assegni’ soprattutto posdatati. Non serve parlare delle sue avventure rocambolesche che potrei descrivere ogni attimo con in analisi quasi maniacale. Finirei per parlare solo di espedienti per campare e scopate gigantesche numerose come consumare un intero caricatore di una mitragliatrice… e poi ricaricare e ricaricare ancora…
Ricordiamolo per il sorriso che ha tutti noi ha dato speranza in momenti bui, un sorriso che spesso abbiamo ricercato in mille altri volti inutilmente. Ci ha fatto, divertire, sperare e sognare.
In fondo di Lui rimane da dire parole che mi disse al telefono prima che venisse a mancare, parole che non ha detto mai, a cominciare dallo ‘scusatemi per gli errori fatti e per le sofferenze che vi ho dato”.
“Ho voluto vivere da grande ma prima di lasciarvi avrei voluto dirvi che sono ancora un bambino”, ed è per questo che ha sempre avuto donne più giovani di Lui per la paura del confronto, e ancora nelle nostre confidenze più intime mi confessava la paura di vivere che aveva dentro sé, che anche non avesse parlato, lo leggevo dentro i suoi occhi che si velavano di una infinita tristezza.


Avrebbe voluto chiedere scusa a tutti ma non ha avuto il coraggio e il tempo tiranno lo ha tradito, avrebbe voluto vivere 100 anni per un giorno riuscire a dimostrare a tutti che lui non era solo ciò che pensava la gente. Che poi c’è da chiedersi quale gente? Un giorno eravamo in un ristorante e all’uscita la cameriera si rivolse a Massimo dicendogli che quel giorno era vestito ‘male’ e ci rimase un poco male… io gli dissi caro Massimo, io fossi stato al posto tuo, mi sarei offeso se quella ragazza mi avesse fatto un complimento perché era lei la sciatta paesana non Tu. Dipende sempre molto da chi ti parla, dipende da che pulpito viene detta la predica.
Mi prodigo io, ora, nel mio nuovo anonimato chiedo scusa per suo conto.
Il mio cuore ogni attimo di ogni giorno è per il mio indimenticabile amico Massimo.
Mi manca. Avrei voluto morire quando seppi della sua tragica dipartita, ma gli ho promesso di non piangere e di continuare a lottare, e un giorno poter dire, io ero il suo sangue e sono riuscito a cambiare, e il mio cambiamento sarà come se fosse il suo ancora, ci vorrà del tempo… ci vorrà ma ce la farò, glielo devo.
Dovessi scrivere un libro di Lui sarebbe sufficiente mettessi una foto di una stella cometa a ogni pagina, perché ogni giorno ha sempre illuminato tutti e regalato gioia… così, senza scrivere nulla, questo era Massimo.
Detto da un suo vero amico che spera e prega tutte le sere che mi
Protegga.
Il titolo del libro che scriverei per Massimo sarebbe… Il miglior amico dell’uomo!? È l’Uomo. A me manca. Anche senza Te, senza Me, senza Voi… quel libro dal solo titolo e stelle comete. E adesso pensate tutti come vi pare amici miei. E Mario e Simonetta la pensano a modo ‘loro’ perché conoscendo bene Max piccolo, come lo chiamava simpaticamente lo stesso Mario, era facile supporre che ci fossero tante esagerazioni e alterazioni nel racconto di Massimino, perché un uomo di cinquant’anni non può essere un muratore, un medico, un geometra, uno stalliere, un faccendiere, un barbiere, un impiegato della banca, un infermiere, un povero, un ricco, un calciatore… di Lui s’era certi solo che fosse un grande amatore… come il suo amico Massimo… e basta.

@Non ci fu quel giorno Massimino ma non era l’unico ‘grande assente’, Mario tra la gente non vide neppure Jasmine una ragazza che come al solito bellissima, fu per un paio d’anni la fidanzata del ‘boss’. Jasmine aveva passato i ventitré anni, lavorava e viveva a Milano in un negozio di calzature. Panna e Mario la conobbero in occasione della nuova gestione di un ristorante che Massimo inaugurò sulle rive del lago di Garda. Quella sera fu come si fosse a una nuova svolta di vita, l’ennesima volta in cui Massimo si reinventava per sé e per gli ‘Altri’. Servì ai tavoli come fosse un cameriere e portò in tavola cibi e bevande da ‘sballare’ qualunque fine palato.

Fu una bella sera per Mario che per quella occasione si portò con sé l’amato fratello, il dispotico simpaticissimo Emi, diminutivo di Emiliano. Non ‘dispotico’ perché cattivo, ma perché a volte (spesso) “lunatico”… Emiliano un giorno ride e l’altro piange, nel mezzo non esiste un sorriso conciliatore. Emiliano l’amato fratello di alcuni anni in meno di Mario che lo considera da sempre il ‘cucciolo’ da salvaguardare… anche se in realtà riesce a salvaguardare con molta fatica, solo se stesso, l’amata consorte e due cagnolini che mangiano come pastori tedeschi.

Indipendente, serio, lavoratore e papà presente e grazie alla moglie che per sua natura lo ‘accudisce’ come un figlio, Emiliano viveva una vita felice, lontana dai baluardi di folgorante effimero “successo” di un fratello che sembrava cogliesse la vita come un ‘dono vero’ e che perciò “prendeva” giorno per giorno come venisse. Emiliano per sua fortuna o per un destino segnato, era ed è tuttora una persona “posata” che per una bizzarra associazione di “casi” emula il fratello andando su vie non incerte. Vuol vivere la vita con una certezza ‘più terrena’, anche se forse a discapito di qualche repressione di ‘dentro’ difficile da riuscire a soffocare e accetta suo malgrado lo “scotto” di un prezzo che si deve “pagare”. Le stesse ansie e angosce che si insinuano ognuno di noi quando qualcosa non va, e tentano di assalire i nostri sentimenti. Spesso non è solo il denaro a fare la differenza tra il bene e il male che abbiamo dentro, sovente sono situazioni di convivenza quotidiana con una vita che si vive non del tutto soddisfatti di come le emozioni che ci accompagnano, prendano vita.

L’alba raccoglie il resto delle mie malinconie sparse nelle lenzuola che per dispetto mi riportano fra queste quattro mura bianche che non parlano di niente. Il sole sorge laggiù, dove vivi tu, e appena sveglio, scalda tiepido come i cuori che versano luce senza ardore. Il mio amore si mostra giovane tra il vecchiume di una città che ancora dorme, e spinto da manciate di semi sparsi a mani aperte in ogni solco, spavaldo spazia tra le dune di un deserto di pensieri per cercare di arenare in una landa sicura.

Vedo tra luci stanche e un poco addormentate della mente, il sorriso sulle tue labbra ha la forma di un bacio senza tempo che ogni volta riesce a stupire. È l’alba, e di nuovo mi nutro di sogni che parlano di Te che giochi a nascondino al di là sole che nasce… ed io vorrei ‘gridare liberi tutti’ ‘per ‘poterti salvare’. Ad occhi aperti, bagnati da quel velo di tristezza di quando mi manchi che a Te mi incatena. Non so cosa fare quando la botte che mi racchiude vien buttata giù dalla cascata del fiume delle parole e giorni vissuti con Te.

Ho paura di morir d’amore dopo un tuffo nel tuo cuore… paura di sciogliermi dalle catene e riaffiorare in una pozza d’acqua senza veda il tuo sguardo sulle rive. Sei al di là del sole, sei oltre le cime dei monti al di là del mare. Sei tutto ciò che desidero sia con me ora, e pur sei tanto lontana, io t’aspetto da sempre e vorrei fosse per sempre. Devi fare un gran salto e scavalcare il sole e lo potrai fare solo con l’amore. Io t’aspetto intanto che abbraccio il mio cuscino e ti rivedo nel mondo che vorrei… dove vivi Tu. Come avere le parole sulle dita o le dita sulla punta delle parole e rimanere senza l’inizio di un esempio. Come quando sto con Te. Non ‘sei come’. Non ‘sei’ più. Dove vivo io, ‘sei’.

Emiliano era questo o avrebbe desiderato essere questo, un poeta dell’anima invece che un dirigente d’azienda di una ‘grossa’ multinazionale, e quella sera era stato invitato con Mara (sua moglie) all’apertura di un ‘nuovo’ ristorante di Massimo… e vide per la prima volta insieme al fratello, la bellissima Jasmine.

Seduti al tavolo per la cena, l’aveva proprio di fronte e ogni tanto improvvisamente si abbassava come a darsi una grattatina veloce vicino al calcagno, era Mara che gli dava delle pedate negli stinchi ogni qual volta volgeva lo sguardo al décolleté di Jasmine tardando di molto il guardare da un altra parte.

Fu una bella rimpatriata di amici d’altri tempi, persone con cui Massimo aveva un rapporto di stima e affetto. Tante coppie non più giovanissime che rispondevano ben volentieri agli inviti del prezioso stare con un così brillante e generoso anfitrione come Massimo, anche perché se fosse passato almeno un anno da quando non ci si vedeva, sicuramente ci si chiedeva quale fosse la “bella di turno”, che quella sera era l’ammaliatrice Jasmine che aveva lasciato senza parole Emiliano, e non solo per la sua avvenenza ma ancor più perché era affascinante sotto il profilo umano, bella, senza che per ciò si appropriasse del diritto di “tirarsela”, parlava e sorrideva con tutti i commensali… aveva in braccio il suo bellissimo chihuahua che di tanto intanto lo sollevava per potersi alzare per dare una mano a Massimo a servire i piatti in tavola.

Inutile dire che chi si offriva per tenere sulle ginocchia Sissy, la cagnolina di Jasmine, era il ‘solito’ Emiliano che per questo se la vide grama qualche ora dopo quando rincasò con Mara, di fatto, esagerò nel non sapersi contenere a tavola con gli amici.

Massimo poco tempo dopo vendette l’auto di Jasmine a Mario perché la regalasse a Panna. Una Bella cabriolet color oro con ‘capotte’ beige che però Massimo sostituiva con un altra decappottabile nera con tettuccio bordeaux pensando che questa combinazione di colori fosse più modaiola e quindi più adatta alla sua Jasmine che di anni ne aveva venti meno di Panna. Parve ‘strano’ che poi la storia di Massimo con la bella milanese finì, forse Jasmine stava crescendo e cominciava a fare troppe domande e iniziava un ‘confronto’ a cui Massimo non era abituato. Mario pensava non potesse mai accadere tra loro che si lasciassero, una ragazza che lo fece dormire con la Sissy sotto le coperte, tra le sue gambe obbligandolo ad addormentarsi per ben due anni, nella posa in cui più aggradava la dolce chihuahua.

Mario ricorda di una volta che Massimo imprecava perché preoccupato della salute della cagnolina che fu sottoposta ad un delicato intervento chirurgico, di certo non gli importava delle 1880€ del costo dell’operazione, pensava solo che la meravigliosa creatura guarisse… non era il Massimo di tutti i giorni, era Lui, quello ‘vero’. Di Jasmine non si seppe più nulla, e quel giorno infausto non c’era. Non c’era tra le navate, forse perché la storia con Massimo finì non per sua volontà, forse nemmeno seppe della sua dipartita, forse perché Massimo s’era “dimenticato” di pagare il dovuto al papà di Jasmine che gli aveva prestato una discreta somma di denaro… Non c’era Jasmine quel giorno…

Massimo non c’è più e Mario e Panna tengono da conto la loro cabriolet, con l’intenzione di farla invecchiare insieme a loro, così che sul ‘ricordo’ del loro indimenticabile amico ci possano poggiare il culo per sempre. Massimo era partito per un viaggio senza ritorno, e non ha avuto il tempo di mostrare l’altra faccia della medaglia, ciò che fosse la sua ‘vera’ natura che mostrava a modo suo con gesti caritatevoli e buone azioni sempre rivolte ai deboli, anche se purtroppo si doveva presentare al mondo con la ‘faccia’ del ‘duro’ che faceva vedere agli spavaldi e ai prepotenti di qualunque categoria sociale. Massimo si comportava in un certo modo e faceva e pensava il contrario… lo ‘dicevano’ i suoi gesti generosi e buone azioni che rivolgeva ai più deboli… lo ‘dicevano’ i suoi reali pensieri…

@I soldati di tante inutili guerre, mandati allo sbaraglio per difendere gli ideali di qualcun altro, dove vanno a finire? Quando gli veniva comandato l’assalto e uscivano dalle loro trincee dove poco prima si interrogavano dei perché si trovassero in quel posto, e rivedevano il film della loro vita in pochi attimi, dove  ivi giungeva il volto dei loro cari e della loro amata, dei loro affetti, delle loro gioie, l’amore più grande, la vita, che di li a poco veniva falciata da proiettili sparati da altre persone come loro, con gli stessi sentimenti e pensieri, tutti incolpevoli e tutti accomunati dall’uccidere per non essere uccisi, tutti indifferentemente con i loro inutili implorevoli perché. Dove sono andati a finire? E dove vanno le migliaia di persone che muoiono sui barconi maledetti, naufraghi nel mare della vergogna, il nostro mare, scuro come le nostre coscienze.

Dove sono finite le milioni di persone che nell’olocausto sono state immolate per per una assurda inesistente causa e un pretesto spregevole e maledetto, anche loro accompagnate dall’indifferenza e dall’abbandono… Dove sono?  Dove, le migliaia di migliaia di vittime che in tutto il mondo muoiono di fame e noi li si guarda in uno spot televisivo mentre abbiamo davanti del buon cibo e una bottiglia di vino, e per sistemare il rimorso un offerta ad un numero verde pur sapendo che gli istituti di beneficenza faranno fermare nelle loro casse il 98% per ‘nota spese’. Che fine hanno fatto le anime immolate al l’odio, all’apatia e alla trascuranza del nostro quieto vivere.

Se per tutto ciò non trovassi la risposta necessaria a farmi continuare a pensar di esser uomo fra gli uomini, mi sarebbe insopportabile mangiare, dormire, vivere, desidero pensare siano tutti insieme, nel grande magazzino dell’amore, nei campi Elisi dell’apoteosi. Li ha raggruppati tutti un Dio. che non frequento ma amo e rispetto, e che con l’indispensabile aiuto di una Madre che a braccia aperte accoglie Tutte e Tutti trovando per ognuno una degna e giusta sistemazione. Ad ognuno il benvenuto, rincuorati, accuditi, nutriti d’amore e infine collocati liberi in uno spazio immenso, tanto grande che la Luce non ha confini, non sono stipati, ne ammassati, tanto meno abbandonati. Senza più dolori, senza più rancori sono la, nella pace di un mondo che abbiamo a portata di mano e che cerchiamo di evitare, perché qui sulla terra, terreno di prova, non riusciamo a scorgere il male che appare come uno scudo impenetrabile e perciò ci rifugiamo nel buio totale dell’ipocrisia. La, in quel posto, stanno tutti bene, aspettano, sorridendo per il nostro stupido affanno al meno di nulla che cerchiamo di raggiungere. Grazie Dio. di essere Tutto, ora so’ dove sono tutti… e dove finirò anch’io.

Pensava questo Massimo tra sè e sè nei capelli quando lo si vedeva assorto e pensieroso con lo sguardo sperso nel vuoto intanto che si mordeva la pellicina delle unghie, e allora, per uscire dal buio , l’altra ‘voce’ tinta d’azzurro sulla sua spalla gli diceva… Massimo, non farti inghiottire dal mondo. Sono solo mille affanni di giorno e mille luci di sera. Solo oggetti che per mantenerne lo sfarzo fanno “pedalare” in salita su di una bicicletta quando sei alto “1uno” e tanta voglia di crescere ma pesi il doppio di quanto dovresti. Il mondo ti “tira fuori” dalla beata consuetudine, non gli va di vederti felice racchiuso nel tuo guscio che con l’occhi spii ciò che succede intorno… ti chiede di tendergli la mano e al primo accenno di ingenua credenza, l’afferra tanto forte da non lasciartela mai più… e ti porta nella sua “sfera” lasciandoti vedere il cielo senza mai lo si possa toccare. E Mario per un fantastico farneticare, pensava anche lui questo nel momento in cui il Don distribuiva l’Ostia ai fedeli, e pensò altro. Mario pensò che se tutte queste Donne erano lì per Massimo, voleva dire che era importante per loro quanto lo è stato nel suo cuore, e lì lo lasciò oggi e domani, e il giorno dopo e ancora. Non si deve dimenticare il passato. È uno ‘spettro’ che può riapparire, e lo fa quando vuole senza nemmeno aver la gentilezza d’avvertire, perciò perché rinnegare di aver fatto molte cazzate subito dopo averle compiute, al contrario tirando le somme son ‘servite’ per migliorare.

 @Donne a destra della navata della chiesa, donne sulla sinistra che Mario riusciva a vedere meglio, e ‘tutte’ le parvero personaggi di un film. Attori come a Cabot Cove, il regno di Jessica. Davanti all’inginocchiatoio di Panna e Mario, la ‘reginetta’ degli anni ottanta, Emi, che in quegli anni fu candidata a Miss Italia, l’avevano proprio lì davanti. Emi fu un altra ‘fiamma’ che arse nella storia d’amore con Massimo, la mamma di suo figlio Yary.  Ora è sposata con una persona che all’apparenza sembra per bene e con Lui ha avuto altri due ragazzi ormai barbuti. Uno di loro è un ragazzo alto quanto basta con barba incolta e sguardo serio, il fratello è la stessa ‘cosa’ ed entrambi, ‘forse a ragione’, sembrano ‘distanti’ da quella triste funzione. Il padre dei due fratelli lo si poteva facilmente ricomporre nel contesto di un immaginaria visione di Jakline accanto a Onassis per l’aspetto esteriore, per quello economico non c’era niente da lasciare all’immaginazione, il marito dopo essere stato un valido calciatore nella squadra di calcio dell’Atalanta, seppe mettere a buon frutto diventando un rispettabile imprenditore.

 Emi, la bella mamma raccolta in un tailleur blu, colei che Mario vide qualche volta al maneggio, ma senza gli rivolgesse la parola perché aveva timore di sfigurare con la ‘miss’. Finché, anni dopo, Massimo si dovette recare a Riccione per una questione che andava sistemata con gente che abitava sulla riviera Adriatica. La solita Porche o altre supercar da sdoganare senza I.v.a. per conto di qualche “faccendiere” del posto, e per questo avendo con se Emi, invitò per il fine settimana anche Mario e Panna perché gli facessero compagnia nei momenti in cui si sarebbe dovuto assentare. A saperlo Mario gli avrebbe parlato al maneggio anche prima, non solo era una ragazza bella ma si dimostrò anche intelligente e simpatica, e non passò che un paio d’ore da che Massimo per affari si dovette assentare, che i tre poco prima dell’ora di pranzo avevano fatto amicizia a tal punto passare dei momenti nel fare ‘cose’ che in genere si dividono tra amici che si conoscono da molto, molto tempo. A quel tempo era una faccenda ‘delicata’ il fare una “certa cosa” con chi non si conoscesse bene, ma con Emi andò così da subito, anche perché sicuri non ci fosse pericolo che al ritorno di Massimo lì avesse trovati con gli occhi che uscivano dalle orbite, a fumare una sigaretta dietro l’altra… a quei tempi fare una “certa cosa”, significava rimanere lo stesso calmi e sereni, si poteva anche mangiare e bere tranquillamente anche subito dentro. Per Emi fu forse la prima e l’ultima volta e Mario e Panna che da anni hanno smesso, ancora oggi non saprebbero dire se fosse perché raffinata al kerosene la rendesse più buona o semplicemente perché a trent’anni una sniffata è migliore che farla a cinquanta. Da quel fine settimana a Riccione, Mario e Panna, con Emi non si rividero che quel giorno tra le panche della chiesa.

Yari più avanti, in prima fila, il figlio di Emi, la bella Emi, e bello Lui, il figlio di Massimo che ora lavora in Spagna e ha creato una linea cosmetica per la cura del corpo. È alto più dei genitori ed è fascinoso come Loro. Occhi profondi e scuri, sguardo dolce come il suo modo di parlare, lineamenti del viso alla James Dean.  Porta i capelli castani lunghi e fluenti raccolti da una coda annodata alla “spagnola” che lo fa sembrare un ballerino di Flamenco.Veste con jeans, giacca scura e una camicia bianca… come il padre le sa indossare con disinvoltura e eleganza. 
Mario ha avuto poche occasioni di stare con Yary, la penultima fu l’ultima estate che Stefano gestiva quella bella trattoria in riva al fiume Serio, circa tre anni prima di ritrovarci in chiesa . Mario si doveva incontrare con Massimo che si accompagnò con il figlio Yary che quel giorno era in Italia, e si diedero appuntamento in quella trattoria all’aperto. Sotto un platano si pranzò tutti tre, e come solito Massimo mangiò l’unico piatto ordinato, e bevve un bicchiere d’acqua con la velocità di quanto aveva impiegato a sedersi a tavola, Yary, degno consanguineo, finì di pranzare poco dopo e bevve un bicchiere di acqua, Mario non aveva ancora ordinato il secondo piatto e beveva frettolosamente il suo bicchiere di vino per paura che i due amici fossero stanchi di aspettarlo. 

Caffè, e Massimo ancora tronfio di quel figlio, parlò con l’amico della ‘questione’ che avevano da risolvere, poi si rivolse a Yary. Non fu chiaro cosa i due si dissero, ma lo sguardo di Yary si accigliò quando a Mario parve di avergli sentito dire con tono serio, mi raccomando papà, e Massimo che lo rassicurò con una carezza pesante sul suo capo come a dire stai tranquillo… Mario seppe più tardi che Yary aveva a disposizione una forte somma di denaro contante e lo lasciava amministrare al padre per un certo periodo di tempo senza volere alcunché di interessi. Adesso Yary era lì nella prima fila a destra accanto a Roberto il fratello più giovane di Massimo. Insieme quando entrarono in chiesa, incontrando Mario lo abbracciarono che piangeva come nemmeno fece al funerale dei “suoi”… Piangevano, e Roby disse “hai visto Mario cosa ci ha combinato?! Ce l’ha fatta grossa quello s….o” e ades cosa n farà noter!? Adesso cosa faremo noi!? Già, cosa avrebbe fatto Roberto che riusciva a mettersi nei guai anche se li detestava. Anche Lui un Silvio Pellico per più di un occasione, con l’aggiunta di un brutto vizio mai perso.

Senza Massimo che gli dava la possibilità di commerciare auto con l’estero per evitare di pagare il dazio della tassa governativa esistente in Italia. Senza il caro fratello che spesso pagava i conti di vizio del fratello nonostante ogni volta dicesse promettendo e imprecando che sarebbe stata l’ultima. È quasi il tramonto di un altra quotidiana storia vissuta, e si tirano le somme mettendole in fila indiana nella mente. Si tirano le somme di un periodo di vita che volge al termine regalando spazio ai ricordi come fosse un momento di quiete. Per chi rimane sarà un altro dire che anche oggi ce l’abbiamo fatta nonostante le notizie dei telegiornali. Ad ogni stagione il suo frutto, per ogni vita la sua storia, per ogni amore la sua pena, e per tutti sia molta gioia, perché se fa caldo ci spogliamo, se freddo ci copriamo, in autunno facciamo tutt’e due, in primavera come viene viene.

@ Mario non pensava certo che all’età di molte rughe in viso, con gli occhi sempre più piccoli e furbi, potesse incontrare di nuovo lo sguardo di quella amica, una ex di Massimo, persona tanto ‘buona’ di carattere che non vedeva da molto tempo.

Una ‘vecchia’ amicizia, fresca come una rosa bagnata dalla rugiada di un mattino primaverile, innocente come si era un tempo da ragazzi e forse fu per questo che in una notte di sconforto, si concesse a Mario per consolarlo di una ‘storia d’amore’ tristemente naufragata, aveva ‘chiuso’ con un grande amore… Non fu sesso ne amore, fu qualcosa che servì a stordire un poco i pensieri tiranni e maligni che in quel momento non volevano la felicità di nessuno… nonostante bevvero molto e fecero “altro”, riuscirono a malapena di concludere una notte dove draghi e streghe svolazzavano più o meno allegramente nella stanza. E successe di nuovo qualche anno dopo, in un altra circostanza, Mario non era più triste e nemmeno Amanda. Ancora non fu per sesso e nemmeno per amore, forse solo per malinconia o per semplice amicizia. Ma non perché fosse un amica che vuol già dire un gran tesoro, ma un amica ‘speciale’ perché anche se con meno rughe e molto più graziosa e pur sempre una mamma che ama il proprio figlio. Lo ama quel bel bambinone cresciuto, come tutte le mamme, ma trova tempo per se stessa o per stare in compagnia di amici.

Amanda ama il figlio frutto di un amore che nel travolgente scorrere del l’acqua impetuosa che sgorga da un ruscello in disgelo, non è stata fermata dalla diga eretta dai castori… e cristallina è scorsa a valle scemando da un muscoloso amore per passare alle tinte tenui del fratello bene. Bene adesso, per quel l’uomo con cui ha diviso la grande gioia di diventare madre. Ha amato Massimo che non c’è più, ora ama una divisa, orgogliosa come il marito Alessandro che l’indossa accettando di servire la giustizia, quando questa si presenta con l’abito più lindo. Alessandro, un bel ragazzone in carriera che per amore forse finse o ancor finge di non voler conoscere il passato dell’amata, pur non solo ma in buona compagnia di altri ‘sventurati’ mariti e accompagnatori che tra le fila dei banchi della chiesa, riuscivano a stento a trattenere un sottile sorriso di velato sarcasmo, una piccola insignificante rivincita che lo stesso non avrebbe cancellato il passato di nessuno… il passato è il passato, ma non v’e presente senza di ‘lui’. ‘Lavoratori’, bravi papà, cornuti e adesso anche contenti. Finalmente ora potevano lasciare che le loro donne piangessero vere lacrime d’amore, quelle che forse non saranno mai versate per loro, ma lo stesso sorridono malignamente da sotto i baffi mentre guardano il cofano di fiori al centro della navata. Amanda è stata un amica di Massimo che Mario, stupito, pensava che nemmeno la natura ne conservasse memoria ed invece rieccola.

Una ragazza che non è più una ragazza ma vive la vita come lo fosse perché per Lei il tempo si è fermato quando Massimo l’assunse per un impiego da segretaria per l’ennesima ditta fantasma che doveva servire per coprire altre attività poco lecite dove tanto per non cambiare stile di vita, Amanda, fu l’impiegata “poco modello”, ma con tanto di tette da sembrare una prosperosa balia a ore dei primi anni del dopoguerra, labbra sinuose e altre ‘curve’ al posto giusto che tanto bastava quanto saper usare egregiamente un computer anche se in realtà non ne fosse capace. Lo sguardo fatto dai suoi occhi era la ciliegina sulla torta, come vedere il verde di un mare profondo che si staglia sulle rive sabbiose di un isola tropicale. Un esplosione smeraldo che non si poteva ammirare per più di pochissimi secondi… forse il segreto stesso di Amanda, affascinante impenetrabile Amanda.

Si innamorò di Massimo, come del resto succedeva a quasi tutte le donne che avevano il piacere o il dispiacere di frequentarlo per qual motivo volesse il destino. Mario la conobbe un giorno che la vide arrivare con una decappottabile che guidava Massimo. Amanda era sbracata nel mezzo ai sedili posteriori con degli short che obbligano chi li porta a fare la ceretta almeno ogni 15 giorni, il seno prorompente metteva a dura prova la resistenza del terzo bottone di una camicetta bianca, sandali alla schiava pieni di lacci, capelli lisci, corti e neri e un trucco con un pizzico di volgare che voleva solo dire oggi sono “sua” ma domani non sarò di nessuno ch’io non voglia. Mario seduto ad ascoltare parole del prete che dal pulpito si infrangevano tra le alte finestre della chiesa che facevano entrare luce mesta di colorata tristezza… Mario che aveva nelle nari l’odore d’incenso, e per colpa d’uno starnuto malandrino volse d’istinto lo sguardo altrove, girandosi di spalle a testa bassa con un fazzoletto in mano scorse Amanda in fondo alla chiesa, con accanto il figlio… proprio vicino ad Anna e la sua amica, davanti a Patrizia e l’irriverente incazzata Laura, la donna che sicuramente l’amore con Massimo se lo sognò appena, perciò era ancora arrabbiata, ancor più arrabbiata forse perché fu la figlia a rubarle quel sogno. Amanda, che dopo essere stata l’impiegata di Massimo per i pochi mesi di durata del tempo che serviva per mascherare un attività fittizia, prese l’ultimo stipendio con cui decise un bel giorno di partire per una vacanza negli Emirati Arabi. Amanda aveva deciso di partire, viaggiando con un amica che all’ultimo momento per motivi di causa maggiore, rinunciò a quella breve vacanza. Partì sola e tornò al termine di una settimana. Mario la incontrò in un supermercato e gli chiese come fosse andata la vacanza, benissimo rispose, tanto bene che domani riparto di nuovo.

Sei ‘matta’ disse Mario… ma buon per Lei pensò tra i capelli ricci e sorridendo si salutarono perdendosi di vista per qualche mese. Finché tempo dopo, una sera, a tavola dopo cena, Panna raccontò al compagno che aveva saputo dove fosse andata Amanda due giorni dopo il suo arrivo da quella vacanza.

Era tornata tra le dune del deserto, ma non in un villaggio turistico alla moda pieno di comodità, bensì in un accampamento di tende a strisce rosse e bianche tra le dune. Un Emiro che nonostante il colore dei capelli di Amanda, la prese di “mira” e l’invitò a passare del tempo con lui, e Lei come risposta, dopo essere tornata per il tempo necessario di cambiare la biancheria, fece ritorno tra il sole la sabbia e le gobbe dei cammelli. Amanda passava dal lusso di vita offerta da un Emiro, alla nobile povertà di un contadino che allevava mucche in una valle del bergamasco. Val Stracchino, dal significato di… Acā stracā de müt. (una mucca stracca d’alpeggio) tanto per rimanere in tema con i formaggi.Mungeva le mucche e aiutava il suo compagno anche per rassettare la stalla, e andava fiera delle coppe e trofei in bella mostra sui mobili di casa che la proclamavano miglior allevatrice di mucche, o miglior ‘proprietaria’ del toro più bello. Dai gioielli pegno di una notte d’amore, ai formaggi girati e rigirati sull’asse per la ‘maturazione. Dalle dune del deserto, alle stalle di montagna… e poi con Massimo, Alessio, Mario e solo il cielo sa quant’altri coiti, metà fatti per amore, metà per compiacere. Amanda faceva spesso “cose” per compiacere, tant’è che un giorno sullo stanco del suo finire, si recò in casa di Carla e Camillo, due amici a quell’epoca comuni.

Amanda, un poco imbarazzata e nel mentre stupidamente divertita, chiese a Camillo se potesse costudire dei suoi ‘cadò’ nella loro casa. Carla, stupita chiese di chi fossero quei ‘brillocchi’ da mani e collo. Una splendida collana con pietre preziose, due anelli che uno voleva dire ti amo, e l’altro voleva dire ti amo. Amanda rispose con un sorriso che accentuava le sue belle gote e allargava la linea delle sue labbra sinuose che sfociando in una smorfia di innocente imbarazzo, si schiusero per dire che erano regali fatti dal suo datore di lavoro… che, misero, cosciente della grande differenza di età tra i due, non desiderava altro che un ‘pompino’ di tanto in tanto, e in cambio, ‘brillocchi’. Amanda faceva spesso ‘cose’ per compiacere. Amanda è l’unica ex donna di Massimo, che ha saputo reinventarsi, non una, ma più volte. Forse l’unica che ha pensato… mi hai “usato”? Okay, quanto io ho “usato” te! E la sua vita adesso continua un po’ più noiosa ma serena con Alessandro che con l’amore ha saputo domare la pantera nera dagli occhi verdi che forse non con altrettanto amore ma con ‘bene’ e rispetto rispose regalandogli altri figli.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...