Avessi un milione di euro…

@Avessi un milione di euro in banca non cambierebbe niente. Mille volte ho sognato ad occhi aperti di vivere isolato in una baita sui monti. Tutt’intorno ricoperta di neve alta quanto il tetto, e io rinchiuso in quel rifugio di tronchi. Nella cantina tutto rifornito di salami e formaggi e una buona scorta di farina per il pane quotidiano e polenta. A volte i sogni di quel nido erano a scopo erotico-amoroso con il proprio partner, le finalità facili da immaginare, altre era un rifugio dai problemi del mondo, altre volte ancora, era il volerci morire dentro quei tronchi, con una mucca da mungere in una stalla e un orticello da continuare a coltivare. Poter cogliere cicoria sparsa dalla natura su di un campo in primavera, e fumare un sigaro al tramonto sulla veranda di casa. Erano questi gli scopi principali di quei sogni. Era come quando sognavo a occhi chiusi in un sonno inquieto o aperti in un sogno dettato da una triste realtà. Un leone che sta appostato dietro la siepe del giardino. Che quando ci porti i cani a pisciare lo immagini che ti sorveglia di soppiatto dietro una siepe, sempre pronto ad aggredirti, poi finisco di fumare la cicca di sigaro e risalgo gli ultimi passi, varco la soglia e con l’ultima ‘girata’ di chiavistello, mi beffo di tutte le folte criniere del mondo, sono al sicuro nella mia baita, e i leoni non vivono sui monti e nemmeno in un giardino. Adesso i leoni non hanno più criniera e non hanno più confini, vivono dove gli pare e piace. Il nuovo re dei leoni non ha né corpo ne denti… si chiama virus, si presenta invisibile come una spada brandita dal nulla. Una spada più potente di Excalibur sempre al fianco di re Artù e più potente della daga di Giulio Cesare. Più potente della spada di Napoleone o la scimitarra di Aladino. Una spada di fuoco invisibile. È la guardia che protegge la mano è a forma di V. Ognuno ha bisogno di una baita in questo momento difficile, un focolare con camino che arde faggio e pino per polenta e castagne. Adesso è bello che io mi senta in baita. Recitando nella mente una preghiera, nel Salve Regina mi accorgo di essere avvolto da un manto aureo che mi protegge da tutto e da tutti. È solo il c19 che mi rompe le palle. Ma non nella maniera più buia, al contrario sento una forza interiore che mi accomuna a tutta la gente, una situazione che mi era sfuggita di mano. Prima la famiglia ma l’abbraccio fraterno mi si estende sempre più al vicino di casa. È una guerra. Peccato solo che il nemico non si veda, e ti possa colpire alle spalle. Non esiste armatura per tale guisa, ma la contesa può essere la preghiera, in fondo, mi chiedo qual sia l’arma più efficace da usare in questo nefasto momento, e dopo i coltelli da cucina che servono solo a tagliare vettovaglie non ho altra arma che la preghiera. Altro non ho in casa di più efficace per ripararmi dalle insidie della vita, ho dei coltelli per verdure e un crocefisso appeso al muro. In baita mi sento sicuro, ma non sono i suoi tronchi a proteggermi… o sono loro che controvoglia hanno fabbricato una barriera, prima intorno all’Anima che al corpo. La baita è sicura, se mi ammalo guarirò, pregai, ho pregato e prego ancora. È un momento strano. Sembra che siano sempre le tre di notte. C’è un silenzio assordante, e dal balcone mentre guardo il giardino e la strada, sono le 8 della sera. In primavera d’ogni anno, i pochi uomini sposati che escono per una birra rientrano poco dopo le 23, i ragazzi fidanzati tornano tra la mezzanotte e la 1una, invece i giovanotti scapoli fan le 2 e anche più a sorseggiare lentamente l’ultima birra della notte. L’ultimo sguardo al décolleté di chi l’ha servita in caraffa media. 23 Marzo, la primavera è arrivata carica di tristezze e pochi colori, poi prevarrà su tutto, Lei è la Natura, prevale sempre. Sembra siano sempre le 3 di notte… quando tutti sono rientrati, quando anche il ‘barbone’ ha trovato un giaciglio di cartone, e allora tutto tace. Il frastuono del mondo si placa, quasi tutto si spegne e c’è pace nell’animo. Sono le 3 di notte e domattina alle 7, saranno ancora le 3. Il mondo ha smesso d’urlare. Adesso parliamo tutti sottovoce e scorriamo veloci le pagine dei quotidiani per fare la conta dei morti, e vedere se qualcuno tra loro era un nostro conoscente o un parente. Sono le 3 di notte e tutto tace. Si sente più forte il battito del cuore. Ora il leone non è più in giardino ma è in casa e si apposta sotto il tavolo della cucina e ti segue fino al bagno, poi te lo ritrovi sotto il letto. Io lo sconfiggo con sicurezza e preghiera, ma lui, il leone incazzato va da quei due signori della stalā di Mostacc. Ceravano stati a Natale in quel bel posto di quel boscaiolo. Gran parte della mia famiglia era seduta alla tavolata imbandita per il pranzo di Natale. Ci volle andare una mia sorella quel Natale di covid2019. Io e mia moglie Panna fummo felici di questa decisione. Era da moltissimo tempo che Mario non ci andava, almeno 15 anni, in pratica da quella volta che con il suocero e il ‘barbiere’ Tiziano, Mario e loro in sella ai loro destrieri, fecero un lungo percorso per arrivarci e verso sera giunsero alla stāla di mostacc, stanchi, felici e affamati. Tanto per essere coerente con se stesso Mario non si risparmiò nel mangiare e ancor meno del bere. I tre si fermarono per la notte, ma non in una comoda stanza con i letti, giammai dei Baldi cavalieri potevano riposare tra due guanciali, fienile e paglia sotto il culo per tutti. Era Maggio e in alta Valle Seriana è ancora tempo di gelate e brinate da pieno inverno in città, Mario si svegliò e poi Tiziano e il suocero. Tutti ancora un po’ stravolti, ma il bruciore di stomaco era solo di Mario che aveva abusato con il vino forte di quella cantina e le grappe nostrane avevano accelerato il processo di bruciore allo stomaco. Aveva poco più di trent’anni Mario e non sapeva cosa si sarebbe dovuto fare in quel caso, così, dal fienile, invece di entrare al calduccio nella locanda e bersi un tè caldo con un biscotto intinto, si affrettò baldanzoso alla fontana giù nel cortile. Acqua di sorgente viva che scendeva direttamente dall’altura del Monte che ci sovrastava. Era gelida e di certo era poco più di zero gradi di temperatura. Un bel sorso, un respiro gelido e una bella sciacquata a mani faccia e collo. Fu il viaggio di ritorno a cavallo più brutto che Mario ne abbia ricordo. Eravamo lì quella volta di sera, alla stalla di Mostacc, avevamo mangiato e chiacchierato con Felice e bevuto con lui un paio di grappe, dopo che a cena avevamo gustato l’agrodolce di zucchine e cipolle inimitabile della signora Caterina per gli amici, quindi per tutti Katy. E poco dopo l’inizio di questa terribile epidemia, vent’anni dopo, il leone è andato da loro e se li è mangiati, prima Lei e quattro giorni dopo Lui… se li è mangiati tutti e due e Mario con il suocero e la suocera, non potranno rivedersi a primavera. come si erano ripromessi a quel Natale. Adesso è primavera, non potranno ricongiungersi per una allegra serata in compagnia degli amici d’infanzia perché non ci sono più, anche perché il leone sceso dall’alta valle pare si sia trasferito nelle siepi che circondano la chiesetta di S. Rocco dove vivono come custodi i genitori di Panna. Ma grazie alla generosa e sfacciata disponibilità di un giovane medico, che definirlo eroe come tutti gli operatori sanitari che si stanno prodigando per contenere l’espandersi del virus maledetto, è chiamarlo semplicemente per nome, forcone alla mano tiene a bada la fiera che ruggisce contro i mal trovati, consegnando direttamente a mani una bombola d’ossigeno che forse sarebbe arrivata il giorno appresso… o forse mai dalla farmacia del paese. Un eroe quel dottore che ringraziato calorosamente da Mario e Panna, ringrazia a sua volta per aver ricevuto affetto e stima, disse che molta altra gente inveiva contro di lui tutti i malefici possibili e lamentele d’ogni genere. Un eroe, tutte e tutti eroi le persone con croci rosse sul petto. Ora il leone non è più nel giardino di casa, è nel giardino di tutte le case del mondo.

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