Ciao Massimo 4

 

Tre mesi passati da quella onoranza funebre. Tre mesi in cui Mario Panna, e tutti gli altri protagonisti, si sono sentiti, chi a voce, chi al telefono e qualcun altri si son scritti un qualcosa sulle memorie di Massimo. Mario si era sentito con Simonetta. Ci rimase male quando scoprì che la “vecchierella” fosse tanto importante per Lui. Si sentì anche con Ivano “il quadraio”, e anche in quella occasione non aveva immaginato che il pittore non fosse solo stato ‘usato’ da Massimo che aveva passato dei momenti brutti con Lui, ma altrettanto stimolanti e indimenticabili. Mario si sentì o si vide anche con altri amici comuni di Massimo… tutte donne, e chi piangeva lacrime vere e chi aveva perso semplicemente uno ‘strumento d’amore’. Tutte e tutti a rimpiangerlo, pochi a compiangerlo, intanto è arrivato il Natale.

Meno di un mese ed è un altra volta Natale. Qualcuno si prepara a gozzovigliare di cibo e di vita, molti ‘Qualcuno’ semplicemente passerà momenti di spicciola serenità imposta dal momento, Altre persone alzeranno al massimo il volume che da voce allo spirito. Sarà Natale, ancora una volta saranno dolci e luci colorate in ogni dove sparse a piene mani sul mondo. In ogni posto ci sarà sole, pioggia e neve.   In Florida si festeggerà indossando un berretto di Babbo Natale di cotone rosso con bordo bianco e in testa, maglietta rossa e calzoncini bianchi corti.

Brinderanno al Natale con gioie e dolori… i più di ‘speranze’, lo faranno ballando a piedi nudi sulle spiagge dorate irrorate di sole. In Lapponia finalmente Elfi e Gnomi si potranno riposare, una breve pausa prima che il fabbricar giocattoli per il mondo intero debba ricominciare con l’anno nuovo che già bussa alle porte. Avranno tempo  ancora quegli Gnomi per potersi gustare in pace un buon Lonkero per farsi rimanere in bocca il retrogusto di limone. In Italia saranno strade festanti e colorate, confessioni per i fedeli che il ‘Venticinque’ dicembre mangeranno polenta con la neve sui monti e prati, o mangeranno capitone con il mare mosso fuori dalla finestra. Brinderanno a un Natale di gioia o di tristezza… e i più di lo vivranno di ‘speranze’. E tutt’intorno un brulicare di buone intenzioni, perlopiù, celate, volte al proprio tornaconto. Gente che serve alla tavola della mensa dei poveri e Altri che nemmeno hanno da mangiare ma sempre un gran sorriso dai più dimenticato… e sarà un altra volta Natale… a dire dove abbiamo sbagliato per poter rimediare, e dove abbiam’ ben fatto per ancora aumentare il volume che da voce allo spirito.

Altri alberi di Natale da addobbare e presepi da abbellire.
Lui è là, nel presepe.
Intorno contadine e fabbri, l’une che danno mangime ai polli o sulle spalle  trasportano al villaggio acqua fresca di fonte e frasche di foraggio mietuto, altri personaggi a batter di martello da mane a sera per far arnesi da lavoro e ferri da zoccolo.
C’è anche l’asino che per quel giorno, finalmente riposa, deve solo sbuffare in una direzione.  Il bue non fa altro che ruminare nel mentre anch’egli sbuffa dal naso un caldo sospiro che raggiunge il volto di Gesù… per favola… o fervida credenza.
E ancora mugnai, falegnami, lavandaie, e in fondo, molto in fondo al l’orizzonte, tre puntini neri a cavallo di creature del deserto dalle gambe lunghe che si stagliano in penombra ai confini del vedere, porta dei doni quella gente d’oriente.  Lui è là, su di un lato del presepe, sotto quella grotta, o sotto quella capanna accanto. Intanto non si vede, è coperto da un piccolo lembo di lino bianco. Per tradizione non sa da vedere Gesù prima che nasca nei cuori di chi lo commemora come il più bel giorno del l’anno che segna la sua nascita.

Non è ancora due millenni e venti primavere, non è ancora inverno, non è ancora nato… per favola o per credenza che tutt’e due ti fanno sognare. E Lui è là, e ora Massimo lo può vedere senza il lembo di lino anche se non è ancora Natale.  Mario nelle sue preghiere invoca l’aiuto del caro amico perduto, ma in cuor suo sa che ora Massimo non può che commiserarlo dall’alto di dove si trova. Guarda il mondo da sopra a sotto e ci vede piccoli piccoli come fossimo formiche impazzite che si affannano nel superfluo al fine di vivere senza sapere che in realtà stiamo sopravvivendo nuotando del fango dell’ingordigia e della superficialità, queste sono cose che Mario già sa, anche assommando le sue esperienze con quelle di Francesco. Massimo non può intervenire adesso, non può fare nulla per Mario, è troppo presto… sta aspettando il suo turno davanti ad un cancello che sembra ricoperto di cotone, può solo osservare, però per Mario è bello sapere che ancora c’è, lo sente nel silenzio del suo Credo. Massimo è come fosse lì a dirgli semplicemente di fare il contrario di ciò che ha fatto Lui, perché è stato come vivere un giorno da leone e cent’anni da pecora. Il leone è orgoglioso un giorno, la pecora cent’anni perché non ha fatto del male a nessuno… questo Massimo con il senno di poi dice dal Cielo a Mario. Ecco che nelle sue preghiere Mario invoca Massimo consapevole che si deve ‘accontentare’ della sua presenza, senza questa possa proferire verbo, e perciò non s’aspetta un aiuto per tirare la fine del mese. Cambiali, scadenze, bollettini d’utenze e tasse, sono cosa che è rimasta sulla terra, a completa disposizione di Mario… Massimo non sa più cosa sono quelle cose brutte.

Di nostro s’aveva già la preoccupazione d’arrivare a fine mese, nonostante i mesi da poco passati in cui a pranzo si mangiava insalata e pomodori mentre in tv si guardava il numeroso sbarco dei ‘clandestini’ sulle coste italiane. Braccio di ferro tra le persone a favore e quelle contrarie. Intanto si faceva fatica a tirare la fine del mese perché le dispute politiche non favorivano di certo l’economia locale e non solo. Ma ce l’abbiamo fatta, ne siamo usciti.

La criminalità che si era infiltrata nei centri di distribuzione dei viveri e ospitalità temporanea era stata perlopiù sconfitta. Gli sbarchi della povera gente obbligata ad uscire dalla loro terra pian piano si attenuarono, così come si affievolì la smania di vendetta da parte dell’estremismo Islamico verso il mondo consumistico, forse perché mutilati di alcune tra le loro più illustri menti pensanti, gli stessi che richiedevano, costringendo, un costo elevato del biglietto di sola andata per la terra di nessuno ai profughi.

Finito di mangiare insalata e pomodori, sono arrivate castagne e vino novello, sempre più difficili da comprare perché sempre più difficile arrivare alla fine del mese. Grandi lotte per gli scalda sedie politici di tutti i colori che arrancavano alla testa per il governo delle “pecore” a suon di promesse in parte mantenute e molte ignorate, con la solita alternanza del partito di destra piuttosto che di sinistra o di centro, quando la verità sta sempre nel mezzo e va ricercata in questo mondo ma la risposta non su questa terra. Dopo il vin brûlé è arrivato Natale con mille luci e tanta speranza, una piccola pausa dove spesso si finge serenità. Era il 2020 l’anno con un gennaio nuovo che grazie all’innalzamento globale della temperatura dovuta all’opera indiscriminata dell’uomo, fu senza gelo e molto sole, poca pioggia e tanta speranza.

Avevamo preso un altro grado di temperatura che aumentando faceva sciogliere i ghiacciai. Si faceva fatica ad arrivare a fine mese con le spese, ed per incanto un virus mortale prodotto dai laboratori cinesi, che chissà per quale motivo fu inventato, si espanse maligno nel mondo intero, e ancora per chissà quale strana coincidenza è apparso per prima prepotente e insidioso in Italia e non bastasse con epicentro la Lombardia, lì dove vivevano quasi tutti i protagonisti di questa storia.     C’è il sole e c’è silenzio, ci sono nuvole in cielo e c’è ancora silenzio. Il rumore del mondo s’è fermato nei cuori della gente. Non si sente volare una mosca, ma ogni tanto si sente un ronzio acuto di una sirena, parte piano lo stridore del suo grido, e all’arrivo della sua meta, poco prima di scemare, assorda l’animo nel triste pensiero di chi fosse la persona che lo ha ascoltato per tutto il suo viandante percorso.

C’è luce e c’è silenzio, vien sera e ancora la nostra terra non reclama il fragore del nostro vivere ed è ancora silenzio come essere sotto una campana di vetro dove tutto ciò che è al di fuori della nuda sfera trasparente davanti ai nostri occhi ci giunga in un filmato di tempi futuri. Regole e confini che lo stesso non arginano gli orizzonti della socialità. Silenzio che ammorba l’aria e costringe i rapporti tra le persone a farsi più intensi e… più umani.

Non c’era il bisogno di un virus, ma lui nel silenzio è arrivato e ora con prorompente e prepotente entusiasmo si fa sentire come cento orchestrali che suonano lo “Schiaccianoci” di Cajkovskij. Sembrava non bastasse nemmeno invocare un Santo protettore per placare questo incessante silenzio che in realtà ti spacca dentro come onde gigantesche che si infrangono contro le scogliere degli oceani. Ma il silenzio del mondo da molto ostile si è trasformato nel Re dei valori e si chiama Amore… che per molti è ancora il Dio. del proprio Credo, e questo Amore si ripresenta silente ma più presente che mai. Facessimo come i cani, avremmo memoria di pochi secondi di un torto subito.

A Loro è stato dato l’istinto che supplisce quasi immediato sulla ragione, e poco dopo un cane non si ricorda del torto subito, sia fisico che all’idea che hanno dell’amore. Quel grande amore che hanno dentro tutti gli Animali del mondo che attaccano solo in caso estremo di difesa, per sé o per i propri cuccioli… e lo fanno in silenzio perché una cattiveria è tale solo se annunciata. C’è buio è c’è silenzio, da rompere i timpani di chi vorrebbe ascoltare e non ode, e allora facciamo parlare i cuori che quelli non hanno bisogno di comunicare, ‘quelli’ sanno trasmettere speranza e Amore, aspettando fiduciosi che tutto finisca con il buon senso di tutti… Ci voleva il silenzio in quel caldo gennaio per allontanare la gente e avvicinare i cuori perché “Un bel tacer non fu mai scritto”… nemmeno oggi che è un altro 21 ma di un anno in più ed è ancora primavera.

Mario sapeva che Massimo era lassù tra le nuvole davanti al cancello bianco di Fantozzi, e ben sapeva quel che intendeva dire quando immaginava l’amico che dal Cielo avesse detto che ci vedeva piccoli piccoli come fossimo uno sciame di formiche che si sbattevano da mane a sera per cose futili e spesso inutili.

Era la prima volta che Massimo finiva in carcere, Mario lo seppe dai giornali e dai notiziari perché era un bel po di tempo che i due non si frequentavano. Non si vedevano da alcuni anni. C’era stato un dissapore tra loro, Mario era creditore dell’amico di una forte somma di denaro e per tutta risposta un giorno Massimo all’ennesima richiesta telefonica di Mario che chiedeva i suoi soldi, sbottò con un paio di bestemmioni inveendo contro l’amico, dicendogli di non rompere più le palle perché, sapeva con chi aveva a che fare e sapeva anche che avrebbe corso un grosso rischio a prestargli del denaro e quindi considerava la questione chiusa. Mario era in viaggio con il il fratello che guidava l’automobile che li avrebbe portati per una breve vacanza a Madonna di Campiglio.

Dopo qualche attimo di smarrimento per la sbottata di Massimo, decise di lasciar perdere in ricordo di quando invece Massimo lo perdonò anni prima, per quel ‘sacchetto’ che costava circa quanto il debito che adesso avanzava dall’amico che di fatto era finito quasi tutto nel naso… ma non di clienti come avrebbe dovuto essere, bensì di amici che si scordavano o semplicemente dissero che avrebbero pagato… poi, e sopratutto di amiche che pagavano ma non in denaro e per questi pagamenti il beneficiario fu solo Mario… che decise di lasciar perdere ed ecco che i due non si videro per alcuni anni.

In carcere Massimo? Si era proprio Lui, tra lo stupore generale di chi lo conosceva, bocca aperta e sguardo incredulo di ognuno dei suoi amici. Traffico illegale di automobili che anche oggi Mario non sa esattamente come funzionasse l’importazione senza pagare il dazio doganale della tassa sui beni di lusso, che poi probabilmente veniva coperto da fatture senza fondamento di esistenza.

Francesco era una conoscenza di Mario. È uno scienziato Francesco, nel vero senso della parola stessa, un uomo di scienza. Il “vero senso” vuole intendere più precisamente che lo era di fatto.       Infatti non aveva una lira bucata, come tutti i veri scienziati che non pienamente compresi e capiti, vengono relegati a missionari senza portafoglio.Francesco era uno di loro, un ‘incompreso’ che aveva inventato una apparecchiatura medicale, che cospargeva un ‘pastrugno’ di erbe medicamentose sulla parte del corpo dolorante del paziente e lo massaggiava energicamente fino a farlo assorbire ai capillari della pelle.

All’epoca del suo risultato scientifico, ebbe il benestare di un noto ospedale bergamasco e di fatto anticipò di tasca sua il ‘macchinario’, come soleva chiamarlo lo stesso Francesco. Il ‘macchinario’ l’avrebbe fornito gratis benché costasse qualcosa come lo stipendio annuo di un operaio ‘medio’. L’accordo era che Francesco fornisse gratis la sua apparecchiatura, con la sola condizione si usasse, pagando, il suo super prodotto lenitivo.

Si ritrovò con 25 ‘macchinari’ invenduti che moltiplicati per 25 stipendi annui di un operaio ‘medio’, sono la rovina di parecchie aziende di media grandezza e quindi anche quella di Francesco, che suo malgrado dovette ricorrere a vari espedienti per tirare avanti. Francesco aveva una crema molto speciale che di fatto leniva ogni dolore muscolare, così come la crema snellente che si doveva semplicemente spalmare e, unita ad una buona dieta e la necessaria attività fisica dava risultati stupefacenti. E poi rossetti, smalti e quant’altro per la cura della pelle e l’estetica di ogni parte del corpo. Un vero scienziato Francesco, ma la sua parte migliore non era aver inventato un bio prodotto che ingigantiva un grappolo d’uva sino a un metro d’altezza, così come pere giganti e mele grosse come cocomeri. Francesco ancor prima della scienza, abbraccia la Fede. Una Fede incrollabile e di una particolarità ineccepibile, quasi indiscutibile. Mario mangiava spesso con Lui a quel ristorante cinese, entrambi facevano abbuffate di gamberetti con spaghetti di soia, anche se Francesco superava il numero dei piatti che ci servivamo di almeno il triplo rispetto a Mario.

Era, e ancora forse lo sarà, un modo eccezionale di vedere la vita, partendo dalle lezioni sul cibo che Francesco tra un piatto e l’altro spiegava a Mario, o come gli diceva di curarsi dall’influenza che in sostanza era il bere un beverone di carote, cipolle, aglio abbondante, il tutto bollite, ancora quando Mario era estasiato nel sentirlo parlare di Dio. perché aveva una sua affascinante personalissima teoria della preghiera per dare aria allo spirito, anche se a Mario all’inizio “suonò un po’ di comodo” il ‘pensarla’ in quel modo.

Mario ha raggiunto il suo status di conoscenza tramite la preghiera tradizionale, quella che ti fa dire a gran voce ciò che offri, che chiedi o che implori, e non è cosa semplice, è una casa da costruire con calce, mattoni e fatica, è una casa da costruire sulla nuda roccia, cōsta lavoro, spirito puro e tempo per pregare…  Francesco diceva di pregare tutto il giorno con un collegamento indissolubile tra la sua volontà e lo Spirito Santo… o così parve fosse di aver capito a Mario e negli anni che seguirono, ha cercato senza sosta di identificare quel tipo di preghiera, ma non riuscendovi mai. Con il tempo ha capito che ognuno prega come meglio gli dice il cuore. Non esiste nessun modello di perfezione, ogni persona è costantemente sulla strada di una santità interiore, e ognuno percorrerà i passi che il suo aver fatto gli consentirà di dare con la conseguenza di ricevere.

Un giorno raccontò a Mario una storia affascinante. Per il vero non gliela raccontò in un sol giorno, ne passarono molti quasi a supplicare Francesco che gliela racontasse, perché all’inizio della storia disse solo, “un giorno di dirò cosa mi e successo quando rimasi fulminato”. Fulminato da che? Da cosa? Un fulmine? Da fili di alta tensione intanto che atterrava con un deltaplano? E finalmente giunse il giorno giusto, ristorante cinese, cinque piatti di tutte le qualità di pasta e pesce possibili, mezzo litro di vino bianco, peraltro pessimo, e una grappa che Francesco non beveva mai, e raccontò a Mario l’intera storia straordinaria di quel ‘fulmine’.

Una normale giornata di lavoro nel laboratorio dove lavoravo, ero intento alla scissione di molecole e improvvisamente scoppiò una apparecchiatura accanto a me… raccontava Francesco a Mario davanti alla sua barba e i capelli lunghi che sembravano gonfi da folate di vento. D’un botto non ho sentito più niente. Sono stato scaraventato contro una porta d’acciaio a 7/8 metri da me. Una scarica elettrica di 130mila volt mi ha sollevato e sbattuto con violenza contro quella porta d’acciaio. Per fortuna la scossa fu tanto potente da non tenermi attaccato a lei che m’avrebbe bruciato all’istante, una grande inaspettata fortuna. Poco dopo quel terribile scoppio, ero lì nella stanza, forse svolazzando etereo, e vedevo chiaramente i soccorritori che dalle stanze vicine, si gettarono sul mio corpo per cercare di rianimarmi o almeno a capire se fossi vivo o morto. Osservavo tutto dall’alto, senza corpo, ero dove in qualunque momento volevo essere.  Perciò abbandonai l’ambulanza che mi trasportava d’urgenza in un ospedale, e in un battito di ciglia mi ritrovai a casa mia. Ho visto mia moglie, la seconda perché sono divorziato, i miei figli… piangevano disperati, avevano già saputo telefonicamente della mia disgrazia e non si davano pace per ciò che era accaduto.

Mia moglie nella disperazione più totale era affranta dall’avermi perso e di certo il pensiero che fossimo al verde e con un mucchio di debiti alle spalle non li aiutava. Erano disperati, ed io lì che svolazzavo, guardavo, camminavo o non facevo niente di tutto questo. Ero lì. Non ero ne disperato, ne triste, ne felice ero lì senza emozioni tranne una vedere e sentire i loro pianti senza potergli dire che io stavo bene, stavo di un bene che avrei voluto gridare di non preoccuparsi di tutto ciò che stava accadendo, io ero in pace e stavo benissimo dove mi trovavo.

Poi ricordo ancora che sono ritornato da me in ospedale, sembrava volassi sulle nuvole e nel tragitto di una frazione di secondo guardai in basso. Pochi secondi, ma bastarono per vedere sotto di me un mondo grigio con milioni di persone che sembravano formichine che impazzite vagavano frenetiche senza alcun senso senza per questo accaparrare del cibo o servire la Regina, semplicemente formichine in corsa alla più totale velleità umana.

Tutte quelle persone erano vestite di cappotti pesanti di lana grezza di color grigio verde, ognuno di almeno due taglie più del necessario per coprire il corpo. Non era caldo quel giorno ma non faceva freddo, non spirava vento, non c’era pioggia e non c’era sole ma un uniforme grigiore. Tutte quelle persone intorno a una palla che si rincorrevano per dare un senso alla loro vita superficiale, a Francesco parvero un mucchio di pazzi usciti da qualche manicomio dismesso. Ritorno al mio letto d’ospedale. Sono immobile, intubato e fermo come un baccalà.

Non dò nessun segno di vita, ma respiro ancora. Come se il tempo fosse senza tempo, vedo due masse luminose che parevano avere sembianze umane, sapevo fossero Angeli ma non capivo perché mi stavano spingendo giù, loro son buoni, perché mi stavano facendo questo? Mi spingevano giù dal letto, giù nel cortile due piani sotto, giù sulla terra e io che urlavo a squarcia gola mi lasciassero stare… quelle figure goffe luminose, mi lasciassero dove mi trovavo che io stavo bene lì, benissimo, mi dispiacevo soltanto di chi mi stava piangendo perché sprecava delle emozioni che si potevano risparmiare, a partire dalla mia famiglia che era trovata sul lastrico.

Una piccola insignificante disgrazia per me che ero in quel ‘posto’, era una dabbenaggine essere disperati per una persona e peggio per dell’inutile carta moneta. Non serviva nulla dove mi trovavo, non avevo bisogno di nulla e a terra non ci volevo tornare, ma Loro, mi spinsero tanto forte che dopo tre scosse di defibrillatore, di soprassalto mi svegliai dal coma. Non volavo più, a suon di muscoli avevano vinto gli Angeli che non erano le due enormi lampade che avevo sulla testa nella stanza di rianimazione, e mi risvegliai dal coma dopo tre giorni in quella stanza d’ospedale.

Mario trangugiò l’ultimo goccio di grappa cinese che profumava di rose. La gola gli si era seccata nell’ascoltare la fantastica storia dell’amico che ancora aggiunse allo stupefatto interlocutore, che era stato rimandato sulla terra perché aveva da svolgere una cosa importante per tutta l’umanità o di nuovo così a Mario parve di aver capito. Ma quello che Mario aveva capito con certezza, era che il ‘povero’ Francesco era sul lastrico così come Lui stesso aveva visto tra le nuvole la sua famiglia, e fu il motivo del loro conoscersi. Il solito ‘qualcuno che pensava di lucrare sulla disastrosa situazione economica di Francesco, interpellò Mario e i due si conobbero. Dapprima il solito prestito con restituzione con assegni postdatati, che ovviamente non vennero onorati da Francesco che coinvolse per questo anche il figlio che a sua volta non riuscì ad onorare nessun assegno, o meglio qualcuno si ma erano sempre soldi che Mario si era inventato rivolgendosi ad altri “amici”.

Quindi dagli assegni insoluti si passò poi alle cambiali, respiro di qualche mese e ancora punto accapo. Suo figlio è un bel ragazzone di un metro e novanta, più grande del padre, era schivo, difficile sentirlo parlare, più che altro annuiva se il padre gli diceva di fare un qualche cosa o il minimo sindacale di un si o un no! Forse la sua era timidezza, o forse non ti senti bene in un ambiente dove i problemi economici erano all’ordine del giorno. Mario ricorda che quando si trovava nel loro studio antistante un grande magazzino stracolmo di merce, il figlio Filippo prima di aprire perché avevano suonato, spostava furtivo la tendina e sbirciava dicendo di chi si trattasse la persona al cancello, erano poche le volte che non fossero creditori e strozzini d’ogni categoria.

Un giorno Mario andò dall’amico per vedere cosa si potesse fare almeno per ritirare un po’ di merce da vendere e rientrare almeno in parte del suo credito. Gli aprirono il cancello e appena entrato nello studio, fu presentato ad una persona con forte accento meridionale e subito dopo la stretta di mano si sedette a braccia conserte e gambe accavallate, come se quel posto con un Crocefisso su una parete e una Madonna su un altra fosse suo. Mario non disse nulla e aspettò un cenno da Francesco che gli dicesse se aspettare che finisse con quel ‘signore’ per poi dedicargli la sua attenzione, invece lo invitò a sedersi e a parlare liberamente di tutto quello che voleva dire.

Mario si riprese dallo stupore e pensò tra sé e sé che Marcello fosse una parente o un nuovo aiuto economico per Francesco e Filippo e quindi senza altri indugi arrivò al nocciolo della questione e franco disse se poteva prendere in prestito una ‘apparecchiatura miracolosa’ da mostrare ad un amico che forse era in grado tramite il fratello infermiere di proporla al primario dell’ospedale dove lavorava.

In realtà si trattava dell’ennesima persona che non aveva niente a che vedere con la medicina in generale perché proprietario di un ditta di trasporti, ma avanzando una discreta somma si contentava di quel praticamente quasi inutile intervento del fratello.  Dammi un ‘macchinario’ disse Mario e vedrò cosa posso fare… Marcello si alzò dalla sedia, capelli riccioli neri corvini e baffi portati alla messicana, camicia bianca slacciata di tre bottoni con sotto una vistosa catena d’oro con Cristo e appoggiando le mani ai fianchi, disse dritto negli occhi a Mario che da quel momento in poi avrebbe dovuto parlare con lui, e con lui solo. Mario cercò lo sguardo dell’amico Francesco che invece lo abbassò, in un istante guardò anche Filippo che seduto sulla sedia dietro il computer, a braccia incrociate non abbassò lo sguardo ma lo fissò a sua volta senza un cenno di vitalità.

Mario fece presente al ‘tipo’ che il credito l’aveva con Francesco e non con lui, ma questi replicò dicendo che ora avrebbe risollevato in positivo le sorti di quell’azienda e poi si sarebbe parlato di saldare eventuali debiti… e che se Mario voleva quel macchinario, almeno ne pagasse la metà subito e il resto si poteva detrarre. Nessuno fiatava più. Mario uscì dall’ufficio con un saluto amaro rivolto ai tre e Francesco aveva alzato gli occhi che sembravano colmi di disperazione. Passò qualche settimana e un giorno giunse una telefonata da Francesco. Eilà come va amico, mio, una spaghettata di soia oggi a pranzo? Mario un po’ disorientato da questo modo di porsi dell’amico, aspettò la frazione di un attimo prima di rispondere e Francesco lo rincalzò aggiungendo, saremo solo io e Te… il tizio non c’è più. Si videro a pranzo e Francesco spiegò che quell’uomo dai modi prepotenti e grosse parole condite con dialetto di cane sciolto della ndrangheta, non c’era più, era stato liquidato con le solite cambiali per il piccolo intervento economico iniziale di una decina di migliaia di euro, ovviamente con il triplo della somma dovuta senza contare la merce che ogni giorno riempiva il grosso bagagliaio della sua Bmw.

Evidentemente non era riuscito a ottenere altro perché Francesco si ribellò per tempo e riuscì a evitare che per 10.000€ gli portassero via l’azienda intera che tra merce e macchinari era stimata sui 2milioni€. Come cazzo hai fatto a non capire che era un “bidone marcio”, disse Mario all’amico, come hai fatto a non capire che era un mezzo delinquente da quattro soldi? La risposta fu sintetica e per quanto potesse essere condita da mille parole di giustificazione, si traduceva in una sola parola… disperazione. In quelle settimane Mario aveva fatto pace con Massimo mettendo nel dimenticatoio il dissapore per il denaro che non gli fu restituito in un prestito precedente o frutto di una delle loro strampalate ‘operazioni fallimentari’, e di fatto fecero pari e patta con quel “sacchetto” mai pagato, e fu perciò che si rivolse a Francesco e gli disse, ho io la persona giusta che fa per noi. Mario e Massimo si incontrarono ad un appuntamento il giorno seguente, e spiegata la situazione trovò Massimo entusiasta ma non troppo. Rispose che erano dei composti medicali e da maquillage senza una ‘marca’, senza un nome prestigioso che li rappresentasse e che quindi sarebbe intervenuto aprendo un negozio che aveva già adocchiato a Riva del Garda, ci avrebbe ‘messo dentro’ la solita ‘amica’ che avrebbe tentato la vendita all’ingrosso, se Francesco si sarebbe privato dei suoi prodotti per somme quasi irrisorie.

Mario era stupefatto, non aveva mai visto un ‘Massimo’ così posato e calcolatore. Si sarebbe aspettato piuttosto che l’amico rilevasse l’intera attività per continuare la produzione e la diffusione, ma in grande stile, non in un negozio che avrebbe fatto incassi che bastavano a pagare luce, tasse e ‘amica’ del negozio sul Garda. Era diverso ora Massimo, la difficoltà economica che aveva avuto nel riprendersi dopo il carcere che si sorbì qualche mese prima, l’aveva ridimensionato, e forse non si era ancora ripreso… senza forse.  Nonostante ciò si fissò l’appuntamento fra i tre, che non per una ma per ben tre volte Massimo rimandò ‘visibilmente’ non interessato al business che gli era stato offerto, e Mario lo capì chiaramente e definitivamente che non era realmente interessato quando Massimo gli chiese un aiuto per soldi.

Era un altro Massimo, era una persona più cauta o forse semplicemente impaurita. Mario abbandonò l’idea di aiutare per ancora una volta l’amico Francesco ben consapevole che non avrebbe più rivisto il denaro prestato. Si dedicò di nuovo a Massimo e gli trovò la persona che gli prestasse del denaro che come epilogo finale finì dopo la sua morte con queste parole da parte di chi glieli diede… caro Mario, tu me lo hai presentato e tu ne rispondi, però capisco anche che del tutto non sei responsabile, e allora facciamo che invece di 86mila me ne devi solo la metà… che in pratica era il vero capitale sborsato. Un altro regalo di Massimo per Mario da aggiungere a quell’ultima cambiale di mille€ che lo stesso Mario prestò sul quel piazzale allo stadio, dove i due amici si videro per l’ultima volta dopo che Massimo annunciò di essere malato di Leucemia.

La mesta cerimonia e finita da un pezzo, siamo a nemmeno un semestre della scomparsa di Massimo che s’è perso il corona virus, o covid19 che la sostanza “puzzolente” non cambia, è comunque l’inizio della terza guerra mondiale che si combatterà con microbi maligni e virus purulenti… perché questa è guerra, voluta da qualcuno o meno, lo stabiliranno le fonti storiche tra qualche tempo. Adesso le teorie sono quelle di facebook o della massaia che non esce mai di casa, piuttosto che un branco di idioti che invece di aiutare gli altri o pregare, stanno incolpando qualcosa o qualcuno sin dalla prima settimana della comparsa del virus cinese. Da principio una semplice influenza senza la risposta di un vaccino, poi la pandemia a livello mondiale. Una bella frittata deve riempire la padella sennò non è venuta bene.

Si diranno verità  incredibili sul coronavirus, ognuno con il senno o senza senno di poi dirà la sua. Chi dirà di una punizione divina e chi avrà da dire di una ‘macchinazione’ di uno Stato o più Stati che hanno innescato la terza guerra mondiale, e ancora la categoria più infame di sciacalli che prometterà talismani contro il maleficio di quella epidemia e orde di malavitosi che presteranno denaro con restituzioni impossibili dei tassi usurari. Non è dato di saperlo ne a Massimo che ora non gliene può importar di meno, ne a Mario lo scrivente, perché lo sta facendo in questo momento quasi inizio di primavera del duemila e venti.   Sei mesi fa eravamo sul piazzale gradinato di quella grande Chiesa tutti riuniti con occhi gonfi e cuore amaro. Se Massimo fosse stato tra noi nel covid19, probabilmente ora non ci sarebbe comunque, sarebbe stato tra i primi a partire per la dimensione della Luce, un animale selvatico adulto non può essere addomesticato, rimarrà selvaggio per sempre. Il destino  ha solo anticipato il suo andare avanti per non morire con l’onta di una morte tanto vile quanto inutile e insensata per lo stesso motivo in cui si è creata la situazione del contagio in vitreo dai cinesi per chissà quale perfido e inutile scopo, come l’altra teoria della cacca dei pipistrelli, lo stesso nessuno meritava di morire per un raffreddore.

Eravamo tutti nel piazzale gradinato della chiesa, la mesta cerimonia era finita e ora Mario e Panna, scorgono tra le rughe di altre persone, volti che non vedevano da anni, uomini ma più donne in una specie  di film comico satirico dove mariti, amanti, cornuti e cornute si fossero assembrate per l’estremo saluto del Re di cuori. Tutti lì sul sagrato della chiesa, chi con le mani intrecciate dietro la schiena e lo sguardo rivolto al nulla, e altri con le mani in tasca felici che tutto fosse finalmente finito e non per quel giorno come gli altri giorni, ma finita con sollievo per sempre… la loro donna adesso era veramente loro. Occhi che piangevano e occhi che sorridevano tra le ciglia.

Avessi un milione di euro in banca non cambierebbe niente. Mille volte ho sognato ad occhi aperti di vivere isolato in una baita sui monti. Tutt’intorno ricoperta di neve alta quanto il tetto, e io rinchiuso in quel rifugio di tronchi. Nella cantina tutta rifornita di salami e formaggi e una buona scorta di farina per il pane e la polenta, una damigiana di vino nostrano e un tocco di lardo grande quanto basta per condire e cucinare dei mesi.  Fuori una catasta di legna tagliata e riposta in ordine che basta per un inverno intero, e a poca distanza un ruscello di fonte per bere, lavarsi e fare burro.

A volte i sogni di quel nido erano rivolte alla persona che amo e mi piaceva pensare di trascorrere mesi interi con Lei, noi due soli bloccati fra tronchi e neve, Cielo e terra magra di bosco, e fare l’amore ogni giorno sotto una trapunta di lana grossa. Nel mio immaginario quella baita è spesso un rifugio dai problemi del mondo, altre volte ancora, era il volerci morire dentro quei tronchi, con una mucca da mungere nella stalla e un orticello da continuare a coltivare. Poter cogliere cicoria sparsa dalla natura su di un campo in primavera, e fumare un sigaro al tramonto sulla veranda di casa. Erano queste le fantasie principali di quei sogni.

Era come quando sognavo a occhi chiusi in un sonno inquieto o aperti in un sogno dettato da una triste realtà, un leone che sta appostato dietro la siepe del giardino. Che quando ci porti i cani a pisciare lo immagini che ti sorveglia di soppiatto dietro una siepe, sempre pronto ad aggredirti, poi finisco di fumare la cicca di sigaro e risalgo gli ultimi passi, varco la soglia e con l’ultima ‘girata’ di chiavistello, mi beffo di tutte le folte criniere del mondo, sono al sicuro nella mia baita, e i leoni non vivono sui monti e nemmeno in un giardino. Adesso i leoni non hanno più criniera e non hanno più confini, vivono dove gli pare e piace. Il nuovo re dei leoni non ha né corpo ne denti… si chiama virus, si presenta invisibile come una spada brandita dal nulla. Una spada più potente di Excalibur sempre al fianco di re Artù e più potente della daga di Giulio Cesare. Più potente della spada di Napoleone o la scimitarra di Aladino. Una spada di fuoco invisibile e l’elsa che protegge la mano è a forma di V… e non protegge, infligge colpi sempre più duri.

Ognuno ha bisogno di una baita in questo momento difficile, un focolare con camino che arde faggio e pino per polenta e castagne. Adesso è bello che io mi senta in baita. Recitando nella mente un Salve Regina mi accorgo di essere avvolto da un manto aureo che mi protegge da tutto e da tutti. È solo il c19 che mi rompe le palle. Ma non nella maniera più buia, al contrario sento una forza interiore che mi accomuna a tutta la gente, una situazione che mi era sfuggita di mano. Per prima la famiglia ma l’abbraccio fraterno mi si estende sempre più al vicino di casa. È una guerra. Peccato solo che il nemico non si veda, e ti possa colpire alle spalle. Non esiste armatura per tale guisa, ma la contesa può essere la preghiera, in fondo, mi chiedo qual sia l’arma più efficace da usare in questo nefasto momento, e dopo i coltelli da cucina che servono solo a tagliare vettovaglie in casa non ho altra arma che la preghiera. Altro non ho in casa di più efficace per ripararmi dalle insidie della vita, ho dei coltelli per verdure e un crocefisso appeso al muro. Nella baita dei sogni mi sento sicuro, ma non sono i suoi tronchi a proteggermi… o sono loro che controvoglia hanno fabbricato una barriera, prima intorno all’Anima che al corpo. La baita è sicura, se mi ammalo guarirò, pregai, ho pregato e prego ancora.

È un momento strano. Sembra che siano sempre le tre di notte. C’è un silenzio assordante, e dal balcone mentre guardo il giardino e la strada, sono le 8 della sera. In primavera d’ogni anno passato, i pochi uomini sposati che escivano per una birra rientravano un ora prima della mezzanotte, i ragazzi fidanzati tornano per la mezzanotte e invece i giovanotti scapoli facevano le ore piccole a sorseggiare lentamente l’ultima birra della notte. L’ultimo sguardo al décolleté di chi l’ha servita in caraffa media. 23 Marzo, la primavera è arrivata carica di tristezze e pochi colori, poi prevarrà su tutto, Lei è la Natura, prevale sempre. Sembra siano sempre le 3 di notte… quando tutti sono rientrati, quando anche il ‘barbone’ ha trovato un giaciglio di cartone, e allora tutto tace. Il frastuono del mondo si placa, quasi tutto si spegne e c’è pace nell’animo. Sono le 3 di notte e domattina alle 7, saranno ancora le 3. Il mondo ha smesso d’urlare.

Adesso parliamo tutti sottovoce e scorriamo veloci le pagine dei quotidiani per fare la conta dei morti, e vedere se qualcuno tra loro era un nostro conoscente o un parente.

Sono le 3 di notte e tutto tace. Si sente più forte il battito del cuore. Ora il leone non è più in giardino ma è in casa e si apposta sotto il tavolo della cucina e ti segue fino al bagno, poi te lo ritrovi sotto il letto. Lo sconfiggo con la forza della preghiera, e lui, il leone incazzato va da quei due signori della stalā di Mostaçç. Ceravano stati a Natale in quel bell’agriturismo di quel boscaiolo. Gran parte della mia famiglia era seduta alla tavolata imbandita per il pranzo di Natale. Ci volle andare una mia sorella quel Natale di covid2019. Io e mia moglie Panna fummo felici di questa decisione.

Era da moltissimo tempo che Mario non ci andava, almeno 15 anni, in pratica da quella volta che con il suocero e il suo amico Tiziano il barbiere. Tre uomini in sella ai loro destrieri, fecero un lungo percorso per arrivarci e verso sera giunsero alla stāla di Mostaçç, stanchi, felici e affamati. Tanto per essere stupidamente coerente con se stesso dall’alto della sua giovane baldanzosa età, Mario non si risparmiò nel mangiare e ancor meno del bere. I tre si fermarono per la notte, ma non in una comoda stanza con i letti, giammai dei baldi cavalieri potevano riposare tra due guanciali, fienile e paglia sotto il culo per tutti. Era Maggio e in alta Valle Seriana è ancora tempo di gelate e brinate da pieno inverno in città. Mario il mattino dopo si svegliò e poi Tiziano e il suocero. Tutti ancora un po’ stravolti, ma il bruciore di stomaco era solo di Mario che aveva abusato con il vino forte di quella cantina e le grappe nostrane avevano accelerato il processo del bruciore di pancia.

Aveva poco più di trent’anni Mario e non sapeva cosa si sarebbe dovuto fare in quel caso, così, dal fienile, invece di entrare al calduccio nella locanda e bersi un tè caldo con un biscotto intinto, si affrettò baldanzoso alla fontana giù nel cortile. Acqua di sorgente viva che scendeva direttamente dall’altura del Monte che ci sovrastava. Era gelida e di certo era poco più di zero gradi di temperatura. Un bel sorso, un respiro gelido e una bella sciacquata a mani faccia e collo. Fu il viaggio di ritorno a cavallo più brutto che Mario ne abbia ricordo. Eravamo lì quella volta di sera, alla stalla di Mostacc, avevamo mangiato e chiacchierato con Felice e bevuto con lui un paio di grappe, dopo che a cena avevamo gustato l’agrodolce di zucchine e cipolle inimitabile della signora Caterina, per tutti Katy.

E poco dopo l’inizio di questa terribile epidemia, vent’anni dopo, il leone è andato da loro e se li è mangiati, prima Lei e quattro giorni dopo Lui… se li è mangiati tutti e due e Mario con il suocero e la suocera, non potranno rivedersi a primavera come si erano ripromessi a quel Natale. Adesso è primavera, non potranno ricongiungersi per una allegra serata in compagnia degli amici d’infanzia perché non ci sono più, anche perché il leone sceso dall’alta valle pare si sia trasferito nelle siepi che circondano la chiesetta di S. Rocco dove vivono come custodi i genitori di Panna i suoceri di Mario. Ma grazie alla generosa e sfacciata disponibilità di un giovane medico, che definirlo eroe come tutti gli operatori sanitari che si stanno prodigando per contenere l’espandersi del virus maledetto, è chiamarlo semplicemente per nome, forcone alla mano tiene a bada la fiera che ruggisce contro i mal trovati, consegnando direttamente a mani una bombola d’ossigeno che forse sarebbe arrivata il giorno appresso… o forse mai dalla farmacia del paese. Un eroe quel dottore che ringraziato calorosamente da Mario e Panna, ringrazia a sua volta per aver ricevuto affetto e stima, disse che molta altra gente inveiva contro di lui tutti i malefici possibili e lamentele d’ogni genere. Un eroe, tutte e tutti eroi le persone con croci rosse sul petto.

Ora il leone non è più nel giardino di casa, è nel giardino di tutte le case del mondo, e va a trovare chiunque senza essere annunciato come quando è andato da Pietro quell’uomo che all’epoca di un brutto incidente motociclistico di Mario, lo andò a trovare al capezzale del suo letto d’ospedale per infondergli forza e speranza e non smise per molti mesi ancora di andarlo a trovare nella casa in montagna dove Mario era convalescente. Era un brav’uomo Pietro, ironia della sorte era un infermiere e niente di più probabile che abbia lasciato aperto l’uscio di casa per andare ad assistere qualcuno, e il leone ha trovato la porta aperta.

La porta di Luisa invece era chiusa. Quella bella signorina che hai tempi lavava i panni alla fontana del paese e deliziava la vista di ogni maschio che passasse da quelle parti con degli shorts di jeans mozzafiato. Capelli rossi e folti, due occhi furbi ma sinceri, Luisa la porta la tenne sempre ben chiusa, allora il leone probabilmente l’ha aggredita mentre usciva per la spesa e una breve chiacchierata con qualcuno, ora parla da un ospedale e risponde con brevi messaggi con voce roca e affaticata dal poco respiro e rassicura lucidamente tutti. Non c’è l’ha fatta la mamma di Pier a sconfiggere il virus travestito da chissà quale altra bestia feroce. Era anziana mamma Angela come le circa ottomila persone ad oggi morte dal nemico invisibile e circa duemila altre persone più giovani, per fortuna pochissimi bambini. Ad oggi, 30 marzo del duemila venti, il compleanno di Massimo, che compirebbe sessantuno anni, ma come fece Francesco per tre giorni non ritornerà più in questa terra con il corpo, preferisce consolarci dall’alto in questa prova difficile per il mondo intero.

Siamo in punizione, come quando mezzo secolo fa, la maestra ci metteva in castigo dietro la lavagna perché avevamo disturbato i compagni di banco. Discriminazioni d’ogni tipo, indifferenza in ogni dove. Abbiamo disturbato il vicino di banco. Siamo in punizione.

C’è  tempesta nella mente degli uomini, un uragano d’emozioni che assale prepotente e si rincorre nuotando fra onde sensazionali alla ricerca di una boa di salvataggio che distribuisca amore per essere ridistribuito al mondo.

Il mondo che adesso trema. Il mondo che adesso è più piccolo e più vicino.

Il mondo che ha smarrito i sogni e si copre il viso con una maschera anche se non è carnevale.  Il mondo in Quaresima con nessun fedele che si debba sforzare di fare una piccola rinuncia perché suo malgrado è obbligato a farne cento al giorno. Non si beve più il caffè al bar al mattino, il mondo s’é fermato e non lavora più ma deve comunque mangiare.

Il mondo come un fiume in piena é straripato quando senza saperlo ha accolto un nemico invisibile sempre in agguato che si è auto invitato alla nostra tavola. É il leone nel giardino di casa nostra. È ‘quel’ serpente che insidiava i nostri calcagni per distrarci dalle velleità della vita e noi non ne abbiamo mai sentito il morso. Un mondo ferito a morte che non s’arrende e fa sentire ancora il suono dei suoi cannoni perché le guerre non cessano. Un mondo che non ha capito o non vuole vedere che il fiume straripa e non è interessato a mettere sacchi di sabbia sui suoi argini.

Un mondo che non si è ancora piegato al più grande dramma che sta vivendo in tempi moderni. Un virus, la terza guerra mondiale, il terzo mistero di Fatima, forse, la punizione al nostro ego più impetuoso e straripante di tutte le acque del mondo. E adesso comincia la caccia alle streghe. Politici incapaci che lo stesso non sarebbero più ‘capaci’ dei ‘capaci’ perché serve solamente la solidarietà di tutti,  Le streghe le bruceremo poi se saremo ancora in grado di giudicare.

Intanto le guerre non cessano ed è solo diminuita la criminalità d’ogni tipo. Non siamo ancora in grado o non vogliamo mettere i sacchi di sabbia sulle rive del fiume. Fiduciosi, pensiamoci noi, con messaggi mai scambiati prima se non in occasione di ricorrenze e compleanni, con parole vere e non di circostanza.

Ci pensa l’ultrà dell’Atalanta che sta aiutando ad allestire l’ospedale da campo nella fiera campionaria di Bergamo. Ci pensa l’idraulico di Milano, l’ingegnere di Bolgare e il panettiere di Ranica che lavora per il bene della sua gente come ignorasse di poter essere investito egli stesso dal gelido abbraccio di quella ‘corona tanto ingiusta posta sul capo sbagliato di un virus. Ci pensa il giornalista di Sassari e la massaia calabrese. Ci pensa il muratore che si adopera nel fare qualsiasi lavoro purché utile alla comunità. Ci pensa l’alpino con gli occhi rossi bagnati da lacrime e un velo di tristezza che mentre aiuta il prossimo ricorda i tempi della sua inutile guerra e rivede tutta la solidarietà dei Partigiani.

Ci pensa l’America con aiuti economici. Ci pensa l’Albania che invia trenta eroi, tanto sono tutto i medici, infermieri, paramedici e Volontari di tutto il mondo. Non ci pensa la Germania che si è scordata di quando noi Italiani gli abbiamo abbonato i debiti della seconda guerra mondiale, e per la quale sarebbero oggi tutti in brache di tela, forse perché il freddo gioca brutti scherzi al buon funzionamento della parte del cervello che conserva il buon senso. Il freddo, infatti anche l’Olanda non ci penserà all’Italia e così altri paesi del nord.  Ci pensiamo noi a mettere sacchi di sabbia sugli argini delle nostre Anime. Poi bruceremo le streghe o, a Dio. piacendo non le metteremo mai più al rogo. È guerra, ma finirà e ci renderà tutti migliori e usciremo ancora a guardare le stelle, e sarà come non averle viste mai cosi luminose.

Addì 30 mar 2020. Buon compleanno amico mio. Tanti Auguri Massimo. Oggi sono comparse un sacco di fotografie sui social che ti hanno ritratto in bei  momenti in compagnia di donne che hai fatto felici e ora  infelici perché non sei più tra loro. Non mancavano di certo i commenti sotto la fotografie postate su facebook a significare quello che Tu rappresentavi nel loro cuore. Donne che a modo tuo hai amato, una per una allo stesso modo, con poco margine di distinzione, per chi ti ha dato Yari e per chi ti ha dato Rebecca anche se disgraziatamente per pochissimi giorni, ma nel tuo cuore non se n’è mai andata nemmeno per un sol giorno.  Quelle fotografie postate che sembravano fare gara tra loro per qual fosse la migliore. Una gara. Un modo come voler dire, io ti ho amato più di loro. Ma ciò che è rimasto dev’essere l’unico pensiero per tutte, si tenga caro il proprio ricordo dei momenti di dolcezza trascorsi con Massimo che ha saputo dare ad ognuna di Loro.

31 Marzo 2020. Oggi Mario chiama Francesco al telefono. Francesco, lo scienziato, l’inventore di macchinari miracolosi. Il gigante buono, che Massimo non conobbe mai se non al telefono. Squilla per parecchie volte l’avviso di telefonata a Francesco. ‘Suona  libero’. Mario attende molti, molti squilli e poi una voce roca e flebile dice, pronto, pronto!  Che chissà poi per quale strano motivo in Italia si risponda pronto invece che, chi parla? Sono io Mario, come va, come va a Te e la  tua famiglia… bene e Tu? Bene, bene ringraziando Dio. Poi Francesco prosegue, sai qualcosa di quell’avvocato, no rispondo io, non so nulla da più di due anni, mi ha fatto perdere anche le cause vinte in partenza, e l’ho ‘sostituito’ con un altro avvocato più capace e per di più donna che ‘vale’ ciò che chiede per parcella, e ci aggiunge rateizzazione del dovuto e anche un pizzico di umanità e Fede, che certo non guasta nel rapporto tra professionista e cliente. Francesco) Quell’uomo per colpa della sua molta negligenza all’inizio di un rapporto di lavoro, viene penalizzato per la trascuranza del proseguo del cammino giudiziario. Ha omesso per sbadataggine di consegnare per tempo dei documenti che mi avrebbero salvati dal fallimento… ma lasciamo perdere, si lasciamo perdere Francesco, Dio. lo  preservi.

Piuttosto ti chiamavo per chiederti se state tutti bene e poi per chiederti ‘una cosa’… noi stiamo bene, meno male, sospirò tra sé e sé Mario, che si aspettava, se non altro, un accenno a questo dannatissimo virus che miete vittime come la falce in un campo di grano maturo, tutto bene replicò Francesco continuando la conversazione… a parte il tumore al cervello che la mia bambina di cinque anni ha dovuto subire, il cancro al seno di mia moglie un anno dopo e quest’anno per non farci mancare nulla, è venuto anche a Me al colon. Cento chemio e sacchetto laterale per l’evacuazione che sto indossando nel mentre ti parlo. Il corona virus era sparito completamente dalla mente di Mario, si riprese un poco dallo stupore di con quanta facilità e umiltà Francesco gli disse di come era la sua vita negli ultimi quattro anni che non si sentivano al telefono e tantomeno si vedevano. Francesco non ha più un ufficio, non ha più nulla, gli restano tre tumori in casa di cui solo uno al seno sembra si sia brillantemente risolto e gli altri nelle mani di quei due Angeli che hanno spinto Francesco nella sala di animazione tre giorni dopo aver ricevuto una scossa elettrica di tale potenza che fu la fortuna di Francesco perché se era meno potente l’avrebbe bruciato all’istante senza scaraventarlo con violenza contro una porta d’acciaio.

Ma dimmi, continuò Francesco, qual era l’altra cosa che volevi chiedermi?  Non era più importante quello che  Mario aveva da chiedere a Francesco e non trovando altre parole di conforto adeguate a una tragedia tanto umana che non può essere commentata se non dagli stessi sfortunati protagonisti. Non era più importante, ma per rompere il ghiaccio, Mario con voce squillante riprese la conversazione telefonica e disse… volevo chiederti se hai ancora quella crema miracolosa che guariva qualunque dolore infiammatorio, mia moglie due giorni fa, l’ha cosparsa sul ginocchio e d’incanto è passato il dolore che la tormentava da tutto il giorno. Ti ricordi Francesco di quando mia suocera la mise su di una spalla perennemente dolente, e quando andai a pranzo di domenica per mangiare un pollo arrosto con polenta e patate al forno, mi corse incontro sul breve selciato che da sull’ingresso di casa con il tubetto della pomata che stringeva tra le mani protese verso di me dicendomi, riprendila, riportala a quel sant’uomo che te l’ha data, perché deve costare un patrimonio, io non sono giovanissima e a memoria non ricordo di aver mai giovato di un sollievo così grande. Ridacchiarono i due amici, e poi riprese a parlare Francesco. Dovrei controllare se me ne è rimasta un poco… scusa ti posso richiamare domani, certo rispose Mario, domani pomeriggio ti richiamo. Forse era stanco l’omone buono che all’inizio della malattia era arrivato a pesare 80 kg. Adesso dice che ne pesa di nuovo 110 e tutto sembra andare meglio… ma forse è stanco. Ciao Fra, ciao Ma. Non ha più richiamato.

Intanto da casa ci si saluta da balcone a balcone agitando la mano in segno di saluto, in segno di solidarietà. Sventolare una mano al Cielo per dire al vicino di casa, forza, c’è la faremo. I più ‘social’ trasmettono su mezzi di comunicazione il loro sgomento, e i più coraggiosi incoraggiano gli altri postando informazioni perlopiù attendibili anche se molte sciocche e deleterie. La paura fa novanta e gli sciacalli si sono già messi all’opera. Chiedono soldi tramite web per aiutare altre persone, strano solo che certi messaggi arrivino prevalentemente da paesi esteri che di benefico hanno solo lo scopo principale di indurre al crimine per sostenere se stessi e le loro associazioni criminali.

Sarà una dura battaglia. Forse siamo alla resa dei conti. Chissà come avrebbe reagito Massimo. Mario pensa che si sarebbe trovato bene. Una tregua con gli strozzini che comunque non demordono e chiamano al telefono come se niente fosse successo, minacce verbali per imporre la loro ‘grandezza’ di uomini tutti d’un pezzo anche in un momento tanto infausto. Ultime parole che non avrebbero intimorito Massimo, anzi gli avrebbero rinforzato l’autostima… in un momento come questo, vieni a prenderli i tuoi soldi, ti aspetto!  Una disgrazia globale di queste dimensioni loro malgrado, deve essere ‘capita’ anche dai  ”cravattari d’ogni categoria, da quella domestica a quella imprenditoriale a quella bancario economica e Massimo come molti altri ‘sfortunelli’ come Lui, avrebbe al fine giovato di questa tregua dalla realtà di ogni giorno della sua vita, cosa che fecero e fanno molti loro amici a ora sopravvissuti.

Di questi tempi anni fa nella casetta di montagna, Mario alle cinque di pomeriggio era nelle chiesa di San Bartolomeo a Boario in valle Seriana. Ognuno aveva il suo compito prefisso dalla ‘comandante’ di turno, la più meritevole per moralità e rettitudine che in quel periodo spettava a Rita. Una bella ragazza ‘tutta forma’ che Mario associava spesso per somiglianza alla molto ex moglie Luisa. Nel periodo della settimana Santa eravamo in chiesa una ventina di persone, Tino il sagrestano richiamava i sei, sette bambini che schiamazzavano allegramente incuranti della situazione e del luogo. Sedute nei banchi verso il fondo della navata avevano preso posizione le quattro anziane del paese che abitando lì vicino, arrivavano in anticipo di una buona mezz’ora per poter dire il Rosario in compagnia di chi si volesse unire io, la Luisa che ora sta facendo riabilitazione in un ospedale milanese e sua sorella Manilia, che ora è a sua volta in sala di rianimazione in un altro spedale. Rita chiedeva agli astanti dei due lati della navata chi volesse leggere i primi sette capitoli della Passione di Cristo, così fino alla seconda persona che leggesse gli altri “otto” e ad ogni passaggio un passo in avanti con Don Osvaldo al centro della navata con al fianco bambini che sorreggevano la Croce, le tenaglie, il martello, chiodi e scala, e alla fine di ogni litania del calvario di Cristo… il Don diceva… perché con la tua Croce hai redento il mondo. Ora fiduciosi aspettiamo che Lui salvi il morale del mondo, e intanto vediamo la S.Messa officiata da Papa Francesco in piazza S.Pietro vuota, deserta, ma stracolma nei cuori che hanno seguito la funzione da casa intanto che il pane vien pronto nel forno.

Bisogna si sappia prendere questo brutto momento come viene, non affrontarlo di petto in una sfida impari, ma schivare i suoi fendenti e ripararsi dietro a uno scudo di luce.  Sono pensieri ispirati a quel che si mischia dei miei sogni con una realtà che non amo del tutto, e mi ritrovo con l’ultima sigaretta del giorno in bocca, accanto alla finestra aperta che si porta via il fumo. Fuori ha iniziato a piovere, ed io sono li in un angolo e la osservo scendere leggera, intanto che la mente va altrove.

E a quel punto gli occhi si riempiono di tanto spazio in quella stanza, e ne vedo i contorni confortevoli delle mura illuminate dalla penombra, disturbato solo dai tenui bagliori della fiamma del camino che si fa spazio fiocamente tra i lampi irriverenti del televisore che  trasmette un film di una guerra combattuta fra i tedeschi e il fiero indomito popolo russo di Stalingrado, impegnato in una strenue difesa comandata dal cuore prima che di qualunque comandante in capo, e nel bel mezzo di tutta la storia, una situazione d’amore fra due civili russi sbocciato nella disperazione del momento.

L’amore, quella forza sconvolgente che entra in tutti i cuori di tutte le bandiere, l’amore che vince sempre in tutte le guerre.  Forse sarà per questo che mi immagino di essere noi stessi in un periodo di guerra, anche se di fatto non la vorrei, ma piace pensarlo per gioco, anche se non so quanto sto giocando, il male che arriva dalla Cina che non ha dichiarato guerra a nessuno è reale, maledettamente reale. Difenderò  con ardore persone e animali che amo.

Sarebbe bello riprendersi quei valori che nemmeno so di avere mai posseduto, se non nella più fervida immaginazione di una mente frizzante che me li ripropone in questa funesta circostanza come perduti.  Sarebbe bello  tornare ad aiutarsi l’un con l’altro, senza per questo chiedere nulla in cambio, pensare esclusivamente di vivere di quel che ci serve all’estremo della pura necessità. Tornare a gustare una tazza di latte appena munto, zuccherato con del miele, o far festa con pane e formaggio, e nel giorno di Natale e Pasqua, mangiare panettone e colomba zuccherata e brindare tutti insieme con un bicchiere di vino.

E rimango nel mio angolo di casa che sarà mia sempre troppo tardi, all’unica condizione mi sia concessa, la salute, sperando permanga  quel tanto che basta da gustarmi quel niente che mi rimarrà da vivere.  E sarebbe bello tornare a vestirci unicamente perché serve a coprirci, con le scarpe grosse ai piedi d’inverno e essere leggeri e liberi con due pezze di stoffa addosso,  zoccoli per calzari quando il sole riscalda da mane a sera.  Ci vuole la guerra alla TV, per far si che il mio fantasioso volare dia pensieri puliti, come partecipare sinceramente al dolore di un amico o del vicino aggredito da cellule malate in fuga nello spazio del mondo, o pregare con il Rosario in mano per la perdita di una persona a noi cara, consapevole che verrà tutto restituito al doppio di quando ho saputo dare per quel senso etereo sempre vigile e presente di protezione e solidarietà che non abbandona mai nessuno. Intanto è ancora una volta Pasqua di quel Dio. che è venuto da noi per la salvezza del mondo, con il sacrificio del suo stesso corpo.

Questo la detto Lui, il Figlio dell’uomo, Gesù, e che ci importa a noi di Lui. E difficile seguirlo, e’ impegno troppo grande Amarlo, stiamo bene anche senza, che ci si pensa da noi, qua sulla terra, con le nostre quotidiane tribolazioni ad espiare delle colpe fatte, semmai ne avessimo compiuto, che nessuno ne compie, siam tutti buoni e bravi… Cosa può importare a noi se Maria ha ricevuto l’annuncio dell’Angelo che gli prediceva che sarebbe stata la Madre di Dio in terra. E ancor meno ci interessa la Sua Visitazione alla cugina Elisabetta che di li a tre mesi avrebbe partorito  San Giovanni Battista.  Della nascita di Gesù ci può solo interessare come avvenimento storico di un Grande uomo, di un Predicatore, di cui si debba venerarne la Sua presentazione al tempio,  alla fine, anche di questo poco ci importa, nella pari misura che non ci può riguardare il suo ritrovamento al tempio tra i dotti.

E perché dovremmo interessarci al battesimo sul Giordano di Gesù?  Non è rilevante che l’abbia battezzato Giovanni Battista figlio di S.Elisabetta che era un uomo comune, per noi poteva essere ancor più comune di Gesù stesso. E non ci interessa nemmeno il Suo primo miracolo compiuto perché la Vergine alle nozze di Cana glielo chiese, e Lui trasformo’ l’acqua in vino, ma che differenza fa!?.  Come non ci può importare un bel nulla che Sia salito sul monte seguito da una moltitudine di gente, e li, abbia annunciato il Regno di Dio, e che si Sia Trasfigurato sul monte Tabor innanzi a Pietro, Giovanni, e Giacomo, potrebbero essere stati suoi “complici” per vana gloria. E forse ci importa davvero niente che Gesù abbia istituito l’Eucarestia come messaggio da tramandare nei secoli a perpetua testimonianza del Sangue e del Pane offerti per la salvezza delle nostre anime.

E che quella notte, la stessa  in cui fu tradito sudando sangue e acqua nel giardino del Getsemani, io non c’ero, Massimo nemmeno, noi non c’eravamo per essere sicuri che stesse veramente pregando al Padre perché sapeva di li a poco di dover essere immolato per Noi, e che lo stesso chiedeva incessantemente il perdono di chi l’avrebbe crocefisso, io non c’ero, noi non ceravamo.  E non è facile nemmeno credere che all’alba, sia stato sommariamente giudicato e poi flagellato quasi a morte, e tanto meno essere deriso con una canna posta in mano mentre gli coronavano il capo delle spine di rovo. Deriso da gente che come leoni feroci lo attorniarono, e con schiaffi, sputi, graffi e altri supplizi lo tormentarono a piacere. La stessa perplessità che può nascere dal pensare che qualcuno possa sopravvivere alla salita con la croce che Gesù fece sul monte Calvario, maltrattato e pungolato in ogni dove, cadde tre volte genuflesso, e sfinito fu incitato a rialzarsi a suon  di frustate. E non ci importa nemmeno di sapere se dopo aver piegato il capo sulla croce Gesù disse… Padre nelle tue mani consegno il mio spirito… e il soldato Longino gli squarcio’ il costato da cui uscirono le ultime gocce di sangue ed acqua, e Lui spirò, consegnandosi alla Misericordia del Padre.

E ancora a nulla ci può interessare se poi e’ Risorto dopo tre giorni  sconfiggendo la morte e subito dopo è asceso al cielo, inviandoci lo Spirito Santo a testimonianza perenne di Lui e del Padre che con lo Spirito Santo son Trini.  Innalzarono subito dopo la loro Madre anima e corpo in Paradiso, che fu Coronata a Regina del cielo e della terra e per sua intercessione, donarci la Perseveranza e la crescita nella Virtù fino alla nostra morte, per raggiungere la corona eterna che ci è stata preparata. Son tutte cose che a noi non necessariamente ci possono interessare… però… però sorge spontanea una domanda. Perché Gesù avrebbe fatto tutto questo?

Non ha voluto per questo onori o glorie terrene, non ha beneficiato di conquiste o denari, ne ha chiesto gli fossero attribuite cariche speciali o poteri politici,… E allora perché? Ed ancora si associa  e ci si pone il quesito del perché siam nati, la vita è un soffio di vento, ieri avevo vent’anni, oggi ne ho cinquanta e domani sarà tutto finito qui sulla terra… perché rifiutare a priori che un entità Divina sia scesa dal Cielo per non rendere vana la mia misera e esigua esistenza. Perché rifiutare di credere che il Signore si sia immolato anche per me a mondare i miei peccati terreni. In fondo non mi ha chiesto nulla in cambio se non Amore, che di Amore si vive, Dio. è Amore, lo stesso che vive il mondo in continua lotta con se stesso alimentando il male. E allora Credo, e allora dono per dare un senso logico alla mia diversamente inutile esistenza e son certo che adesso Massimo la penserebbe come me e non storcerebbe il naso a sentir parlare di religione e forse nemmeno avrebbe torto, almeno per chi parla di religione senza avere nell’anima la Fede.

Gesù nel sinedrio venne investito con una corona di spine sul capo spinte a forza dalle mani forti di due aguzzini. Maria venne incoronata Regina del Cielo e della terra dallo stesso suo Figlio che doveva compiere un disegno di pace e amore sparso a piene mani sulla terra. Adesso il corona virus che si crede un dio, ha imitato Napoleone e si è auto incoronato Imperatore ma la sua investitura non è stata proclamata da nessuno… è una corona maledetta, invisibile, porta maleficio e morte. Allora accetto con benevolenza un Credo che nulla impone, e non preclude al modo di vedere la luce oltre il buio dell’indifferenza, oltre la coltre nebulosa dei dubbi e delle paure, oltre il niente che abbiamo senza Dio. e che si possa risorgere tutti nello spirito di questa nuova Pasqua, a sua immagine e somiglianza, e strapperemo quella corona che non brilla posta sul capo sbagliato del male. Allora Credo, e allora cercherò di donarmi per dare un senso logico alla mia diversamente fragile esistenza e son certo che adesso Massimo la penserebbe come me e non mi guarderebbe male come si guarda un “bigotto” o peggio ancora un “esaltato”.

Ogni giorno abbellisco il mio giardino, e memore di un ricordo adolescente, aggiungo un fiore là dove è l’angolo più nascosto. Papà diceva sempre che il lavoro più bello deve sempre essere svolto dove non si vede, perché dove si vede e persino troppo facile far  bene. Come dire che far del bene non va mostrato come un trofeo della propria persona, se meriti lo sapranno gli altri e ancora prima lo sa Dio. che è la più bella garanzia che il fiore nascosto sia il più bello del giardino. Deporre un fiore in un angolo nascosto, e come ci si rivolgesse con fare ‘sacro’ a dire che il bello è anche dove non si vede… e io, il mio Dio. non l’ho mai visto.

Come mostrare una immagine Sacra ad un pubblico di fedeli. Infonde gioia, amore e coraggio. È dire che quel bel fiore sorride alla dura mora che è nata spinosa e ribelle e si insinua in ogni dove, sorride alle erbacce e le cicorie in fiore. Sorride a tutte e a tutti quel bel fiore nascosto, e dice loro, io son bello ma fragile, e la mia bellezza svanirà presto, se non mi colgono gelate di freddo polare, sarò ancora tra voi un altr’anno, qui, nell’angolo nascosto. Con voi, che mi avete protetto dall’impeto del vento e dalle sferzate di acqua e gelo che arrivavano dalle colline. Io sono un fiore bello, ma sono ancor più fragile in un angolo nascosto. Ho bisogno di amici, e perché non il rovo, l’erbaccia e la cicoria in amore? Perché?  Abbiamo tutti bisogno di “Qualcuno” in questo momento. Ognuno si scelga l’appartenenza su questa terra che ha guidato il suo cuore nel corso della sua esistenza e faccia appello al senso di Comunione fraterna. Siamo in un angolo nascosto, difficile da individuare ma ci ha trovati lo stesso. Allora non mi resta che chiedere la collaborazione del rovo di more, dell’erbaccia selvaggia e la cicoria che mostra il suo sole più bello. Con loro, con la fede e la speranza Vinceremo.

E Ognuno pensi alla luce che riesce a vedere in fondo al tunnel e preghi il suo Dio. compresi quelli che osano pensare di esserlo… sono già perdonati. Vinceremo, e saremo tutti migliori dentro. Massimo non raggiungerà subito il Paradiso… e ancora fuori dal cancello ovattato in attesa che due Angeli lo facciano entrare, è nella sua urna nascosto in un angolo, attende il suo turno, attende di mondarsi dalle buone intenzioni che ha permesso si facessero spazio sulle intenzioni. Al momento è un bel fiore nascosto dagli sguardi indiscreti del mondo, e non viene perso d’occhio nemmeno per un istante dal giudizio che l’attende, ma Massimo ora ben sa, che quel cancello prima o poi s’aprirà.

Un periodo buio quell’aprile. Ci si contentava di vedere i germogli su tutte le piante da frutto quando per l’ultima passeggiata nel giardino le osservavi come non s’era mai fatto. Le notizie di tutti i telegiornali televisivi dopo aver chiarito la situazione odierna sul corona virus… o covid19, ( per non perdere il vizio di rompere i coglioni anche in questa occasione nel dover obbligatoriamente imparare termini nuovi) nuove interpretazioni di linguaggio, depistati su sentieri del fatuo, del superfluo, lo stesso che dire in Italia buongiorno ’signore’ come stai! e tramutarlo tra di Noi in un… alò!!

Ci si veste sempre nel modo peggiore. A chi importa mostrare le scarpe nuove e la felpa di marca, non c’è nessuno da stupire e nessuno può essere interessato. Meglio mettersi degli scarponcini da montagna che son più comodi e van bene per due passi nel giardino e per i tanti che un giardino non hanno, si ritrovano negli angoli delle scarpiere, vecchie ciabatte della squadra del cuore, o pantofole comodissime pagate un botto, ma non erano di moda. Si riscoprono pigiami che ne avevi dimenticato l’esistenza. La moglie di Mario, Panna, ride quando il suo uomo ormai attempato indossa pigiami con rane e tartarughe, e Mario un po’ si vergogna della ‘pancetta’ che ha messo sù in questo momento di arresti domiciliari per tutto il mondo.

Un po’ si vergogna, ma la sera dopo, indifferente ne indossa uno con decine di caschi multicolori da motociclista… “roba di metà dei suoi anni”. In questo blindamento temporaneo si scoprono oggetti, cose, fiori, alberi, che non avevi mai visto. Uno sguardo giornaliero alla moto di grossa cilindrata parcheggiata nel box sul suo cavalletto di stazionamento, bardata e pronta per un viaggio di parecchi chilometri verso il mare, lo stesso che fosse estate, invece abbiamo nel cuore il grigiore dell’inverno e al più là si può usare nel raggio di 200 metri da casa per andare a fare la spesa, ricordando di aver compilato correttamente il permesso di uscire di casa per necessità impellente. Adesso è solo un bel sogno del passato, e ce ne sono molti altri sogni al punto che qualche giorno ti capita di non scendere nemmeno le scale che portano ai box per guardare il tuo ‘bolide’, probabilmente è diventato più importante che la moglie cucini un buon pranzetto a base di cose sempre più semplici e poco costose, e il marito lavori nell’orto e raccolga ortaggi e frutta. Ogni tanto il pensiero va a dove si è dimenticato l’orologio o un anello che porti sempre al dito, ma non importa più nemmeno cercarli e tantomeno indossarli, l’ora viene data da un infinità di telegiornali che si ascoltano anche malvolentieri nel corso di una interminabile giornata da prigioniero, e gli anelli non importa portarli perché non li vede nessuno… altri oggetti di cui ora, ci si rende realmente conto della loro totale inutilità.

Nella preistoria la donna badava ad attizzare il fuoco per cucinare la carne che l’uomo si procurava per la sua famiglia. Spesso quando l’uomo partiva per la caccia non faceva più ritorno a casa, veniva soppresso dalle fiere che tentava di abbattere. Oggi l’uomo in ‘corona’ deve procurasi ortaggi e frutta, se non può deve comunque farlo al supermercato. Chi non ha un giardino, deve andare al  supermercato e non è certo più semplice che vangare e innaffiare.  Dopo un fila di almeno mezz’ora, si infilano guanti e mascherina, il carrello è obbligatorio venga preso anche per acquistare un chilo di patate, così si debba mantenere la distanza di sicurezza di almeno un metro tra  una persona e l’altra, ricorda molto il cavernicolo che andava a caccia non sapendo con certezza fosse riuscito a far ritorno.  Da domani 5 aprile scatta l’obbligo per tutti di indossare la mascherina che ancora qualche ‘duro’ non si metteva. E di ‘duri’ c’è n’e da dire con numeri massicci. Molti giovani sono gli onnipotenti per eccellenza e se esiste un divieto lo devono violare per forza. Non sarebbero dei “giusti”, non sarebbero loro, e creano disagi trasmessi alla salute altrui. Come gli irriducibili del lavoro, che benché ben sappiano che una pausa di due o tre mesi, non li possono uccidere finanziariamente, ma! Bisogna dare il buon esempio… e poi solo i lazzaroni non si muovono… idee contrastanti, vivi e lascia vivere… solamente che se vivi tu, oggi, con il “corona”, vivo anch’io domani, se fai il coglione moriamo tutt’e due.

L’ultima Pasqua di Massimo nel 2019, non la festeggiò con la sua solita vacanza ai tropici o in qualche altra bella località balneare della sua Italia. Era finita da un pezzo per Lui rimanere a casa per dipingere uova sode o raccogliere cicoria nei prati, ma Massimo non la festeggiò in alcun modo perché da quando gli morì Rebecca disse di non “credere più” e perciò Pasqua per Lui era un giorno come un altro… non festeggiò anche perché il nostro sistema di vita moderno, impone delle regole basate sulla quasi totale superficialità, e questa, chiama denaro che lo sventurato uomo in quel periodo non aveva e quindi dovette rimanere a casa con pochi spiccioli. Ma Mario non credeva a tutto questo, crede invece che Massimo si sia arrabbiato molto con il Cielo per la perdita della sua adorata figlia neonata prematuramente scomparsa, ma pensa anche che nella sfera delle sue frequentazioni, Dio. ‘esistesse poco o nulla’ anche prima della disgraziata dipartita della sua bimba, e un po’ per comodo e un po’ per ‘imbarazzo’, lasciò che Dio. non fosse importante per Lui. Del resto il prete ‘grigio’ che officiò l’omelia funebre non avrebbe parlato di Massimo come una persona tanto buona e sensibile, e ancora Massimo pochi mesi prima di morire non avrebbe invitato Mario al cimitero per deporre un fiore sulla tomba di Elio. Un amico che pochi anni prima, era stato colto da un tumore che non gli diede scampo e passò gli ultimi mesi della sua esistenza con Massimo che se lo portava appresso quasi ogni giorno, nella speranza di farlo tornare in vita ancora un po’. Sono sicuro che Massimo è morto timorato di Dio. … non aveva altra scelta a quel punto. Era l’unico modo per potersi ricongiungere al suo tesoro, Rebecca.

 

 

 

 

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