FEBBRAIO. Solo per oggi (completo)

01 FEBBRAIO 2020 Santa Verdiana, Santa Brigida, S. Severo, S.Orso, Santa Brigitta

♦Il mite Febbraio, con i suoi ventotto giorni e mezzo è il mese più corto dell’anno, passa leggero come una piuma, senza dar fastidio alcuno. Mostra qualche Bucaneve qua e là, e qualche figlia partorita dalla sua timidezza che si trasforma in primule gialle, viola, bianche e a volte tre colori insieme nello stesso petalo. Febbraio passa… in punta di piedi, come ricordo di un inverno che se ne sta andando, preludio di una primavera che arriva. C’è tanta tenerezza nel cuore, Febbraio mescola la simpatia alla malinconia, un miscuglio di tenerezza.

02 FEBBRAIO 2019 presentazione di Gesù al tempio, S. Sabatino.

♦Imparare a volare. Un brutto giorno per un giovane ignaro. O forse un bellissimo giorno “sotto l’aspetto Divino e non terreno”. Meglio parlare di Icaro che ci ha provato e s’è scottato le ali. Icaro poi, scagliandosi da quel dirupo, non si salvò e affogò nel mare sottostante. È volato troppo alto, vicino al sole. Suo padre glielo aveva detto che la cera sulle ali si sarebbe sciolta, ma lui testardo ha sfidato la sorte, come noi ora che abbiamo risvegliato la bestia e stiamo sfidando il coronaV.

Forse anche noi abbiamo volato troppo in alto, come Icaro, e se la mitologia è frutto dell’invenzione della mente, fantastico nondimeno è il morbo invisibile che ci assale. Forse il rimedio più efficace è volare più basso, fare come i cani che abbaiano quando serve e non vogliono mai volare e per essere sicuri di ben toccare il suolo usano quattro zampe, così da rimanere saldamente ancorati a terra, che a volare ci pensano gli uccelli. Intanto, il ricordo di Te, Gloria, sarà indelebile come la mia anima, non so quando, ma ti raggiungerò e ti chiederò umilmente scusa, anche se so che mi hai già perdonato. Ciao Gloria… tuo per sempre.

03 Febbraio 2020 S.Biagio, Santa Ofelia, S. Oscar, s.Adelino

♦Sei un bosco di pensieri nella mia mente che il sole non fa passare.
Sei un fiume di parole che l’attraversa.
Sei l’aria che tutt’intorno respiro.

Eri mia e lo sarai per sempre, ero tuo e lo sarò fino alla fine del mondo, amore mio.
Ora la tua luce non passa tra le fronde e io non vedo più il colore dei tuoi occhi.
Sei l’aria che tutt’intorno respiro, eri mia e ti ho persa tra i rovi spinosi della vita dove adesso ti sei rifugiata.

Colsi fragole nel giardino sbagliato, mai frutto molto dolce è ancora amaro come il sapere che non troverò il tuo sorriso tra le lenzuola di questa casa ormai vuota anche del tuo profumo.

Forse un giorno mi perdonerai e sarò qui ad aspettarti e il bosco dei miei pensieri tornerà a risplendere nel cuore.

Avrò un fiume di parole da dire al mondo che m’ascolta perché…                                                                                Sei l’aria che tutt’intorno respiro.
Sei l’amore che non ho mai conosciuto, l’amore che trasforma tutto in una magica follia che ti fa vedere le stelle brillare come non s’erano mai viste.
Anche non tornassi più a rivedere la luce, Tu Sei.

04 FEBBRAIO  2020 S.Giliberto.

♦Lettera dal carcere.

Passerà il tempo di questo sbaglio e saprò starti vicino, un giorno tutto finirà, ci sveglieremo accanto e staremo per sempre insieme.
Conto le ore e ripenso al passato che ci ha visto felici e, non contento, ho cercato per noi la stella più in alto da raccogliere, ma era troppo lontana, oltre i confini del bene e, pur sapendo di sbagliare, ho voluto riempire a misura già colma del sacco che conteneva tutto il nostro Amore e non avevo più corda per chiuderlo, così se n’è volato via.

Vedo il sole filtrare dalle sbarre dei miei occhi e del mio cuore, seguo la luce che ci separa e anelo di starti accanto, intanto conto i giorni e i mesi che sono una pena infinita senza il calore dei tuoi baci.

Tornerò amore mio, aspettami è stato solo un errore umano, il vero errore sarebbe non amarti.

05 FEBBRAIO 2015 Santa Agata, Santa Alice, Santa Heidi.

♦Ad un funerale ci vai perché è un parente, o un amico, o un semplice conoscente con cui hai scambiato qualche parola di tanto in tanto. E sei lì, con il profumo d’incenso nel naso. Pensi ai suoi cari, a cosa provino in quel tristissimo momento, e ti vengono alla mente i tuoi brutti ricordi, nei quali era tuo il dolore, e non sai quanto dispiacertene.

Ti prende un brivido sottile e sei innocentemente contento ora non sia per te. Sei sinceramente dispiaciuto per coloro a cui tocca, che tocca a tutti nella vita di conoscere l’altra faccia del destino, quella buia, quella nera, quella che poi porta alla luce vera.  È legge di natura e a quella, per grazia ricevuta, non c’è rimedio, altrimenti saremmo di fronte all’ennesima ingiustizia sociale dove prevale il potere, che già troppo danneggia il nostro mondo.

E poi pensi a quel poco che sai del trapassato. Lei, Michela, era del Piemonte, Lui, il marito, una guardia di finanza del Trentino. Ed è già bella la storia. Nel tempo della terribile guerra Lui era di stanza militare al paese di Lei, nelle Alpi, e sbocciò l’amore con la sua stupenda naturalezza, da lì il trasferimento nel bel mezzo delle due regioni, ad Alzano Lombardo, in Bergamo.

Il destino aveva deciso così nell’immediato dopoguerra, lì diedero alla luce due splendidi figli che allietarono la loro esistenza. E per rimanere in tema di divisa, Albino, il marito di Michela fece il vigile sino alla pensione in quel paese, per poi andarsene per primo avanti nell’ignoto noto, e Lei Michela, resse per poco il distacco di quel bell’amore, prima si ammalò, e poi decise di andare dal suo Tesoro che la stava aspettando.

Era una buona età per seguirlo, ma la mamma è sempre la mamma ed il dolore per i figli è immenso. Lo han detto le loro lacrime durante la funzione. E così la domenica al bar non sentirò più dirmi … BuonCiorno! Per tutto il Ciorno. La signora Michela lo pronunciava così il buongiorno, alla ‘Svizzera’, forse retaggio del suo dialetto piemontese d’origine, spesso mi divertivo a farglielo ripetere ogni qualvolta finivo la mia colazione, rivolgendomi a Lei con voce alta salutandola per primo.

E un’altra mamma se n’è andata in un posto migliore a prendere il premio per una vita spesa all’insegna dell’amore profuso negli anni per i suoi cari, e per tutta la gente intorno che lo ha meritato.

A proposito, l’ho detto ad altre persone prima d’ora e adesso anche a te signora Michela, per favore quando di spirito avrai abbracciato il tuo Albino, non ti scordar di andare dalla mia mamma Marianna, a ricordagli che suo figlio Annibale non l’ha mai dimenticata, e la amo come allora, e ora di più, domani mille volte tanto.

Ciao mamma, ciao signora Michela, ciao a tutte le mamme che lassù ci stanno aspettando, perché una mamma non muore mai, va solo avanti, a tutte le età per darci ancora amore, per rimboccarci le coperte prima di dormire.

06 FEBBRAIO 2019 Santa Amanda, Santa Dorotea, Santa Fedora, S. Gastone, S. Guerrino, S. Paolo Miki.

♦Avessimo pensato solo a vivere di pane e d’Amore, avremmo di che sfamarci tranquillamente come fanno le formiche che sono infinitamente più numerose degli uomini. Purtroppo ogni Stato del mondo spende più soldi  per gli armamenti che per sfamare i popoli indigenti, impossibile a questo punto sperare che Noi si viva autonomamente, come gli uccellini che sono infinitamente più numerosi degli umani. Adesso noi uomini tuttalpiù possiamo mettere dei teloni sopra la schiena di qualche ghiacciaio per rallentare il loro disgelo che ogni anno aumenta, ma non siamo in grado di sfamare i bambini d’Africa e di ogni parte del mondo che ogni giorno muoiono di fame. Chissà se quella mela colta senza permesso ha causato tutto questo.

Pur essendo cattolico praticante, non credo che Adamo istigato da Eva abbia trasgredito ad un “ordine superiore”. Dio. c’è ma non penso abbia avuto tempo di mettere alla prova l’uomo e la Donna in un giuoco un poco subdolo come quello del “se cogli la mela non va bene”. Del resto non ha neanche detto che ha sfamato di “cibo” 5000 persone che lo stavano ad ascoltare,  più donne e bambini… il tutto con solo cinque pesci e due pani… è più probabile che Gesù, rivolgendosi ai suoi Apostoli, abbia detto, sfamate voi il popolo che ha bisogno di ‘verità ‘ e sapere. L’uomo ha travisato, ha allungato la mano sulla mela o più mele (perché non si è accontentato di una) e Dio. stette a guardare.

L’uomo ha costruito grandi città e reso migliore la vita di pochi e innalzato una barriera di ferro sempre più alta con il resto del mondo. Il contrario di ciò che succede alle formiche le quali lavorano nel bene comune o alle api che portano miele alla loro regina. Se il mondo funzionasse al contrario, gli uccellini invece che avere il cibo dalla natura, perderebbero la retta via e si adatterebbero a ricevere cibo dagli uomini come del resto fanno alcuni gabbiani. Gabbiani ignari, gabbiani come molti uomini che hanno colto la mela proibita e ora dipendono dalle loro grandi città e si sfamano di rifiuti.

Copriamo la schiena di un ghiacciaio come il pastore copre con un panno la schiena della mucca partoriente pensando che sia la stessa cosa, ma non è così.  Piantiamo nuovi arbusti nella foresta amazzonica, come nel giardino si coprono di rete fina i gerani in ‘vista’ di una tempesta, e fingiamo di non pensare alle specie di animali che ormai non hanno tempo di aspettare i frutti che nasceranno da quei giovani alberi. Se all’inizio dei tempi avessimo pensato a vivere di pane e amore, adesso saremmo tutti ricchi.

07 FEBBRAIO 2020 ARA.  S.Teodoro, S. Riccardo, Santa Giuliana.

♦Mi guardo allo specchio, dopo l’ennesima e inutile telefonata con quella persona della quale non ricordo già più il nome dopo dieci minuti. Ho voglia di altre parole. Esse possono essere proiettili ma anche squadre di soccorso.

E allora vieni che ti faccio vedere come si crea una tempesta passando la mano sopra antiche fotografie impolverate. Il resto lo si scopre da sé. Perché il vero sta bene con tutto. Il falso, con tutti.

Come il tempo, io resto. Lo leggo sul volto dell’ombra che incontro. Lo sento toccando le mani che stringo. Lo guardo nel vento e sul prato che pesto. Lo vivo sputando e caparbio imprecando. Lo passo sul fuoco che non si è mai spento. Lo meno in avanti con quello che ho fatto. Lo immagino ancora con quello che vivo. Lo stringo sul cuore che ancora mi porta.

Non ho più paura per la sera o la fine, di quella che resta, di quella che viene. Di quello che ancora mi continua a stupire. L’amore che Lei mi prepara contenta. Lo vivo così, lo leggo sul volto. Lo sento toccando le mani che stringo. Lo vedo negli occhi dell’amore che ho, come il campo che pesto, come le ore che sono.

Amore dovuto, motivo per restare. Il tempo lo sai, non ci può più lasciare. Il tempo ci vuole, e ne chiediamo ancora. Col tempo io resto. Col tempo io sono. Contento di noi. Felici del dono. Come il tempo, io resto. 

08 FEBBRAIO 2019 ARA. S.Gerolamo, Santa Giacomo, S. Girolamo.

♦Nuvole di sassi e sventagliate di follia. Robe strane anche solo da immaginare. Ma sono sassi che tiriamo al pianeta con sventagliate di follia. Ora è stato scoperto un buco grande come il quartiere di Manhattan. Una grotta grande come un paese che nasce corrosa dall’innalzamento dei mari, al di sotto della calotta artica.

Per una strana associazione, ci si potrebbe immaginare il volto di una madre che partoriva sotto il fragore di bombe sganciate nella seconda guerra mondiale, che scriverlo in minuscolo apostrofa la convinzione che nessuna guerra venga mai titolata con gloria. In un sogno di un passato ancora presente si può vedere lo sguardo disperato di quella madre che vuole difendere ad ogni costo quella figlia appena data alla luce. Quella donna la difendeva dall’uomo che la ghermiva di rumori inquieti e pensierosi.

Lo sguardo di una mamma orsa polare spicca serioso dalla tana. Il suo piccolo si è avventurato ad un metro dal loro rifugio e lei, l’orsa, sta a guardare vigile come una vedetta lombarda. I suoi occhi sono piccoli perché affrontano la luce dopo tanto tempo trascorso in letargo. Occhi piccoli e seri che scrutano guardinghi ogni movimento del proprio cucciolo. L’orsa non deve temere nulla non ha predatori che la possano impensierire. Eppure in quegli occhi si legge il terrore. Paura dell’uomo, che non dovrebbe essere un predatore ma diviene il predatore per eccellenza. È l’uomo che, inquinando, ha permesso il disgelo dei ghiacci dei poli e, così facendo, ha fatto sì che si formasse una grotta scavata nel ghiaccio grande come Manhattan.

È sempre l’uomo che nel nome di una guerra ha terrorizzato l’arrivo di una vita nuova stampandolo tragicamente sul volto di una giovane partoriente. Come è facile giungere all’amore condiviso tra e fra la gente, troppo spesso fatto di diatribe futili quanto inutili, vanesie come l’origine stessa della loro natura. E dall’amore si passa all’odio, per grazia in rari casi, quando una o più persone non accettano di perdonare ammettendo la loro dose di colpe.

La croce è fatta di due legni che si sovrappongono, uno è sempre più lungo dell’altro ma senza quello più corto non sarebbe una croce. C’è chi offre e c’è chi suo malgrado accetta quello che non dovrebbe accettare, con il senno di poi… sovente ‘troppo poco poi’.

Perdonare e passare oltre è l’unica soluzione. Perdonare è un dono di gran lunga più grande del coraggio. Il perdono va oltre il coraggio. Da un impulso coraggioso si può cogliere autostima e nobili intenti per il futuro, ed è un bel star bene ma non del tutto soddisfacente. Saper perdonare è la liberazione dell’animo, per questo è tanto difficile la sua verità. Saper perdonare, prima pareggia e poi vince sull’atto di coraggio più grande che è immolarsi per un fratello. Lo pareggia e di merito lo supera perché perdonare non è solo donare la propria vita per gli altri, significa continuare a saper vivere la propria con dignità per aiutare gli altri. Un modo come un altro per colmare il grande buco dei ghiacci e non vedere più l’ignoto nel futuro di un bimbo che nasce.

09 FEBBRAIO 2018 ARA. S. Rinaldo, Santa Apollonia.

♦L’età non conta, la differenza la fa sempre e solo il cuore. Si vedono luci tenui diffuse in un bagliore discreto che rende l’idea dell’inverno con quel loro soffuso color salmone. Sono i lampioni che ornano la strada nei giorni nostri e la illuminano come fosse un presepio di tutti i tempi.

È un bel modo di osservare la vita con poesia. È la strada che è a ridosso della casa da dove sto a guardare per poi pensare e il giusto fantasticare. Ahimè, al momento non ci sono suoni di campane che un tempo non ci furono del tutto gradite, pochi metri dividevano i nostri sonni. Ugualmente le amo e ora le sento di rado, di frequente invece sento stridulo lo strisciare di auto che sfrecciano veloci come fossero piccoli bolidi da micro- pista.

Bei ricordi di quando montavo i pezzi della mia autopista. Era un impegno anche solo il pensare di combinare un 8 tentando di agganciare i pezzi nella sua forma. Lucidavo i pattini ramati che spuntavano di sotto le ruote davanti dell’automobilina e li assottigliavo con la punta delle dita perché fossero il più possibile aderenti ai due “binarietti” d’argento. In questo modo ricevevano meglio la scossa necessaria per schizzare via a tutto gas quando si pigiava sul pulsante con foga sconosciuta.

Come l’8 del gioco era pure il mio ottavo compleanno, lo stesso anno in cui ricevetti la mia Prima Comunione. Quando guardo la foto che mi ritrae dopo aver felicemente ricevuto il sacramento, mi rivedo in calzoncini corti color aviatore, giacchetta stessa tinta e rigorosi calzettoni di cotone bianco con risvoltino, così che sarebbero durati per almeno due o tre anni a venire. La camicetta era bianca con colletto rotondo e fiocco blu  annodato a mo’ di pacco regalo. Da allora in poi ho solo esagerato con l’impeto dei venti anni che cominciano appunto dagli 8 e finiscono a 21. Dopo questi spesso si fa confusione fino ai 40. Ho cercato di raccogliere gioie e dolori e mi sono quel poco goduto l’arrivo dei 50 anni che ho vissuto con lo spettro della consapevolezza di dover girare pagina. Era la prima volta che dovevo ammettere che qualcosa stava cambiando. Un’altra misteriosa fase di vita, forse diversa ma se presa con la giusta dose di ottimismo, non meno bella di quella vissuta. Dopo i 50 ho continuato, incurante del trascorrere del tempo, ad osservare cieli, piazze, tetti e una strada color mandarino che “emana” un sottofondo sonoro di latrati dei cani da caccia che giungono lamentosi persino dai monti lontani ma mai troppo.

È bello osservare la strada e di lato un incantevole giardino. S’ode il perpetuo scrosciare di un ruscello che ha sempre voglia di chiacchierare. Vedo la notte che veste di un serio blu che lascia vedere solo le stelle più grandi, una fredda notte buia che illumina alberi con dita nude che cercano il cielo. Quando queste immagini entrano dagli occhi vanno dritte al cuore lasciandomi senza età, e questo è ciò che voglio continuare a vedere ogni sera.

10 FEBBRAIO 2017 ARA S. Guglielmo, S. Indio, Santa Scolastica.

♦Un fiore è Vita. Lo dicono i suoi colori e lo dice l’amore che da lui prende forma e fa fiorire il suo incanto anche dalla nudità di una strada lastricata della materia più dura, come l’amore che fa breccia nel più duro e ostile dei cuori.

Si può essere qualcuno senza essere stati al servizio di nessuno. Forse non sono tipo da storie lunghe, sono tipo da storie infinite per sentirmi in fiore e offrire il nettare migliore nell’azzurra speranza che un’ape mi faccia fare l’amore con la vita. Come un fiore sbocciato riempie gli occhi e inala profumo inebriante di gioia o come un fiore appassito chiede ancora una briciola d’amore per riempirti di tenerezza il cuore. Quando ci si sente fiori appassiti si è già serviti a qualcosa, perché abbiamo contribuito a dare vigorose pennellate al disegno del firmamento.

È così che si prende coscienza di essere serviti ad un qualcosa o ad un qualcuno ma a volte può capitare non ci si renda conto, allora si inciampa, ci si inginocchia e poi si cade, ci si rialza, sempre che ci si ricordi il perché si è caduti. Del resto chi non sa cosa significhi cadere, può essere che viva una vita più piatta di chi è caduto. Non avrà mai il maledetto, benedetto bene di dare prova di sapersi rialzare dopo un bizzarro e turpe gioco del destino che io considero sia il semplice risultato delle nostre azioni. Che se al signor destino piace giocare, noi giochiamo con lui, e tra una lacrima e un sorriso ci rialziamo perché la vita è un gioco. Mica puoi sempre lavorare e nemmeno si può vivere d’ozio. Verrebbero inevitabilmente a mancare il gusto di avere dei diritti e dei doveri, un impasto essenziale per dare un senso alle aspettative, ai dolori, alle gioie e agli amori.

Allora coraggio, ‘appassiti’ di tutte le categorie di appartenenza umana, se pensate di non servire più a nulla, pensate di essere serviti a qualcosa o meglio a qualcuno. Anche noi abbiamo attinto alla tavolozza dei colori che serviva a colorare il mondo in quel quadro universale.

Se non ci rialziamo più, rischiamo seriamente di privarci dell’immenso piacere di servire ancora a qualche ideale. Se ciò non avviene si sarà conseguito il cercare il meglio mai il peggio. Il meglio è sempre il più bello degli ideali perché il peggio non esiste se non nell’immaginario di una persona cronicamente delusa che si lamenta del male che ha e non prende nessuna medicina per guarire.

Siamo tutti dei fiori bellissimi, o lo siamo stati. Ognuna e ognuno ha dipinto o sta dipingendo il passare del suo tempo. Il cielo bisogna saperlo pitturare perché un giorno è blu, un altro azzurro, un altro ancora è grigio. Ogni santo giorno cambia di tonalità agli abiti che indossa e noi ci si arrabatta ad intingere i pennelli nell’impiastro di una vita per cercare di imitarne al meglio le sfumature dei suoi colori. Per questo abbiamo i fiori, essi si riflettono nello specchio dei nostri sentimenti a suggerirci le tinte migliori. Ecco che un fiore appassito può ancora servire per essere dipinto sulla tela dell’anima, può ancora intenerire Te… che sei la luce nel giardino fiorito del mio cuore.

11 FEBBRAIO 2014 ore 21.10 Santa B.V Maria di Lourdes, s. Dante

♦É difficile seguire il proprio cammino giorno per giorno, lentamente e con metodicità, incuranti di tutto ciò che succede intorno.  Questa parte in realtà avviene dopo che si ha sapientemente selezionato ciò che è bene e ciò che è male, quando si discerne il giusto dall’errore, quasi sempre rappresentato dalle azioni che si compiono, a loro volta impersonate da coloro che per dovere e per desiderio si sceglie di frequentare in una giornata.

Per fortuna c’è chi ti ascolta al sol patto che ci si ponga quotidianamente di fronte a delle scelte che caratterizzano il proprio vivere e plasmano il cammino terreno, per darci la possibilità di una salvezza promessa che nulla preclude ai desideri materiali. Ciò non è facile, dipende dalla predisposizione che si ha nel voler crescere umanamente parlando, nello stare con gli altri separando chi ti vuole succhiare linfa vitale dallo spirito, da chi invece vuole imparare a percorrere il suo cammino servendosi di te, prendendosi a prestito quel che ti è stato dato per grazia divina, dunque attingere a ciò a cui tu sei difficoltosamente arrivato.

Non che si siano scavalcate montagne invalicabili, sei solo un poco più avanti e te ne rendi conto, perché la vita non è stata rose e fiori per te. Chi ha amore per sé non ha mai vita facile, tanto gli viene dato, tanto e più gli viene chiesto, anche se in fondo non è impossibile. Dio. non chiede mai più di quanto tu non possa dare… anche quando il fardello delle pene pare insopportabile.

Lottare, sempre lottare con la quotidianità, questo è l’imperativo. Un continuo cercare le risposte là dove il male arguto e non poco intelligente si insinua per tentare di ostacolare il tuo cammino, per impedirti di vedere la luce, quella luce che tutto rende più chiaro ai tuoi occhi. Quella che ti fa sopportare le ingiustizie, che ti sprona a nuovi orizzonti, a nuove mete, con i suoi dubbi e le sue incertezze ma sempre con l’unico fine. La stessa luce e risposta che ci arrivano in continuazione mandandoci segnali inequivocabili sulla divina presenza che sempre e dovunque impera con il suo incommensurabile amore.

Il male è lì, accanto a chiunque e si manifesta trionfante in mille forme di mala umanità. Rimangono comunque innumerevoli casi di strapotere dell’amore. Solo deboli, stolti e insoddisfatti perenni lasciano che il loro cuore venga occupato da segnali di disturbo da parte di fosca entità maligna. Essa se la ride quando carpisce una di queste miserabili vittime.

Difficile scalare il monte con piedi e anima nudi ma anche impensabilmente facile stare dalla parte di chi perdona sette volte sette. Difficile stare dalla parte del bene ma non impossibile. C’è sempre un posto bello oltre lo sguardo.

12 FEBBRAIO 2016 ARA. S. Costante, Santa Eulalia, Santa Vittoria, Santa Eva

♦Eran sere d’estate, avevi la luce dei tuoi vent’anni negli occhi e, bella più di sempre tornavi da me scura di pelle regalandomi l’impeto della mia giovinezza. Vorrei vivere in un tempo futuro dove il male non mi possa raggiungere, ed io lo possa anticipare nelle sue mosse, dove anche l’ipocrisia corra e per quanto lo faccia non arrivi mai a me che disperatamente lo rifuggo.

Entravi da quell’uscio ed io entravo in te senza nemmeno un saluto, che le parole venivan dopo. Ora parlava l’amore vestito di baci e carezze di vento.

Vorrei vivere in un tempo futuro per anticipare il passato dove avrei preferito aver vissuto, perché il domani a venire non mi piace, è sempre stato più importante e superbo del mio essere, io sono troppo lento per poterlo vivere. So vivere il presente e lo saprei gustare se solo non perdessi tempo a difendermi dalle insidie della vita, ma è storia di tutti o di molti e di nessuno sapersi armare quando occorre. 

Socchiudevo gli occhi mentre mi sentivo nel blu infinito, li spalancavo poi incontrando i tuoi in quell’esplosione di sentimenti che alla fine mi faceva gridare ti Amo. Vorrei vivere nei giorni che furono, in un trascorso non troppo remoto glissando ingiustizie, ma arrivarci subito dopo per divenire inventiva di rinascita che allunga una mano e afferra chi ne ha bisogno e quel bisogno alla fine diventa spalla su cui mi appoggio anch’io.

Sono sere d’inverno, sei sempre con me per regalarmi ogni giorno la gioia di viverti accanto, e vengo in te con il trasporto di un Amore sincero. Vorrei vivere adesso ciò che ancora ha da venire guardando il tutto con lo sguardo di un tempo già vissuto negli occhi di un altro che mi sia d’esempio nelle gesta di un giusto, per quanto la giustezza mi si applichi in termini di giustizia con la fallibilità dell’uomo, così da errare quel poco che non dia troppo fastidio alla mia anima.

Ora più di allora parlano i sentimenti con languide carezze, i nostri sguardi si incontrano e ancora insieme esplodono per cercare quel blu che va oltre e diventa infinito. Vorrei… e rido, e piango, e soffro, e gioisco e Amo. Vorrei fosse ma non posso. Son giorni di ogni stagione, e da mattina a sera ogni volta che incontro il tuo sguardo pare primavera e mi dico, Cielo, fa’ che non smetta d’Amarmi.     

13 FEBBRAIO 2015 ARA. S. Benigno, Santa Fosca, Santa Maura

♦Chissà perché quel giorno doveva andare così. Chissà perché è andata in quel terribile modo. Che a quel punto le domande non bastano nemmeno se te le poni per una vita intera, e le risposte continui ostinatamente a cercarle anche se sai che non arriveranno mai. Un’infinità di domande si intersecano nella mia mente e tante risposte senza un senso logico. Che la vita è logica, o forse no, come l’atto d’amore che la genera, così come è logica la morte, quando però non sei tu l’inconsapevole arbitro di questa decisione, quando non sei tu, tuo malgrado a diventare il responsabile di una morte. 

E allora mentre Tu sei lassù, io rimango qua su questa stupida terra, con i miei perché,  i miei ma e i miei se, con la sola unica speranza di ottenere il Tuo perdono, come già ha fatto la tua mamma, restituendomi alla vita che non pensavo più di meritare, e ridandomi un senso per continuare a viverla.

E rimango qui a consumare i miei perché e i però, i miei ma e i miei se, per il resto di ciò che mi rimane da vivere, con la sola speranza del Tuo perdono, che sento mio sulla pelle e nell’anima. E lo chiedo incessantemente, ogni giorno che vede il suo mattino, dove io prego per Te e a Te. Ed è ciò che faccio da quel triste giorno dall’unico colore grigio di quel due di febbraio  di tanti anni fa, che nemmeno voglio ricordare con precisione, come se non volessi dare consistenza attraverso il tempo a una cosa che non vorrei fosse mai accaduta, anche se a ricordarmela per qualche minuto sono quei freddi  numeri argento ogni volta che ti vengo a trovare con la mia carne, con il pensiero, il mio cuore e la mia anima.

Tu sei sempre qui con me ogni giorno, e sei senza numeri e tempo, che non contano, rimane il fatto che meglio sarebbe non fosse stato mai. Il numero che ricordo è il tre, l’ora in cui sei volata in cielo dopo che la mia auto si è schiantata sulla tua. Probabilmente da allora, ho perso il senno se addirittura ti considero la mia amica del cuore, se addirittura sei, insieme alla mia mamma, il mio Angelo Custode. Da quel giorno devo essere impazzito a ricorrere a te quando ho bisogno d’aiuto, e vengo a pregare e a pregarti sulla tua lapide, ma lo so bene di essere un egoista e mi fa comodo darmi del matto, essere normale mi farebbe troppo male, non so se lo sopporterei.

Non so… mille le domande che mi sono posto e mille me ne porrò ma non c’è logicità in tutto questo, dentro me sento che mi sei amica e preferisco immaginare così per riuscire a proseguire il mio percorso di vita, perché senza pace non vivrei più. E lascia ti prego che mi illuda che tu sarai la prima che rivedrò lassù, dopo che avrò scontato il mio lungo tempo che non è il nostro tempo. E tu, se puoi, perdonami, che sarà più breve l’attesa.

Perdonami per il tempo che ti ho strappato dalle mani quel brutto giorno, per la vita che per mia colpa non hai vissuto. Perdonami Gloria. Chissà perché quel giorno è andata così, chissà perché…   

14 FEBBRAIO 2014 ARA. S. Valentino, s. Cirillo, S. Fiorentino, S. Apollonio

♦Erano gli anni tra il 1998 e il 1999, non ricordo con precisione, non ricordo mai con certezza, le certezze servono ad altro, le certezze sono altro. Impossibile però dimenticare quei tre lunghissimi anni a ridosso del 2000, quando mia moglie mi lasciò, ritmi insostenibili…ma questa è un’altra storia.

La vera storia qui è un’altra, è quella di Ivano. Non un amico di quelli con cui vivi esperienze comuni come andare a donne insieme, o con cui passi le vacanze, studi o lavori a fianco (il lavoro del resto non è mai stato per entrambi una passione). Lui invece la passione l’aveva e l’ha tuttora per la pittura. Io all’epoca tentavo la via dell’artista arredatore e dell’antiquario, anche se di tutte e due le professioni avevo, più che bravura, una gran passione.

Presi in affitto un negozietto ai piedi di Città Alta in una via storica, la via della milizia che, durante seconda guerra mondiale, era così chiamata perché la milizia appunto, vi si recava in cerca di sollazzo corporeo, di intrattenimenti con accondiscendenti signorine a pagamento, insomma faccio prima dicendo che i soldati in via S. Tomaso ci andavano a puttane in tempo di guerra, e la via era famosa appunto per quello.

Comunque Ivano un giorno si presentò nel mio negozio, che avevo chiamato la Bottega del Re e, come solo lui sapeva fare, mi chiese se volevo prendere a bottega un aiutante, dal momento che io comunque dovevo assentarmi parecchie volte al giorno. Avevo infatti un’attività parallela che mi permetteva di arrotondare le entrate, anzi diciamo che sosteneva in modo cospicuo l’occupazione artistica dell’antiquario che non era esattamente remunerativa in quel momento.

È un bravissimo ragazzo, disse, anche se con un trascorso di tossicodipendenza, ora non si fa più, beve qualche birra e fuma qualche canna ma tranquillo non si fa più ed è onesto, di lui ti puoi fidare. Va beh, quando me lo presenti? È qua fuori dal negozio! Il tipo se ne stava mestamente appoggiato alla moto di Ivano. Non aveva un buon aspetto, magro, scavato in viso, con i capelli biondi, belli ma sporchi e non curati, nemmeno i jeans e la maglietta erano lindi, non parliamo poi delle scarpe lise e luride.   

Mi girai quasi di colpo per mostrare una falsa indifferenza e indignato chiesi a Ivano chi m’avesse portato. Per risposta venni tacciato di stupidi pregiudizi nei confronti di una persona che nemmeno sapevo chi fosse, e siccome sono per mia natura incline ad essere accomodante, accettai qualche minuto più tardi di far entrare quel ragazzo nel negozio.

Una volta lì facemmo subito conoscenza, piacere dissi io, mi chiamo Annibale, per gli amici Bile, piacere rispose lui, io sono Carlo per gli amici Charlie. Ok Charlie, raccontami di te. Certo, sono stato per lunghi anni a servizio di parrucchieri famosi prima di diventare a mia volta proprietario, con dipendenti, di uno splendido salone di parrucchiere prevalentemente per signore. Penso per questo di avere una certa predisposizione al contatto con la gente, ci so parlare insomma e so anche essere convincente, poi…quel poi presupponeva qualcosa di drammatico e preferii non andare oltre.

Lo assunsi. Iniziò così un meraviglioso rapporto di amicizia che ben poco aveva a che fare con il lavoro. Charlie, una volta ripulitosi per bene, stimolato probabilmente da una ritrovata vitalità e comunque supportato da qualche soldo che da tempo non aveva, si rivelò una persona davvero speciale, spavaldo ma senza boria, la sua parlata era fine mai rozza, anche il suo accostare con disinvoltura sempre quei tre capi d’abbigliamento che lo contraddistinguevano tra mille, e ovviamente il saperli indossare, sempre allegro, spensierato. Era un eterno ragazzone che non ne voleva sapere di responsabilità e tantomeno di crescere. Perché mai doveva crescere?

Le donne per lui non erano mai state un problema, il suo fascino era un dono di Dio, i soldi li usava con una parsimonia maniacale, come uno spilorcio, quindi non rappresentavano un gran problema per lui. A Charlie non importava proprio di crescere, di diventare grande nonostante i suoi quarant’anni.

Ricordo la sua personalità, il suo essere Charlie, ogni locale figo della Bergamo by night era di suo dominio. Opportunista, non concedeva spazio a chicchessia, non fosse per un suo tornaconto, la moto, la sua immensa passione. Fu con lui che, di comune accordo, un anno decidemmo di non mollare la moto nemmeno per un solo mese, ci fosse sole, pioggia o neve.     

Venimmo imitati dai “fighetti” dei locali più alla moda. Ovviamente la Mercedes 3500 stava rigorosamente parcheggiata nel box, sennò che motociclisti eravamo, e comunque l’aveva detto lui, Charlie il giusto. Fu ancora lui che mi iniziò alla birra, la vera birra alla spina, quella dai gusti più svariati di una certa qualità. C’era poi quel locale tipico tedesco dove gustavamo la birra a seconda delle stagioni, la natalina, la pasqualina, e quella estiva, ma prima sempre o quasi sempre si trangugiava in sol colpo un bicchierino di grappa alle pere, per aprire lo stomaco diceva. 

Poi nella sua vita comparve Gegia, un’altra matta come un cavallo, l’unica differenza era che lei non portava bene l’alcol o meglio, diciamo che l’avrebbe retto anche meglio di noi, non fosse che beveva molto più di noi. A lei della moto non fregava molto, in compenso beveva vino e super alcolici, e fumava Marlboro rosse in quantità industriali, ma era una vera Signora, molto colta.  Lavorava da anni in un negozio di abbigliamento per donne di una certa estrazione sociale, le classiche persone con la “puzza sotto il naso”, ma la sera si trasformava e diventava una compagnona con cui era piacevolissimo trascorrere la serata.

Che coppia, che personaggi straordinari. Io e la mia compagna conserviamo ricordi dolcissimi e indelebili della loro presenza nella nostra vita. Qualche anno dopo, nel 2010, Gegia morì improvvisamente. Fu un duro colpo per la sua bellissima figlia avuta molti anni prima di aver conosciuto Charlie. Anche per noi fu un grande dispiacere.

L’anno prima avevo rotto con Charlie per il suo maledetto squallido opportunismo che tutto calpestava, sentimenti compresi. Offese infatti la nostra amicizia per il mero interesse, aizzato da una terza persona che di amicizia non ne aveva mai capito un cazzo e non ne capirà nemmeno mai, sostituendo l’amicizia con lo sporco interesse personale. 

Evidentemente Charlie e il terzo incomodo si trovarono per il vile denaro e forse perché avevano in comune pure lo stesso nome di battesimo. Avevo ben presente quale opportunista fosse e, arrabbiato per il suo comportamento, non volli più essergli amico. Non doveva essere una cosa definitiva, gli avrei dato il giusto tempo per rendersi conto del suo sbagli. 

Nonostante qualche sua avvisaglia di pentimento, la cosa proseguì per due anni e più. Solo ora mi pento amaramente di non aver mollato prima perché Charlie, un anno dopo l’inattesa morte di Gegia, morì a sua volta. 

Si fa presto a scrivere la parola “morte”, non altrettanto in fretta si riesce a dimenticare. Ho dentro di me, cucito addosso, dappertutto, il rammarico di non aver saputo perdonare. Così che sulla sua tomba ancora oggi glielo dico ‘Charlie sei uno stronzo ad  avermi piantato in questo modo’. Poi guardo la sua foto, che si distingue tra mille, e sorrido pensando che ci rincontreremo e rifaremo quelle magnifiche cavalcate in sella alle nostre moto. 

Due amici prematuramente scomparsi di cui ho fatto testimonianza nel bene e nel male. Per arrivare a oggi, alle ore quindici del due febbraio di quel maledetto millenovecentonovantasei, quando qualcuno o nessuno aveva deciso che dovesse andare così. Per causa mia ho perso un’amica che non conoscevo, un’amica che insieme a Charlie e Gegia mi sta aspettando là dove mi hanno solo preceduto, un’altra a cui non smetterò di chiedere perdono, anche se so che insieme alla sua mamma lo ha già fatto. Ciao gloria.     

15 FEBBRAIO 2020 S. Faustino, S. Giovita, Santa Giorgia, S. Sigfrido.

♦I Dodici Apostoli sono stati sostituiti e si sono moltiplicati.
Ci eravamo stancati di ascoltare sempre di miracoli e cose belle e buone fatte dal Figlio dell’Uomo testimoniate da quei “12”. Basta!

Finalmente abbiamo oratori di pace e di serenità che hanno altri volti e altri nomi e soprattutto sono per la gran parte donne e non solo uomini come i “dodici”.

Adesso abbiamo gente famosa nel mondo dello spettacolo e dello sport e ci sono ’le’ o ‘gli’ influenzatori, e per fare in modo di essere sicuri che si sia cambiato veramente tutto, li abbiamo chiamati Influencer che già la denominazione internazionale ci dà l’idea che diranno cose di rilevanza vitale…

16 FEBBRAIO 2020 S. Samuele, S. Onesto, Santa Giuliana, S. Elia.

♦I “dodici”.
Ferragni e Federico alias Fedez che fa più figo e rende ancora più interessante il suo nominarlo, hanno un consenso di 18milioni di persone che seguono le loro straordinarie e sbalorditive giornate vissute in casa per il coronaV.
Insegnano a tutti la moralità, la rettitudine, la bontà e la carità attraverso i loro esilaranti spot in cui ad esempio cambiano il pannolino sporco di cacca al figlio mettendo bene in mostra la marca di chi lo produce.
Ed ecco d’incanto una valanga di soldi nelle loro tasche dallo sponsor e 18milioni di followers (che voti non è figo neanche questo).

Un pannolino sporco di merda… vuoi mettere al confronto di ciò che diceva alla gente l’Apostolo Giovanni che 18milioni di ascoltatori se li sarebbe visti solo in sogno, come Paolo sulla via di Damasco…

17 FEBBRAIO 2020 S.Flaviano

♦I “dodici”.
È un bel sistema questo parlare moderno alla gente.
Kim Kardashian parla al cuore della gente mostrando al mondo come vive le sue giornate  con il marito e i suoi quattro figli.
Per non offendere la morale però, non si fa vedere in bagno quando fa la pipì, si limita a mostrare come spende i quasi 400 milioni di dollari che ha accumulato regalando chicche di vita, mostrando cosa mangia e come veste, sempre mettendo in evidenza le marche dei prodotti di consumo e degli abiti che indossa, che in questo periodo pandemico sono di vitale importanza. 
C’è molto da imparare, imparagonabile a Tommaso che incredulo infila un dito nella piaga nel costato di Cristo… Lei ci crede… che Noi ci crediamo…

18 FEBBRAIO 2020 Santa Artemisia, Santa Cinzia, S. Claudio, Santa Cuzia, Santa Costanza.

♦I “dodici”.
Ronaldo è uno dei più grandi calciatori del mondo, forse non è un influencer ma arriva ad avere duecento milioni di follower nel globo… e lui sì che ne ha di ben donde nel mostrare la sua faccia ‘asettica’ al mondo.
Cosa abbia da dire uno che si allena 12ore al giorno e il resto della giornata, quando non gioca, lo passa lontano da tutti e da tutto per rimanere incontaminato dalla gente che non “caga” nemmeno di striscio perché si sente un dio, e nel suo Olimpo per loro non c’è posto.

Lo sa solamente lui… e 200milioni di altre persone.
Forse è un grande esempio di umiltà e qualcuno come me non l’ha ancora capito.
Di certo non può essere che così, ed è per questo che ha ‘stracciato’ letteralmente l’essere umile di Pietro che ha chiesto di essere crocefisso sulla croce a testa in giù perché non meritava di morire come Gesù…

19 FEBBRAIO 2020 S. Mansueto, S.Alvaro, S.Corrado, S. Gabino, S. Pubblio, S. Tullio

♦I “dodici”.
Giulietta C. è anche lei una influencer che dall’alto del suo ‘sapere’, dettato dai suoi 23 anni , dispensa consigli utili alla morale e all’etica pubblica con i suoi 30/40mila consensi quotidiani.
Come altre ragazze che a 23 anni non ci arrivano nemmeno e ci spiegano usanze e costumi di luoghi visitati in Italia a bordo di lussuosissime automobili, abiti da sogno e alloggi da pascià attraverso la trasmissione televisiva Donna Avventura che ha la media di 3/4 milioni di spettatori ogni puntata.
E con la gente che muore di malattia e di fame per la pandemia in corso o che “semplicemente” ha perso il posto di lavoro, certamente fanno del bene al morale di tutti.
Gli apostoli Giacomo, Filippo e Andrea, fossero ancora tra noi, impallidirebbero al cospetto di sì tanta positiva influenza fra la gente, peccato per loro avere avuto solo cervello e Cuore e non avere avuto solo “due tette e un culo” da donne ventenni…

20 FEBBRAIO 2020 Santa Giacinta Marto, S.Eleuterio.

♦I “dodici”.
La categoria emergente dei rapper è addirittura sconcertante per l’affluenza che richiama la loro splendida musica con sole due o tre note musicali e tre parole, che saprebbe comporre anche una persona qualunque con capacità cognitive molto limitate.
I loro nomi poi la dicono lunga sull’efficacia di attirare a sé la gente, non sono i ‘soliti’ Taddeo, Bartolomeo o Simone, bensì si chiamano Guè Pequeno con 1milione di supporter, o Ernia con pochi meno ascoltatori o ancora quell’esempio di semplicità di Achille Lauro che con la sua Me ne frego, melodiosa musica che incanta i cuori e soprattutto con il senso profondo del significato delle sue parole che danno un giusto avvio alla vita dei giovani pensieri di chi l’ascolta. 
E per non farci mancare nulla abbiamo Jake la furia, con 400mila follower, che di certo non è un nome e personaggio “barboso” come Giacomo figlio d’Alfeo.

I dodici Apostoli finalmente sono stati sostituiti da centinaia di altre persone che sanno attirare a sé la gente con milioni di fans e follower. Per citare alcune autorevoli soubrette come Valeria Marini e Belen Rodriguez, che  insegnano instancabilmente come la vita deve essere condotta e vissuta.

Strano solo che nessuno e nessuna di loro abbia mai avuto il buon senso di chiamarsi Giuda, non perché siano dei “traditori”, solamente perché Giuda ha avuto il coraggio di pentirsi e restituire le trenta monete d’argento gettandole nel Tempio, con la ”Barbarella” (che passa i sessanta e si fa ancora chiamare con un diminutivo da tenera cuccioletta) che le va a raccogliere per creare il cimitero della tv spazzatura.  

Qualcuno ci salvi o che il Cielo ci aiuti per favore! Qualcuno ci salvi o ci mandi indietro gli Apostoli di prima.

21 FEBBRAIO 2020 ARA. Santa Eleonora, S. Pier Damiani.

♦Come uno sgabello da mungitura con tre gambe, la mia vita poggia su tre pilastri fondamentali. Sono Sheldon Cooper, sono uno scienziato, sono un guardiano di mandrie, ma siccome abito vicino alle montagne sono più un guardiano di pecore e capre. Siccome sono un fisico e vivo vicino alle montagne vedo stelle che altri non vedono.

So guardare oltre le nuvole e sono capace di mungere una mucca che mi darà i suoi litri di latte. Sono ciò che sono e vorrei essere ciò che non sono…”destino comune”, ognuno vorrebbe essere il meglio di se stesso, che sovente significa essere il contrario di se stessi. 

Raggiungere una meta sicura è sapersi “accontentare” di ciò che si ha. Raggiungere la consapevolezza di accettare di avere molto di più di quanto serva per vivere.

Forse non lo si può dire a un bambino africano con la pancia gonfia perché non mangia da giorni, ma è inspiegabile che questi bambini abbiano sempre un sorriso migliore di chi mangia tutti i giorni. Tanto dilemma che si traduce in un’unica parola…è l’amore.

Allora sto seduto sullo sgabello a tre gambe. Mungo con lo sguardo rivolto alle stelle e ci vedo Dio, abbasso lo sguardo e vedo nel secchio il latte che ho munto. 

Lo vedo il formaggio e il latticino, vedo il latte con una corolla di bollicine ghermire l’armatura che lo contiene, vedo una corona posta sulla testa della vita. Una corona che poserei sul capo della mia compagna, e pregherei non si sciogliesse presto, per poter ammirare a lungo l’illuminare il suo bel viso. Guarderei a volto all’insù tutte le stelle che i miei occhi possano vedere, a ognuna darei il nome di fratelli e sorelle, nipoti e pronipoti, darei un nome a ogni stella della mia famiglia. 

Come i tre puntelli dello sgabello, tre importanti pilastri mi sorreggono, il mio Credo, la Compagna e la Famiglia, ma siccome siamo in gran parte chi non vogliamo essere, adottiamo la regola moderna del detto che dice…non c’è il due senza il tre e il quarto vien da sé. Perciò includo senza antipatica graduatoria, un’importante quarta gamba dello sgabello che abbraccia tutte le persone del mondo, con cani che scodinzolano ai piedi e gatti che si sfregano sornioni sulle gambe facendo le fusa, come la leonessa in estro vitale.

Ma…non c’è due senza tre e il quarto vien da sé…è un detto di fantasia, inutile venga il quarto, è già nel tre della famiglia. Cielo, Compagna e Famiglia. Tre. Ma…ci sono anche sgabelli per mungere con una gamba sola.      

22 FEBBRAIO 2019 ARA. S. Ariosto, Santa Margherita.

♦Vedrai che primavera verrà. Sarà un’esplosione di piante in fiore. Fioriranno il pesco e fiorirà il ciliegio e le fragole faranno capolino a mostrare il pallore delle loro guance rosse. Arriverà la primavera che, con il cuore, gli uomini desiderano venga prima, e per ciò son già con la testa a viole. I bucaneve invece sono attesi dai montanari con la neve fresca sotto la suola degli scarponi. 

Vedrai, succederà ancora: i nostri cuori si nutriranno del germoglio e ne sentiranno il profumo vitale, assaporeranno lo star bene di un’alba boreale fra i ghiacci o al tramonto in fronte al curvo orizzonte del mare dopo un temporale, e se con il sentimento non andremo così lontano, i cuori rimangano sparsi tra clivi e colli, pianure attraversate da fiumi, bagnate da laghi, che il far del giorno e della sera non son meno belli di nessun nascere o addormentarsi del giorno. 

Vedrai, sarà ancora primavera, altri amori nasceranno insieme alle primule, e quel giallognolo ardore ornerà di colore un’altra storia. Altri amori e altri dolori, nell’eterno dissapore tra il male e il bene, il necessario perché esista l’indispensabile…e sarà ancora primavera per molte volte a venire, per quanto rispetto rimanga dell’uomo per la natura. Tante primavere quanto rimane al mare per vomitare altra plastica e alle vette più alte sputare bombole vuote d’ossigeno, incuria della maleducazione e nel trionfo di nuove conquiste camuffando altre sonore sconfitte.

Sarà un’altra primavera dove giganteschi aloni di stornelli sbandati non migreranno, orche confuse spiaggeranno, altre donne saranno immolate nella bestemmia di un dichiarato menzognero amore. Sarà ancora il tempo di sfoderare l’arma migliore a disposizione del male, la differenza del colore della pelle degli uomini che sapranno fare e altri disfare, così che in ogni caso l’equilibrio non venga disturbato da troppo benessere o da eccessivo malessere, un guadagnarsi il dono della vita che prevarrà su tutte le stagioni del cuore. 

Vedrai con i tuoi occhi il cielo e sentirai con la pelle la testarda nebbiolina del dubbio che si insinuerà nell’animo a cercar di confondere le emozioni in un rimescolare i ricordi sul fuoco vivace, ma arriverà il deliziarsi del sapore in bocca di dolci timide fragole e saprai che è di nuovo primavera. Aliti d’anima per spingere con forza la porta che apre il vedere e sentire di lontano la calda estate che se ne sta spaparanzata a sonnecchiare nel mentre l’autunno sta a guardare. 

Vedrai, sarà ancora primavera e sarà ancora un dare per avere e più si darà, più si avrà.

Vedrai, sarà ancora un giorno nuovo e ad ogni risveglio vedrò ancora il chiarore nei tuoi occhi  per poter dire che sarà ancora un bel giorno.   

23 FEBBRAIO 2018 ARA. S. Policarpo, Santa Romina, S.Romana, S. Milo, S. Livio

♦Il suo nome è Rham e, per ironia della sorte, non poteva che diventare per diletto un giardiniere. Proviene dal lontano, e oggi sempre più vicino, continente asiatico, esattamente a Punjab che sta a nord dell’India, proprio sul confine Pakistano. Là, sin da piccolo, tagliava alberi aiutando il papà che, ancora oggi, a più di ottant’anni, fa il contadino. Egli coltiva verdure e spezie da portare al mercato della metropoli più vicina per raggranellare qualche soldo e procura legna da ardere per la sua sposa che può così cucinargli quella fragrante cialda di pane insipido che quotidianamente si accompagna ai sapori forti dell’India, il tutto condito con il sole. Rham è in Italia da vent’anni, per una buona metà passati a servizio di giardinieri di buon livello. Preso dall’entusiasmo di fare ciò che lo contraddistingue decide di lavorare in proprio, adattandosi alle norme del paese che lo ospita, e inizia l’avventura che ancora oggi la compagna di giardino in giardino, di parco in prato.

Sa farsi voler bene quell’uomo olivastro. In tutte le stagioni e spesso in uno dei suoi momenti di pausa con il tempo, chiacchierando ringrazia il Cristo mentre parla del cielo o dei suoi amatissimi alberi e fiori.

Una donna che stava dialogando con lui disse che era strano che un Indiano parlasse di Gesù. Il giardiniere le rispose che venera Vishnu e Shiva perché nelle loro storie ci vede specchiato Dio. Lo disse con enfasi di grande ammirazione e, non mancando certo di un pizzico di ingenua esaltazione, aggiunge che Dio non può che essere uno solo.

Ci vuole tanto sole per tutto questo, ecco che forse il non mangiare carne di mucca è quasi un’esigenza più che sacra costrizione. Ci vuole tanto sole sulla terra e tanto nel cuore per tutto questo.

Signore si sposti lei, urla Rham quando affronta la tacca per abbattere un albero. Anche se Mario è già a debita distanza, a gran voce lo invita a spostarsi perché non corra pericolo. Successe la stessa cosa quando quella volta, il signor Mario raccolse delle scarpe da tennis e le porse a Rham che, arrossendo vistosamente, chiese ripetutamente umilmente scusa perché si vergognava che quell’uomo gli avesse raccolto i suoi calzari.
Rispetto, scusi signore, rispetto! Ripeteva trafelato l’uomo colore dell’ulivo maturo, troppo grande era per lui il gesto che gli si fossero state raccolte le scarpe da terra. Così per questo suo squisito modo di essere, una sera, finito di lavorare, Rham ricevette da Mario un costoso ma inutile regalo per gratificarlo di tanto rispettoso comportamento. Imbarazzato non disse nulla, prese il regalo e disse che l’avrebbe regalato a Ragyes, suo figlio, perché lui di quelle diavolerie elettroniche non ci capiva un H. La domenica seguente, sorridendo in modo gioviale come suo solito, per contraccambiare la gentilezza del dono ricevuto, Rham portò una pentola avvolta da un panno annodato come fosse il fagotto di un bimbo portato dalla cicogna. Dentro vi era un pollo cucinato al curry e altre spezie, salse e riso bianco… buonissimo! Venne gustato e mangiato da tutta la famiglia di Mario che abita il giardino, e non fu un regalo inutile a partire dall’affetto con cui era stato cucinato il pollo.

Lui è Rham, il giardiniere che cura le sue piante e i suoi fiori con lo stesso rispetto che mostra a chi gli dà la possibilità di vivere a protezione della bellezza. Per sé sogna di rimanere in salute, per la moglie riserba il gran bene che merita e per il figlio sogna un futuro migliore, desiderio di qualsiasi persona, appartenente a qualsiasi etnia e colore di pelle, che si ritenga padre. Rham sogna questo per la sua famiglia e sogna anche di poter racimolare soldi quanti ne servono per poter volare in India ad abbracciare, forse per l’ultima volta, i suoi cari. Rham è triste quando sogna di recidere un fiore e ancor più sconsolato quando sognando, sente i profumi della sua India. Al risveglio è ancora nei suoi campi perché Vishnu gli ha promesso che prima o poi tornerà nella sua terra.

24 FEBBRAIO 2017 ARA Santa Fiorentina, S. Edilberto, S. Modesto

♦Se si parlasse di sesso, direi di avere ancora cartucce da sparare. Dipende da chi preme il grilletto. Una volta sparavo io senza nemmeno vedere un uccello in volo, adesso prendo meglio la mira, il mio fucile se vuole spara ancora.

Mettersi le mani in tasca è sempre un segno di rassicurante momento di pace per chiunque lo desideri. Poi c’è tasca e tasca. Se metti le mani in tasca nella giacca a vento godi di più che metterti le mani nella tasca di un vestito di fresco lino. Una ti ripara dal freddo, l’altra ti dà solo un po’ più di aria da snob. Scrivere è la cosa più bella che mi sia capitata e io di cose ne ho avute davvero tante. 

Quando si vogliono trasmettere emozioni  mettendo nero su bianco, difficile ci si possa sbagliare. “Rullarsi” una sigaretta è una rottura di palle, però il risultato finale è migliore che fumare un pacchetto di sigarette già pronte. La differenza è più che evidente, si pregusta il piacere prima di provarlo, diversamente sarebbe come fare l’amore senza preliminari. Essere credenti o atei, anarchici o filosofi, scienziati o muratori, contadini o dottori, non cambia nulla nell’intento finale.

Meglio morire con il pensiero di avere vissuto, che essere nato per il solo morire. Il bello è saper scorgere una situazione e divertirsi a dire in quanti modi puoi riuscire a descrivere un semplice pensiero di una qualsiasi cosa. Un po’ come farsi delle parole crociate artigianali, autodidatte, che magari non esistono ma che crei non mentre le pensi, ma mentre le vivi.   

25 FEBBRAIO 2098  S.Romeo, S. Nestore, S.

♦In cielo vi sono le stelle. Ne vedo una sopra il tetto di una casa davanti al mio sguardo.
La osservo un po’ stordito, la sua forma è alquanto strana.
A cena ho aperto una bottiglia di quello buono, la squadra di calcio che ho nel cuore stasera gioca la partita più importante di tutto il suo passato sportivo, vincere sarebbe bello.
Per loro… soldi e gloria, per noi spettatori… la gloria.

Noi siamo abituati al bene, spesso ci nutriamo solo di quello… e intanto osservo quella stella.
Due bastoni luminosi la compongono rendendola una sorta di croce ricurva luminescente.
Dopo il buon vino e un mix di grappa del Trentino con 51 gradi di “nostrana” dei colli, quella croce sopra il tetto sembra essere formata da due mezze lune incrociate.
È sempre lì, di tanto in tanto la avvolgo con il fumo della sigaretta, e quella stella giunge ai miei occhi ancor più nebulosa.

È una buona serata per lo spirito.
Ha vinto in larga misura la mia squadra, uno spettacolo nello spettacolo. Intanto guardo quella strana croce che non è più tanto strana. È una croce illuminata, la stessa che ogni sera si illumina di lampadine e troneggia sul monte, tant’è che penso sia quella. Dopo mezz’ora all’aria aperta di febbraio, grappe e vino svanite col fumo della sigaretta, vedevo distinta quella croce… come fosse la più bella stella in cielo.

È passato un giorno, non vedo la stella curva sopra il tetto, più in là distinguo perfettamente la croce illuminata sopra il grande colle del paese dove vivo.
Non c’è più la stella di due mezze lune sopra il tetto della casa che ho di fronte… ripensandoci poteva essere un ufo… o razionalmente più verosimilmente era una stella enorme che esplosa si è ricomposta in una croce che si è dissolta nello spazio infinito… sopra tutto, preferisco pensare che Dio. mi abbia sorriso.

26 FEBBRAIO 2016 ARA.  S. Faustiniano, S. Cornelio.

♦Un rintocco strano. Le campane all’interno di un appartamento di città hanno un sapore diverso dal solito. La mente ti lega ad un suono fastidioso più che melodioso, intorno a te case su case, catrame e cemento per dirla alla via Gluck.

Se le senti lassù sul monte in una sera magari quasi di primavera, hanno un suono del tutto diverso. Intorno al mondo che si costruisce la tua fantasia, d’improvviso ti trovi nel reale, boschi, malghe ti fanno giungere il suono della campanella, in un unico abbraccio che ti avvolge.

Ci si arriva dopo una lunga camminata in quel posto, che nemmeno ci volevo andare, ma un passo tira l’altro e, per fortuna, mi ci sono ritrovato. Da questo sentiero a quello, accolto dal ritmico un po’ stonato suono di quella campana che svetta sul piccolo campanile di una chiesetta sul monte, è l’ora dell’Ave Maria.

Il sacrestano che poco prima aveva munto le sue tre vacche, la Nina, la Gigia e la Nana, che non sono le tre caravelle, rigovernato a giaciglio il fogliame sotto di loro, ora tira la cordicella a comporre il richiamo sonoro per pochi fedeli. Se non parlo del passato, non riesco a descrivere il presente, e così collego il suono cittadino che ora mi arriva stridulo, pari al pasto che mi accingo a consumare con gesti sempre uguali e noiosi come le campane della mia città. Sono gli stessi di altre innumerevoli volte, senza sugo, senza sapore, come i rintocchi che mi arrivano in testa infastidendomi, essi fanno rima con il ritmo di questo vivere.

Il contrario di quello che in montagna ti esalta. Il vino che anche di scarso valore, non ha bisogno di essere accompagnato da finocchio, oltre i mille metri pare migliore, e forse non pare, diventa. Il formaggio è di pascolo magro e ti lascia in bocca l’essenza della fatica dell’animale che l’ha creato. La polenta mescolata per più di un’ora nel paiolo sul camino, porta con sé il sapore del faggio o del rubino che ardendo l’ha cotta dandole un indelebile gusto nostrano. 

E poi arrivi a quella chiesetta, piccola, bianca di calce, bianca di luce che risalta nel verde ancor bruno dei pascoli attorno con ai bordi l’inizio del monte più duro, che costeggia i confini con una pineta che a breve si risveglierà sbadigliando colorata di verde più intenso: é da lì che devo passare per far ritorno alla mia casetta di montagna, poi ci vado, non ora. 

È appena terminato il richiamo sonoro del campanaro, e santa Lucia patrona intitolata di quel grazioso luogo di culto lassù, sembra mi inviti, e vado.  Ci trovo ciò che voglio, un lume acceso che vacilla al lato dell’altare proprio sotto l’effige della Santa. Dei foulard annodati sotto al mento di facce di donne stanche e rilassate, in pace, che stringono tra le mani segnate dal tempo e dalle fatiche, scoloriti e consumati Rosari che sgranano in litanie bisbigliate. Capelli bianchi in testa che di fresco sono stati acconciati con le dita per la bisogna, di uomini che si sono appena lavati viso e mani, in gilet nero e camicia di lana a quadri con pantaloni di fustagno, al fianco il cappello riposto in reverenza.

Le prime timide e audaci primule hanno appena fatto la loro comparsa e il gelo che ancora le punzecchia, dà ancora più tono ai camini del borgo che fumano vivaci a far vedere che la vita umile e orgogliosa in quel luogo perpetua. Finché poco dopo quell’uomo ci benedice e ci augura la buona sera, e bisogna prosegua perché sta imbrunendo.

Tornare a valle è lo stesso che affrontare quel tratto nel bosco che impervio mi accoglie con piccole insidie di neve e canaloni scavati dalle piogge, l’inverno che scema, per lo stesso motivo del suo esistere si è divertito a scomporre alcuni pezzi di sentiero che agilmente si superano, ed io arrivo in quel paese che ospita i momenti più sereni della mia vita.

E ancora ho nel cuore quel suono di campana che mi ha fatto star bene con l’anima come se il resto del mondo non esistesse neppure. Non è la stessa cosa che sentire le campane in città dove il suono si mischia al frastuono, nemmeno il vino è buono uguale, quasi non volesse venir primavera dove la natura non è l’attrice protagonista sul palcoscenico della vita, come non fosse primavera ascoltare le campane con l’orecchio cittadino, anziché quello fino del montanaro, sembra che il cuore batta perché deve, non che pulsi al ritmo del dindondan che soave arriva come fossero parole d’amore.  

 

27 FEBBRAIO  S. Antigone, S. Leandro, Santa Onorina, Santa Aleandra/o, S. Gabriele dell’ Addolorata

♦Tutta luce in una stanza

Ombre nere, e Te che mi fai star bene. Tutta la luce in una stanza, una fiamma sempre accesa e acqua che disseta la voce del cuore che sei Tu mio Amore.

Avanzare nel buio di una notte cercando una luna nascosta tra pensieri nuvolosi che ti inseguono oltre il niente e ti trovano fra queste quattro mura… tutta luce in una stanza.

La tua presenza è sogno dolce… amaro in lontananza… è come il vento che spira d’ogni dove senza saper dove andare, e aspetti il suo placarsi.

Sei la torcia che arde dentro come fosse un manto di stelle che macchia di splendore il Cielo. Tutta luce in una stanza.

28 FEBBRAIO 2014 ARA.   Santa, Antonia, Santa Antonella, S. Romano

♦Avevo sette, forse otto anni, quando fui “sequestrato” da mio padre. Mi svegliò in piena notte e, preparatomi alla rinfusa qualcosa da mettermi addosso, mi rapì, con me consenziente ed entusiasta, per portarmi via nel mio primo viaggio nel suo mondo.

Mia madre non ne sapeva niente, non sarebbe stata d’accordo e la tenemmo all’oscuro, avrei perso un anno di scuola, dal momento che la nostra assenza da casa sarebbe durata non meno di due mesi. Mio padre la chiamò mentre valicavamo in auto il passo della Cisa. Allora i cellulari non esistevano e mia mamma era stata in ansia tutta la notte non sapendo dove erano finiti gli uomini di casa e soprattutto suo figlio.

Ovviamente ero complice, adoravo mio padre, felicissimo di andare alla conquista del sud. Fu così che io, bambino di collina, arrivai nei porti di mare: Taranto, Lecce, Brindisi. Tre splendide città di mare, con il fascino straordinario che solo il Sud può trasmettere.

E questo fu il mio primo “battesimo di mare”. Viaggiammo tutta la notte, finché mi svegliai e mi si presentò innanzi uno splendido paesaggio. Papà, cosa sono quelle case fatte a forma di cono? Sono i trulli, che già il nome metteva allegria, le fanno così, qui ad Alberobello (un altro nome da favola). E perché quelle vigne sono nane? E lui: è il tipo di uva coltivata da queste parti. I grappoli quasi toccavano terra e lì, sullo sfondo, quelle strane costruzioni tutte bianche. Sembrava il paese delle fiabe.

Trascorrevo le mie giornate di ragazzo libero dai banchi di scuola per lo più parcheggiato nei porti, in attesa del ritorno di mio padre alla fine della sua giornata di lavoro. C’era un vecchio che faceva da custode di una nave da carico imponente, attraccata al porto.

La nave stava lì ferma, troppo grossa per essere rubata e allora lui si prendeva volentieri cura anche di me. Ma si perdeva spesso in pensieri che lo portavano lontano e ne approfittavo per perdermi a mia volta nei meandri del porto. E nel mio girovagare, immaginando di scoprire un mondo di misteri, a Brindisi, nei pressi di due imponenti cannoni ottocenteschi messi lì a mo’ di monumento, cercavo e trovavo delle pietruzze di pirite sul molo, che agli occhi del bambino che ero, trasformavo in pepite d’oro, e fantasticavo di mercanteggiare con pirati e mercanti d’armi e di spezie. 

La fantasia si rinfocolava alla vista dei grossi coltelli da cucina, che trovavo certe mattine piantati negli infissi di legno delle porte che chiudevano l’ingresso della trattoria, dove si mangiava la sera. Vedi Annibale, diceva mio padre, le persone grandi giocano la notte quando tu dormi! Pur lasciandomi perplesso, non trovavo nulla da ridire, se non che mi sembrava strano che non dormissero, e poi più semplicemente perché non giocavano durante il giorno? E così anche le notti si popolavano di banditi e pirati, marinai e lupi di mare avvinazzati che lanciavano coltellacci contro gli usci. E pensavo nascondessero bauli di pietre preziose che sarei andato a cercare conquistando quei tesori nascosti che avrei riportato a casa. Immaginavo le storie da raccontare agli amici, a loro, che erano rimasti a scuola ad imparare l’ABC, non come me che ero andato al sud alla scuola della vita, alla scoperta, se non dell’isola del tesoro, almeno del porto dove sbarcavano le navi piene di pepite d’oro.

Come mai mio padre ci rapisse non lo so (e dico “ci” perché in precedenza prese con sé pure mia sorella maggiore per portarla in Veneto), forse aveva scarsa considerazione della scuola e molta della vita. Non ho rimpianti per aver perso così due anni di scuola (li ho dovuti recuperare), perché in compenso i bellissimi viaggi con mio padre a bordo di una rombante Fiat 1100 non li avrei mai potuti recuperare. Grazie papà per quei viaggi nell’infinito mare della fantasia, Ciao.     

29 FEBBRAIO ( quando c’è!) S. Osvaldo, Santa Ilaria, S. Augusto

♦S. Osv.aldo, Santa Ila.ria, S. Augu.sto… tre Santi che ci arrivano a ‘pezzi’ ma pur mantengono la Loro immensa coerenza anche solo pronunciati balbettando.

Ogni anno di questo 29 Febbraio, che si pronuncia una volta ogni  4 anni, viene detto bisesto. Perché “bisesto” invece che “quartesco” lo spiega il modo di accumulare il tempo dei Giuliani e Gregoriani con due calendari diversi di parecchie misure tra loro.

È dato ancor più certo che la Terra giri su se stessa per qualche ora e minuto in più del nostro calendario di 365 giorni scandito da 24 ore cadauno. L’accumulo di questo tempo dà vita al “360seiesimo” giorno bisestile che ‘cade’ sempre nel mese più corto dell’anno, Febbraio.

E allora niente da dire… anno bisesto, anno funesto recita un antico adagio popolare, e per mantener fede a tale nefasto presagio augurale, c’ha regalato mascherine che non si indossano solo a carnevale ma anche ad Agosto. Meglio regalare all’ultimo giorno di Dicembre il commemorare metà di un racconto, l’altra metà la rimandiamo all’anno nuovo, il primo Gennaio, così da non far torto a nessuno.

Se fra 2 anni l’anno non sarà ‘bisesto’ noi umani lo interpretiamo “bi”… forse io lo interpreto così… “ bi, bisesto, bis… doppio, non quadruplo. Come se a S.Osvaldo, Santa Ilaria e S.Augusto si potessero abbreviarne i nomi nominandoli. Poi… dopo altri due anni mi ricorderò del vero anno bisestile… un’ altra occasione per scrivere dell’emozione di un regalo… un giorno in più.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...