MAGGIO. Solo per oggi. (Completo)

01 MAGGIO 2020 S. GIUSEPPE artigiano, S. Achille, S. ALFIO, S. Amatore, S. Pasquale, S. Vivaldo, S. Eufemio, S. Sigismondo

Quando si fa sesso non si fa l’Amore. Maggio lo sa e infonde negli animi della gente un’aurea mansuetudine al quale è difficile sfuggire, si è più predisposti a fare l’Amore prima del sesso.

‘Primo’ Maggio, mese delle rose, mese della Madonna perché a Lei piacciono le rose e i suoi colori li adopera per ogni specifica manifestazione di gioia. ‘Primo Maggio, mese delle rose e a mia mamma piacevano tanto le rose che, per grazia selvatiche, aveva fuori casa, altrimenti le avrebbe viste solo ai funerali. In Onore alla sua memoria sempre presente, ho piantato rose bianche e rosse che si intrecciano a formare un arco sopra l’uscio di casa a beneficio di chi vi varca la soglia, ho coronato una ‘Madonnina’ di rose bianche che dà sulla scala che scende al boschetto, e ancora ne ho interrate due nel punto più nascosto del giardino… le ‘sue’ rose ci sono ovunque

‘Primo’ Maggio di più quarant’anni addietro c’era la corsa degli asini a Seriate, un sacrosanto pretesto per gli uomini che si potevano ubriacare di vita e di vino, politiche con risvolti cruenti. La malavita che prima spavalda agiva a viso scoperto, ora è andata a scuola ed è più spietata di prima, senza un entità, solo giacche e cravatte, non hanno più un volto, non hanno più un anima.

‘Primo’ Maggio festa dei lavoratori, negli anni “60” si festeggiava tra le strade con bandiere rosse, oggi non ci sono né bandiere né lavoratori…strade deserte, come i valori che se ne vanno con i ricordi. Un giorno di vacanza in più.

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02 MAGGIO 2017  S. Anastasio, S, Celeste,, S. Flaminio

Le rondini all’imbrunire sembrano impazzite nel loro volteggiare forsennato. Stanno volando per prendere cibo, intanto che lo fanno sembrano giocare tra loro, e si sfiorano in velocità incrociandosi pericolosamente, ma sanno bene cosa fanno mentre stridono felici. E volano in cerchio attorno al campanile di montagna schizzando all’improvviso, ora a destra, ora a manca, come il Cielo fosse la loro casa, il proprio riferimento.

Così come sembrano incrociare e svolazzare con il gioco di una scia luminosa nel cielo appena sorta dal passaggio di un concorrente di metallo senz’anima.  Sembrano moscerini laboriosi sparsi nell’immenso lenzuolo azzurro steso dalla mano di Dio.  Fra poco andranno nei loro nidi, qualcuna accudirà i suoi piccoli, altre coveranno le uova dei nascituri ritardatari, e anche oggi che il sole saluta le cime dei monti, la giornata è giunta al termine.

I rintocchi delle campane suonano nove volte, lasciando ogni volta una scia di secondo suono che avverte noi e le rondini che il giorno va ad aspettare l’alba, che a rinnovata vita e nuovo celebrativo vigore, segnerà  altri voli, altre storie di vita per noi. Il volo delle rondini è il loro lavoro, il proprio giocare con la vita, il loro procreare, la loro unica occupazione per esistere.

Noi umani rimaniamo a terra senza volare, e ci inventiamo mille mestieri e mille cose ancora pensando di vivere meglio, ed ecco che per il solo poter volare come le rondini, molti di noi anche domani andranno da fattucchiere, maghi, psicologi, pranoterapisti, per farsi riempire di amuleti, e ingurgiteremo mille colori di altrettante pillole anti stress. Seguiranno filosofie alternative di vita sempre nuove perché sconosciute, per cercare di controllare la valanga di emozioni che invade quotidianamente il nostro emisfero mentale ed emotivo, e nel contempo, provare ad arginare lo straripare di cose inutili che siamo usi fare per fronteggiare il nostro vivere. Il mondo delle rondini è il cielo…e il nostro?

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03 MAGGIO S. FILIPPO, S.GIACOMO E SANTA VIOLA, Santa violetta 2015 ore 22.15

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Devo salvare la mia anima da questa giungla caotica dove oramai, sempre più si grida al si salvi chi può. E come si fa a vivere in rettitudine. Devo salvare la mia anima, sennò è aver predicato bene e razzolato male, e così non va, non può andare, dov’è la coerenza, lassù Lui mica può sempre starnutire e girar via lo sguardo quando si sbaglia, e noi, non si sbaglia poco.

Devo salvare la mia anima, che sembra bigotto dirlo in questo modo, ma ci credo e devo pur farlo. Ad ogni occasione di preghiera nuova insegnata dal destino che l’ha posta sulla strada del cammino, rispondo con fermezza non è un ‘caso’, perchè nulla è per ‘caso’.

Si dice destino, in realtà è già stato scritto per te, che poi le sfumature e i colori alla fine le lascia dipingere al pittore di turno, i colori della vita li decidiamo noi, e saranno scuri e grigi, o un arcobaleni, un po’ come la fortuna e la sfiga, che esistono nella misura in cui abbiamo deciso che ci sia.

Come si fa a salvare la propria anima!? È sufficiente ciò che faccio?  E cosa è la sufficienza, quanto e quando la misura è colma. Si perde troppo spesso il filo logico conduttore, si perde spesso il contatto con quello che serve per un collegamento con lo spirito, anche senza logicità. Il male è lì, sempre pronto a fare il suo dovere, lui non ha dubbi ne tentennamenti, lui fa quello che deve fare, sempre incessantemente, e butta buio su parecchio del tempo di una tua giornata, lavora bene lui, il ‘male’, ma faccia quello che faccia, il conto finale lo presenta l’eternità.

Non ho altro tra le mani per difendermi da quel gran lavoratore stacanovista che è il male, e tutto ciò che faccio per combatterlo, non cambia la percezione che non basti, non sia sufficiente, e spesso non è una percezione, ma un dato di fatto, ma non demordo, non mi arrenderò mai.

A vent’anni sei il padrone del mondo e non devi niente a nessuno, a quarant’anni il mondo che ti apparteneva ora è tra le mura di una casa se si ha la fortuna di possederne una, a sessanta sei in affitto e nemmeno sai per quanto tempo riuscirai ancora a pagarne la pigione, a settant’anni un raffreddore ti lascia nudo dalle difese, senza spada per combattere, e per cosa e per chi combattere, se non abbiamo conquistato niente prima. Devo salvare la mia anima.

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04 MAGGIO 2018 ARA.  S. Floriano, S. Silvano, S. Fulvio, S. Porfirio

Cerco di entrare nel verde dei tuoi occhi, ma non ti posso guardare come quando si faceva dopo l’amore avvinghiati l’un l’altra. Potrei ma ho scordato di farlo, e stupido ti guardo quando Tu non mi guardi e finisce nel tempo di un sospiro. Il verde dei tuoi occhi lo cerco e l’immagino come i momenti più belli tra noi. Momenti di ragazzi, momenti di gioventù dove comanda il cuore prima di tutto.

Entro nel verde dei tuoi occhi e ancora cerco la certezza del futuro ma non riesco a guardarti negli occhi…riesco…ma non ce la faccio. Adesso ho la barba bianca e ho paura di sfigurare. È facile dirsi ti amo dai venti ai trent’anni, tutto si rafforza con l’avvenenza della stessa età se è vero Amore, ma diventa sempre più difficile guardarsi negli occhi. E non è che tanto amore che sempre più travolge e mi rende disarmato al doverlo ricambiare. Per fortuna o meglio per grazia, ancora comanda il cuore. Lui sa come trasmettere tanto ardore, passa dai pori della pelle, si insinua nelle trame dell’etere e raggiunge infallibilmente il bersaglio e comunica ciò che deve alla persona che ama.

Speriamo sia così, perché io la mia Susanna l’Amo tanto, non ho più il coraggio di gioventù di saperglielo dire, guardandola per qualche istante nel profondo del verde dei suoi occhi, ciò non significa che per me non sia importante ogni giorno di più della mia vita.
Auguro a tutti che vivano prima o poi un amore profondo, che non esiste un termine per innamorarsi per la prima volta o ancora.

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05 MAGGIO 2020. ARA 2017 S. ILARIO, S. GOTTARDO, S. Leo, S. Nunzio, Santa Penelope, Santa Tosca

Rifugiarsi nei punti più remoti dell’anima e interrogarsi nel silenzio di dubbi e paure per trovare la via che conduce alla serenità. Mettere sul tavolo ciò che è stato fatto di buono e quanto no, pesare i due mucchi di pensieri per vedere quale dei due è più pesante nel cuore, per poter scorgere in qualche pertugio della mente una parvenza di speranza che porti il corpo a continuare nella lotta con il vivere e non sopravvivere.

Accartocciare lembi di lenzuola fin sopra il mento e ritrovarsi in una capanna di tronchi nel mezzo di un bosco a cento miglia dal mondo per scacciare cattivi pensieri. Essere al sicuro dalle intemperie di un mare agitato, seduti su una seggiola che scricchiola, dietro le vetrate di un faro che illumina gli scogli frastagliati da onde buie come la notte senza luna. Il tutto per poter bere acqua da un torrente che ha rubato disgelo a mille miglia dal mondo. Si insegna l’ a b c del sapere, si insegnano religioni e culture, e lo stesso esiste una prima volta nel penetrare lo spirito, dove ognuno di noi si rifugia.

La prima volta per ritrovare ancora il piacere di avere davanti a sé un futuro, come l’onnipotenza dei vent’anni che nulla preclude alla fantasia di rendere meraviglioso quello che il giorno dopo il destino riserva, con la fiducia di sapere che si è a migliaia di chilometri dal mondo, e questi ti possa ferire, saprai guarire con la forza della gioventù. Per riprovare le emozioni di una canzone che mette euforia o garbata malinconia, la prima volta che il cuore comanda tutti gli altri sentimenti perché innamorato, la prima volta che senti il canto di un passero o che vedi un tramonto, che guardi le stelle o che il sole ti baci.

Ci vorrebbe si insegnasse la vita, ci vorrebbe la verità limpida di un cielo dopo la tempesta che non ti facesse mai pensare per la prima volta a un rifugio della mente creato da blasfemie, dal vento e dalle bugie della gente…ci vorrebbe più Umiltà, ci vorrebbe più Amore. Ci vorrebbe più Dio.

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06 MAGGIO 2016 ARA S.LUCIO, S. MARIANO, Santa Prudenzia, S. Violante, Santa Annarosa

Questo è un ricordo come mille altri che chiunque ha avuto e ne avrà, e questo è uno dei miei, un po’ triste forse ma nemmeno troppo. Il cattivo tempo mi ha suggerito di riaccendere il camino che avevo troppo presto congedato dal suo dovere, e oggi come allora rivedo la mia immobilità in quel letto improvvisato, che poi in realtà era un divano su cui mi posero, avvolto in un lenzuolo retto da otto robuste braccia di quattro amici.

Un giorno come tanti, il giorno che seguiva il 25 aprile di alcuni anni fa. Le cose non andavano molto bene, la crisi economica che ancora non passa, si era fatta sentire già da un paio d’anni. Io gestivo insieme ad un socio un’associazione sportiva.

In pratica avevamo un bel “vivaio” di giovani promesse che pilotavano delle moto da fuoristrada. Il mio staff quel giorno era partito per la Francia per un importante appuntamento di tappa sul taccuino sportivo di quell’anno. Non ricordo il perché io rimasi in Italia, e un mattino di un sabato, approfittando di un “muletto” da gara (seconda moto), lasciato a casa da uno dei nostri piloti, mi accordai con mio fratello e due amici per andare a scorrazzare un poco nei monti vicino a dove si abitava.

Rinverdire i fasti di un passato non troppo lontano era il tema di quel giorno, e devo dire che a mezzo secolo di età raggiunto, mi comportai dignitosamente se non addirittura di più, considerando che uno dei due amici era un ex campione di specialità e non fu facile “stargli a ruota”. Ma il destino era già scritto, e ressi sino al pomeriggio, aizzato da altri amici motocrossisti a dare sfoggio di quanto potessi dare.

Non avevo fatto i conti con la carta d’identità e con qualche birra di troppo. Presi una curva all’inglese ma si era in Italia e mi ritrovai di fronte un’auto che sopraggiungeva nel suo giusto senso di marcia, inutile il tentativo di frenare, di sterzare o almeno in qualche modo di evitare l’ostacolo e ci finii proprio contro di petto, un “bel” frontale.

Bacino spezzato, grave emorragia interna, contusioni varie. Rimasi fermo a terra ad aspettare l’arrivo di un’autoambulanza e di mia moglie, alla quale chiesi scusa per ciò che avevo combinato, pensando che non ce l’avrei fatta.

Me lo ricordo bene quel maggio piovoso come pochi, camino acceso tutti i giorni, preghiere quotidiane per trovare la forza nel dolore più atroce. Il peggio era riuscire a passare un’altra notte, aspettando l’arrivo del mattino quando Elsa, che allucinato scambiavo per un angelo bianco, mi portava il sollievo di due potenti iniezioni antidolorifiche per affrontare il giorno. Così per cinquanta interminabili giorni, immobile e accudito amorevolmente dalle cure della mia dolce e paziente compagna di vita.

Di colpo era crollato un sistema di vita. Tutto questo durò per circa un anno e mezzo, nel frattempo pensavo a cosa avrei potuto fare di nuovo, ad inventarmi un altro modo di stare al mondo. Pensai, scrissi, lessi e pregai. Mi resi ben presto conto che la crisi è solo un’altra opportunità per chi non vuole sia finita, non mi sono arricchito in denaro ma molto di più mi sono rimesso in gioco, come chi perde un lavoro, come chi si ritrova con un pugno di mosche in mano, come chi disperato tenta il tutto per tutto per non morire, e non parlo fisicamente, ma moralmente, che spesso è molto peggio.

Ancora lotto, combatto per il futuro e per rispetto di me stesso e di chi ancora mi dà fiducia. Non è mai finita, finisce solo quando una persona decide lo sia. Per un po’ si sono fermate le gambe non il mio cuore, non la mia mente, è come morire con il corpo, ma non con l’anima.

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07 MAGGIO 2016 S.FLAVIO S. BENEDETTO, S. VITTORE, S. Augusto, Santa Virginia, Santa Flavia

Cara amica ti scrivo. Un amica, che tale dovrebbe essere una persona che conosci da un po’, con la quale hai trascorso del tempo, lo stesso che ci ha visti protagonisti di alcune vicende e di molte, se non troppe, vicissitudini verbali ma anche palpabili.

Un’amica lo diventa per caso, ma mai per caso, non te la scegli e Lei arriva, legata ad una situazione ancor prima che dall’amore che si elegge a tale sinonimo d’unione fraterna.

E sei arrivata Tu con il fascino speciale di un traguardo irraggiungibile, un’imbratta pagine vuote che sai riempire di cuore e di vita, una traduttrice simultanea di sentimenti, e ti ho seguita fin dove ho potuto e voluto, tentando di imitare le tue gesta. Presto mi sono reso conto che i comportamenti son propri di ognuno, e ancora sono restio a capirne i perché, dominato dal cuore. Rinuncio a questo, anche se bramoso di risposte, a volte è bene non capire ciò che è meglio non sapere.

Sei arrivata Tu, con il tuo entusiasmo straripante, con quella gioia di dire chi sei sempre lasciando a metà le risposte, perciò irrompi a “guerriglia”, con tocca e fuggi che lascia stupiti e fa confondere i sensi nel ‘giudizio’ da darti, semmai si possa esprimere in un qual modo il volerti conoscere.

La vita è una scuola di sentimenti emotivi che apre i battenti ogni giorno dalla propria nascita, e li chiude al tramonto dimenticandosi di morire, e il voto finale che prendi non ti lascia mai pago di niente perché ancora avresti voluto dare o ricevere e mi contento di ciò che conosco di Te amica mia.

L’essenza di essermi amica, che tutto trascende dalla normalità del quotidiano pensiero, così ti tengo, così ti ho, ti apprezzo e pure ti stimo evitando il contrasto di un unione carnale del vissuto, per immergermi nell’ignoto del solo fremere di cuore nel sapere chi sei solo al di là del tuo volto.

D’accordo, prima o poi ci faremo quella birra che forse non ci “faremo” mai, perché è già chiaro che ce la siamo già “fatta”. Ciao Amica Mia, prosit.

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O8 MAGGIO 2021 S. Benedetto, S. Bonifacio, Santa Diletta, S. Generoso, Santa Norma, S. Dionisio.

Signore di quel posto, vieni via con me, ti prego non lasciarmi tornare da solo in quel luogo di mille finestre e luci che mi crea paure, insicurezze e angosce. Signore di quel posto piccolo, su là in montagna, domani vieni con me, e già che ci sei, se vuoi accontentarmi del tutto, porta la tua Mamma con te, che io passo da Lei, per venire da Te, che io prima prego Lei. Che Tu le dai retta, chi non da retta alla sua mamma e chi lo vorrebbe fare, e’ solo una questione di situazioni, dove ti ci trovi dentro, o dove ti ci hanno messo, ma e sicuro che ogni figlio ama la sua mamma, più di ogni altra persona.
E tu Signore, vieni con me domani, ti ho trovato qua ad aspettarmi qualche giorno fa, che io quando arrivo ti trovo, in verità non sei mai mancato, ma amo pensare che qui ti trovo di più. Sarà perché ti cerco nel bosco, che solo qua trovo, ogni momento che volgo lo sguardo in ogni dove, tu ci sei con la bellezza infinita degli alberi, del sole che spunta dalle sue cime spoglie che vestono ancora l’inverno, o dal semplice crepitio del fogliame che calpesto col mio incedere, e mi sento protetto da quel mondo che non ha quel ritmo in cui devi per forza fare qualche cosa. Sarà perché solo qui ho costruito quel velo di protezione che cerca ognuno nei suoi dubbi, sarà quel che sarà, ma tu domani, vieni con me Signore, non mi lasciare in quel che penso non sono in grado di risolvere, perché io senza Te ho paura, e sono insicuro. Signore di quel posto, domani vieni con me in città, che senza di Te non parto, rimango qui, non c’è la posso fare da solo a fare quello che mi sembra troppo grande se ci penso ora. È tutto troppo grande senza di Te, Signore di quel posto, vieni con me, porta la tua Mamma ti prego.

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09 MAGGIO 2014 ARA S. Isaia, Santa Luminosa, Santa Carla, Santa Carolina, S. Beato

Si apre un giorno nuovo, lo sai da te che qualcosa ti aspetta sornione, qualcosa di nuovo inevitabilmente accadrà ma siamo preparati. Il nuovo non spaventa, la vita ha insegnato quanto basta per affrontare l’imprevisto. Fare che tutto volga a se per gli altri, o almeno provarci senza indugi. Non resta altro da fare e nemmeno vorresti fosse diverso.

È come pregare, che poi il bene  ritorna come un boomerang. Svegliarsi, alzare lo sguardo e ringraziare nel silenzioso pensiero per ciò che si ha. Osservi se c’è il sole o la pioggia, che tutte due sono belli nel loro insieme, preoccuparsi della persona che ami e se non c’è la si inventa, che qualcuno o qualcosa d’amare c’è sempre e assapori quel che rimane che è sempre molto. Se la luce del sole invade le stanze, felice ti metti la maglia leggera, se fuori piove accendi la fiamma nel camino ed è bello uguale. Così come quello che accade, se è bello veste leggero, se è grigio veste pesante e se per primo mangi insalata, per secondo mangerai pietanza.

Ti adegui, come gli umori della gente, come il tempo che non ha padroni, come le rondini in cielo a primavera che volteggiano in cerca di cibo per i loro piccoli. Come i passeri, sotto le fronde in un temporale d’estate arruffati a gomitolo, aspettando che passi. Come un lupo in caccia di carne o d’amore, come un orso in letargo che formica consuma il suo grasso.

Che la vita è sentire un allegro rumorio di ruscello virgulto che ruba disgelo, o si fa cupa con sibili di vento forte tra gli alberi e può diventare silente come il buio chiaro di una notte stellata. La vita è aprire gli occhi, e se non vedi, è aprire il cuore che ancora vede meglio, spalancando le finestre alla fantasia per sentire suoni e rumori che invadono il nulla,  lasciando che l’anima supplisca di un senso mancante che riempie i tuoi pensieri rendendoli solidi come roccia. In questa mescolanza l’anima vola, aleggia come una nuvola nel cielo che rincorre un’altra nuvola, nell’intento di unirsi nel fare pioggia per creare vita. Quel che segue è storia dettata dagli eventi di questa epoca, il modo di fare di una quotidianità comandata e dettata, l’espressione di vita corrente.

Intanto fuori c’è il sole o la pioggia, non fa nessuna differenza, è solo un argomento da usare in piazza per cercare contatto. Ciò che importa è che tu sia chi vuoi essere, che i tuoi occhi si illuminino di luce anche quando fuori le tenebre sono padrone, l’importante è che tu esista con gli altri, per te.

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10 MAGGIO 2021 S. Alfio, S. Giobbe, S. Cataldo

Sono tante le volte che si ‘pensa’ in un sol giorno. Tante come le volte che si beve e si mangia.
Sembra di fare sempre le stesse cose, ma in realtà ogni giorno è un giorno nuovo, zeppo di imprevisti belli e brutti, piccoli e grandi ma diversi comunque tra loro, saturi del dover fare quotidiano non si riconoscono tali ‘segnali’, solo risistemandoli nella memoria in un momento di quiete si riesce a sgarbugliare l’intricata matassa di accadimenti quotidiani sotto forma di emozioni alternative.
E’ a quel punto che si possano tirare le somme del sapere se si è fatto un passo avanti nella vita, o se si è perseverato negli errori, o peggio ancora si siano ‘ripetuti’ altri errori, il che sarebbe poco stimolante per l’ego e il cammin di nostra vita.
Il risultato della nostra “macchina della verità”, il nostro cuore che assembla tutti i nostri pensieri che ci passano per la mente ogni sorgere dI un alba, e se desideri… in un momento di quiete, lui, ti rivelerà… a cuore nudo tutto ciò che ‘pensa’.
Se si accetta di sentire il cuore, si accetta di non avere mai successo nella vita terrena, ma si guadagna un estasi eterna godibile anche in terra, e così non fosse, meglio pensare di fare del bene che fare del male. Vi Amo.

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11 MAGGIO S. Ignazio, S.Fabio, Santa Stella, S. Gandolfo, S. Velio.  (occupato dal doppio ARA 2015)

Ho incontrato l’amore nel volto degli altri. Ognuno nel mondo ha il suo sentiero da percorrere, ognuno si incammina verso quello che pensa essere il suo destino, la sua ragione del vivere, nessuno pensa di sbagliare e chi invece è consapevole dei suoi errori, comunque non si pone il problema di cambiare perché pensa di non avere alternativa o semplicemente non trova altri validi motivi per trovarla.

Nel mio percorso di vita ho incontrato la Fede e l’ho scremata dalla sceneggiatura degli uomini che recitano su quel grande palcoscenico di ipocrisia e malvagità o di qualunque genere di opportunismo si renda capace il genere umano, me compreso. 

Ho incontrato l’amore nel volto degli altri, nelle loro storie, e li ho visti soffrire e gioire. Ho incontrato sul mio sentiero persone sfiduciate, tristi e afflitte, e lì ho capito di entrare senza falsa moralità nell’intimo delle sofferenze della gente.

Entrare piano, senza fare rumore, pensando sempre che la loro sofferenza è la tua, che divisa perde forza, si disperde e rafforza il bene comune, come pregare, e ancora sto prendendo lezioni che finiranno solo con me.

Camminando su quel mio sentiero ho visto versare lacrime di disperazione e piangere lacrime di gioia. Ho visto e partecipato al dolore di genitori disperati per l’essere sopravvissuti ad una figlia o ad un figlio perduto per sempre su questa Terra.

Ho visto la devastazione dell’alcol e della droga. Ho visto l’immane tragedia delle guerre e della loro totale inutilità se non per lodare il male. Questa mattina alla Messa ho incontrato la Giannina, la si riconosce per il suo caschetto di riccioli bianchi, stringeva tra le mani alcuni petali di rose bianche e briciole di foglioline verdi. Mi ha detto di aver appena rassettato un mazzo di fiori posto ai piedi dell’altare intitolato alla Madonna, e ora è maggio, il suo mese prediletto perché sbocciano rose bianche che sono la purezza.

Giannina, invita me e la mia compagna di vita a prendere un caffè con lei. Gli viene servito il suo ‘marocchino’ con sopra un cuore di cacao… un segno per indicare la migliore tra noi seduti a quel tavolo. Poi ci racconta di lei, della brutta malattia che a trent’anni quasi la fece morire. Guarì, decise di dedicarsi agli altri, e da allora passarono altri ’55’ anni senza malattie. Ottantacinque anni senza marito e senza figli e con un sorriso sulle labbra che la fa apparire una ragazzina che coglie margherite.

Ho incontrato e incontrerò ancora persone felici, hanno imboccato il giusto sentiero che le possa condurre al vero Amore. La felicità è assorbire un po’ dell’infelicità altrui, perché non si può costruire la totale felicità se qualcuno accanto a te soffre.

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12 MAGGIO 2020 S. Leopoldo, S. Danilo, Santa Imelda, S. Pancrazio, S. Brancaleone, S. Nereo, Santa Dania, S. Nerino

♦Aggrappati alle ali di un angelo, le serate volano nello spazio insieme ai nostri pensieri per incontrare i giorni e le albe che verranno. L’aurora raccoglierà il rossore riflesso di un sole che spunta da una parte del mondo, e se sarà pioggia, ombrelli, se neve cappotti e guanti di lana. C’è sempre un rimedio nella vita e l’unica volta che non c’è si va in un posto migliore, dove non fa mai né troppo caldo né troppo freddo.

Fra le piume d’ali che svolazzano nell’etere dello spazio infinito, gli uomini sono alla ricerca di emozioni d’un giorno o di un’ora, di minuti. Lo spazio di un respiro greve come un giorno d’arsura quanto lieve come violette che sbocciano a primavera. Sono pochi attimi intensi vissuti con gli occhi rovesciati dietro le palpebre rivolte al cielo, e lo ringraziano.

Sarà quel che sarà e intanto si vola. Si vola sul mondo che fa immaginare quello che si desidera. Un viaggio nella pace dei sentimenti di ognuno, dove le cose che si vedono dall’alto hanno tinte di colori vivaci che sanno accendere lo spirito, e per questo vedere quella luce che serve per illuminare il sentiero della nostra vita.

Si perdona chi ha sbagliato per necessità, si perdona una bugia che suo malgrado è servita a far del bene, si perdona un amico e si perdona un amore fallito perché si è capito che la croce è fatta di due bastoni: il bastone corto, e quello lungo, ognuno con la sua precisa parte per comporre la croce che si deve portare in spalla per dare un senso alla propria esistenza e quindi al proprio cammino d’amore.

Si perdona il tempo che, a volte dispettoso ci perseguita e, altre volte benigno, ci rende partecipi di seminare grano e coltivare patate. Si perdona spesso, molto, ma il problema più grande rimane saper perdonare se stessi. Sarà quel che sarà perché nessuno può guidare il suo destino ad eccezione di Mandela, l’invincibile che disse, “Non importa quanto stretto sia il passaggio, quanto piena di castighi la vita, io sono il padrone del mio destino: io sono il capitano della mia anima.”

Il comandante del nostro destino, è cosa grande da dire, più comodo abbandonarsi al fato a volte grato o ingrato senza misura di chi arriva prima per importanza… bianco e nero si sovrapporranno come il sole sorge in una parte lasciando nel buio l’altra metà di mondo, e allora senza arrendersi, continuando tra nubi scure e bagliori di speranza, la lotta nella trincea della vita, ancora una volta e per sempre sarà quel che sarà.

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13 MAGGIO 2014.   S. Maria di Fatima, S. Gherardo

Se non sei soddisfatta/o della tua vita, regalati una scatola vuota e riempila di fiducia, di speranze e di aspettative, spargi sopra d’essa un pizzico di follia, allegria e simpatia, non dimenticare prima di richiuderla di soffiarci sopra un po’ d’amore, poi chiudi gli occhi e sogna. Se domani ti svegli e non è cambiato nulla, hai dimenticato “il soffio” o hai soffiato senza avere amore nel cuore.

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14 MAGGIO S. Mattia, S. Ampelio, Santa Cora, Santa Gemma

Stupisce sempre il modo in cui i sensi scatenano la memoria. Mangiare la minestra ricorda di quando si era bambini. ma tutte le verdure che ci sono nel piatto, viste singolarmente non dicono nulla, è una parte dell’ippocampo dove si formano le connessioni neurali, i nostri sensi permettono ai neuroni di esprimere segnali esattamente agli stessi punti del cervello precedentemente usati, cioè dove si deposita la memoria, lì si assembrano singolarmente il gusto di ognuna verdura nella minestra, e riempie lo stomaco e lo spirito.

Si è fatto del bene al corpo, al gusto e allo spirito, un “trio” perfetto, un connubio di beltà. Dopo la minestra una fetta di pane e salame e un bicchier di vino, caffè e ammazza caffè e il pasto è consumato.

Ma “l’ippocampo” non ha ancora finito il suo lavoro d’ogni giorno. Deve mettere insieme un mucchio di altre sensazioni trasmesse dal gusto sposato con il palato, deve ancora mescolare il tutto per l’immaginazione mista a realtà in cui, l’individuo che mangia, mentre assapora, associa il tutto nei ricordi a Lui cari.

Nell’ippocampo del cranio, c’è la zona di ammon che subito viene alla luce di pensare al dio Ammone, re egizio, forse la fratellanza fra le due parti cerebrali risale al tempo dei Faraoni, forse no, ma di certo portano beneficio alla nostra immaginazione, ai nostri sogni, senza dei quali si muore senza morire.

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15 MAGGIO S. Achille, Santa Dionisia, S. Torquato, S. Cassio  ARA doppio 2020

Rifugiarsi nei punti più remoti dell’anima e interrogarsi nel silenzio dei dubbi e paure per trovare la via che conduce alla serenità. Mettere sul tavolo ciò che è stato fatto di buono e quanto il contrario, pesare i due mucchi di pensieri per vedere quale dei due è più pesante nel cuore per poter scorgere in qualche pertugio della mente, ancora una parvenza di speranza che porti il corpo a continuare nella lotta con il vivere e non sopravvivere.
Accartocciare lembi di lenzuola fin sopra il mento e ritrovarsi in una capanna di tronchi nel mezzo di un bosco a cento miglia dal mondo per scacciare cattivi pensieri o al sicuro dalle intemperie di un mare agitato, seduti su una seggiola che scricchiola dietro le vetrate di un faro che illumina gli scogli frastagliati da onde buie come una notte senza luna… Il tutto per poter bere acqua da un torrente che ha rubato disgelo a mille miglia dal mondo. Si insegna l’A B C, si insegnano religioni e culture, e lo stesso esiste una prima volta nel rifugio dello spirito, dove ognuno di noi vi si ‘rifugia’ p
er ritrovare ancora il piacere di avere davanti a sé un futuro come l’onnipotenza dei vent’anni che nulla preclude alla fantasia di rendere meraviglioso quello che il giorno dopo il destino riserva, con la fiducia di sapere che si è a migliaia di chilometri dal mondo, e anche ti possa ferire, saprai guarire.

Per riprovare emozioni della prima volta che ascolti una canzone che mette euforia o garbata malinconia, la prima volta che il cuore comanda tutti gli altri sentimenti perché innamorato, la prima volta che senti il canto di un passero o che vedi un tramonto, che guardi le stelle o ti baci il sole…

Ci vorrebbe si insegnasse la vita, ci vorrebbe la verità limpida di un cielo dopo la tempesta che non ti facesse mai pensare per la prima volta a un rifugio della mente creato da blasfemie, dal vento e bugie della gente… ci vorrebbe più Umiltà, ci vorrebbe più Amore. Ci vorrebbe più Dio.

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16 MAGGIO 2020 S. Ubaldo, S. Adamo, Santa Margherita, S. Teobaldo, Santa Ubalda, S. Onorato, Santa Massima, Santa Greta.

Ci sono scrittori che narrano con orgoglio gesta di altri scrittori. Fatti e parole che evocano presunte grandi verità e sempre mi chiedo perché uno scrittore parli con entusiasmo di un altro scrittore. Sì, quello scrittore è famoso e ha detto e scritto cose interessanti, ma ognuno di noi è uno scrittore vero, dobbiamo scrivere di noi e non di altri. Gli “Altri” hanno fatto la loro parte, ora tocca a noi, agli scrittori “della domenica”, o a chi vorrebbe scrivere e non ha mai iniziato, a chi sogna di farlo e a chi non gliene frega niente ma fa solo bella figura nel dire che si è scritto o letto un libro.

La vita non è fatta di libri, la vita è fatta di tristi realtà e sogni che anelano la realtà stessa. I libri sono pensieri di persone che hanno trovato forza e coraggio di scrivere delle cose dettate dal cuore, cose vissute o viste vivere da altre persone, e per quelli che non lo fanno, il merito è doppio, perché hanno la santa pazienza di leggere ciò che altri hanno scritto.
È la solita sinfonia d’Amore, un filo invisibile che unisce il bene al male e, intrecciandosi, sono tanto molteplici le radici del bene, che sempre sovrastano quelle del male.
C’è Karma, c’è Spirito, c’è Credenza, c’è Ego, Fiducia e il tutto si intreccia affinché il bianco sia sempre più abbondante del nero e ognuno tragga le sue conclusioni a beneficio di se stesso e di chi gli sta accanto… e scriva su ‘carta’ o nel cuore che è ancora meglio. Ognuno scriva il suo libro.

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17 MAGGIO 2021  S. Pasquale, Santa Basilia, Santa Basilea

Ed è un momento triste, delicato. Era un momento così, triste e delicato. Delicato perché portato dal vento, fatto di respiri umani, e triste perché di bello c’era poco e adesso non c’è niente.

Un esperimento di virus sbagliato, pipistrelli che cagano sulla testa di altri animali pennuti e non, lo smog di cui è responsabile il mondo intero, che ha creato deforestazione, e inaridimento del suolo universale, un insieme di colpe per indicare il pollice all’insù o all’ingiù verso qualcuno o “qualcosa” come se si potesse immaginare anche lontanamente ciò che ci può accadere o quel che accadrà a seconda di come alla “Cesare” verseremo il pollice. 

Per chi capisce il senso del messaggio disperato lanciato a squarciagola dalla terra, significa comportarsi nei confronti dei suoi abitanti vivendo il presente senza ipocrisie o falsi moralismi, specialmente se animati e condizionati da “mode”, usi e costumi proposti dal secondo millennio, il quale si corona di gloria per i risultati ottenuti sulla Luna e su Marte ma non ha ancora risolto il problema della fame nel mondo.

È un momento molto delicato, si sta vedendo ad occhio nudo ciò che siamo e dove potremo forse arrivare. Un punto d’arrivo. Un bivio della vita. Siamo sulla cima di un monte e come un uovo in bilico sulla sua sommità, basta un fremito di cuore per pendere a favore o sfavore, per cadere a manca o a destra, a levante o a ponente. Basta un fremito di cuore e siamo in balia del destino, tempo futuro, tempo che non si può programmare, tempo di Dio. tempo Nostro, tempo mio.

Oggi come cento anni or sono, nasceva il Grande Karol Józef Wojtyla, Papa Giovanni Paolo II, Lōlèc per gli amici cioè per tutti, a Lui dedico il pensiero del giorno.

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18 MAGGIO 2018 ARA S. Felice, Santa Enrica, S. Venanzio, Santa Luciana, Santa Vincenza, S. Enrico.

Si corre veloci su quel nastro d’asfalto ma nonostante la metà di svago sia al mare, l’attesa dell’arrivo pare insostenibile. E premo sull’acceleratore per cercare di rubare il tempo al tempo ma il traguardo sembra sempre troppo lontano.

Il bello di partire per una vacanza è sicuramente l’attesa, per il resto è un fare parecchie cose che tutte non si vorrebbe ma comunque adrenaliniche si travestono d’allegria e si mettono in conto come fossero lievi disagi anche quando sono piccole catastrofi di quotidianità vacanziera.

La strada da fare alla fine finisce e si arriva all’hotel prenotato. Si scende dall’auto stirandosi braccia e corpo intanto che si muovono passi corti barcollando verso l’ingresso. Documenti a dire chi sei, ascensore, camera, bagaglio scaricato sul letto e, di buon passo, via sino alla spiaggia. Non è ancora estate, l’aria frizzante di questo fine maggio te lo ricorda facendo accapponare la pelle. Una brezza leggera che sposta la sabbia fina fina sui piedi nudi come fosse il contenuto di una clessidra che scende da un pertugio per indicare il passare del tempo.

Intanto il mare calmo si fa sentire con il gradevole sciabordio delle onde, anch’esso d’un suono leggero come il vento che in un moto perpetuo le increspa quel poco da farle apparire bianche come la schiuma di un bicchiere di latte appena munto.

Poi ancora mare, e steso sulla sabbia la volta di una palla infuocata di giallo dietro le palpebre chiuse, narici aperte, i profumi di salsedine e creme da sole che accarezzano il corpo e tanta voglia di pace tra voci festanti di bambini che giocano sotto gli ombrelloni con paletta e secchiello.

I cattivi pensieri si sciolgono, si spengono come i telefoni sotto carica. Un uomo si solleva con fatica a mezzobusto e nel mentre getta lo sguardo nel nulla del cielo, si sdraia di nuovo a sonnecchiare beato nel niente dei suoi pensieri. Una mamma richiama i suoi bambini, il bagnino comincia a ritirare le sue cose e, come non bastasse, una grande nuvola bianca copre il sole che si era fatto tiepido.

È finita una giornata al mare…finita una giornata di sole. Ritornerà domani ancora qui e tornerà nel buio di una stanza di una notte fredda d’inverno nei miei sogni.

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19 MAGGIO 2017 ARA  S. Crispino, Santa Gisella, S. Ivone, Santa Giselda

♦Quando un amore finisce vuol dire che non era mai cominciato. Interrompere non significa necessariamente che un amore sia finito. L’amore è vita, non può finire. Spesso si scambia l’amore per il voler bene, ma è tutta un’altra faccenda. È un po’ come comporre un quadro o scrivere un libro, non si può capire subito se il quadro lo guarderai orgoglioso per tutta una vita, è come rileggere ciò che hai scritto e non essere sicuro che piaccia nemmeno solo dopo un giorno.

Un amore è un amore, punto e basta. Non sono ricordi di una situazione di benessere che ti sei creato per la consuetudine del vivere accanto ad un’altra persona.

Un amore è non poter fare a meno di condividere l’esatta metà della tua vita con chi ami, non poter bere un bicchiere di vino insieme, non poter fare l’amore con la persona che ti fa volare in alto, che di più non si può. Una storia d’amore è uguale a tutte le altre, anche se ognuno pensa che la sua sia speciale e unica…convergono tutte all’amore, perciò sono tutte uguali.

L’amore può finire in uno dei due partecipanti, proprio perché non era mai cominciato, già perché solo uno dei due non ha partecipato, in genere chi lascia. Chi vorrebbe rimanere è chi ama veramente e ha partecipato, ma le cose alla fin fine erano stabilite dal principio, come si semina, si raccoglie, evidentemente non si è osservato crescere la pianticella che avrebbe dovuto ospitare e sorreggere un bel fiore.

Ora, quando finisce un amore i nodi vengono al pettine e allora bisogna avere il coraggio di soffrire e dare un colpo deciso e recidere quel fiore non nato che di tanta tracotanza ti ha tratto in inganno. Anche se sai che farà male, dovrai sciogliere il nodo, ed esiste solo un modo per tentare di ricomporre quell’amore creduto unico, serve quel poco di coraggio rimasto e ci si ritira silenti. È l’unico modo per vedere se c’è ancora interesse da parte di chi ti vuole lasciare.

Tutto ha un inizio e tutto ha una fine, mai l’amore. L’amore è quella cosa che ti fa dire “mi mancheresti anche se non ci fossimo mai conosciuti”.

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20 MAGGIO 2016 ARA S. Bernardino,  Santa Lidia, S. Anastasio

Le parole giunsero frastagliate come fossero passate tra le grate di un torrente che tenta di arginare sporcizia e frasi confuse… come quando non le si vuole ascoltare.
Un fiume di parole che rimbalzano fastidiose nel tuo già sapere tra le maglie di una grata che cerca disperatamente di fermare, non ottenendo che il solo provarci trattenerle.
Le parole trasportate dal chiacchierio di un torrente che rumoreggia allegro, lo stesso fuggono arrivando all’orecchi confuse e incapaci di trasmettere un vero messaggio.
É lo stesso che voler ‘imprigionare’ un pensiero… perciò non si deve ascoltare il rumore di auto che passano sulla strada o il torrente a valle che riempie l’aria del suo allegro borbottare… miscelarsi d’entrambe le situazioni e passare oltre per arrivare al mare. Il ‘rumore’ d’auto, svanirà nel nulla nello spazio di qualche secondo mentre noi si rimane qui, con i piedi per terra a cercare di dare ordine a tutti quei pensieri in fuga.
Che dove fuggano, son boomerang e ritornano indietro a chi li ha lanciati, e il problema di risolvere il rebus di parole che sfuggono, rimane da ‘sistemare’, con il rumore d’auto, o con lo scrosciare di un torrente a valle.
Siate felici voi tutti, perché grazie a Dio. non odio nessuno.
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21 MAGGIO 2020 S. Vittorio, S. Adalrico,

Ha fatto l’amore tante volte con sua moglie. L’aveva fatto amandola come persona e stimandola per la sua laboriosità e per il suo modo di vedere le cose con coscienza. L’aveva amata per le torte che Lei preparava per Lui, anche se in realtà Lui scoprì dopo tanti anni, che piacevano più a Lei.

L’aveva amata alla follia quando pensò non fosse più sua, l’amò per avere il suo perdono. Lui l’aveva amata e rispettata come quando si guarda una donna negli occhi… quando dentro una vocina ti dice che non la meriti. Ci sono molti modi per dire ti Amo, e si finisce sempre nel modo migliore per dirlo, facendo l’amore.

In questo caso però l’amore si divide in due modi di essere interpretato, generalmente prevale quello di fare all’amore con l’irruenza di un ventenne, ad eccezione della prima volta che è quasi sempre un fiasco, invece il primo fremito di intenso piacere che si assapora saziandosi solo di baci e languide carezze per poi esplodere in un piacere che tanto è grande, difficilmente si riprova con la stessa intensità con il passare del tempo, chi l’ha guadagnato e quindi meritato ne sa ‘qualcosa’ e gioisce, chi non l’ha saputo o potuto fare, li rincuori, la porta chiusa per un portone nuovo che si riaprirà quanto il suo cuore stesso lo desideri.

E allora Lui l’amava, e si rese conto di dover tornare a fare all’amore come la prima volta di chi ha ‘capito’, sempre più consapevole che il sesso è molto, ma non è tutto, il vero Amore è fatto di ben altra pasta. Lui l’amava, e oggi l’ama, domani l’amerà di più.

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22 MAGGIO  2015 ARA e 2020 ARA da mettere al 9 di Maggio.  Santa Rita, Santa Giulia, Santa Annarita

I sogni nascono nel momento in cui desideri ardentemente qualcosa. Il primo giocattolo che desideri ti fa conoscere i sogni, e così aspetti il tuo compleanno sognando, e se credi a Santa Lucia che con gli occhi in mano proteggerà i tuoi, depositerai la letterina.  Così come il Natale è il compleanno di Gesù, e se non son doni, son dolci che è la stessa cosa,  l’arrivo di un sogno che si materializza ripetutamente chissà quante volte, da che la mamma ti rimbocca le coperte, a barba bianca e ‘tette spente’.  Poi cresci e i tuoi sogni un po’ li pretendi. Gli anni passano e continui a sognare, un buon lavoro o un gratificante impiego, una famiglia, dei figli che crescono, e ancora continui a sognare. Magari sogni per loro che possano avere quello che tu non hai avuto.

Esiste un’età per cominciare e una per smettere di sognare? Davvero inquietante la risposta da dare, è più comodo sorvolare, fa paura la risposta che si potrebbe avere.  Ci si illude, prima a mente sveglia poi, senza accorgersene nelle braccia di Morfeo, lasci si prenda la responsabilità della nostra incoscienza che a stomaco leggero gratifica, diversamente… ‘non vedo l’ora di svegliarmi’.  I sogni sono il motore della vita, smettere di sognare è far morire la fantasia, e senza quella un bimbo non cresce sereno e un adulto muore pur vivendo.

Sognare fa bene allo spirito e non costa nulla. Non sognare costa troppo al cuore e all’anima. Molto meglio spegnere la luce sul mondo, guardare al di qua del buio del tuo intimo e dirti domattina cosa ti piacerebbe fare o chi ti andrebbe di essere, e se al tuo risveglio le cose appaiono differenti da come te le eri fantasticamente immaginate. Aspetta la sera seguente, mangia leggero, ripeti e aspetta di nuovo fiducioso, un sogno non muore veramente del tutto quando smetti di sognare, conserva ancora qualche palpito d’amore.

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23 MAGGIO 2014 ARA S. Desiderio

♦Era il duemilauno, tra il passaggio dalla lira, ahimè, all’euro. E con un mio (ex) amico me ne andai a fare un viaggio. Destinazione Russia. Avremmo come sempre deciso per un viaggio da soli, senza consorti, con le quali avremmo dovuto ovviamente fare i conti prima e dopo la partenza. Con il giusto dosaggio fra tempo e parole, riuscivamo sempre a spuntarla e quasi sempre l’epilogo era: “è l’ultima volta che te lo chiedo amore” poi si sa, ognuno usa la sua tecnica persuasiva, che quasi sempre contiene piccole bugie.

Eravamo talmente esuberanti e incontenibili a quei tempi, che le mogli non si opponevano più di tanto. Anzi, a parer mio, erano ben felici di togliersi per un po’ dai piedi i propri consorti, e la loro debole opposizione era più che giustificata. Per quanto riguarda mia moglie, ammetto che non ero mai molto contento di tanta magnanima accondiscendenza, del resto lei era ed è anche oggi una bella donna e l’avrei lasciata sola. Credo che alla fine il più preoccupato dei due ero io, ma l’uomo è uomo, caspita! Gioco-forza reggevo la parte del duro fino in fondo, ma mezzo cuore lo lasciavo a casa…accidenti!

E così, dopo la necessaria burocrazia per i documenti da consegnare all’Ambasciata russa di Milano, partiamo alla volta di Mosca. Mosca, già il nome incute rispetto e, unito alla paura per il viaggio in  volo che da sempre è il mio tallone di Achille, lo faceva cominciare più con dubbi che con certezze.

Tre ore, tanto durò il volo che mi ha fatto venire i brividi…letteralmente, anche per la presenza poco prima dell’atterraggio di piccole stalattiti ciondolanti sulle ali del velivolo. Appena sbarcati all’aeroporto di Mosca, ad attenderci c’era un freddo gelido di circa meno venti gradi, ma non fu l’unica cosa gelida.

Le guardie, per la gran parte donne nelle loro vestigia grigio verde spento e logoro, con il loro aspetto severo non ci misero di certo a nostro agio. Poliziotte senza sorriso, capelli raccolti stile vecchia signora e sguardo truce. Come non bastasse fummo “incanalati” a gesti verso delle corsie segnate per terra da due righe bianche parallele che ci indicavano rigorosamente la “retta via”, con una severità accentuata dal disegno sul pavimento di un busto di donna in divisa militare che con il dito indice proteso verso il naso, stava a indicare SILENZIO!  Un’accoglienza da non associare a uno sbarco a Honolulu, a Mosca si viveva una sorta di ‘pena’ che contrasta tutto ciò che rappresenta la comunione dei popoli.

Finalmente, tra lo stupore e la perplessità, ritirammo il nostro bagaglio e, preso un taxi, ci recammo al nostro albergo. Era immenso, 500 stanze e tanti ristoranti che non saprei nemmeno quantificare, si affacciava direttamente al Moscova, il grande fiume che attraversa Mosca, vicinissimo alla Piazza Rossa con il famoso Cremlino, le cui mura di cinta merlate furono progettate e costruite da un famoso architetto milanese, ovviamente qualche secolo fa.

Da un’ala dell’albergo Imperial si intravedevano le maestose guglie della cattedrale di S. Basilio, anch’essa nelle vicinanze della Piazza Rossa, ma il regale paesaggio non corrisponde al carattere dei moscoviti, si percepiva nei nostri confronti uno spiacevole senso di ostilità. Le donne forse un po’ meno, ma gli uomini non ci guardavano certo con simpatia, piuttosto con sguardi sprezzanti e ostili, comunque di sufficienza quando ci andava bene.

Galina, una guida turistica che ci accompagnava per le vie e i musei della città, più volte venne fermata da guardie severe che, senza nemmeno farci cenno di nulla per il disturbo che ci stavano arrecando, afferravano la povera malcapitata Galina per un braccio e, divincolata da noi, veniva interrogata sul perché fosse in nostra compagnia, nonostante fosse evidente che fossimo dei turisti che si accompagnavano ad una innocente interprete. Il finale era sempre lo stesso, si vedeva chiaramente la povera donna estrarre dalla borsa qualche moneta da allungare furtivamente ai poliziotti per essere poi libera di proseguire il proprio onesto lavoro.

Cenammo verso le venti in uno dei ristoranti dell’albergo, mi pare fosse il ristorante Ucraino, ci abbuffammo con pietanze tipiche e bevemmo solo vodka che date le temperature rigidissime, scendeva nello stomaco come fosse acqua minerale.

Dopo cena decidemmo di andare in un locale poco distante, accompagnati da due simpatiche cameriere conosciute tra una portata e l’altra al ristorante Ucraino. Una di loro era incinta e fu proprio lei, Maria, che si offrì di accompagnarci in quel locale dove quella sera si sarebbe esibito un famosissimo cantante russo. L’amica Elena ci disse in uno stentato italiano misto a inglese che se ci fossimo annoiati di sentire quel cantante, nel locale vi si trovava pure una sala casinò. Ben felici di andare con loro, prendemmo un taxi e via…e in pochi minuti raggiungemmo il posto. Un bell’ ingresso, bodyguard in livrea, tappeto rosso, una folla incredibile che aspettava di entrare, ma non per noi, che fummo subito invitati a varcare la soglia.

Stesso copione dei giorni precedenti, donne che cautamente ti sorridono  e uomini che ti guardano schifati…insomma l’ostilità la faceva da padrona. Buon viso a cattivo gioco. Era presto, il noto cantante non era ancora arrivato, cosa potevamo fare nel frattempo? Le ragazze ci invitarono a ballare, ma noi preferimmo la sala casinò, quindi in qualche modo riuscimmo a capirci e loro andarono nella sala da ballo a ballare, noi a giocare e ci si sarebbe rivisti più tardi.

Roulette, io, nonostante le giocate, pareggiai mentre il mio amico “beccò” un “pieno” 36 volte la posta…non male: 350 euro di vincita. Molta gente non giocava, osservava. Dopo un po’ Elena ci venne a chiamare, finalmente il cantante arrivò, ce ne rendemmo conto dalle urla festanti e deliranti dei fans. Andammo tra la folla per sentirlo cantare, solo poco dopo capimmo del perché tutti i cantanti italiani che non hanno grande successo nel nostro paese, vanno a fare concerti in Russia. La musica e le parole del cantante russo erano a dir poco obsolete e patetiche, ma si resistette per circa un paio d’ore per non offendere le nostre amiche.

Si fecero, grazie al cielo, le due di notte e tutti d’accordo decidemmo di tornare in albergo. All’uscita dal locale, improvvisamente, mentre si stava attendendo il taxi, si avvicinarono minacciosi due poliziotti in divisa. Parlarono a voce  alta e severa con Maria e Elena, e poco dopo le afferrarono per le braccia e le trascinarono verso un’auto di servizio. Le ragazze si girarono per cercare di parlarci, ma vennero ripetutamente strattonate e noi non capivamo cosa loro tentavano di dirci in quel russo misto all’italiano, l’unica cosa certa era che traspariva un velo di disperazione nei loro volti.

Rimanemmo sbigottiti, io e Michele, senza parole cercando di capire cosa avremmo potuto fare. Nel mentre si avvicinò un ragazzo sulla trentina di bell’aspetto e si propose a gesti di portarci in albergo con la propria auto. Noi, ancora trafelati e un po’ sgomenti, accettammo subito pensando fosse stata una coincidenza fortunosa quell’invito. Ci avvicinammo all’auto, una jeep di piccole dimensioni, e da una delle due porte vi scese una seconda persona per reclinare il sedile e farci accomodare nel posteriore. Anche l’altro era un giovanotto dalla bella apparenza. Inizialmente sembrò tutto normale, del resto noi eravamo preoccupati solo per la sorte delle due povere ragazze. Partimmo e mentre uno dei ragazzi guidava, l’altro si era girato verso di noi per conversare, e mentre lo faceva ci accorgemmo che sembrava prenderci in giro. Anche l’amico alla guida sghignazzava di tanto in tanto senza apparente motivo. Improvvisamente estrasse delle foto dalla tasca e indicandocele ci disse se desideravamo compagnia femminile, proponendoci alcune sue presunte ‘cugine’.

Alla nostra risposta negativa, incalzò con l’offrici droghe, e ancora una volta noi rispondemmo di no. Immediatamente ci rendemmo conto che la strada fino ad allora percorsa era molta più dell’esigua distanza che ci separava dall’albergo. Io con gesti e parole sconnesse feci presente ai due il particolare, e per tutta risposta il tipo alla guida, estrasse una pistola di grosso calibro dalla tasca e la rivolse verso di noi sorridendo beffardo. Merda, la tensione si fece altissima. Il mio amico non diceva nulla, atterrito e totalmente incapace di reagire. Io non fui da meno, ma del resto pensai, questi, se avranno tutto ciò che abbiamo in tasca, ci lasceranno andare, e così cominciai implorante ad intrattenere una specie di trattativa.

Per cominciare, con un gesto pacato mi sfilai il Rolex per infilarmelo lentamente nelle mutande, aiutato da un buio pesto. Mi ero accorto che ci avevano portato in una fabbrica enorme dismessa, priva di qualsiasi forma di illuminazione. Doveva essere stata una siderurgica a giudicare dal suo aspetto ferroso e sinistro. Scena da film dell’horror ma di film non c’era un cazzo, era tutto maledettamente vero. Pensai davvero che la nostra ora fosse giunta. Fanculo…morire così a tremila km da casa… a quarant’anni di vita.

Con la forza della disperazione, mi rivolsi al mio compagno di sventure invitandolo a darmi tutto ciò che aveva in tasca, vincita compresa. Metto tutto il denaro insieme e lo offro a quello con la pistola, cercando di spiegargli che era inutile che ci uccidesse, e anzi se ci avesse accompagnati all’albergo gli avrei consegnato altro denaro. Questo prese il denaro sorridendo da stronzo come per risposta, grazie al Cielo positiva, il suo amico alla guida avviò l’auto e ripartimmo. Ad un certo punto, percorso poche centinaia di metri intravedemmo un bagliore in lontananza. Sembrava una pattuglia di polizia, di quelle che controllano gli ubriachi o i drogati di notte, e così fu. Il mio amico finalmente ebbe un sussulto di gioia, e io con lui. Siamo salvi, pensammo. Ma ecco che senza essere fermati, i nostri due sequestratori si fermarono proprio di fianco ai poliziotti e tranquillamente si misero a confabulare tra loro. Di tanto in tanto, con le sigarette accese, poliziotti e stronzi si rivolgevano a noi ridacchiando schernendoci palesemente, complici.

Terrore a mille! Poi inaspettatamente, come era cominciato quell’incubo tutto finì.  Ci lasciarono andare dopo circa un’ora, esattamente fuori dall’ingresso dell’albergo, che scoprimmo il giorno dopo essere distante solo qualche miglio dal casinò, pochi minuti di auto trasformati in un’ora di puro terrore.

E le ragazze? Arrivarono verso le 6 del mattino dicendo di essere state sequestrate in una stazione di polizia, e ci fu dato pensare che avevano subito violenza per poter tornare indenni. O forse erano tutti complici? Chi se ne frega! L’importante è che fosse finito quell’incubo tremendo. Mancava ancora un giorno alla fine della vacanza, ma lo trascorremmo interamente in camera, la voglia della partenza dall’Italia lasciò ora il posto alla voglia di tornare al più presto sui nostri passi. Era il primo mese del primo anno del nuovo millennio che noi si iniziava con la paura di morire.

24 MAGGIO 2019 ARA Ascensione di nostro Gesù Cristo, Santa Maria Ausiliatrice, S. Albano

25 MAGGIO 2016,  S. Beda, S. Adelmo, Santa Orietta, S. Zenobio

♦Rumoreggia…e non è “agli irti colli rumoreggia il mar”.
Qui tra le montagne si sente l’eco che riflette sui dorsali degli irti monti, aumentando d’intensità. È come il tempo ti dicesse, ora comando io, sono stanco di sentire le vostre lagne da umani scontenti. Troppe notizie che passano via etere senza chiedere il permesso al tempo e ora lui, il Tempo, non ci sta.

E il tuono continua a parlare, a volte urla per meglio farsi sentire. Il vento rincara con folate che anch’esse gridano di fare silenzio. Adesso si ascolta il tempo che, con la sua palpabile presenza, si impone imprecando.

Ora è salita in cattedra una voce più grande di noi umani, parla il Tempo, parla Dio. Non resta che raccogliere le sfumature di tanta bellezza e potenza, inchinare il capo socchiudendo gli occhi in segno di riverenza e respirarla a pieni polmoni con grossi sorsi d’aria. L’aria, una delle sorelle naturali del tempo.

I primi goccioloni non tardano ad arrivare, e battono sui tetti con prepotenza sferzando ancor più sui vetri delle piccole finestre di case rupestri di montagna. Allora, a quei tempi, non serviva una grande vista con luce all’interno dei casolari, le finestre dovevano servire solo per un ricambio d’Aria.

Il contadino montanaro di vedere monti e orizzonti sconfinati ne aveva ben donde, e la luce invadeva i suoi occhi sin dalle prime luci dell’alba. Solo l’aria andava respirata, senza nemmeno l’interruzione delle meritate poche ore di sonno del contadino montanaro. I suoi sogni non erano altro che il prosieguo della sua realtà quotidiana.

Con i cuori un poco intimoriti di uomini e animali, si stava su per baite con i Cani sotto i portici. Gli uomini con una mano si stringevano intorno al collo i colletti della giacca di velluto grosso appoggiata sulle spalle, a coprirsi dal cambio dei tempi. Da caldo a freddo in un attimo, quando l’abbraccio del chiaro e dello scuro si sposano per un istante.
Una cicca di toscano in bocca e si stava ad ammirare la potenza del tempo mentre il buio diveniva sovrano su tutto, digerivano con un gotto di grappe, e ringraziavano supplichevoli chiedendo in cuor nostro clemenza alla forza degli elementi, che incombente avea furia di arrivare con tono di voce severo.

Le capre negli alti alpeggi ben sapevano dove si trovava quel fitto cespuglio scovato dalla loro voracità, l’avevano nascosto in modo si formasse un tetto di neve al di sopra del loro riuscire a brucare, le capre lo sapevano, non restava loro che scavare per avere un pasto magro anche d’inverno.

Le mucche hanno solo la loro pelle per riparo dalle intemperie di tarda primavera.
Solo quelle gravide portavano un tappeto di canapaccio di iuta avvolto tra reni e collo, là, sui monti.

Le pecore furbe e più piccole invece, sapevano entrare nel bosco senza timori per ripararvici ed uscirne con la stessa disinvoltura di come fossero entrate e forse non “asciutte”, ma sicuramente avevano preso molta meno acqua piovana dei cani da pastore bergamasco che vegliavano le pecore ai margini del bosco, al di là degli alberi, sotto le intemperie più dure.

Allora come ora silenzio!… parla il Tempo che è stanco di stare ad ascoltare le nostre lamentele.

26 MAGGIO 2020  S. Filippo

♦Il tempo fa i capricci, servirebbe sole e quiete e arriva acqua e tormenta.

Il ragazzino della porta accanto, Filippo, gioca a football, non sa cosa regalare alla sua giovane promessa. Adolescente, è la prima volta che si deve preoccupare di compiacere la compagna di banco, e adesso tutto si complica perché la piccola adorata amica del cuore non siede più da tre mesi accanto a lui.

Cosa regalarle per il suo compleanno. Adesso che la grandine ha rotto fiori e petali dei gerani del suo giardino, cosa può farle in dono, dopo che il fiore del glicine è sparpagliato per terra. Ci pensa a lungo Filippo, Carlotta merita il meglio… magari ci scappa il primo bacio. I fiori nel giardino son spariti e con loro gli scheletriti rimasugli e Filippo non ha l’età per comprarli dal fioraio.

Un anello è roba da grandi. Un libro?… ne leggono già troppi per la scuola. Poi, all’improvviso, il viso di Filippo si illumina…ok,ci sono! Regalerò a Carlotta un bella mascherina colorata, la porterà sul viso ogni volta che esce di casa così penserà sempre a me. Il tempo è bizzarro e non mi fa giocare, come la mascherina, ma uno fa ciò che vuole, l’altra…uguale.

27 MAGGIO 2015 S. Agostino, S. Oliviero

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♦Osserva un albero e chiediti se è la vita, guarda una persona e chiediti qual è la sua vita.

Tra il fogliame inerte e pungente spinge un germoglio, bastano alcuni giorni perché crescano foglie a braccia aperte,  il loro battesimo, il primo sacramento con mamma terra.

Dolori di madre e disperati vagiti che urlano alla vita, acqua che monda e purifica ed è battezzato anche quel neonato al celeste giudizio.

Cresce, si fa fusto rincorrendo la luce del sole, e le sue vesti divengono corteccia, ancora non vede, ma spuntano bitorzoli nodosi,da lì il mondo è chiaro attorno a sé.

Il bimbo ora da solo cammina e con le mani tocca e con gli occhi vede.

Anche per l’albero passano gli anni, ed ogni cerchio intorno al suo tronco glielo ricorda che, quando un giro di ruota è sottile, l’inverno è stato duro, e il gelo aspro e geloso gli ha trattenuto il cibo. Se un altro giro di ruota è scuro e largo, allora la neve benigna l’ha protetto e l’estate prodiga di pioggia vitale lo ha spinto più forte sull’altalena della vita. Come tra un cerchio e l’altro, ci possa essere un disegno discontinuo che sembra sobbalzare…sono gli spaventi di quell’incendio scampato, o di quel fulmine caduto, o i colpi dell’accetta che colpiva l’abete amico.

Trascorre il tempo inclemente, il bimbo è uomo e i suoi muscoli orgogliosi ma stanchi si afflosciano, vene vitali affiorano esponenti, macchie di saggezza invadono la pelle tinteggiandola di scuro. Solchi scavati dal sole e pioggia, attraversano il suo viso e dietro, la mente che ha visto cibo abbondante e carestie avvilenti, i ricordi di una vita, le malinconie di un passato, i sogni realizzati, le ingiustizie subite, le paure di una stupida e inutile guerra, le gioie e i dolori, le sicurezze e le incertezze, gli errori e le cose ben fatte, l’odio e l’amore.

Vicino a sé il ruscello sempre nuovo che ruba disgelo di fonte fresca, l’erba magra di montagna si veste di un verde, tanto verde che porta invidia, e i fiori multicolori non fermano le lacrime dell’ultima resina che sputa la corteccia di un albero. Piange sentendo il rumore metallico di una sega veloce, che lo farà ardere in un camino o abbellirà inerte come un mobile nella stanza.

Vicino a sé desiderio di nuova vita e altri vagiti e battesimi, il sole che sorge e risorge senza perdere luce, acqua limpida che sgorga perenne, tappeti nuovi d’erba ovunque da invidiare, e fiori sparsi come coriandoli a carnevale che non fermano l’attimo che fugge in una lacrima amara, mentre la falce compie il suo ingrato ma necessario lavoro.

Se la terra genera, il grembo fa nascere, se la terra rigenera, Dio. fa risorgere, in un continuo moto perpetuo accomunando l’albero a te, la natura con l’uomo.

28 MAGGIO 2019 S. Emilio, S. Priamo

♦Se Dio. mi assolve, lo fa solo per insufficienza di prove. ( Alda Merini, solo titolo) Stá m’pê n’tat chè te ende.

Sta m’pê acâ, t’ha dō fè quat chę ten volet, ma sta m’pê n’tat chè prôe a endit. M’à ôcôr ôl post n’dè stala. Zęmò la Gigia e la Belā jié malmetide e i s’ta stręcę, senza parlá del Bigio, ö l’asnì ché pôarì pò a lü al gávres la só de dí, ché da quand l’é riat ôl Barú, jha metit n’dõ cantú. Ôl Barone, l’è ü caalú de tata stasa, e l’ha ôcupat ôl post piô bel, chel visì ala fraschera, n’dô öna ôlta a ghera la Morena che ades ôl padrü al vol vendì per la manera che l’é stôfa dè fá lac. I cavrę per fürtüna jé n’dô notra banda, n’del sò sęrai, fò di bale… mancheręs a c’ha de iga la spôsà dè cavrú n’dè stala.

La mucca Morena non serve più a nessuno, va in pensione e se muore presto è meglio per tutti, la Gigia e la Belā, fanno le mucche signorine da latte perché son giovani e se ne fregano della Morena… ancora non sanno che troppo presto anche loro non serviranno più a nessuno. La Morena ha fatto il suo tempo, ha fatto solo latte per tutta la vita, nient’altro… provasse uno di Noi a fare la stessa cosa per tutti i giorni della nostra vita… e ci riuscisse… che a malapena, tra mille lamenti, lavoriamo quaranta ore settimanali, meno di un terzo del tempo a disposizione di una settimana. Il Bigio, l’asinello, si accontenta di quel che meglio riesce ad evitare per non lavorare, e del posto nella stalla non gliene frega nulla, lo mettano pure dove gli pare, son lontani i tempi in cui lo legavano ad una macina e per troppe ore girava in tondo senza mai fermarsi… forse non è scemo, è intelligente, si accontenta di ciò che ha. Provassimo noi a fare la stessa cosa per tutti i giorni della nostra vita, a lavorare per 10/12 ore per sempre… a malapena, tra lamenti e improperi vari, facciamo 40/44 ore settimanali, occupando la metà di un terzo della nostra vita, e comunque non per sempre, a Dio. piacendo, esiste anche la vecchiaia. Le mucche e le capre l’hanno sempre scanzonato perché prendeva le botte invece che ubbidire.

Il cavallo chiamato Barone, deve ringraziare la nobiltà rappresentata dal suo stesso nome, gliel’hanno dato di diritto anche se non sa fare un cazzo, se non tirare un calesse la domenica mattina per il “padrone”. Barone, per un cavallo significa ‘stazza’, muscoli e taglia al di sopra della media, e uno Shire Irlandese non può che esserne orgoglioso, e se la tira un po’.
Mi viene in mente di paragonare il cavallo Irlandese ad un uomo qualsiasi del mondo. Barone pretende un posto più largo nella stalla, così come la Gigia, la Bigia e la Minä, perciò la ‘sciüra Morena quattro tette stanche, se ne deve andare.
Un po’ come quando una persona deve al contrario del suo volere, separarsi dal suo essere parte della vita finora vissuta. Un uomo per stare largo nella stalla, non nitrisce nervoso e non ammonisce muggendo, aggredisce e se necessario uccide. L’animale si lamenta di una situazione sgradevole, finché s’abitua e si sottomette al proprio destino, così come l’asino da soma porti in continuazione su e giù dal porto a Santorini passeggeri scomodi e goffi. L’asen l’ha c’etat de fa öl sò doęr.   L’hé mia bambo l’asen, l’ha pensat che l’é mei sö è zhò d’öna ria che girá inturen à önà masna tôt öl dé per semper finché tè môret. Per questo l’asino sembra stupido, prende le botte per non voler ubbidire, quando in realtà è più nobile di sentimenti del cavallo Barone, tutto muscoli e poco cervello. Almeno lui, l’Asino, si oppone alla tirannia del padrone anche se prende le botte. L’uomo come il Barone fa il netto contrario, prende le botte e finge di non “sentirle” nemmeno. Dio. Mi perdoni se mangio ancora carne di mucca.

29 MAGGIO 2015 S. Massimino, Santa Orsola

Erano passati pochi mesi dal più grave incidente che per sventura mi fosse mai capitato. Ancora convalescente in quel 2008, io e mia moglie fummo invitati in pellegrinaggio a Medjugorie da un gruppo di preghiera di un paese di montagna a noi caro.

Io ancora mi reggevo che con l’aiuto di stampelle, ma accettai e partimmo per quell’evento a ringraziare la Madonna della grazia ricevuta di essere ancora in vita.

Il viaggio in pullman fu estenuante, considerate le mie condizioni di salute. Ricordo che quelle sedici ore parvero giorni e giorni, ma tra barzellette, canti, e preghiere, si arrivò.

Non fu certo idilliaco l’ingresso alla cittadina di Medjugorie, sembrava d’essere arrivati in un posto di villeggiatura, negozi in ogni luogo che vendevano souvenir sacri, bancarelle e tutto un mercanteggiare a destra e manca… il mio dissappunto era ben visibile.  Normale, mi dissi, quella povera gente ci viveva di quel commercio e, in un certo qual modo, la Madonna ha aiutato anche loro, i superstiti di una lunga e sanguinosa guerra fratricida.

La gente si accalcava per le strade come formiche impazzite affamate di santità, alla ricerca di quella verità che davano già per scontata dalla fede prima ancora partissero, io ero uno di loro, cercavo solo di rimanere con un piede sulla terra, per non sconfinare nella tristezza dell’esaltazione che tanto detesto.

Il giorno seguente ci recammo in un bel giardino al centro del quale vi era un bellissimo Cristo in croce. Si ergeva imponente ma dimesso e sofferente, come l’ultimo degli ultimi. Dal suo ginocchio una piaga, una ferita che lacrimava in continuazione gocce oleose di liquido umano… senza smettere mai… una dopo l’altra incessantemente… unica risposta, la Fede.

Ad un centinaio di metri circa, vi era un enorme piazzale circolare con relative panchine convesse, al suo termine pochi gradini e un grande palco rialzato, vi erano ai suoi lati una decina di sacerdoti seduti su delle sedie che ricevevano confessioni e dispensavano assoluzioni a chiunque… non a me che sono un ‘divorziato’.

Non mi servì nemmeno dire che avessi da tempo avviato le pratiche per l’annullamento del matrimonio alla Sacra Rota, fui liquidato con una medaglietta della Madonna di Medjugorie che ancora conservo e che sempre conserverò… Lei non ha colpe né responsabilità delle decisioni umane.

Anche Papa Francesco disse le storiche parole… “Chi sono Io per giudicare gay e divorziati!!” Forse, ad essere umiliati, sono gli stessi che mi congedarono ipocritamente con quella medaglietta, obbedendo ad un ordine scritto su un fogli senza aver saputo ascoltare il loro cuore, io a Medjugorie ho ascoltato e visto quanto dovevo senza esaltazione, solo con amore.

30 MAGGIO 2015. Santa Giovanna d’Arco, S. Ferdinando.

La sera, il rosario subito davanti al ‘grande‘ Cristo che lacrima, e poi a letto che il mattino la sveglia sarebbe stata al primo canto del gallo. Ci saremmo recati a Mostar, meta del viaggio di quel giorno. Erano ancora ben visibili i segni di una guerra appena passata, colpi di mitragliatore e di mortaio a centinaia sulle pareti di case, palazzi, scuole e ospedali, cose che s’erano viste nei telegiornali di un decennio prima in Italia, la gente moriva di mitra e di fame, proprio fuori casa nostra.

Attraversammo il ponte stretto dove il territorio si divide fra Cristiani e Mussulmani, un prete che ci accompagnava in abiti borghesi, ci invitò a spogliare catenine d’oro con croci. In principio mi sembrò un’esagerazione, ma non la pensai così appena giunti dalla parte opposta. Sguardi palesemente ostili ci seguivano costantemente, e fu un sollievo quando, solo un’ora dopo, decidemmo di andarcene.

Tutto questo il mattino, nel pomeriggio avevamo in programma di recarci in un paese sulla strada del ritorno, per partecipare ad una conferenza di padre Tomislav Vlasic, grande sostenitore Mariano, perseguitato dalle autorità militari appena dismesse. Esse lo avevano incarcerato perché ritenuto un personaggio scomodo e sovversivo.

La sala era gremita, non vi erano meno di 500 persone. Padre Tomislav iniziò il suo simposio, i toni furono subito accesi, sembrava voler gettare moniti a tutti noi anziché preghiere. Inveì con toni duri contro consumismo e capitalismo, quasi rendendoci responsabili diretti, e ai più piacque, a me non molto. Pur rispettandolo, ma del resto non sono nemmeno un grande sostenitore di  Padre Pio, per le stesse ragioni, li rispetto e mi astengo dall’andare oltre ogni mia personalissima impressione.

Il mattino seguente la sveglia fu alle sei. In programma avevamo la camminata sul colle di Maria, il krizevac, per me fu lì che Lei, la Madonna apparve. Su quel colle la gente cambia, si trasforma, entra in un aurea di misticismo, tutti sono estasiati, illuminati. Si comincia a percorrere quel sentiero costellato da varie stazioni come la via Crucis, e si prega, e ci si sente di tutti, e tutti si sentono con te.

Qualcuno piange di gioia, qualcun altro piange di disperazione implorando chissà quale grazia, che poi le grazie son tutte uguali, son tutte richieste per disperazione e pietà. Quella collina è stata forse uno dei luoghi in cui ho sentito di più la gente “vera” non bigotta, sincera, non falsa e ipocrita, umile, non esaltata.

Quel mattino abbandonai le stampelle. Io e Maria Rosa salimmo scalzi e, se per le prime centinaia di metri sarebbe facile per tutti intraprendere quel percorso, assicuro che arrivare all’ultimo chilometro è davvero dura. L’ultima fatica poi sarebbe stata quella di inginocchiarsi per percorrere una ripida scalinata di altre centinaia di gradini per raggiungere così la tanto agognata meta, la grande croce, che si erge imponente come a gratificarti del tuo sacrificio.

Negli ultimi quattro mesi l’unica volta che riuscii ad inginocchiarmi, fu in chiesa al matrimonio di mio nipote, al Sanctus, nel ricevimento dell’ostia, ma allora mi aiutarono a rialzarmi.

Il giorno seguente la sveglia fu alle quattro, perché era il due di Settembre e, come ogni due del mese, la Madonna appare a Miriam, ultima veggente rimasta ad avere regolarmente la visione della Vergine, anche se è difficile credere che la Madonna abbia orari e giorni per “esibirsi”

Un capannone enorme con ampie balconate, e centinaia di sedie, faceva da sala-chiesa di ricevimento per il grandioso evento, alle sei di mattina si era praticamente tutti assiepati, ammassati in un frastornante chiacchierio. Altre centinaia di persone si erano accomodate nel giardino adiacente l’edificio, e “seguivano” l’Apparizione dell’Immacolata tramite schermi giganti e potenti casse acustiche…

31 MAGGIO 2015  S. Silvio, Santa Petronilla, S. Battista

Noi invece eravamo su di una balconata, nemmeno troppo lontana, poche decine di metri dall’altare che ospitava la statua della Vergine.

Alle 8.30 il vociare frastornante si elevò a voce grossa di stupore e ammirazione, fece il suo ingresso Miriam la Veggente, l’estenuante attesa era giunta al termine. Miriam si rivolse con un sorriso a noi pubblico, da quegli occhi azzurri di chi ha visto Nostra Signora e sofferto la guerra. Sembrava salutare con tenerezza uno per uno tutti noi, senza parole, con il sorriso. Delle persone aiutano Miriam ad avvicinarsi all’altare della Vergine Immacolata Maria, e lì iniziò a pregare inginocchiata. Si fecero le nove e Miriam da una posizione statica, si raddrizzò dall’incurvatura del suo corpo, il suo viso si illuminò come di stupore e i suoi occhi si sgranarono, per poco dopo lasciar scendere vere copiose lacrime di gioia, era lì, davanti a lei Maria, nel suo sfolgorante candore che parlava attraverso la figlia, perché questa ci traducesse più tardi il suo divino messaggio.

Il silenzio poteva essere tagliato a fette tanto era sepolcrale, tanto era riverente, ogni tanto un rumore… Qualcuno sveniva, qualcun altro singhiozzava, altri ancora piangevano a dirotto con lamenti strazianti, ognuno a modo suo mostrava o celava gelosamente la propria emozione.

Un quarto d’ora di silente preghiera e Miriam si mise le mani sul viso come a riprendersi da uno stato di trans.  Fece il suo ultimo segno della croce per poi lentamente rialzarsi tra il vociare che ora aveva ripreso a pieno ritmo il suo rumoreggiare. Tutto era finito, la Madonna era apparsa come sempre puntuale per il suo messaggio d’amore, ad intercedere per noi presso Suo Figlio Gesù. Messaggio che poco dopo ci venne tradotto in più lingue, e per i più pazienti consegnato anche scritto.

Non per noi che impazienti fummo accompagnati in un’abitazione lì vicino, vi abitava un’altra veggente e, fatto straordinario, in una camera da letto spoglia non più usa alla bisogna, vi era una croce alta circa due metri dipinta sulla bianca e nuda parete. Cosa aveva di straordinario? Nulla se si fa eccezione per il fatto che la croce era grondante di sangue fresco che sostituiva i colori che davano forma alla croce stessa. Sbalorditivo! Questo poco dopo essere stati testimoni della apparizione della Madonna, come dire la ciliegina sulla torta.

Il mattino seguente partimmo per tornare al nostro paese. Le emozioni forti erano finite, ma non avevamo tenuto conto di con chi avevamo a che fare. Dopo un’ora circa di viaggio, mentre tutti parlottavano di quella esperienza meravigliosa, d’improvviso una signora con noi gridò qualcosa e indicò con il dito fuori dal finestrino, prima uno e poi l’altra, tutti guardammo nella direzione indicata, lassù nel cielo, il sole, come impazzito, cominciò a roteare, facendo dei cerchi prima in senso orario, poi anti orario, mandando nel contempo lampi accecanti diversi tra loro. Le grida di stupore si moltiplicarono, o molti come me non avevano parole, l’ultimo “vero e sicuro” saluto della Santissima, ha così voluto salutarci. Rimbambimento collettivo? eravamo più di cinquanta persone, nessuno disse di non aver visto il sole giocare in quel modo bizzarro.

Non ero tornato esaltato da quel pellegrinaggio, era come se avessi sempre saputo che la Madonna era là, come è in ogni posto in cui viene Venerata. La sola riflessione è che non ho mai visto né sentito, che una guerra potesse cessare improvvisamente d’incanto, come è cessata in Bosnia-Erzegovina, una guerra finita di colpo senza vinti né vincitori tra i contendenti. Ma il vincitore unico, è chi attira ogni anno milioni di pellegrini fedeli, e là dove la gente moriva per l’odio, ora regna la Regina della Pace, la Madonna Immacolata di Medjugorie.

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