NOVEMBRE. Solo per oggi. (Completo)

01 NOVEMBRE 2020.  Santa solennità di tutti i Santi

1primo giorno di Novembre che nell’anno liturgico, festeggia tutti i Santi nei Loro rispettivi nomi di Battesimo. Solo che i Santi si riconoscevano dal sorriso, ora sono mischiati alle disgrazie degli umani e indossano mascherine chirurgiche, perciò sono difficilmente distinguibili sopratutto per chi in Loro non ci credeva prima.

Molti Santi del passato hanno placato epidemie in ogni dove nel mondo, prima fra tutte, se per pandemia intendiamo la peste, Santa Rosalia “eris in peste Patrona” che con la preghiera fece di ottenere la grazia per due donne ingiustamente condannate a morte dal Cardinale palermitano di quel inizio “1600”.  La grazia arrivò così come arrivarono preghiere sincere al Cielo e di lì al giorno dopo d’incanto calò drasticamente il numero delle povere vittime del terribile morbo della peste fino a scomparire del tutto.

Tantissimi Santi si sono prodigati nel far cessare pandemie e guerre e molti ci sono riusciti… tutti quelli che c’hanno provato, sennò non sarebbero dei Santi. E oggi oltre a essere “fuori moda”, in aggiunta portano la mascherina, che se la porta un medico con il camice bianco la mascherina non stona, così come la portasse un distinto signore in giacca e cravatta che entra in un laboratorio sterile, o un operaio con la camicia a ‘quadrettoni’ e elmetto giallo in testa  che non vuole respirare polvere di cantiere, ma il pensare che S. Francesco porti sulla bocca una linda mascherina chirurgica vestito con pochi stracci e sandali lerci ai piedi fa impressione, al tal punto da invadere i cuori di immensa tristezza nell’immaginare di vederlo parlare  dietro una benda sulla bocca a un uccellino poggiato su di un ramo.

Non vien voglia di pensare ad un Santo ora, vien voglia di mandare tutto a “farsi benedire” e ricominciare a pensare come alla passata gioventù dove sprizzavamo ottimismo da tutti i pori della pelle e c’è ne sbattevamo di mascherine e ‘arresto forzato’, invece la paura si è insinuata nei nostri animi, è ciò non giova perché la storia insegna che nei secoli le pandemie si sono susseguite e sopratutto propagate grazie alle esagerate paure dettate dall’ignoranza della gente.

Ed è difficile adesso fare dietro front, difficile per molti di noi tornare ad avere fiducia di un Santo di dietro la mascherina che gli è stato più caro nel remoto della sua storia di vita, sembra di pensare ad un passato con il biglietto di sola andata per il percorso di vita di ognuno di Noi.

Ognissanti. Questo è il loro giorno sul calendario. Certo non è bello immaginare la ‘protezione’ dei Santi del passato, sembrano figure malinconiche che si spengono sempre più e di certo non ti aspetti nessun aiuto da Loro, sono solo vecchi retaggi del passato…

Beata Madre Teresa di Calcutta senza mascherine ha prestato servile servizio nei suoi “87” anni di vita a tutti i derelitti e dimenticati della terra, ha ‘aperto’ 99 centri nel mondo intitolati a suo nome, dove possono morire con la mano nella mano malati terminali con malattie facilmente trasmissibili all’uomo, un premio Nobel alle spalle e sono passati solo pochi anni dalla sua morte che è stata proclamata Santa.

“10” Ottobre 2020, Carlo Acutis è stato proclamato beato dalla chiesa cattolica Cristiana. Da essere proclamato beato a essere Santo è un piccolo saltello, e Carlo sarà il Santo Patrono di Internet. Meglio si ritorni al pensiero di buona speranza e spavaldo ottimismo giovanile. La paura talvolta è figlia dell’ignoranza amiche entrambe dei virus di tutti i tempi. Del resto non è vero che i Santi non si riconoscono più perché coperti di stracci con la mascherina in viso, il beato Carlo l’avrebbe indossata senza imbarazzo in jeans e tra le mani un p.c. portatile e Madre Teresa l’avrebbe indossata con l’unico abito di tutta la sua vita. Ci sono ancora i Santi, ci sono ancora… per chi li sa vedere, per chi li sa ascoltare.

02 NOVEMBRE  2015. Commemorazione di tutti i defunti, S. Tobia

Dedicata a Roberto, solo per Lui. Che non ho avuto il tempo necessario per capirti, ma da quel poco, e’ straripata la tua carica umana con tutta la sua irruenza. Che quando una persona e’ stata ciò che tu sei stato, non ha bisogno di molto tempo per presentarsi, di dire al mondo chi sei. I tuoi occhi parlavano per te, senza parole, i tuoi gesti gentili erano palpabili, come era palpabile il senso di pace che si percepiva nell’ascoltarti. O come quando con l’entusiasmo che ti contraddistingueva, mi presentasti per la prima volta il tuo locale Il Trio Condor, pizze da sogno e primi unici, la in quella stretta via di quel grazioso paesino di montagna.

Carissimo Roby, tu facevi apparire tutto splendente e pieno di vita, d’amore e di gioia, che persone come te nemmeno fanno fatica a proporsi, qualsiasi sia ciò che tu volevi trasmettere. E mi elencavi con fervido entusiasmo, i piatti che insieme ai tuoi fratelli avevi programmato per noi clienti, e alla fine del pasto, desideravi sapere se ben c’eravamo trovati, perché quello era il tuo fine, fare le cose per bene, perché tu eri e sei una persona per bene, che il bene non passa nemmeno se non sei su questa stupida terra, il bene lascia il segno per sempre, come lo hai lasciato tu nel cuore dei tuoi cari, e di chi ti ha davvero apprezzato e voluto bene, era impossibile non volertene.

E ancora poco più… almeno per me, lo stesso entusiasmo quando volevi imparare a suonare la fisarmonica, lo stesso sguardo tanto bello, l’immutato entusiasmo alla vita, quasi come a significare che te ne era destinata poca. Quattro bicchieri di vino e tanta, tanta umanità che sprizzavi da tutti i pori della tua pelle, della tua anima.

Fino a quel giorno, che ti re incontrai, quel mattino in cui ti rividi e bevemmo insieme un cappuccino, e io d’impeto t’abbracciai, con troppo entusiasmo, e tu Roby, mi ammonisti per non essere troppo irruento, i punti di sutura dopo il tuo intervento per quel merda di male, erano freschi, ma ancora di certo non ti lamentasti, nulla poteva scalfire minimamente la tua voglia di vivere, e tantomeno il tuo entusiastico modo di prendere la vita, la stessa che aveva già deciso che una persona così preziosa, era sprecata qui sulla terra, e a discapito perenne della tua Eli, e i tuoi cari figli,  ti aveva già destinato altrove, perché gli Angeli servono giovani al Signore. Ciao Roby, sorridici dal cielo, e irrora il mondo di gioia, che per questo sei stato destinato. Ti voglio bene, bello Spirito…

03 NOVEMBRE 2017 ARA da spostare al giorno n. 16.     S. Martino da Porres, Santa Silvia, Santa Dalila, Santa Silvia, S. Uberto, S. Giusto.

… Roberto è Gesualdo, un fotomodello che se n’è andato per un incidente in bici occorsogli il primo giorno di lavoro della sua vita, prima d’allora aveva rischiato la pelle ogni santo giorno iniettandosi schifezze nelle vene d’ogni tipo. Alex che se n’è andato per eccessiva mancanza di fiducia ancora tredicenne ha deciso che era meglio così. Fulvia, sua sorella dai folti e lunghi capelli rossi artista di pittura troncata sul nascere da una malattia bastarda.

Giovanni era il ‘bullo’ che doveva dimostrare di non avere paura di niente ed è affogato in quella pozza giù al fiume. Guido, fragile dolce Guido che come Alex non ha retto ai ritmi assurdi della vita e si è lasciato andare. Roberto è anche Giacomo che ha interrotto volutamente la sua vita tribolata… come Alex, come Guido, usavano le stesse sostanze, ma solo Giacomo ha scelto due fili di rame che pendevano da un soffitto per porre fine alla sua esistenza.

Tonino non aveva retto alla fine di un grande Amore, del resto non avrebbe retto comunque alle lusinghe di un mondo troppo grande per Lui, cambiò modo di vivere, cambiò nazione, ma la sua fragile natura lo riportava sempre a casa, con tutti i suoi problemi… come Maria, quella bella impiegata riccia che scottata da un amore, lo ha cercato in un Altra parte del mondo… ed è tornata d’oltre mare come Tonino, in una bara d’argento. Roberto è tutte queste Persone e altri ancora non meno meritevoli di essere menzionati in questa ricorrenza liturgica, primo fra Tutti il mio Amico Massimo di cui non voglio far menzione…un anno è troppo poco per me a giustificare la sua mancanza. Sia il giorno di tutti Voi Amici di un tempo, nessuno ha sbagliato, abbiamo, solo vissuto.

04 NOVEMBRE 2016 ARA.   S. Carlo Borromeo, S. Amauri, S. Arrigo, S. Vitale, S. Chiaro

♦E stiano di un gran bene tutte e tutti quelli che pensano di raggiungere la verità del sangue. Oggi ho pregato Dio, mi potesse aiutare ad essere ciò che sono, senza essere ciò che faccio. Facesse congiungere la mia doppia personalità in quella unica che preferisco, e non è ciò che faccio. Oggi l’ho detto scrivendo ciò che più mi piace, scrivere mi fa star bene, mi espande il pensiero, riesce a mettermi d’accordo con un lato latente del mio cervello, capisce cose a me sconosciute. E assicuro essere cose per cui la mia meraviglia non viene mai meno, anzi aumenta sempre più.

La mia meraviglia più grande è stupirmi di ciò che scrivo quando mi leggo e mi rileggo. È bello capire che in fondo non hai capito un cazzo. Ad ogni traguardo di pensiero raggiunto, ci si deve rimboccare le maniche e andare oltre, alla ricerca di altri pensieri con relative risposte. E va bene così, che a volte capire troppo fa male. Beata ignoranza, gridava quell’uomo disperato dall’essere stato gabbato dal cervello ‘fino’ del contadino. Beata ignoranza, grido anch’io. E poi ti consola l’essere consapevole di conoscere le tue differenze, la migliore si eleva al sottoporsi in prove anche estenuanti per dare sempre una più adeguata risposta al tuo perché della vita, al tuo perché del vivere. E perché si arrivi a discorsi tanto assurdi quanto comunque veri e presenti, bisogna che arrivi il domani, che ci vedrà in parte rigenerati dai profumi dell’alcol o di chissà quali alchimie cerebrali che si sviluppano nell’involucro della nostra personale sapienza che sta per quel che ognuno di noi possa avere ricevuto da mamma natura. Adesso voglio cambiare sinfonia, quel che ho scritto lo capisco solo io, perché agli altri, di stare a studiare parola per parola le mie paranoie cerebrali, non gliene può fregar di meno… buona giornata lo stesso.

05 NOVEMBRE  2015  S. Guido Maria Conforti, Santa Elisa, S.

Quando ricevi una delusione per qualcosa provocato da un  ‘qualcuno’, prenditi un po di tempo, fermati, e pensa, fatti due conti, pensieri che anche capovolti nell’ordine divengono indissolubili e vanno ragionati nell’insieme del loro intimo. Mi ha spezzato il cuore, è uguale che dire ho il cuore a pezzi, e nel mezzo ci sta la spiegazione, che la croce e fatta da due pezzi di legno, uno più lungo dell’altro, ma separati non la compongono, e siccome si parlava d’amore la faccenda può essere intesa in molti altri modi e le delusioni hanno altre cento facce con mille colori, e esiste sempre un ‘qualcosa’ ed un ‘qualcuno’ che li dipinge.

La soluzione paziente è il chiodo che tiene unita la croce, è sempre lì nel mezzo come la verità, o come una bella rosa rossa al centro di un aiuola ma quasi mai nessuno la coglie, forse è più comodo aggirarla e passare oltre per vincere la propria vanità,  in realtà è solo il più semplice dei modi per arrivare ad un accordo che pacifichi entrambi gli animi.

Allora mi fermo nel bel mezzo di una splendida giornata di sole, il clima somiglia sempre più agli uomini e ne copia i lati strani, perché è autunno inoltrato e ci confonde.  Sono seduto a ridosso di una cascatella del mio fiume, il fiume di tutti. Osservo l’acqua che scende copiosa dal salto scosceso e sento il rombo melodioso che la compone, in ogni rivolo colgo un piccolo rumoreggiare di scroscio che nell’insieme si fonde in una nenia di un unico afono suono e ti lascia pensare senza disturbo di niente, è un contorno di ciò che la mente comincia a mettere a fuoco con una storia di vita, e in questo preciso istante assiemi i giorni trascorsi, tra affanni, piccole gioie e il normale scorrere del tuo vivere, e ti godi il meritato riposo del giusto, che è il meritevole risultato di ognuno che si senta bene con se stesso. L’armonia del quadro che hai di fronte, a larghe pennellate ti si presenta chiara come lo spumeggiare biancastro dell’acqua che sbatte sulle pietre senza spigoli, come che un grande pianoforte a coda stia d’incanto per intonare le note di una musica suadente, e di colpo svanisce ogni dubbio su cosa puoi avere sbagliato, perché tutto l’impasto sta dando colore ai tuoi pensieri con i toni adatti alla tuo operare.

06 NOVEMBRE 2015 ARA e 2020 che va posizionato al n. 5  S. Leonardo, S. Emiliano

◊È facile che il cuore si colleghi in un abbraccio con l’Anima, come è facile vedere uno stormo di rondini che migrano per dirti che il sole quel giorno tramonterà prima per andare altrove portandosi con se i nostri pensieri che variano con la stagione che si sta cambiando l’abito.

Facile… difficile, basta saper mescolare le carte e tutto diventerà ciò che vogliamo sia, e per questo motivo parlerò scrivendo delle mie e delle vostre mani… quell’intreccio di dita che segna il tempo incipiente del nostro trascorrere che tanto confà con il facile fare e difficile metterlo in pratica… Alla fine rimane che è facile vivere ma ci vuole molto più coraggio per sopravvivere.

Uno spazio di intimità personale ottenuto dal fuggire dalla realtà per qualche periodo di tempo… quel tanto che basta per tentare di sgarbugliare l’intricata matassa della vita. Quel gomitolo di filo d’Arianna che si sa solo quando ha iniziato ad avvolgere i nostri corpi ma non si sa quando, e se saremo in grado uscire da quel groviglio.

Quel gomitolo che troppo frequentemente è avvolto a più di due mani ed è difficile sapere quando sono mani sincere, o invece imbrogliano la matassa. Allora bisogna che ci si prenda il giusto tempo per cercare di capire e comprendere, possibilmente senza addossare colpe ad… altre mani.

Mani che si intrecciano in supplichevole preghiera congiungendosi in segno di pace e serenità. Mani che implorano e mani che amano, le mani si stringono o si salutano, mani che dicono chi sei.

Mani nude e mani con guanti che non vorrebbero, mani che gesticolano per convincere o per insegnare.

Mani tranquille e mani che fremono e procurano sensazioni di erotismo supposti e poi consumati… Mani pulite che mentono perché possono dire molte cose, mani sporche di terra che possono dire solo verità.

Le mani lavorano, le mani amano, le mani soffrono, le mani oziano oppure si difendono. Il futuro è nelle nostre mani… per questo dobbiamo portare rispetto al presente non scordando il passato, solo in questo modo si “fanno i calli”, e che il mondo possa vivere un altro bel giorno illudendosi sia tale.

07 NOVEMBRE 2014 ARA. S. Ernesto, Santa Carina, Santa Urania, S. Ercolano

♦Quando inizio a scrivere, è come quando iniziavano le mie serate folli. Un piacere intenso, il pregustare una serata strong, che l’adrenalina ti prende, già da prima, già da subito. E finisce il racconto e ne sei ancora pieno di quell’adrenalina e non stacchi il cervello da quella sensazione di benessere, e continui. Quello che fai dopo non ti interessa perché sei lì, e ancora lì, con il pensiero. È come voler fumare ancora l’ultima sigaretta e bere l’ultimo whisky ma poi non ti basta mai e fumi e bevi fino alla stanchezza fisica totale, che alla fine ti vince, ti spossa, ti sfinisce in un oblio che si mischia all’assurdo, alla trasgressione più totale.

Mi piace scrivere, è come svuotare quella incontenibile sensazione di pieno, non basta parlare tutto il giorno con questo e con quello di questo e di quello. Mi scarica scrivere, mi svuota buttar giù parole e dare un senso alla vita, altrimenti sciatta, chiusa in una scatola buttata in un fiume, che se non fai come un mago, non ne esci, o almeno ti illudi di farlo se no muori. Poi ti rileggi, correggi qualcosa che non vorresti correggere, perché se ti sentivi così, a parte punti e virgole, non dovresti cambiare nulla, ma a volte devi, così che gli altri ti possano capire e dare un senso logico anche loro. Al contrario sei servito solo a te stesso, e il senso non ha più senso quando servi solo a te stesso, non sei di nessuna utilità e, gioco forza, rimani ancora con te e te.

Certo sarebbe bello raggiungere uno stadio ottimale per tutti, toccare il cuore della gente, trasmettere emozioni evitando le banalità, le cose scontate, le frasi fatte che davvero odio sempre più. Ritengo che queste siano state create egoisticamente per chi le scrive e non per gli altri ma è un altro discorso, non hanno niente a che vedere con stati emozionali allo stato puro. Amo scrivere, buttare giù nero su bianco e prendere i miei pensieri, farli diventare carne, e la carne nutre, sazia, appaga.

Lo so che chiunque sa scrivere, e ne sono un esempio vivente visto che sono dotato di semplice intelligenza priva di qualsiasi forma di istruzione letteraria. Sì chiunque sa scrivere come chiunque sa disegnare, basta prendere in mano una tavolozza con tanti colori e dar sfogo a ciò che si ha dentro, e ne viene fuori il tuo io, esci tu, il resto non conta.

Certo qualcuno fa scuola, ma dopo che uno legge e legge, può dire la sua, giusta o meno che sia, ma sua. E se uno osserva un dipinto e un altro ancora, prima poi potrebbe impiastricciare di suo, che comunque è suo, e mi rifaccio alle frasi fatte. Belle, ritmate e seducenti, commoventi, precise, piene di buon senso… ma chi, concentrandosi, non ha qualcosa di saggio da dire, banale che sia? Chiunque di noi, persino chi dice cielo a pecorelle, acqua a catinelle… e allora chi è il saggio? È lui, sono io e sei tu, lo sono tutti, perché nessuno è stupido, nemmeno lo stupido.

Mi piace scrivere, lo consiglio a tutti, è facile, basta essere se stessi. Aiuta, stimola, scarica, ti fa sentire bene ed è adrenalina pura e non costa nulla. È un’ottima medicina della mente e antistress allo stato puro, sfogo naturale del tuo istinto animale. Chi l’ha detto che Picasso è meglio di te, qualche esperto ha capito i suoi tratti e ciò che voleva trasmettere. Se altri capissero cosa volevi dire con il tuo scarabocchio, ne trarrebbero le logiche considerazioni, lo stesso che con un grande nome della letteratura. Allora dunque dipingi, ama, gioca, scrivi, che scrivo anch’io. In ogni caso comunque vada, se alla fine sarai stato bene, sarà meglio che diventare Picasso, perché vuol dire che da qualche parte in qualche modo ti sei trovato.

08 NOVEMBRE 2019 ARA.  S. Goffredo, S. Quarto, S. Diodato

◊Dopo aver litigato con la persona che amo, ho visto volare delle anatre nella notte, e ho capito di aver commesso uno sbaglio perché navigare con cuore amaro nel mare del più grande dei sentimenti è come remare contro l’avversa corrente della baia di S. Francisco che ti riporta sempre ad Alcatraz. Un malinteso di certo non abbastanza importante da rovinare l’armonia che lega le due metà di una mela.  Litigare animosamente con la compagna o con l’amico del cuore o con il resto del mondo lascia l’amaro in bocca, ma torna il sereno con la pace interiore e puoi essere felice di gustare certi momenti ritrovando forza, saggezza e coraggio nel chiederne il perdono. Una distrazione del nostro modo di vivere, quindi una gran colpa non è, anzi non c’é colpa alcuna, ognuno cerca di vivere secondo il suo disegno. Già, il perdono è strano, se non riesci a perdonare ti

illudi di avere il quadro della vita dipinto davanti a te, ma in realtà non hai nemmeno iniziato ad intingere il pennello nell’impasto dei colori. Ok, le chiedo perdono ma prima di farlo scendo in giardino accompagnando il cagnolino Roccia a fare la pipì.

Mi ritrovo in un prato prima delle dovute scuse, colpa del Roccia, colpa di me che per pretesto lo portavo a fare pipì, mi servvia tempo per passare dall’impulsivo presuntuoso momento di uno sbaglio alla pacata realtà a cui appartenevo, pregustandomi in prestito il perdono.

Accendo una sigaretta e sento starnazzare una coppia di anatre che mi volano sulla testa. Starnazzavano freneticamente, e in un nonnulla sbattendo nervosamente le ali sorvolavano lo spazio di essere viste e ascoltate. Sembrava stessero fuggendo.
Forse sono state scacciate dalla loggia del loro ruscello da altre anatre, sennò perché dovrebbero volare chiassose con tanto furore all’ora tarda della sera, e un’anatra di città mai si sognerebbe di viaggiare migrando nelle tenebre.

Distratto dal frusciare di quel volo, ancora non pensai a che parole “usare” per farmi  da lei ma mi bastò aver capito la “lezione”, il resto avrebbe fatto il suo giusto corso.
Intanto rubai un momento di pace prima di farmi perdonare. Ormai è fatta mi dissi, e vidi le anatre in volo mentre fumavo, e fui pervaso da un senso di soave sicurezza al piacere terreno che sapeva di grappa, in un intruglio d’emozioni che mescolavo distillandone nettare di soave mite saggezza.

La raggiungerò e le dirò quanto l’amo pensai, e il “resto”… non avrebbe più avuto alcuna importanza.
Forse le anatre erano in estro e si rincorrevano forsennate scusandosi vicendevolmente in un rituale d’amore.
Forse è perciò che chiederei scusa mille volte ancora alla persona che amo e così ho fatto, così feci, e i miei momenti di pace interiore sono arrivati alle stelle numerosi come loro pitturate nel firmamento.

Ci vuole la stessa ‘tonalità’ di coraggio nel chiedere scusa e perdonare, raggiunto da entrambi l’accordo d’amore si può ammirare tutti insieme l’incanto di un dipinto felice

09 NOVEMBRE 2018 ARA. s. Oreste, S.Teodoro

♦La vetta di ogni monte è furba e nonostante mostri continuamente i suoi muscoli, aspetta silente là dove si voglia o desideri scoprire. Per attirare l’attenzione, la vetta si adorna di stelle alpine, e le pone sulla nuda roccia perché meglio risplenda la loro bellezza. Un fiore tanto bello quanto la stella alpina è raro ammirarlo e viene meno il vano pensiero di cercare di capire perché una regina dei fiori mostri la sua beltà nascendo da un pertugio della roccia. Nel mio credo, la Madonna è sempre rappresentata in vesti sgargianti per i luoghi di culto, ma umile come vederla in fuga a dorso d’asino, in qualsiasi altro dipinto che la rappresenti in questo mondo.

Siccome, per grazia ricevuta, dispongo di un’ammirazione che raggiunge limiti del non oltre pensando a Maria, oso paragonare la bellezza di una stella alpina alla bellezza della Madonna. In realtà so di non osare più di tanto, considerato che il creatore del magnifico fiore è suo figlio Gesù. Questo penso della vita, che abbia per compagna la morte. Una storia è bella quando finisce, solo allora si capisce veramente il racconto. Lasciare che una storia non finisca mai e l’interrogarsi oltre ogni sopportabile limite, allo scoprire chi siamo e perché viviamo. Non possiamo affermare con certezza sia bello nascere, allo stesso tempo non possiamo affermare sia brutto morire, sarebbe bello potessi morire in una capanna di montagna tra gli odori e i sapori della sua terra.

Intanto vivo la vita così come mi viene data da vivere, fermo nella convinzione che ognuno al suo percorso da fare su questo mondo. Sarebbe bello morire ai piedi di una vetta sui monti, perché di tutto ciò che ho avuto, visto e vissuto nella vita, l’unico pensiero che non mi ha mai abbandonato è quella robusta capanna in tronchi di pino, dove mi piacerebbe dire che i migliori anni della mia vita iniziano domani. Impossibile sognare di meglio. Mi piacerebbe fosse lì.

10 NOVEMBRE  2019  S. Leone I Magno, Santa Fiorenza, Santa Ninfa

Sò bôtat sōh sôlā pultrüna, l’è l’ürā de n’dā n’lèc. Sò in mõdanda ê maglīēta.  L’êè sô, n’dô n’camera de lèc è metè söh ōl pigiama. Turnė n’sala, ė ghê dighe ala mē spüsa… anvai in lèc!?

Sono sul divano in mutande e maglietta, vista l’ora tarda mi alzo e vado in camera da letto, indosso il pigiama e ritorno in salotto chiedendo a mia moglie se andiamo a riposare.

A stô punto l’sô piõ cōsa pensá. O sõ fò di strāss perché ô biìt ō bicēr dé ví in piô è stô bhê, senó stô bhê è sõ fò di strãss n’dônōtra manērā.  Sarál püsibel caà söh öl pigiama per indá a ciamá la mōēr e düsí caalfó dú minüc dopo!?

A quel punto non sapevo più se pensare di avere il cervello “fuori dagli stracci” per aver bevuto troppo vino, e lo stesso mi sentivo bene, oppure stavo semplicemente bene “fuori dagli stracci” in un modo diverso. Sarà mai possibile indossare il pigiama, chiamare la moglie per andare a letto e doverlo spogliare due minuti dopo!?

Al s’è liberat  n’pô di fang n’del servel e n’del cör… la turna la ôia de scrif, chel al tè tira n’sema perché gaôl tace grii n’del cò chei nas dal cör, a condisiù chē al lacrime mia sanc.

Che s’è liberato un po’ di fango dal cervello e dall’animo.  Che torna la voglia di scrivere.  Per scrivere è necessaria molta fantasia che nasce nel cuore solo se non lacrima sangue.

Chè ghè toca dè robá n’pò de tep per entrà nel nostr serç de eta, per stà con noter stess, con chel che an voleres fa, igha, sognà… è alüra fôrsa per chei come mê è come tê… me proe a scrif, te fa l’amur… e tê zogâ, grigna, schersa, chè domá l’é onoter dè. Noter an sè mei perché mi stá bhe con chel neghot che n’gha.

Ci tocca rubare un po’ di tempo per entrare nel cerchio di vita, per stare con noi stessi, con quello che vorremmo fare, avere, sognare…  E allora forza per quelli come me e Te… io provo a scrivere, e tu fai l’amore, e tu gioca, e tu ridi, e tu scherza, che domani e’ un’altro giorno.   Noi siamo meglio, siamo molto meglio con quel niente che abbiamo.

Ciaö nhé bēlā zēt, se và capita de metsô ōl pigiama e pò n’da n’lec è caâl fò sôbet, figa mia trop caso, l’é n’atem de smariment po ta s’à riprendet sôbet.

Heilá, ciao bella gente, se vi capita di indossare il pigiama e poi subito coricarsi e doverlo spogliare poco dopo, non fateci troppo caso… è un attimo di smarrimento, poi ci si riprende subito.

11 NOVEMBRE 2020 S. Martino di Tours

É l’11 Novembre ma sto scrivendo ora, di sera, che è il 20 Ottobre, una cosa strana come strana è la vita… e spesso è meglio non porsi dei perché e mettersi fiduciosi in ‘Mani’ sicure.

La vita che ci insegue con ritmi sempre più incalzanti, la vita che ci perseguita con il suo trascorrere del tempo. E Noi lì, nel bel mezzo a beccar frutta marcia alla gogna. La vita è pesante per ognuna entrata di denaro mensile che una persona possa percepire… meritare o rubare…

La vita pretende un tributo presente, quotidiano metodico. È un esattore delle tasse che non fa mai un giorno di ferie… ne comandato da festività e ne per riposo del corpo. La vita non ha ‘corpo’… la vita è “Corpo”. E mi devo sforzare di tralasciare i particolari che la mia Religione m’insegna nel portar giusto paragone  come bene assoluto della vita, in segno di rispetto a chi non appartiene al mio Credo. E… cerco altre logiche motivazioni umane, dettate dal cuore… che io senza di quello non ci ragiono.

La vita è un Dono. È un Dono della terra, o delle stelle… magari della luna o può anche essere un Dono dal Cielo… e qui non si discute! Il Cielo è l’immenso dell’Universo. Oltre l’universo non c’è nulla, c’è un buco nero, ha detto per tutta la sua vita quel famoso scienziato.

Il nulla disse Stevens,  il “buco nero”… oltre, il nulla. Ma se non c’è nulla oltre il nulla da chi e da cosa siamo nati?  Perdonatemi… senza volerlo, ho parlato ancora del mio Dio.

12 NOVEMBRE 2018.  S. Giosafat, S. Renato, S. Diego, S. Aurelio, S. Diego, S. Renato

Nel buio di una notte che scema, si sente solo l’allegro chiacchiericcio del torrente accompagnato da un tenue armonioso  starnazzare di rumori  clementi all’udito del mondo che non respira ancora profondamente.  Ogni un qual tanto il soave ‘suono’ di vita assopita viene interrotto da qualche rumore, e l’incantesimo si rompe nel sentire il fastidiosissimo ululare di una  sirena stridula di perfezione, ed è un guaio per il pensiero che è ancora immerso nel finale di un sogno. Si sente, lo senti quello sfregare di parti d’acciaio finché lentamente sfuma col macinare metri d’asfalto spegnendosi come fosse entrato in un cono vuoto di gelato. Ma il male liberato nell’aria c’è, anche all’alba la sirena della autoambulanza lo ricorda.

L’intanto il risveglio è osservare il cielo per ricollegarsi allo stesso come fosse alla risposta di esistere, così che la sera si possa di nuovo stare a  guardar le stelle.

Succede spesso, di non volersi svegliare in quel modo, anche quando la sera e la notte,  le stelle sono coperte da un capriccio del tempo, il suo padrone.  Forse perché le stelle le cerchi nel cielo e anche si nascondessero al nostro sguardo, si guarda il cielo, e lassù  c’è qualcuno o qualcosa che per fare star bene al cuore non è necessario si veda,  e allora se non si vedono le stelle, pazienza… beato sia chi le vede senza vederle.

E ritorna il pensiero che vien più gradito se frivolo.  Intanto l’ora tarda della sera, si mischia con il suono del ruscello e continua ad ammaliare stordendo in una soave omelia quanto chi la predica, e per questo conta molto la “faccia” di chi la dice, il ruscello ha una faccia sincera, come quando dietro un viso c’è il cuore di una persona.

Quella musica torrenziale da sogno fa pensare ad un gigante che rumoreggia per farsi sentire, un guardiano di casa che mostra i muscoli avanzando senza sosta nello scrosciare al fiume che lo porterà con se sino al mare che lo restituirà all’infinito ciclo della vita.

Perciò è ancora un sentir fluir d’acqua con un orchestra di suoni che le fa da stuolo lungo quanto il più bello dei sogni di una donna all’altare.

È ancora un celestiale udir di forte ruscello primaverile che corre, salta e si accavalla intrecciandosi in un ballo, finché sul far della notte, quell’acqua  sembra danzare fra cristalli di luce irrorati dai raggi di una luna che li bacia nonostante si debba far largo tra la moltitudine di rami di fresco esplosi alla vita.   Il pensiero s’e’ fatto cheto e sereno tanto da far capir che ci vuole un niente per stare bene, basta saper ascoltare il suono della vita di tutte le stagioni in modo si possa combattere il suono stridulo di una sirena nella notte.

13 NOVEMBRE 2019  S. Eugenio, Santa Agostina

Non si può dividere un qualcosa che non si è accumulato prima, il niente è indivisibile.  É come l’amore, non si può dividere per poterlo distribuire se non si è accumulato prima. È la storia di Dario, un ragazzo nato e cresciuto in un paese dal nome ungherese pur essendo in terra calabra.

I genitori erano di altra nazionalità e per esigenze più o meno giustificabili,  lo lasciarono in affido ad una famiglia calabrese. Tempi duri. Da poco scemata la seconda guerra mondiale partorita dalle menti confuse di menzogneri ideali d’uguaglianza e prosperità e la famiglia calabra composta da mamma Concetta, babbo Fedele e figlia Agostina che aimé di bellezza aveva solo il cuore, si sfamava con la raccolta delle arance, e tanto bastava riuscendo ad ospitare anche Dario, che lo chiamavano tutti simpaticamente Jimmy anche a lui non piacesse molto perché più che ungherese pareva un ‘nomignolo’ americano.

Per Jimmy, vivere in un paese di duecento e poco più anime, di cui la metà  con più di cinquant’anni e l’altra metà divisa fra bimbi, adolescenti e ragazzi, fatti due conti significava ridurre al lumicino il numero delle possibilità di maritarsi. Così che dall’alto dei suoi trent’anni non conosceva amore e conseguente fu che andò per ragionamenti, pensò male di maritarsi con la sedicenne Agostina… senza amore, per convenienza, sposarla significava ereditare di diritto l’aranceto del padre Fedele che contava più di trecento alberi… e così fu.

Voleva amore quel ragazzo, ma non disdegnava per questo il corteggiare la misera messe di fanciulle in primavera con sensi accesi che albergavano in quello sperduto paese di pietre e calce. Voleva amore quel ragazzo ma non contento di possedere un ricco podere, circuì Adelmo, quel signore grassone attempato che aveva una proprietà confinante con quella di Jimmy e non gli fu difficile ottenerla con quattro soldi dopo tre bicchieri di vino bevuti tra risa e malfidenza con il malcapitato Adelmo.

Voleva amore quel ragazzone dagli occhi azzurri freddi come il clima della sua terra d’origine, ma non conoscendolo sapeva solo impartire ordini e l’ordine è la parte costituente di ogni regime autoritario, niente a che vedere con affari di cuore.

Jimmy, voleva un figlio maschio e invece ebbe due figlie, una da Agostina sua moglie e una da Linda la bella locandiera che servì abbondanti caraffe di vino la serata del contratto truffa tra il suo amante e Adelmo che adesso di vino ne beveva da mane a sera perché senza agrumi da cogliere preferiva sbronzarsi forse per dimenticare…

14 NOVEMBRE 2019  S. Nicola Tavelić, S. Venerando, S. Filomeno.

… La vita trascorse per Jimmy come chiunque, inesorabile con gioie e dolori, finché negli anni a venire una siccità troppo testarda, brució di colpo il frutteto, nel senso biblico del significato, perché l’arsura mandó in fumo il raccolto di una intera stagione. Jimmy non aveva risparmiato sino ad allora, così che investendo tutto il denaro raccolto per acquistare nuovi terreni, si ritrovò sul lastrico, senza il becco di un quattrino per controbattere la malasorte che gli aveva regalato troppo sole.

Ma i guai non vengono mai soli, si accompagnano con “compagni” della loro risma. Babbo Fedele venne a mancare in quel triste frangente, ora Jimmy diventato povero, doveva badare anche alla suocera oltre che moglie e figlie. Probabilmente i guai vengono sempre accompagnati, ma bisogna proprio che un Santo protettore in Cielo si distragga e volga lo sguardo altrove per non accorgersi di una numerosa comitiva di guai che gozzovigliava allegramente dalle parti di Jimmy e che quando fu chiamata al proprio destino fosse e rimanesse numerosa.

Uno starnuto. Uno starnuto di un Santo, una distrazione d’un battito di ciglia, basta un niente per essere quantificato tempo immenso per ogni minuto di un Angelo custode… che magari non si tratta di un semplice starnuto, ma di una distrazione voluta.

All’osteria Linda non degnava più d’uno sguardo Jimmy,  a volte faceva servire al marito il bicchiere di vino bevuto a credito, si era spento il sorriso sulle labbra di Linda, e non solo perché Jimmy era diventato improvvisamente povero, anche la figlia di Lei e del ‘cornuto’ era incinta di padre che abitava in un paese vicino ma non voleva riconoscere il nascituro. Leonora era incinta e Romeo se ne fotteva, Jimmy stava a guardare senza ne fare, ne potere nulla se non finire il suo bicchiere di vino che avrebbe pagato forse in futuro.

Non sono più trenta gli anni di Jimmy , sono oltre gli “anta” che si avvicinano correndo alla mezza di un secolo.  Gli ‘rimase’ la moglie Agostina e la figlia Luisa che di bello ha preso tutto dalla madre, cioè solo il cuore, che è già votato al figlio del mugnaio, un ragazzone tutto muscoli, poco cervello e tanto cuore, lo stesso che rispetta e ama Luisa… gli ‘rimase’ solo Agostina e ora per Jimmy non contano più labbra sinuose, fianchi stretti e seni che sembrano ebri di latte da sballo per la poppata di un neonato, Jimmy ora finalmente vede il colore degli occhi di Adele e ci si specchia estasiato.

Ora osserva tutte le gesta gentili che compie la sua sposa nel porgergli un piatto di minestra. Adesso la sente vicina come a sentire il calore della sua pelle in quel letto che si è fatto piccolo ma fino ad allora tanto grande da aver paura di starci. Jimmy non si era innamorato di Agostina, ma ora conosceva il suo amore, e come i guai non vengono da soli, anche le gioie si accompagnano, perché come si semina si raccoglie e se si semina pioggia sarà tempesta, se si semina sole sarà l’aurora… Dario si innamorò di Agostina e scoprí che pur non avendo più nulla, aveva tutto.

È una foto vecchia Gigi. Pesavo 8 chili di più ma ero felice come lo sono adesso. Per questo ho scritto una fiaba, perché non è una fiaba, è la storia della mia vita. Sono contento del tuo mi ‘piace’, significa che mi vuoi bene e io ho imparato a volertene perché lo meriti. Anche a me piace la tua pagina di facebook, sopratutto per il sottile sarcasmo che usi per dare un significato particolare alle vignette… che poi come degno compagno di sarcasmo c’è Ivano… il malandrino Ivano, che se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Bravo, bravi, grazie Gigi per la tua gentilissima attenzione ai miei scritti, li scrivo con il cuore e ci tengo siano visti.

15 NOVEMBRE 2014 S. Alberto Magno, S. Arturo, S. Enea, S. Leopoldo

La pioggia.  Pioggia, un immensità di gocce che cadono dal cielo copiose e uniformi, un addensamento di vapore acqueo che prende forma in nuvola, ed è un po’ come strizzare con forza un cencio bagnato, e sembra di vederlo fare da due mani possenti e gigantesche, lassù, in alto, nel cielo scuro. A volte la pioggia cade con il sole che ancora splende nel cielo e quando accade, gli adulti dicono ai bimbi da dietro le finestre bagnate che si stanno pettinando le streghe! e il tutto dura poco sennò che favola sarebbe! Piove, il ticchettio incessante sul tetto, e sui davanzali, non da tregua, è autunno, che è il suo tempo, è il suo vestito naturale, insieme ai colori brunastri della natura, e il grigiore che sta invadendo prepotentemente gli orizzonti quasi a dare un tono definito all’inverno che avanza, il tutto insieme alla pioggia, il contorno per eccellenza.

A qualcuno piace vestirsi di pioggia, uscire nella strada, o andare per il bosco, o in riva ad un fiume, o al lago o in mezzo al mare, e sentirsi scivolare addosso quella miriade di goccioline, magari rivolgendo lo sguardo al cielo e pensare a qualche cosa di bello per fermare quel momento, un miscuglio di emozioni, ma chiare al tuo cuore. Buttare l’ombrello, passeggiare con l’acqua che scende a rivoli tra i tuoi capelli e da sopra le ciglia, sino ad infilarsi giù per la schiena, fra tremiti e brividi che si confondono con i tuoi pensieri più intimi… camminare sotto la pioggia senza riparo.

A qualcuno piace vedere la pioggia da dietro una finestra di casa, al riparo, afferrarsi le braccia con le mani e sentire il calore della fiamma che arde nel camino, e non di rado un pensiero va a chi non è cosi fortunato…  chissà com’è per loro la pioggia, probabilmente altro disagio in più. La pioggia è l’elemento naturale più potente a disposizione della natura, impossibile fermarla, la sua forza è incontrollabile, può essere  paragonata all’Amore, il male si può fermare, il bene e l’Amore no.  Ma serve, la pioggia serve. Occorre per irrorare i campi, serve per trasformarsi in neve, dare sollievo ai deserti, a rinfrescare i boschi d’estate, ad alimentare i mari, serve ai nostri cuori aridi ed ai nostri animi asciutti… Il sole serve ad illuminare e scaldare il pianeta, la pioggia a bagnare il mondo di vita.

16 NOVEMBRE  ARA 2017 ( riportato dal n.3 ) Santa Margherita di Scozia reg., Santa Geltrude, S. Elpidio

♦Mi piacerebbe riprovare a volare sopra un aquilone gigante trainato da una Jeep e tra le colline toscane. O come quella volta che a trainarmi fu un motoscafo tra le flebili onde del lago d’Iseo. Mangiai la terra in Toscana perché non riuscii a decollare e bevi tanta acqua di lago quanta ne possa bastare a dissetare un uomo per una settimana, senza riuscire ancora a decollare. Ho volato solo in aereo e qualche volta a braccia nude in sogno. Mi piacerebbe passare una notte appeso ad un picco a 3000 m di quota, rannicchiato in una tenda che mi fa da guscio, sospeso nel vuoto.Sono affascinato dal pensiero che mi dovrei fidare di una tenda, un pezzo di stoffa che conserva la mia incolumità, di certo per quella notte non dormirei, ma mi piacerebbe.

Mi piacerebbe ritornare per la terza volta nel castello di Bhrascov in Romania, proprio in confine moldavo, nel castello del conte Dracula. Mi piacerebbe ritornarci per sorridere ad ogni parola delle guide locali che enfatizzano, con una loro personalissima interpretazione, sull’appartenenza del castello, mettendo sempre in evidenza il fatto che sia stato governato e vissuto dallo stesso conte Dracula. Egli, di ritorno da una guerra contro i turchi, si sentì dire che l’amata moglie si era gettata da una torre disperata perché pensava che fosse stato ucciso in battaglia. Da allora il conte divenne un violento con tutti e beveva il sangue dei suoi nemici. Che poi le cose non stavano proprio così ma chi se ne frega.

Sì, mi piacerebbe essere a bordo di una nave rompighiaccio diretta nei fiordi più a nord del pianeta, assistere ad una transumanza di balene e cercare di ritornare a casa sano e salvo perché soffro d’asma e il freddo è il mio maggior nemico. Mi piacerebbe cavalcare ancora, dopo una serata passata in quel maneggio sul fiume, a mangiare e molto bere, troppo bere. Solo dopo aver bevuto a dismisura mi affidavo con totale fiducia al mio cavallo, aggrappandomi alla sua criniera. Confidavo in lui che, attento nel buio della notte, camminava sicuro sullo stretto sentiero sabbioso accanto alle rive del fiume Serio ed evitava con cura i rami più bassi, a me bastava tenermi, con la guancia appoggiata al suo collo, con gli occhi semichiusi per cercare di non vomitare.

Mi piacerebbe cavalcare di nuovo una settimana intera con altri 64 cavalieri sui monti del Trentino, con quel focoso cavallo Maremmano. Guido, il veterano capo guida che montava uno splendido Avelignese, magnanimo e comprensivo, acconsentì a che fosse sempre il primo della fila, il mio Lampone detto Lampo, era talmente impetuoso che scalciava in continuazione e si rompeva la bocca nel morso pur di stare davanti a tutti. Amava la competizione e quando si trovava in prima posizione non aveva ragione di inseguire nessuno e si ammansiva.

Mi piacerebbe trascorrere un periodo di pace interiore in un monastero Buddhista e, se lì per me non ci fosse posto, mi piacerebbe trascorrere un periodo di pace interiore da San Francesco o da San Gennaro. Mi piacerebbe vivere in Siberia al sicuro dietro le travi di una solida capanna sommersa dalla neve, così come vivrei in un monte alto più di 2000 m nei pressi della mia terra, munito di cibarie e acqua fresca di sorgiva, con carta e penna per scrivere tutto quello che vivendo proverei nel mio cuore. Mi piacerebbe ripetere i miei mille viaggi già fatti e mi piacerebbe farne altri mille che non ho fatto. Mi piacerebbe innamorarmi ancora della stessa e unica persona che amo. Mi piacerebbe affrontare le paure senza mai avere paura, mi piace non avere paura di niente, semmai solo timore ma non della vita e tanto meno degli uomini.

17 NOVEMBRE 2017 ARA Santa Elisabetta d’Ungheria, S. Eugenio

♦Piove e il suo infinito di gocce d’acqua bagna tutto ciò che incontra la fine del loro tuffo sul mondo. La pioggia cade come fossero miriadi di stelle cadenti e scende sulle teste e sui cuori. È in caduta libera sull’ipocrisia, sulla maldicenza e sugli spergiuri, ma non li lava, pulisce solo strade di sporcizia. Non è compito dell’acqua lavare la cattiveria, il suo dovere e ben più nobile compito, regala la vita. Scende acqua dal cielo, a volte è sospirata e benedetta perché è la benvenuta, dopo un lungo periodo in cui il sole l’ha fatta da padrone. I campi sterminati l’hanno chiamata a gran voce e anche le aiuole di casa, così come gli alberi, la luna e le stelle, tutto il creato urlò al vento che portasse pioggia e non tempesta. A volte è maledetta perché la natura mostra tutto il suo sdegno per chi vive da padrone nel suo regno, allora si arrabbia e si annuncia con lampi e tuoni e arriva rumorosa, incontenibile tanto da mettere in ginocchio la boria dell’uomo.

La natura è libera come le sue ali di nuvole che si liberano leggere sospese dal vento che le trasporta al loro destino, è perciò che comanda alla pioggia di scendere, a volte benevola a volte copiosa, troppo copiosa tanto da fare male. La natura è libera di decidere di beneficare chi la rispetta e di castigare chi non lo fa.

La pioggia scende e bagna tutto ciò che incontra rigenerando vita e non si tira indietro nel far nascere nuovi amori. Sembra di vederlo quel ragazzo che in auto sotto la pioggia battente si tira su il bavero del giubbotto per darsi un tono. Batte forte il suo cuore mentre la sua bella, correndo con l’ombrello calcato addosso, sta arrivando dall’uscita di casa per gettarsi fra le braccia del suo innamorato, è allora che nasce un bambino sotto la pioggia, è uguale a quando dopo il suo arrivo fa nascere un fiore. La pioggia cade a goccioloni che si spengono nei mari e sulla terra con mille zampilli, e in un gioco di danza consiglia a tutte le persone di mettersi sotto un buon tetto, che altrimenti non si troverebbe nemmeno il tempo di pensare. Fermarsi per qualche momento dalla inutile frenesia che scatena l’animo umano, alla ricerca estenuante di ciò che è superfluo, praticamente quasi tutto.

Per gli animali la pioggia non ha bisogno di dispensare consigli, un cavallo sa già cosa fare, la natura lo ha istruito all’atto stesso del concepimento, dotandolo di istinto, e ancor prima di poppare si erge barcollante sulle quattro esili zampe, a reclamare il suo diritto alla vita. Un neonato di coccodrillo nemmeno impara a nuotare perché già lo sa fare, caccia lucertole e zanzare per la sua prima poppata, ogni animale sa già cosa fare.

La pioggia cade sulla strada e bagna ubriachi e drogati, care anche su cattedrali e chiese, cade su preti e suore, cade su donne e uomini, cade su cani e gatti. Intanto da qualche grigia parte del mondo piove su guerre e ingiustizie, ma per benevolenza, in qualche punto colorato della terra piove molto di più su albe e tramonti. La pioggia è una scommessa senza che si vinca mai, al meglio si pareggia si va agli spareggi. Ma se con lei si perde comunque bagna tutto, gioie e dolori.

18 NOVEMBRE 2016 ARA S.  S. Noé, Santa Alda, S. Frediano

19 NOVEMBRE   2018   S. Fausto

Ero un brutto, ora sono bello, domani chissà. Le tenerezze le tengo per ultimo, quando è tutto apposto. La vita è un saliscendi con il passo del gradino più basso. Ogni giorno lo vivi e lo devi. Meglio sempre si tenga un contatto con il bene. Non sempre si può applicare il bene ma partire dal farlo porta meglio. Meglio che peggio disse qualcuno di tutti i tempi.  E arriva ad un dunque questo pensiero, altrimenti  non sarebbe valsa la pena di accettarlo nell’immaginario di un discorso.

Un discorso mnemonico, fatto di emozioni istantanee con l’intervento di qualche sprazzo di  realtà già vissuta.  Che alla fin fine nel suo insieme è surreale. Ma è bello buttarsi nel “surreale”, nell’immenso spazio della fantasia. Il pensiero già prima che essere è un varcare la porta di una casa per trovarci come fossimo ospitati da una giovane coppia di sposi, che con giusto orgoglio mostrano il loro nido d’Amore. Ci aspettiamo di vedere un qualcosa che ci piaccia, anche se purtroppo dapprima sapppiamo di già di dover disquisire per un qualcosa.

È l’arroganza umana che non vuol capire che il pensiero è ciò che spinge un uomo e una  Donna, a trovare le più naturali possibili accomiatanze con il fardello del nostro fare di ogni giorno… e quindi accomunarci con il pensiero degli Altri.  Ogni momento della giornata ha bisogno di pensieri, sopratutto nei momenti bui. Pensieri decisionali, pensieri gestionali ma poi per grazia si ricevono pensieri di svago e cultura ognuno per quel che può… pensieri d’Amore.

Sono molti i pensieri che in un giorno possono interessare la vita di tutti. Per esempio scoprire che è inutile che si prema con forza nel sacco dei rifiuti quando questo è a metà della sua capienza… bisogna che il sacco sia colmo senza precedenti pressioni, dopo sarà di sicuro molto lieve fare pressione di volta in volta.

Ogni volta si aggiunge un rifiuto premendolo quel poco ottenendo di conseguenza un risultato migliore con minimo sforzo. Pensando, si può fare meno fatica usando semplicemente il buon senso che alla fine è il cuore. È il cuore che ti dice esattamente cosa fare. Se si sporchi le mani di nutella, si può optare per due soluzioni… o te le lecchi, oppure le lavi sotto lo scroscio di un rubinetto, e subito le mani saranno pulite. Se non si abusa di nutella, lei non può far male perché è dolce e buona e subito si lava via… l’abuso è sempre riprovevole, in ogni caso, in ogni luogo, in ogni cuore.  È il cuore che ti insegna a pazientare, è il cuore che ti dice quando non è più tuo e ti senti in paradiso. È lui che comanda i tuoi istinti. È il cuore che sta in mezzo ad un arena, e frusta alla mano, doma leoni e tigri. Lui la sa lunga su tutto, lui viene prima di tutto. Tutto ciò che può fare il cuore è tutto ciò che un uomo possa e debba avere, è il suo risultato in questa vita.

E senza che il senno se ne renda conto, si  passa dal pensiero al cuore, è facile si arrivi oltre… ci vuole un passo da lì ad arrivare all’Anima. È un passo. Pensiero, cuore e Anima. Un Passo. Un collegamento con l’infinito. Un ritrovarsi spersi in un mare di perché senza risposta… e allora ti rivolgi ancora e per sempre all’Anima.  Che è venuta dal cuore e l’ha portata tra le braccia di un pensiero.8

20 NOVEMBRE 2015 ARA e 2020 che va posizionato al n.19   S. Ottavio, S. Benigno, S. Edmondo

◊Destino e Nuvole. Per ogni cometa che si vede passare nel cielo, una stella sta morendo. Ogni volta che spunta il sole torna a vivere il mondo. Così è come la vede uno spacciatore di sogni. È il punto di vista di chi nota un ramo secco e più in là un germoglio che sboccia.

Salire sulle nuvole del tempo e navigare verso nuovi orizzonti da raggiungere… altri traguardi da consolidare e difendere a spada tratta sempre più affilata di giustizia e amore, altre storie da raccontare al fornaio o al barista… e quando si è bevuto un bicchiere di vino in più, anche a piccoli e grandi di casa.

A salire sulle ali del destino anche se sorgono dubbi ma non se ne può fare a meno per cercare di cambiare le cose. Il destino passa inesorabile e dice ciò che si deve fare, e si voglia o meno, si sta ad ascoltare.

Risalire sul mantello bianco di una soffice coltre dove mena il vento che anch’essa la porta, così che pure le nuvole obbediscano al loro destino

persuase sia tutto scritto scolpito nella roccia del firmamento… e come disse Andrea, quando nasci ti danno un biglietto indecifrabile, dentro il quale c’è scritto tutto il tuo avvenire.

Le malattie, il successo, l’insuccesso, gli incontri importanti, c’è scritto tutto lì, in quel biglietto tutto stropicciato. Anche il giorno e l’ora della tua morte, ed allora non ci puoi fare nulla se volando tra le nuvole esageri e voli più in alto di loro e dall’alto al basso si vedono piccine a grappoli come fossero pecorelle prima della tosa, lo stesso non si stanno dominando, si stanno ammirando con il rispetto dovuto… anche se stai sognando.

Che tutto ciò si veda in sogno o per un soffio di tempo rubato dal finestrino di un aereo, il dipinto negli occhi non cambia d’un sol colpo di pennello. Ma se è impossibile credere in un sogno è possibile credere che un uccello d’acciaio voli tra i cieli ma, allora mi chiedo il perché trovare risposte per degli oggetti e non cercare di avere certezze per una margherita che nasca in un giardino senza che nessuno ce l’abbia seminata.

Scendere dalle nuvole e salire sulla carrozza dei pensieri pensando che se fossimo arrivati pochi secondi dopo, non avremmo potuto salirci perché qualcun altro avrebbe viaggiato al posto nostro trainato da una pariglia di cavalli, che di certo spronati al galoppo non avrebbero udito le urla disperate di chi supplicava i destrieri di tornare indietro per farli salire a bordo.

Non si faccia mai tardi ad un appuntamento con il destino, sarebbe come non avere olio nelle lampade per quando di notte arriva il “padrone” di casa.

21 NOVEMBRE 2014 ARAPresentazione della Beata Vergine al Tempio, S. Celso

♦Piove, che detta così è un’immensità di gocce che cadono dal cielo copiose e uniformi. Per la scienza è un addensamento di vapore acqueo che prende forma in nuvola, ed è un po’ come strizzare con forza un cencio bagnato, e sembra di vederlo fare da due mani possenti e gigantesche, lassù, in alto nel cielo scuro.

Che bello sarebbe vedere cadere la pioggia con il sole che ancora splende nel cielo, ma anche se talora accade, è sempre per pochi attimi, e gli adulti dicono ai bimbi da dietro le finestre bagnate… si pettinano le streghe! Che dura un soffio, altrimenti che fenomeno sarebbe? E intanto piove e piove ancora, il ticchettio incensante sul tetto e sui davanzali, non dà tregua… è autunno, che è il suo tempo, è il suo vestito naturale, insieme ai colori brunastri della natura, e il grigiore che sta invadendo prepotentemente gli orizzonti quasi a dare un tono definito all’inverno che avanza, il tutto insieme alla pioggia, il contorno per eccellenza.

A qualcuno piace vestirsi di pioggia, uscire nella strada, o andare per il bosco, o in riva ad un fiume, o al lago o in mezzo al mare, e sentirsi scivolare addosso quella miriade di goccioline, magari rivolgendo lo sguardo al cielo con il capo, chiudere gli occhi, aprire la bocca e lasciarsi invadere da quella sensazione di freschezza naturale che scende ritmica. Vuoi pensare a qualche cosa di bello per fermare quel momento ma è inutile ogni pensiero, ti stai già beando di un miscuglio di emozioni non definite ma chiare al tuo cuore.

Buttare l’ombrello, passeggiare con l’acqua che scende a rivoli tra i tuoi capelli e dalle sopracciglia, sino ad infilarsi giù per la schiena fra tremiti e brividi che si confondono con i tuoi pensieri più intimi. Se cammini sotto la pioggia senza riparo, di certo non stai pensando a cosa mangerai per cena, in genere è un gesto che fai nella tristezza o al contrario nella felicità più totale. Ma non è meno piacevole starsene al riparo in casa, e guardarla mentre scende con te che la contempli, ti afferri le braccia con le mani e pregusti la fiamma che arde nel camino, e non di rado in tali circostanze, un piccolo pensiero va a chi non è così fortunato, e magari se ne sta umido, avvolto di stracci e cartone, in qualche angolo freddo di marmo, in una stazione della metropolitana, che anche per loro piove, ma pochi lo sanno e non lo vogliono sapere che è più comodo così, per tutti.

Chissà com’è per loro la pioggia, probabilmente un semplice di disagio. La pioggia è l’elemento naturale più potente a disposizione della natura, è impossibile fermarla, la sua forza incontrollabile più del fuoco, che prima o poi si spegne, del vento, che prima o poi cessa la sua furia, così come un terremoto. Fintanto che lei scende non può che ledere quando le sue quantità sono eccessive o smisurate. La vorrei solo paragonare all’Amore, la sua forza è la stessa, il male si può fermare, il bene e l’amore no. Ma serve la pioggia, occorre per irrorare i campi, serve per trasformarsi in neve, dare sollievo ai deserti, rinfrescare i boschi d’estate. Serve ai nostri cuori aridi e ai nostri animi asciutti. Il sole serve a illuminare, a scaldare il pianeta, la pioggia a bagnare il mondo di vita.

22 NOVEMBRE 2019 ARA Santissimo Cristo Re, Santa Cecilia, Santa Ernesta

◊Sono da poco sbiaditi sogni e pensieri fatui la mente si sveglia e sbadigliando annuncia un altro giorno di vita e ancora risorge.

Rinascere un’altra volta dalle macerie del terremoto delle azioni che sconquassano puntualmente ogni periodo di vita, obbligando a ricostruire ogni volta la stessa chiesa, le stesse case e la stessa strada che sorgono nei meandri della mente. È come essere stati registi di un film vietato ai minori, “girato” e sceneggiato per compiacere il pubblico e se stessi… e la censura interviene.

In ogni vicenda “girata” c’è dolore e gioia ricevute quanto date, l’odio non è mai contemplato perché per qualcuno è solo stato sfiorato, e chi per spavento non l’ha più considerato nemmeno nei casi più bui di vita vissuta.

Piccolo viaggio con la mente ogni giorno, da casa a dove si respira aria pura e ritorno.

Un viaggio con sé stessi per immergersi fra errori e piaceri passati mescolando entrambi per estrarne buon senso e saggezza per il futuro, consapevoli che la scuola di vita non chiuderà mai i battenti e sarà sempre un continuo cercare di migliorarsi.

Un viaggio con sé stessi dove riaffiorano volti ed emozioni, parole e azioni, albe e tramonti, dove la mente spazia serena, e libera gioca con grigiore e colore. Un altro “ciak” sul palcoscenico del mondo, un’altra storia da vivere e da scrivere nel proprio cuore per chi leggerà. La strada, grigia macchiata di sangue e dolore ma basta un sol fiore per far nascere l’Amore.

Lasciar che la mente vaghi tra mille pensieri. La mente, l’unico organo si possa comandare, ciò nonostante naviga senza barriere e a volte lasciamo valichi ad oltranza tutti i confini. Pensieri e meditazioni, supposizioni e per malasorte giudizi. La mente vaga nelle insenature della vita, e voluttuosa si inerpica su cime impossibili e onde di mare impenetrabili. La mente dilaga nel l’uomo senza pericolo di dominio, nascosta tra le viscere di un cervello risponde ad emozioni ricevute e risponde al l’unico comando concesso ad un uomo sul suo corpo. La mente siamo noi… ‘nel bene’ e ‘nel male’, nessun li separi.

23 NOVEMBRE 2018 ARA   S. Clemente, Santa Adelinda, S. Clemente, S. Adelasio

◊Guardandomi allo specchio dopo l’ennesima e inutile telefonata dove qualcuno di cui dopo dieci minuti che l’ho sentito non mi ricordo più nemmeno il nome. E adesso ho voglia di altre parole. Perché le parole possono essere proiettili, ma possono anche essere squadre di soccorso. E allora vieni che ti faccio vedere come si crea una tempesta passando la mano sopra antiche fotografie impolverate. E poi il resto lo si scopre da sé. Perché il vero sta bene con tutto. Il falso, con tutti. Come il tempo io resto. Lo leggo sul volto dell’ombra che incontro.
Lo sento toccando le mani che stringo. Lo guardo nel vento e sul prato che pesto. Lo vivo sputando e caparbio imprecando. Lo passo sul fuoco che non si è mai spento. Lo meno in avanti con quello ho fatto.
Lo immagino ancora con quello che vivo. Lo stringo sul cuore che ancora mi porta. Non ho più paura per la sera o la fine, di quella che resta, di quella che viene. Di quello che ancora mi continua a stupire. L’ amore che Lei mi prepara contenta. Lo vivo così, lo leggo sul volto. Lo sento toccando le mani che stringo. Lo vedo negli occhi dell’amore che ho, come il campo che pesto, come le ore che sono. Amore dovuto, motivo per restare. Il tempo lo sai, non ci può più lasciare. Il tempo ci vuole, e ne chiediamo ancora. Col tempo io resto.
Col tempo io sono. Contento di noi. Felici del dono. Come il tempo, io resto.

24 NOVEMBRE   2017.  Santa Flora

Sul fare della sera. Guardo la notte arrivare e mi arriva in faccia il fresco di un aria montana. È il momento di pensare… che tutto il giorno una persona pensa, ma cosa abbia da dire di tutto ciò che ha pensato, lo si può solo capire sul fare della sera, prima, difficilmente si riesce a mettere insieme un qualcosa.

Arrivano idee nuove tutte da sistemare al loro posto, ma giungono strampalate nel suo insieme da principio, poi nel loro astratto prendono gradatamente forma, e nello spazio di pochi minuti, vengono alla mente cose sempre più ‘chiare’, che ti fan sentire partecipe, nel mentre è di rigore perché alla fin fine sei lo spazio temporale di te stesso.

Si insinua nel pensiero una saggezza costruita nel tempo, un cerchio che si crea intorno al proprio esistere.   Discorsi nella mente, che poi sai, rimarranno solo tuoi…  sono perlopiù sogni ad occhi aperti che paiono miraggi o lo stesso difficili pensieri da applicare alla reale quotidianità.

Ciò nonostante sono cassetti chiusi della memoria che una volta aperti fanno correre la fantasia.   Fantasticare è bello perché sinonimo di sognare… anche ad occhi aperti che è ancor meglio.

Significa che sei ancora bambino e i bambini non sanno mentire, fanno ciò che credono sia giusto fare senza esssere influenzati da “elementi” esterni che confondano la mente… credendo perciò di avere fatto la cosa giusta, senza ipocrisia e senza falsità.

Allora perché non sognare, perché non regalarsi dei momenti nostri, intimità personale gratuita che viene scagliata come fosse un boomerang e ti ritorna indietro carica di vitalità, che non solo serve per se stessi, ma sarà un prezioso riflesso di bene gratuito che ognuno che sogna può regalare ad altri che non sognano perché incapaci di farlo.

Non è facile isolarsi dalla quotidianità, non è per niente facile entrare nel cerchio della “normalità. È più facile a dirsi che il farsi… ma anche se non sempre, ci si deve sforzare quel poco per raggiungere il proprio intimo perche giova stare soli di tanto in tanto non fosse che per confermare l’esistenza.

25 NOVEMBRE 2017.  Santa Caterina d’Alessandria.

Allora comincio ad abbracciare il Cielo con lo sguardo e a rimirarne le molteplici sfumature di bellezza assoluta.  Poi guardo le case rupestri poggiate su di una collina e mi immergo nel loro passato.  Ne riconosco la bellezza, la fierezza  di quei tempi… e serviva anche la “durezza” per forgiare veri uomini e vere Donne,  Gente che si spaccava la schiena in segherie e boschi e tra campi irti con fieno da fare e per paga solo del cibo da dare per prima alla famiglia…

I lampioni moderni tingono le case che vedo.  Come fossero pennellate di un tiepido color arancio che sfuma nel più tenue color salmone… quella luce irrora e colora il paesaggio di case come si trattasse di un presepe di fine estate.

Un presepe in una sera d’estate che vi Nasce con il sole che ammanta tutto,  rubando il mestiere alla neve di Natale…  E poi la mente va, va oltre,… va dove noi non si possa comandare il non farlo,  e vede… e sente, la mente vede e sente come noi… perché è noi.

Un Gatto attraversa di corsa la piccola piazza, che meglio non vi si poteva chiamare se non Piazza Trento. Il Gatto è scuro, e siccome comanda la mente nel sogno è sicuramente nero come il buio della notte che lo circonda lì a poco da gatto nero diventa una fiera Pantera che porta un collare di fiori.

Un collare come fece Martina, fiori intrecciati alla meglio di forma circolare che poi cinse intorno al collo della sua Irma, una splendido cane da  pastore. Irma cura le sue mucche con tanto di quell’ardore che è meglio lei non pensi si voglia far del male alla sua mandria, lei le protegge con amore e più le mucche sono tranquille, più producono latte per fare del buon formaggio. Cane da pastore bergamasco fiera e guardinga, si ammansisce solo con la padroncina Martina e gioca con lei.

Che delizia il formaggio che viene dalle tette delle mucche    Formaggio di monte, delizia del palato…

Che di rimando mi viene alla mente il Giorgio che non so quando compiva gli anni e invece che io a Lui, mi regalò una bottiglia di vino pregiato raccomandandomi di berla in compagnia della mia adorata consorte.

Il Giorgio mi disse anche di accompagnare i sorsi di questo vino,  alternando il sapore morbido del gorgonzola spalmato su un crostone di pane, variandolo con un buon formaggio stagionato di monte per contrastare i due gusti… sembra banale ma è  un bel pensiero, sennò non sarebbe nel sogno.

E ancora il suono sordo che viene da valle che ti incanta come si sentisse il pifferaio col turbante in testa che fa ergere la testa occhialuta di un cobra, così,  senza rendertene conto…

La Luna, le Stelle,  i brividi sulla pelle quando l’aria ti punzecchia perché stai troppo fermo sfidandola…   Il silenzioso rumore della notte… Il silenzio della mente che ascolta ciò che vuole sentire e vede ciò che vuole vedere e naviga libera, senza confini, senza il mio inutile comando che ne mortifica le qualità rinchiudendola in un recinto troppo piccolo per i miei sogni.

É bello sognare un po’… anche a occhi aperti… sul fare della sera, senza la mascherina sul viso.

26 NOVEMBRE  2019.  S. Corrado, S. Leonardo, S. Delfino, S. Bellino, S. Bello

Stasira ghô viá la mē Spüsa. Questa sera la mia sposa non c’è. Questa sera la mia sposa non c’è è andata ad una dimostrazione di creme o ben non so cosa fosse. La mia sposa era meglio che andasse a ballare piuttosto che pensare di diventare magari più bella unta di creme. Sino all’ultimo momento, non m’ha detto che andava alla ‘dimostrazione’. Non mi ha detto fino all’ultimo momento che andava con la cognata e la sua amica. È furba la mia donna, come tutte le donne. S’é fatta furba da quando ha capito che io non ho più voglia di fare “bordello“. Forse perché ho sessant’anni, ma più di tutto è perché ne ho ‘fatte abbastanza’. Allora che vada con sua cognata e la sua amica o con chi alla fine si trovi al meglio, aspetterò con i miei cagnolini d’oro, la mia Minnie e il mio Roccia mi tengono compagnia e ci bevo sopra una grappa dietro l’altra, così “impara” a lasciarmi a casa da solo. Io non porto rancore, sto bene anche da solo, con i miei due cagnolini. Quando la ‘bella’ arriverà, fingo indifferenza. Io lo só, Lei si sentirà in colpa, e chissà che non mi capiti che per questo mi si conceda ancora una volta. Intanto mi fumo una sigaretta e i miei pensieri volano insieme al fumo che sbuffo insieme al pensiero di dolci ricordi.  Mio nonno nelle serate di freddo, dopo aver cenato con patate bollite e un gnocco di polenta appoggiato sulla stufa a legna, andava nella stalla al tepore del fiato delle mucche e raccontava storie ai nipoti. Gli parlava del lupo cattivo che rapiva i bambini che non facevano giudizio. La voce del nonno si faceva bassa, fine fine, un po’ tenebrosa, e iniziava a raccontare una storia… Quando veniva buio, il lupo passava casa per casa e se vedeva una mamma scontenta, portava via il bimbo o la bimba cattiva. I bambini ascoltavano il nonno a bocca aperta, senza fiatare. Più di tutti la pensavano male chi aveva ‘pucciato’ il dito nel vaso della marmellata, o chi fosse andato al fiume senza il permesso di mamma e papà. Il terrore era come la lama di un coltello ben affilato, tagliava l’aria della stalla che si sentiva solo il respiro delle vacche. Poi all’improvviso il nonno disse, su, andiamo a letto a dormire adesso figlioli, che domattina ci dobbiamo alzare prima che il gallo canti. Nipoti cari sapete bene che dovete aiutarmi a mungere le mucche prima di andare a scuola, e dopo pranzo andremo a far foglia per il giaciglio del bestiame. Verrà ancora domani sera e vi racconterò come è finita la storia del lupo e inizierò un altra storia. L’Annibale in futuro aspetterà ancora la sua donna che sarà andata a fare una ceretta o altro, e speriamo non si porti con sè anche i cani sennò rimane da solo con i suoi pensieri sognanti. Buona età a tutti, belli e brutti…

27 NOVEMBRE 2019.  S. Virgilio, S. Gustavo, S. Zefiro, Santa Gustavina.

… Stasira, ghô vià la mē spüsa. Len’dacia a ōna dimostrasiū de creme o al sō mia mē cosa l’era. La mē spüsa l’era mei che l’handāā a balā invece che a pensā de dientá magare piö bēlā perché ûnciadā de creme. L’ha ma mia dic fina l’holtem che l’andāā alā dimostraziü. La mā mia dic fina in ôltem che l’ha n’dāā con la cognadā e la sō amisa. A l’he furba la mē flommla, come tōtē i fommle. Le se facia fürba da quando l’há capit che mē, ghö mia pìõ oia dè sbordelâ! Al sará che ié piô de sesanta, e amó piō de tot ōl perché n’no face a sē. Alurā, chē l’andaghe cô la cognadā è la só amisa o con chi ala fī, là se troa piō bhē… mē stō chē a spetālā quanch che l’a rierá. Intat i mē cagní d’or, la mē Mini e öl mē Rocia i ma thè compagnia e ghā biè drê öna grapa viá dre l’otra… issé l’ha m’para a lasām a cá de per me. Ma mē ghō mia rabia, sto bhē a de per mē cōnt… coi mē dù cagnī. Qual che la bēla la riā, fō a finta de negōt. Mē l’sò, l’Ē, la l’sā sentirà n’colpa, e chillà sà che me capitē mia che la ma faghe contet a mō ôna ōlta. N’tat mè föme öna sigareta e i mê pensêr i vulá n’sema al föm chè böte fò n’sema ai memorie dolse del me pasat… Ōl mē nōnō n’dí serade dē frēc, dopo it senāt con önā patata buida e ü gnoç de polenta púgiàt sölä stüä a lègna, l’indaā nelā stālā al calür del fiāt di hachę, e a l’glhá contàā shö i storie ai nēuc. Al ghė pārlāā del lupo catif c’hal rapìã i scętí c’aī fàā mia giôdesē. La üs del nōnō la sera faccia basā, fina fina, n’pō tenebrusa, e l’tecàā a contá sô la storia… Quan chel vegniā fosc, ōl lupo l’pāsāā cá per cá è sal vedià o al sentìà ōna mama scontētā, al portàā vià ol fiölet o la fiöla cātiā. I neùcç i scōltāà ōl nōnō a bocā dervidā sensā fìatá. Piö de tōt, i pensāà mal chi ierā puciāt i dit nel vaš per rōbà la mārmelāda o chi ierā n’dač al fiōm sensā pērmēs de nesü… ghé mama ne papà. Ōl terur l’era come la lama d’ō cortel bel mūlat, al teaā l’aria dēlā stalā che t’ha sentiet adoma ol respir di acke. Po all’impruisa ōl nõnõ al disia, sá n’endem in lēc ades fiōī che domanmatina an ghá de leá shō al prim cant del gal. Neüc car, al sī che ghī de otam a mōnsz i acke prima de n’dā a scōlā e dopo disnat an vá a fá la fōiā n’del bosch per goerná õl besciam. El vegnerá amó a domassira e vè cōnteró shó come l’e n’dacia a finí chelā del lupo e cominserò ōnōtra storia, el Nibel li speterá amó la shō dona che la sarà n’dacia a far la cērētā o d’oter, e sperem che la pōrte mia viá pò ai cá senò reste de per mê coi me penser. Buna etā a tōcc, bei ę brōcc.

28 NOVEMBRE 2015   S. Giacomo della Marca, Santa Teodora

imageCIAK SI GIRA.

Io mi beo della piacevolissima compagnia di due rompiscatole di cani, i più piccoli che mamma natura ha ‘confezionato’. Il maschio alfa che di ‘alfa’ non ha nulla si chiama Roccia, la timida e indifesa femminuccia si chiama Minnie, ma Mini basta e avanza… 8 chili di cane in due. E tutto comincia quando di soprassalto mi trovo catapultato in un pensiero strano. Già perché non capisco cosa caspita ci facciano i miei due piccoli messicani al terzo piano di un prestigioso palazzo in città.

Uno, il maschio in braccio ad un signore che a stento lo trattiene per la collottola, l’altra, la femminuccia che invece segue mestamente con orecchie abbassate una signora, sullo stesso terrazzino, che ben guardandola mi sembrò… è proprio lei, un giudice della corte suprema del foro di Milano, la signora Mariagrazia. Io la conosco, e’ stata una mia graditissima cliente quando avevo una bottega di antiquariato, proprio vicino a dove vive lei, in quel sontuoso palazzo, e lui l’uomo sarà il fratello o un parente, dal momento che non mi risulta fosse sposata.

Sento un improvvisa vampata di calore che mi pervade fermandosi con tutto il suo impeto sul mio viso, e non riesco a trattenermi dal gridare a faccia in su, che cosa ‘cazzo’ ci facciano i miei cagnolini da loro, e continuo ad inveire dicendo che se non me li restituiscono immediatamente, giudice o chi che siano, salgo, e spacco tutto. È questione di un attimo che non vedo più i miei cagnolini e nemmeno i loro presunti rapitori.

È  questione di un attimo e mi trovo in compagnia di un bel ragazzo, ma la sua bellezza non me lo fa piacere più di tanto, anzi c’è molta ostilità, almeno da parte mia, e con lui c’è mia moglie Susy… o almeno, non la vedo chiaramente ma intuisco che è con lui, e non con me, anche se lei è tra noi, ne con lui, ne con me… fra noi.  Mi sento di nuovo pervaso da una strana sensazione di calore assalirmi come una vampata improvvisa, questa volta mista a impotenza, mi incazzo ma non reagisco, anzi sono fortemente interessato e affascinato da una motocicletta che mi lascia intuire sia di proprietà del l’’antipatico’. La moto non è particolarmente bella, anzi, e’ spoglia, semplice, disadorna di particolari, ma mi piace del perché non so, e desidero averla cominciando a trattarla con il ragazzo, lasciando da parte l’impeto di prenderlo a pugni per gelosia.

Questa era una mia notte preceduta da un giorno intero con la conseguente sera. Mi sono destato, era un sogno! Oggi e’ un altra storia, gli attori sono pronti, il giorno e’ nato pronto, io sarò  pronto appena avrò bevuto l’ultimo sorso di cappuccino e premerò quel piccolo tasto che accende il telefonino, e allora…  Ancora una volta, un nuovo film, tra finzione e verità, tra bugie e trasparenza, tra sogni e realtà, coraggio e’ un altro giorno, oggi non si sogna… Ciak si gira.

29 NOVEMBRE 2015 S. Bernardo di Nazareth, S. Fedro

Incredibile, ma credibile con il senno di poi. Che la colazione al bar, in genere mi rigenera, forse perché  fin tanto che non e’ terminata non apro il contatto con il mondo, e non accendo di proposito il telefonino, quindi sono Annibale, che anche una litania al terzo Mistero del Dolore recita: Coronazione di spine a Gesù; Ti chiedo e ti prego per e con l’indispensabile intercessione di Maria Tua Sposa, di avere un grande disprezzo del mondo. Disprezzo del mondo che abbiamo creato, non della gente. Allora accendo il telefonino alle 9 e lo spengo alle 19.30.

Ma poi, dopo aver letto qualche rara notizia seria e molte stupidaggini sul quotidiano, scambio qualche sana e ingenua battuta con altri avventori, dove ovviamente non può mancare l’accenno al tempo e alla squadra di calcio del cuore.  Poi, più per forza che per amore, bisogna obbligatoriamente pigiare quel tastino che ti fa’ aprire il contatto con tutto, che per la maggior parte vorresti… si avvia il telefonino. Di fatto  lo squillo di introduzione che hai programmato arriva puntuale come le tasse, e se prima ti piaceva ora lo odi quel suono ormai stridulo. Ed è solo la prima telefonata, e ti si chiede da parte di un qualcuno, di fare una certa cosa, che tu trovi assurdo compiere, è già motivo di discussione, che con certa gente era meglio nemmeno iniziare ad avere rapporti.  Con il secondo trillo non va altrimenti del primo, altra persona che se non ci fosse, non solo sarebbe un enorme vantaggio per me, ma per molti altri… ma la terra è di tutti, persone “sbagliate” e persone giuste, che una senza l’altra non potrebbe coesistere.

Che allora chiamo io, tento di giostrarmela come meglio credo e posso, difatti mettendoci una buona carica di quell’entusiasmo che al mattino mi assiste, imposto quello che sarà l’unica cosa positiva della giornata, le mie batterie sono cariche… anche quella del telefono. A tarda mattinata alcuni dubbi mi tormentano, e’ sempre così che mi guasto del tempo prezioso, casualmente sono nei pressi di un cimitero dove ho di più caro tutto ciò che avevo e avrò, i miei genitori.

Prima di entrare per una prece, chiamo un amico, e per sentire come va, e per chiedere un piacere che favorirà entrambi, che quando si aiuta, sempre ci si aiuta. Certo non immaginavo che peggiorasse il mio stato d’animo che si voleva stabilizzare in preghiera, ma lo stesso, inverso , non pensavo sentirmi dire ciò che udii dall’altro capo del telefono. Ma cazzo, chi lui? Ē già, proprio lui!  Ma non ci credo! Credici… Addirittura il nostro amico dei tempi andati è finito là, in quella topaia di comunità? Lui il “maestro”, il bullo, il sicuro di se… quello che diceva Lui era ‘legge’ e tutti gli altri giudizi non contavano…

30 NOVEMBRE 2015   S. Andrea ap.

… Ti dico di si, e nemmeno in una camera isolata, ma in mezzo a tutti, in camerata, e senza nemmeno un paio di mutande pulite per cambio.

Riattacco io… va bene! qualcosa si farà, ma bada io ne rimango fuori, almeno nel senso che non voglio sappia che sto facendo qualcosa per lui, di me ha sempre avuto poca stima e troppa confidenza, col tempo tutto mi si ritorcerebbe contro, ok? Certo, va bene ci si vede sabato e qualcosa faremo.

Oggi non rientro per pranzo, non faccio spadellare mia moglie, e approfitto per farmi firmare quel contratto pubblicitario con quei miei amici del ristorante. Nel primo pomeriggio faccio un salto in quel posto, e ci porto anche Susy, così mi tiene compagnia. Strada facendo, squilla ancora il telefono , lui caspita! E quello di Brescia, che insiste perché lo aiuti a pagare le bollette della luce, non capisco la sua insistenza, del resto ci siamo conosciuti solo in un occasione tempo fa, dove si, mi aveva favorito in un affare ma era già stato lautamente ricompensato, speriamo di poter fare qualcosa anche per lui. Del resto non mi posso esimere dall’aiutare nemmeno l’altro di Pavia, si trova senza l’acqua corrente in casa, gli hanno interrotto il servizio per morosità, e speriamo che Piero, in carcere si sia fatto bastare quel poco che gli ho mandato.

E’ buffo, solo oggi ad altrettante persone ho detto di pazientare per quello che devo dare loro da molto tempo, dal lontano tempo di qualche anno fa, in cui il ceto medio a cui appartenevo e stato drasticamente soppresso, per lasciare il posto solamente a due categorie, i ricchi e i poveri, relegando me di conseguenza alla seconda ovviamente, ma lo stesso io, luce ed acqua in casa ancora c’è l’ho, insieme a una dose inesauribile di ottimismo autolesionista, quindi qualcosa faremo anche per quest’ultimi.

Ultimo appuntamento di giornata, che Dio se lo invochi ingraziandoti la sua Mamma, non ti abbandona, e di riffa o di raffa, il tuo angelo custode te lo attiva sempre, e questo ‘angelo’ stasera per me aveva le sembianze di Giuseppe, l’ultima persona che ho visto, un Angelo a ‘paga fissa’. Tutto bene allora, che tanto son di strada, ed è da tempo che volevo fermarmi da quella persona amica, la sua razza e’ del mondo, come disse Alfred,  ma nello specifico e’ iraniano, e tratta tappeti antichi con tanto di negozio  con esperienza pluridecennale, ed essendomi rinfrancato moralmente, mi va di sistemare una questione che mi stava a cuore da tempo, per un mio acquisto di qualche anno prima, questa volta spero di tener testa, alla proverbiale capacità di trattare degli arabi in genere! La batteria del telefonino, e’ poco meno della metà, e si pigi il pulsante, togliamoci la maschera dell’attore quotidiano, alla cena di casa mia, sono io, di nuovo me stesso… spengo il telefono.

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