Roccia e Minnye un pezzo pubblicato per facebook e il rimante per un nuovo libro.

Spalla del libro… o “spalle”.

Vorrei dire tante di quelle cose belle, che non so da dove cominciare. Ho l’animo in festa, mi sono procurato una quindicina di giorni di tranquilla sopravvivenza della mia famiglia, che è composta dalla mia inseparabile compagna di vita Susanna e dei miei adorati cagnolini inteso per piccoli Chiwawa, ma ahimè già adulti per i loro sette anni moltiplicati per sette. Roccia e Minnie, non li considero miei figli perché sono una delle poche persone al mondo che ringrazia Dio. di non aver potuto avere figli, nessun mistero, semplicemente non era mio ‘compito’ su questa terra, e l’aver trovato la compagna di vita che anch’essa non spasma dal desiderio di essere madre per lo stesso mio semplice motivo ha compensato perfettamente il Nostro status mente e corpore facendo sfociare tutto nel meglio che potesssi desiderare in amore in questa vita… del resto è una ‘scelta’ che fanno anche gli emissari di Dio. così come molte altre culture e religioni di altra appartenenza.

Quindi i cagnolini non si debbano considerare il ”cambio” dell’amore che una madre e un padre nutra per un loro figlio.
È un altro tipo di ‘cosa’… è un altro tipo d’Amore. Un fanciullo dona amore al primo sguardo e una madre nel corso della sua crescita lo vedrà con grandi sorrisi ma saranno anche pianti e lamenti.

Un Cane ti dona Solo Amore dal primo giorno che lo vedi grande come un pacchetto di sigarette, a quando per bere sta seduto sulla sua grossa pancia e gli occhi gli son fatti languidi e traboccanti d’amore, fino alla ‘fine’… senza lamenti e pianti… solo un imbecille può trattar male un Cane, una persona senza cuore ne per se ne per gli Altri.
Imparagonabile l’Amore che una Madre e un Padre nutra per i propri figli, imparagonabile all’amore che si dà a un cane, sono due ‘cose’ diverse è un altro tipo d’amore… andrebbero uniti.

Sono una coppia di cani, in questo caso una femmina e un maschio. Loro si amano a tal punto che per dimostrarlo si fanno volutamente del male. Piccole scaramucce da cani affezionati uno all’altra per incontrare il sorriso del “padrone”. Innocenti dimostrazioni di forza, un po’ come fanno i leoni che copulano mordendo dolcemente il collo della leonessa, ma anche se i possenti ruggiti che emettono durante la ‘copula’, fan  tremar le ossa, nulla si frappone nel loro istinto al godersi momenti d’estasi impagabili.

Comincia tutto quando il Roccia poggia tre pezzetti di biscottini sul divano e li controlla seduto ma, in seria posizione.   È stanco, ha mangiato da poco e al dover sbafarsi anche quei tre biscottini, gli si antepone l’usarli per adescare la curiosità è così infastidire la sua cagnolina.

Forse è per stuzzicarla e avere attenzioni particolari che escogita invogliare la Minnie a desiderare ardentemente i suoi biscottini, e ovviamente il ‘macho’ aspetta che lei abbia divorato la sua parte. E il Roccia i suoi biscottini rimasti, li sorveglia con sguardo fisso ma con il capino rivolto verso di lei. Continua a sorvegliare i biscottini con occhietti sempre più spenti e oramai come fosse una bilancia a cui gli venga tolto il peso per gradi, e lentamente l’ago pende sul Roccia, il corpulento maschio alfa di Chiwawa di ben quattro chili. Pende il “capino” da una parte appisolandosi e di scatto a tratti lo rialza… è come si suol dire, pesa le mele. A tratti gli si chiudono gli occhietti per riaprirsi nervosi ad ogni sussulto al solo volar di mosca.

Ōl Rociā āl  pisâ  i  pōm (il Roccia pesa le mele)  e si perde nei suoi pensieri che pagherei chissà quanto il poterli conoscere… sopratutto quando ho bevuto una tazzina di grappa e fumato un sigaro.

Probabilmente non c’è nessun pensiero nel ‘capino’ del mio Rocìa, e ancor di più “pagherei” per poter conoscere dove si ‘trova’, in che ’dimensione’ si trova’ con i pensieri… se pensieri sono, e ancor di più m’intrigo. Di qualunque cosa si tratti, si tratta di beatitudine celeste, uno ‘stadio’ che qua sulla terra raggiungeremmo solo con la santità… perciò pagherei… e molto.

La Mini, non fa cenno di resa, è come lo lasciasse giocare e finge un sonno sveglio anche perché non si sente un granché bene, gli duole una zampetta o forse finge gli faccia male perché non mostra segni di gonfiore ma fa comodo farsi compatire… una carezza in più per lei è una in meno per il Rocìa. Altra estenuante diatriba fra il loro contendersi le maggiori attenzioni dalle persone che li accudiscono amorevolmente… che poi sarebbe la mia compagna ed io. Amore completamente ricambiato al di più di cento volte, forse ‘studiando’ un cane, che per forza non deve essere di razza pura ( che poi la razza pura è indistinguibile perché non esiste), gli occhi di un cane di qualsiasi razza o quelli di un meticcio, sono assolutamente identici l’uno dall’altro, sono occhi che parlano d’amore, è l’ultima frase non sia cosa fatta per la bisogna, sono occhi languidi, vispi, allegri, tristi, malinconici, amorevoli, arrendevoli, sottomessi, grintosi e festosi. Gli occhi dei cani sono lo specchio del loro essere animali. Indifesi, timide creature del Creato, perciò degne del massimo rispetto. Ed è ovvio e scontato per un cuore puro, associare gli occhi di qualsiasi altra specie animale a ciò che descritto per gli occhi di un cane… ma si sta scrivendo di loro… i nobili cani che in questo racconto si fanno portavoce di tutti loro fratelli e sorelle animali.

La Minnie è una opportunista perché quando va a dormire si lascia mordicchiare le orecchie dal Roccia se in cambio vuole che lui gliele lecchi per pulirgliele ma se è stanca gli ringhia contro come per dire lasciami stare.  Sembra di vedere le gag di Sandra e Vianello, un continuo cercare di allontanarsi per non poter fare a meno l’uno dell’altro, che è ciò che dovremmo fare noi ‘umani’.

La Mini è furba, è femmina ed è normale sia così, che per fortuna dell’uomo la furbizia delle ‘femmine’ non è mai maliziosa se parlandogli si usa il linguaggio dell’amore, altrimenti diviene una lama a doppio taglio… e fa male. La Mini adora le castagne, bollite o caldarroste, le divora con una avidità incredibile. Quando solo ne sente il rumore dal rimuoverle in cucina dal loro involucro, si erge con le zampette sulla spalliera del divano dove stava comodamente oziando contornata dalla sua copertina personale in pile leopardato. Una copertina che portai dalla Romania in una delle mie numerose visite in questa meravigliosa terra a Est.

Un lembo di stoffa comprato nel lontano “2003” in un mercatino di Bacaü, una ridente cittadina che via monti, faceva da confine con la Moldavia. Minnie a quel tempo non era ancora nata e nemmeno la sua mamma… in un paese dell’Est Europa. Si perché l’amico che mi diede la Mini disse che era di nazionalità italiana… ma io sentii subito che non poteva essere nata in Italia. Sentivo ‘chiaramente’ ‘l’odore’ dei paesi da cui proveniva un cucciolo di cane.

Quattro anni di ‘allevatore’ di cani e un minimo d’esperienza nelle nari mi è rimasto, ma lo stesso tutto ciò non ha importanza perché un cane può venire anche dall’inferno per essere accolto… tanto, sarebbe stato espulso dalle viscere infuocate della terra, perché di amore ‘indistruttibile’, e quindi non può fare e dare che amore… ma ho ‘lasciato’ la Mini con le sue zampette tese e gli occhi sbarrati sulla sponda del divano. Lei è la, la Mini e in pol position, ha sentito che si cucinavano castagne, che cotte al forno, arrostite al fuoco o bollite con alloro e un pizzico di sale, per la più che cucciolotta Mini non faceva e non fa differenza alcuna.  Sembra una tossico dipendente da castagne. Nessun altro tipo di cibo la rende con lo sguardo più severo.

Gliela si può sbriciolare o lasciare le due metà di una castagna integre, la Mini le pulisce con cura maniacale. Un cane a cui piacciono le castagne in modo spasmodico. Incomprensibile. Quante cose cerchiamo di imparare e una Mini e lì pronta a farti abbassare le arie, pensavi di conquistare il mondo è non sai comprendere il tuo cane. Perché comprenderlo? È un cane! che importanza ha comprenderlo? Un cane ha Amore dentro se, quanto noi umani non potremmo avere in mille vite, un Cane è un animale nobile come il maiale, come lo scarafaggio, come il leone… difficile comprendere perché non può essere un lecito dubbio del che non sia nobile quanto l’uomo.

“La vita coi cani è strana. Diventerai, senza nessuno che te lo insegni o ti spieghi come farlo, il capo branco di un cane che sarà pronto a qualunque cosa per te non appena saprà riconoscere il tuo odore e la tua voce.
La vita coi cani è misteriosa. Sarai spiato da un Grande Fratello peloso che non perderà nessun tuo movimento, specialmente quando capirà dove sono la cucina ed il recipiente dei biscotti.
La vita coi cani è crescere. Non puoi farci niente, non puoi fermare il tempo perché quel cucciolo che hai tenuto in braccio crescerà troppo velocemente, per diventare il grande amico che ti vorrà accompagnare ovunque andrai. I cuccioli durano troppo poco.
La vita coi cani è confronto. Avrai sempre uno sguardo con il quale misurarti, affogherai senza poterti salvare nelle profondità inimmaginabili degli occhi di un cane. Dove la gente crede che non ci sia un’anima.
La vita coi cani è sincera. Non avrai bisogno di raccontar loro una bugia o delle storie inventate perché tanto, qualunque cosa tu dica loro, i cani la sanno. Sempre.
La vita coi cani è scomoda. Ti ritroverai una sera d’inverno, con la tramontana che ti graffia il viso ed il gelo che ti arriva alle ossa, a passeggiare da solo con il tuo cane che corre e scodinzola felice, incurante del vento che gli arruffa il pelo e del caldo che avete lasciato in casa.
La vita coi cani è buffa. Parlerai con un essere che non ti potrà mai rispondere e che però ascolterà ogni tua parola, con così tanta attenzione ed interesse che non ritroverai in nessun altro uomo o donna al mondo.
La vita coi cani è ritorno a casa. Nessuno come il tuo cane sarà felice di vederti ogni volta che spunterai dalla porta dalla quale ti ha visto andar via; imparerà i tuoi orari, riconoscerà il tuo passo e sarà lì ad aspettarti, anche quando sarà vecchio e stanco, saltando di gioia come se non ti vedesse da un mese.
Anche se sei uscito per comprare il giornale.
La vita coi cani è rinuncia. Perderai a poco poco quella porzione di divano su cui stavi tanto comodo, dove ti godevi il riposo ed il meritato relax dopo giornate faticose e noiose. E la cosa bella sarà che non ti dispiacerà affatto.
La vita coi cani è comunione. Dividerai il tuo ultimo boccone con il tuo cane, perché non potrai resistere al suo sguardo implorante che hai incrociato purtroppo per te mentre stavi cenando.
La vita coi cani è insegnamento. Sono loro che ti mostreranno, semplicemente correndo in un prato o sulla riva del mare, la bellezza di una giornata di sole e l’importanza di stupirsi -ogni volta- davanti alle cose semplici.
La vita coi cani è amore. Quello che proverai ad emulare, che proverai a restituire al tuo cane senza però riuscirci. Ma cimentarti in questa prova sarà una delle tue imprese più entusiasmanti.
La vita coi cani è un viaggio. Nessun sentiero di montagna ti sembrerà lo stesso dopo che lo avrai percorso insieme al tuo cane: ricorderai profumi, odori e colori del bosco che prima non avevi sentito o visto; proprio come succederà per il tratto di vita che farete insieme.
La vita coi cani è una parentesi. Per te è una parte della tua vita, un dolce intervallo fra mille impegni e anni da riempire di cose da fare, un breve cammino insieme ad un cane che tu ben sai, ad un certo punto, si fermerà per lasciarti andare da solo. Invece per il tuo cane, la tua vita è tutto.”

Io e Susy desiderammo avere come compagno un Cane. Forse più io che la mia compagna desideravo avere un Cane… o meglio, un cagnolino. Dopo un periodo di stasi, a metà della vita d’un secolo, riaffiorarono i ricordi di un bel passato e tra le tante ‘attività’ intraprese fino ad allora della mia gioventù, intrapresi pure l’essere un allevatore multirazze canine. All’epoca rispettavo gli animali con il timore di non dovergli fare mai del male, lo stesso non andavo oltre e come li rispettavo, li ignoravo. Funzionava così al tempo, dividevo un allevamento di cani con un amico di vecchia data, ma se di notte ci trovavamo in discoteca, di certo non impazzivo all’idea di dover abbandonare la bella di turno per una ‘barboncina’ che doveva partorire, la, al “canile”. Mille cose sono successe nella mia vita nel corso di quei quattro meravigliosi lunghissimi anni, e uno in particolare mi rimase in mente. Io e Claudio andammo per la ‘raccolta’ annuale dei cuccioli di ogni razza allevati con cura da alcune persone ungheresi. Ad aspettarci oltre confine, un viale disseminato di auto a destra e sinistra, tutte con il culo della macchina rivolto al centro, bagagliai ben aperti per mostrare la preziosa mercanzia. Erano gli anni “80” e quanto benessere c’era in Italia, tanta povertà c’era in Ungheria. Un viale di un centinaio di metri, e tanti cofani aperti. Si comprava (è brutto dirlo) di tutto, ma mandavo avanti Claudio quando nel bagagliaio c’erano cani da caccia che da noi, in Italia, abbondavano come il numero degli stessi cacciatori italiani. Non ero un “affarista” nel trattare animali, non avrei saputo dire di no a sguardi pietosi di persone che con occhi languidi ti supplicavano di comperare i suoi Bracchi o Setter. Infatti rimanevo un passo indietro a Claudio, ma ciò non impedì a Adrienn di avvicinarsi a me sospinta da una mano sulla sua spalla del padre Andràs. Era una ragazza bruna che dall’apparenza pare avesse “16” anni o su per giù, i suoi occhi eran gonfi di lacrime e quando mi giunse vicina, aprì il bavero del suo spinoso cappotto e apparve la testolina bianca con una chiazza marrone di un minuscolo cane… me lo porse e sbiaciscò in un dialetto a me incomprensibile alcune parole. Feci avvicinare l’uomo che accompagnava me e Claudio in quella ‘raccolta’ che aveva l’incarico di farci da interprete, mi rivolsi alla ragazza dai folti capelli corvini e le  chiesi a gesti di ripetere con calma ciò che mi aveva detto poc’anzi. Piangendo Adrienn si rivolse all’interlocutore e tra le lacrime gli spiegò se io volessi “acquistare” quel meraviglioso cucciolo di Chiwawa. Era evidente che non se ne voleva separare per nessun motivo al mondo, ma il padre con sguardo serioso la ammoniva dal prendere quella decisione. Parlai a Alexander di questa strana per me inquietante vicenda, gli dissi di dire a Adrienn che gli avrei dato un terzo di quanto mi aveva chiesto per cedere il suo amato cucciolo, alla condizione che se lo tenesse per sé. Il padre capì e rispose seccato in vece della figlia che se Adrienn non mi avesse dato quella testolina chiazzata, l’avrebbe castigata severamente! Mi fu tradotto in simultanea, guardai la ragazzina negli occhi dopo avergli sollevato il mento con due dita, gli dissi in italiano mentre Alexander traduceva, porto via il tuo meraviglioso cagnolino e lo terrò come fosse un figlio… tuo papà vuole questo è io ti prometto che lo amerò come l’avresti amato Tu. Diedi il triplo di quanto volevo regalare perché il cagnolino rimanesse con Adrienn e presi tra le braccia il testolina macchiata caffè-latte mentre i singhiozzi di Adrienn si allontanavano con Lei che correva disperata in fondo al viale stringendosi con forza al petto, quel bavero di cappotto ancora caldo del cucciolo che teneva in grembo.  Io che fino ad allora ho avuto l’onore di dividere momenti della mia vita con Pastori bergamaschi, Pastori tedeschi, Rhoot Wailer Terrier di vario tipo e meticci che non scorderò mai, mi ero ritrovato ad avere uno scricciolo di cane caliente messicano d’origine e per circostanze misteriose avuto in affido in terra ungherese fredda un Chiwawa. Tornati in Italia con un notevole ‘carico di bestioline’ graziose che vennero dissetate di acqua ogni 3 ore di viaggio, le sistemammo in un giaciglio caldo nell’allevamento e dopo averle rifocillate con abbondante cibo tornai dalla mia compagna di quel tempo, Patrizia, fu Lei che mi consigliò di chiamare il mio maschietto messicano, Roccia… così agli occhi azzurri di Patty parve è così lo chiamai.

Affettuosissimo cagnolino macchiato che amava starmi sulla spalla quando ero in poltrona e se con la coda dell’occhio lo guardavo ‘storto’, prima mostrava i denti per dissuadermi e se continuavo a guardarlo, passava all’attacco con velocissimi ‘morsetti’ al naso con la velocità di un colibrì, la sfida era evitare quei morsi del Roccia, ma non mi riusciva quasi mai. Mangiava pollo, solo pollo bollito e sbagliai ad assecondarlo perché era sempre in disordine con il pancino e per questo leccava l’erba del giardino in continuazione per procurarsi conati di vomito.

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