Malta inizio

Mille novecento ottanta. Domani è sabato, il ‘sacro’ giorno del dolce far niente se non riposare e divertirsi per i giovani che vestono con jeans di almeno due taglie in più del necessario tenuti su in vita da un cinturone con fibbia grande che li tira sù il più possibile in vita così che si vedano gli stivaletti a punta consumati sull’asfalto a cavallo di una Vespa Primavera 125, ma oggi è venerdì che è un giorno ancora più importante è ci si può ubriacare sbracati sulla poltroncina di una discoteca in compagnia di altri allegroni e impenitenti trasgressori del quieto vivere… per i più fortunati la notte finisce in un auto appartati sulla cima di una collina a pomiciare a tutto spiano, per i più sfigati a vomitare da soli sul water di casa con mamma e papà che hanno lasciato la porta della loro camera da letto semiaperta per chiederti di tanto in tanto se ti e passata la sbornia, e che non vedono l’ora che venga il mattino tardi del giorno successivo per rimproverarti urlando nel mentre che a fatica ciondolando raggiungi la cucina dove c’è apparecchiato in tavola per il pranzo, ma Tu nemmeno hai voglia di bere un caffè e poco dopo torni a letto per prepararti ad un altra folle sconsiderata nottata di fuoco. Soldi non mancavano mai così come il lavoro che abbondava per chiunque avesse un minimo di voglia di lavorare, e se capitava che questo o quel “padrone” come ancora si chiamava all’epoca il datore di lavoro ti rompevano le scatole per i continui ritardi al mattino o per scarso rendimento non era di certo un problema, accanto alla carrozzeria dove facevi il “bocia” c’era Gino con la sua officina meccanica che avrebbe assunto un giovanotto che a parole sembrasse almeno volenteroso. Esisteva anche la categoria di giovani lavoratori che lavoravano saltuariamente e venivano pagati a giornata senza retribuzioni sindacali così che in una settimana si iniziava al martedì magari a scaricare camion di traslochi o a fare da manovale presso qualche artigiano e si finiva di venerdì così che si potesse andare al lago o in montagna o a visitare qualche città per poi passarvi un paio di notti da urlo e rincasare di domenica… il lunedì ci si riposava da immani baraonde. Ovviamente solo persone timorose con poche possibilità di riuscita sceglievano un lavoro in fabbrica che a quei tempi era roba da sfigati salariati, a meno che si trattasse del solito furbetto che più che lavorare in un anno sfruttava più giorni con la mutua, appoggiati dal dottore compiacente che non gliene fregava più di tanto di fare gli interessi di un azienda essendo anch’esso uno stipendiato fisso, i controlli per la degenza erano quasi inesistenti e per il mutuato erano più i giorni che faceva a Riccione che in fabbrica, per molti giovani era quasi una vergogna lavorare con stipendio fisso a vent’anni. La politica era roba per ‘vecchi’ che a quei tempi erano i cinquantenni e che comunque dovevano solo scegliere fra Almirante, Berlinguer e Andreotti… destra, sinistra, centro. Mille novecento novanta. Boria, ego, spavalderia e quant’altro ispiri onnipotenza erano alle stelle. Ti piaceva un auto? Preferivi una moto?… una barca, un camper o qualsiasi altra diavoleria che ti potesse fare un figurone con la ‘tipa’ o con gli amici, quattro cambiali e tutto era risolto… mezzo di godimento nelle tue mani. Al bar si poteva “segnare” su di un notes a righe il conto, e pagare alla fine del mese o appena si fosse in condizione di farlo, tanto i conti venivano quasi sempre gonfiati debitamente dall’oste che in questo modo applicava interessi che lo avvantaggiavano comunque… così nei ristoranti, dal gioielliere, così nella boutique sotto casa e in mille altri posti ancora dove eri conosciuto. Funzionava che se al bar dovevi pagare subito bevevi un paio di birre in una sera, se pagavi del tempo dopo ti ubriacavi quasi regolarmente tutto il mese… pagare subito, una pizza e coca cola, caffè e buonasera, pagare poi, risotto di seppia e fritto misto annaffiati da Pinot, dolce e ammazzacaffè… dall’orefice pagare subito, un anellino d’oro per la ‘bella’ il giorno degli innamorati, pagare dopo, un brillante che faceva morire d’invidia tutte le amiche della fidanzata… pagare subito un pantalone e una maglia, e borsetto rigorosamente ‘firmati’… tanto i soldi in qualche modo c’erano… o di “riffa” o di “raffa” i di consacrazione al consumismo più sfrenato, non si segna più niente perché per colpa di qualcuno non si fa più credito a nessuno, ma c’è ancora un poco di lavoro ed è relativamente facile ottenere un prestito in banca… ergo, auto, gioielli, abiti, motoscafi e quant’altro serva ad apparire anche se si spende più di quello che si incamera. Duemila dieci. Il lavoro comincia a scarseggiare, così come la fiducia delle banche… bisogno di un elettrodomestico o di un accessorio per la casa? Un prestito fatto da un agenzia subalterna agli istituti di credito ed è ‘fatta’. È dal duemila dieci che comincia la tragica discesa monetaria. D’un botto ciò che valeva ‘mille’ vale ‘cento’, ed ognuno a modo suo si adegua e restringe le proprie possibilità. Poi arriva il Duemila Venti, che bisognerebbe si iniziasse a non considerare il perché è stato scritto con l’iniziale maiuscola, non essendo un pregio ma altresì una grandissima catastrofe aereo-anti-ecologica, un virus maledetto da chissà quale mente contorta partorita in un pensiero nato in laboratorio… di quale città? Da quale Paese del globo proviene questo covid 19? Non è importante saperlo perché c’è coinvolto il mondo intero che, corre veloce, talmente veloce che è sempre più difficile da inseguire. Se il Duemila Dieci è stato l’anno della discesa economica, il duemila venti è stato un ritrovato valore perduto… e valori perduti. Si sono ridimensionati tutti quanti, e per i pochi che non ce l’han fatta perché destinati ad abbandonare la scena con la dignità di andarsene per sempre. La dignità che li porterà nel Cielo ed esista o meno una giustizia divina, avranno di certo lasciato un forte ricordo di ‘piccoli re’ decaduti. La mia ennesima avventura inizia con la ‘decadenza’ del Duemila Dieci fino ad arrivare arrancando al quel fatidico Duemila diciassette. Anno buono per il vino, ma ad ora, non per me. A quell’epoca stavo uscendo da uno ‘stadio’ della mia vita, il secondo dal primo che nel Duemila Dieci ci aveva già ridimensionato, nel Duemila Diciassette vivevo di quel che riuscivo a racimolare per quietare animo e ‘bollette’ e non ero l’eletto immolato per finire i suoi giorni da ‘re’, perciò me la passavo piuttosto male. Ho preso a calci le notti per starti più vicino… le primule le vedevo dal fioraio mentre che gli passavo accanto e non ho visto il grano maturare per molto tempo, il telefono non squillava mai se non per dirmi cose che non mi interessava sapere. Cadono stelle e io sto nelle stalle del mio stallo, aspetto nuove primavere di vita e coccolo il tempo sperando non fugga senza che me ne accorga. Ora penso sia meglio io vada con i miei pensieri in campi Elisi ad aspettare nuove albe che portino sole pioggia e neve Ora penso sia il tempo di mietere il grano e affrontare il domani con ciò che verrà…
Ora penso sia tempo di non pensare più a nulla se non vivere. Buona giornata a chi ha smesso di pensare a cose che lasciano l’amaro in bocca e Buona giornata a chi si rimette nelle mani del destino cucito su misura di chi ha capito e chi capirà,… io voglio bene a tutti…belli e brutti. Questo stato d’animo mi ha preparato l’ennesimo piatto che la vita mi ha servito su di un vassoio d’argento, come la testa recisa di Giovanni ‘il’ Battista che fu presentata alla capricciosa malvagia Salomè “servita” su di un piatto d’argento, San Giovanni ha creduto per ciò che è morto e io per ciò che mi rimane voglio credere ancora una volta in qualcuno… un compagno, un amica, un qualcuno che con Te avrebbe fatto l’affare della vita, che alla mia età significa il desiderare di essere lasciati in pace da tutto e da tutti per il resto che ci rimane da vivere… che non è mai abbastanza.

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