Mosca

Era il duemilauno, tra il passaggio dalla lira all’euro. Due amici decisero di fare un viaggio insieme destinazione Russia. Soli, senza consorti. Appena sbarcati all’aeroporto di Mosca, ad attenderli c’era un freddo gelido di circa meno venti gradi, ma non fu l’unica cosa gelida. Poliziotte severe senza sorriso, capelli raccolti stile vecchia signora e sguardo truce. Non certo un accoglienza da sbarco a Honolulu, si viveva invece una situazione che contrasta tutto ciò che rappresenta la comunione dei popoli. Albergo Imperial dove i due amici alloggiavano affacciato sul fiume Moscova si intravedevano le maestose guglie della cattedrale di San Basilio, mentre chiaramente si poteva ammirare la Piazza Rossa e il Cremlino. Ma il regale paesaggio non corrisponde al carattere dei moscoviti, si percepiva nei confronti dei due vacanzieri uno spiacevole senso di ostilità forse le donne un po’ meno. La sera, in un ristorante Ucraino, si abbuffarono con pietanze tipiche e bevvero solo vodka, che date le temperature rigidissime, scendeva nello stomaco come fosse acqua minerale. La sera i due cenarono in un ristorante ucraino e poi decisero di andare in un locale poco distante, accompagnati da due simpatiche cameriere conosciute tra una portata e l’altra… Maria e Elena. Un bell’ ingresso, bodyguard in livrea, tappeto rosso, una folla incredibile che aspettava di entrare, ma non per i baldi amiconi, che con la loro faccia da polli da spennare furono subito invitati a varcare la soglia, le donne andarono a ballare e i due compagnoni andarono a giocare nella sala con la roulette, Alberto nonostante le giocate pareggiò mentre l’amico “beccò” un “pieno”… 36 volte la posta…non male: quasi ‘400’ euro di vincita. Molta gente non giocava, osservava. Si fecero, le due di notte e tutti d’accordo decisero di tornare in albergo. All’uscita dal locale, improvvisamente, mentre si stava attendendo il taxi, si avvicinarono minacciosi due poliziotti in divisa. Parlarono a voce  alta e severa con Maria e Elena, e poco dopo le afferrarono per le braccia e le trascinarono verso un’auto di servizio. Le ragazze si girarono per cercare di parlarci, ma noi non capivamo cosa loro cercavano di dirci in quel russo misto all’italiano, l’unica cosa certa era che traspariva un velo di disperazione nei loro volti. Alby e Miky rimasero sbigottiti, nel mentre si avvicinò un ragazzo sulla trentina di bell’aspetto e si propose a gesti di portarci in albergo con la propria auto, ancora trafelati e un po’ sgomenti, accettarono subito pensando fosse stata una coincidenza fortuita. quell’invito. Si avvicinarono all’auto, una jeep di piccole dimensioni, e da una delle due porte vi scese una seconda persona per reclinare il sedile per farli accomodare nel posteriore. I due autisti sghignazzavano di tanto in tanto senza apparente motivo, improvvisamente uno estrasse delle foto dalla tasca e indicandocele ci disse se desideravamo compagnia femminile, proponendoci alcune sue presunte ‘cugine’. Alla risposta negativa, incalzò con l’offrire droghe, e ancora risposero negativamente. Intanto Alberto e Michele si resero conto che la strada fino ad allora percorsa era molta più lunga dell’esigua distanza che ci separava dall’albergo. Alby con gesti e parole sconnesse fece presente ai due il particolare, e per tutta risposta il tipo alla guida, estrasse una pistola di grosso calibro dalla tasca e la rivolse verso i due malcapitati sorridendo beffardo. Merda! La tensione si fece altissima. Michele non disse nulla, atterrito e totalmente incapace di reagire. Alberto non fu da meno, ma del resto pensò, questi, se avranno tutto ciò che abbiamo in tasca, ci lasceranno andare, e così cominciò implorante ad intrattenere una specie di trattativa. Li portarono in una enorme fabbrica siderurgica dismessa priva di qualsiasi forma di illuminazione. Scena da film dell’horror ma di film non c’era un cazzo, era tutto maledettamente vero. I due amici pensarono dietro i capelli che la ora ora fosse giunta. Fanculo…morire così a tremila km da casa… a quarant’anni di vita. Con la forza della disperazione, Alberto chiese al compagno di sventure di dargli tutto ciò che aveva in tasca, vincita compresa. Mise tutto il denaro insieme e lo offrì a quello con la pistola, cercando di spiegargli che era inutile che li uccidesse, e anzi se li avessero accompagnati all’albergo gli avrebbero consegnato altro denaro. Presero il denaro e ripartirono da quel lugubre posto, percorso poche centinaia di metri si intravide un bagliore in lontananza. Sembrava una pattuglia di polizia, e così fu, i due italiani sussultarono di gioia, siamo salvi, pensarono. Ma ecco che senza essere fermati, i due sequestratori si fermarono proprio di fianco ai poliziotti e tranquillamente si misero a confabulare tra loro. Di tanto in tanto, con le sigarette accese, poliziotti e stronzi si rivolgevano ai due malcapitati ridacchiando schernendoli palesemente, complici. Terrore a mille! Poi inaspettatamente, come era cominciato quell’incubo tutto finì.  Li asciarono andare dopo circa un’ora, esattamente fuori dall’ingresso dell’albergo, che scoprimmo il giorno dopo essere distante solo qualche miglio dal casinò, pochi minuti di auto trasformati in un’ora di puro terrore. Le ragazze arrivarono all’alba dicendo di essere state sequestrate in una stazione di polizia, e fu dato pensare che avevano subito violenza per poter tornare indenni… o forse erano tutti complici. Chi se ne frega! L’importante è che fosse finito quell’incubo tremendo. Mancava ancora un giorno alla fine della vacanza, ma i due amici d’avventura, li trascorsero interamente in camera, la voglia della partenza dall’Italia lasciò ora il posto alla voglia di tornare al più presto sui loro passi. Era il primo mese del primo anno del nuovo millennio che per Matteo e Alberto iniziò con la paura di morire.

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