Bruno ”4”

Con mio fratello andai sui cantieri per due anni, finché un giorno si era a Villa d’Almè e si intonacava le facciate di casa, passò da quelle parti un ragazzo, proprio sulla strada che costeggiava la casa, io ero indaffarato a lavorare al primo piano sopra il ponteggio, lui da sotto mi canzonava e ridacchiava scherzandomi, lo fece per alcuni giorni e io stavo calmo e portavo pazienza. Un giorno che per me era una giornata storta per non mi ricordo quale motivo, il ragazzo passò e ancora si divertì a scherzarmi con versacci e smorfie da ‘prendi in giro’… persi la calma e senza fare le scale per scendere dal piano che mi trovavo, con due sbalzi scivolai giù da ponteggio, corsi in strada afferrai il ragazzo per il collo della maglia che indossava e gli diedi tante botte che dopo mi dolsero mani e braccia. Mio fratello Giacomo dal ponteggio vide tutta la scena e invece che semplicemente ammonirmi bonariamente, mi picchiò a sua volta… fu l’ultima volta che gli permisi di farlo. Lo guardai rabbiosamente negli occhi e gli dissi… tra noi finisce qua ma ricordati bene, quando sarò più grande ti restituirò tutte le botte che mi hai dato… ti picchierò anch’io e girandogli le spalle me ne andai.

Da Villa d’Almè mi incamminai a grandi passi verso la vicina Bergamo, “4” km. e dopo la lunga via Baioni incontrai la torretta del Galgario e da li raggiunsi Piazza S.Anna, mi ritrovai senza volerlo di fronte a una panetteria… panificio Vanotti, usciva dalla porta che si apriva di tanto in tanto che entrava un cliente, un profumo di pane che aggiunto alla fame che notoriamente avevo, mi stordì i sensi… mi sentii come attirato dal quel paradisiaco profumo e come per incanto entrai, mi rivolsi a un signore che ’serviva’ di dietro il bancone e guardando all’insù per raggiungere il suo sguardo senza esitare gli chiesi se avessero bisogno di un aiutante tuttofare… il bottegaio mi fece alcune domande poi si consultò per pochi minuti con altre persone che con lui gestivano bottega, venne da me al centro del negozio e mi disse di si, ero assunto seduta stante. Telefonarono ad una vicina di casa mia che chiamò all’apparecchio mia madre, gli dissi in due parole ciò che era accaduto un paio d’ore prima con Giacomo e chiesi il permesso di lavorare presso quel fornaio… acconsentì. Rimanevo in quella famiglia di fornai tutta la settimana e oltre la paga quella gente mi dava vitto e alloggio che poi altri non era che la soffitta di casa e tra un mucchio di scatoloni avevano messo una branda dove io mi coricavo per dormire… avevo ”12” anni e iniziavo la notte alle ”3” fino alle ”13”, il pomeriggio tra le “17” e le ”20” riposo e cena… ”carosello” e a nanna alle ”9”… 10 ore di duro lavoro semi notturno da lunedì a sabato, tornavo a casa solo la domenica… feci quella vita fino ai ”14” anni.

Nel frattempo altro sfratto… che ormai lo racconto come un episodio scontato, altri problemi che non sto più nemmeno a raccontare si aggiunsero al fatto che di li a poco mio fratello Giacomo decise di sposarsi con la sua fidanzata. Tornammo ancora a scanzorosciate in una piccola cascina di quattro stanze, due al piano terra e due al piano rialzato, era a ridosso di una grande fabbrica che produceva e ancora produce, prodotti chimici, ma non ci vivevo più di tanto in quella casa perché ci tornavo solo di domenica da Bergamo.

Mio fratello si sposò, se fino ad allora mi sentivo responsabile per la famiglia, adesso di fatto a ”14”anni ero divenuto il capofamiglia. Successe che dopo quel periodo di tempo in cui lavoravo a Bergamo, una domenica mi venne a trovare il fornaio del mio paese, mi chiese di lavorare per lui… mi presi una settimana di tempo per potergli rispondere, ero stanco di dormire in una soffitta tra quattro scatoloni polverosi da solo, inoltre capii che senza Giacomo ormai sposo e via di casa, dovevo badare da solo anche ai miei genitori… e dopo una settimana il fornaio del paese tornò per la mia risposta che fu positiva, accettai quel nuovo lavoro pensando anche al fatto che cosi avrei lavorato dal nuovo”padrone” dalle ”3” di notte fino alle ”12” e dalle ”13” alle ”18” avrei potuto lavorare come muratore che in fondo era la mia vera passione… doppio lavoro, doppio stipendio, e la famiglia continuava a mangiare ogni giorno anche senza Giacomo, così che nel contempo ricevesse da me anche qualche ’calcio in culo’ morale.

Il fornaio di Bergamo venne per un mese intero a casa per tentare di convincermi a tornare da lui, ma gli spiegai delle mie nuove esigente e a malincuore capì… oramai avevo preso la mia decisione, caparbio e concreto come sono sempre stato feci quello che mi ero prefisso… per il bene della famiglia… come solito, anche se questo ben sapevo mi sarebbe costato ”14” ore di lavoro al giorno… a ”14”anni!

Questa nuova vita da fornaio-muratore durò per “4anni e mezzo”, fino alla ’chiamata’ militare, senza perdessi mai un sol giorno di lavoro, non avevo altra scelta dentro di me, io ero il capofamiglia e così pensavo fosse giusto dover fare.

Perciò ripresi anche la vita di casa, se così posso dire delle poche ore che mi rimanevano di libertà dopo il lavoro… bella casa! nel cortile giravano certi topi che sembrava un formicaio che si spargeva a ruota libera, ricordo che quando all’inizio della nuova abitazione mio fratello era ancora accasato con noi, con una fucilata a pallettoni ne uccise ”17” di topi… in un colpo solo! stavano mangiando il mangime delle due o tre galline che avevamo, io quella volta contai almeno una cinquantina di topi intorno a loro. Oltre ai topi bisognava si facesse i conti con la pioggia, si dovevano mettere secchi e bacinelle per cercare di contenere l’acqua che trapassava dal tetto fradicio e malconcio della cascina.
Per tornare sul ’discorso’ topi, una sera mio fratello Giacomo ci venne in visita con la giovane sposa e non so per quale motivo, dopo cena decisero di rimanere a dormire da noi. Io dormii con mamma, mia sorella e mio fratellino, tutti assieme nel lettone, all’improvviso non so per quale motivo mi svegliai nel cuore della notte di soprassalto e vidi un topo sulla faccia di mia cognata Anna, ovviamente anche lei si svegliò con un grido di spavento che non vi dico! non ricordo mia cognata e mio fratello fossero venuti ancora da noi a dormire… non credo.

“14” anni capofamiglia, ma andiamo avanti nel racconto, avevo anche lì, ancora a Scanzorosciate amici ’nuovi’ e amici di vecchia data, del resto i nostri frequenti spostamenti di casa, erano tutti pressoché vicini come distanza e più ci facevamo grandi, più le distanze diminuivano. La domenica passavo volentieri qualche ora con loro, e una di queste andammo in un paese vicino che saranno state due miglia… Villa di Serio, conobbi una ragazzina tutto pepe di nome Giusy, la rividi per qualche domenica ancora e non più per molto tempo, ma pochi sguardi e qualche suo sorriso mi rimasero indelebilmente nel cuore per sempre. Il resto della vita era il ”normale” inferno quotidiano con mio padre che accendeva la miccia del fuoco ogni giorno, mia madre che piangeva, mia sorella e mio fratellino che piangevano, entrare ogni giorno in quella casa… era sentirmi morire dentro ogni volta, lavorare ”14” ore al giorno non era solo essere il capofamiglia era anche evadere da quell’incubo a occhi aperti che avrei evitato lavorando.

Molte domeniche invece, volevo andare con gli amici ma non avevo una lira in tasca, spesso mi incamminavo verso il paese, naturalmente a piedi una volta arrivato facevo il mio pianto di nascosto e tornavo sui miei passi per casa… e questo nonostante lavorassi ”14” anche ”15” ore al giorno. Mia sorella cominciò in quel periodo trovò lavoro presso una camiceria e anche Lei si rese utile per quel ’poco’ al benessere della famiglia, unico piccolo cruccio e che si comprava qualche vestito nuovo per non sfigurare con le amiche, era bella mia sorella e la bellezza è vanità quando si è molto giovani e comunque almeno, come detto contribuiva quel ’poco alla famiglia ed era un bene… mio fratello minore Mauro era ancora troppo piccolo per aiutare in casa con uno stipendio e su di Lui ancora non si poteva ‘contare’.

La mia sola grande consolazione a quel tempo, era ascoltare le canzoni di Gianni Morandi, imitavo alla perfezione la sua “fatti mandare dalla mamma a prendere il latte” cosi come sapevo ben cantare tutte le sue canzoni, fu cosi che all’età di ”16” anni con alcuni amici decidemmo di creare un ’complesso’ che così si chiamavano i gruppi che si riunivano per suonare degli strumenti musicali… si intitolò The Baster. Io suonavo la chitarra che ancora oggi non ricordo come feci a comperarmela e naturalmente cantavo appunto le canzoni del mio idolo canoro Morandi. Era la mia boa di salvataggio imitare quell’uomo dalle grandi mani come grande era il suo cuore, l’unico sollievo da una vita di sacrifici… unico baluardo di serenità che mi permetteva di risollevare lo spirito quel poco per continuare ad andare avanti in una vita amara come il fiele. Tra le mille difficoltà dovevo anche fare i conti con il vedere i miei amici che scorrazzavano allegramente con i loro motorini nuovi fiammanti, sempre felici e contenti… e anche salissi di tanto in tanto sulle loro moto, io sempre con il motore dei miei piedi. Un giorno di ‘prove’ di musica con il gruppo The Baster, lo marinai… non ci andai quel giorno all’appuntamento con gli amici a fare le prove di canto e musica con loro, destino fortuito, decisi di andare al paese vicino per rivedere quella ragazzina di nome Giusy che mi aveva stregato il cuore. Quel giorno avevo di che pagarmi l’ingresso al cinema e lì la cercai… al cinematografo, entrai in sala e la cercai con lo sguardo trovandola dopo pochi minuti seduta da sola in una poltrona, mi avvicinai e entrando nella ’fila’ di poltrone e mi chinai verso di Lei… le chiesi se potessi sedermi e mi ripose di sì. La prima cosa che mi venne da chiedergli era se avesse il fidanzato, Giusy mi disse sì… gelandomi il sangue nelle vene, ma subito riprese dicendo che però la storia d’amore era finita… meno male pensai… e mi tornò il respiro regolare e da quel momento iniziò la nostra storia d’amore vero. Lei era bella, è bella ancora la mia Giusy, ma ne sto parlando al passato… Lei era bella e corteggiata da un nugolo di ragazzi. Io ero preoccupato per non avere la moto come gli altri corteggiatori e anche per questo motivo mi sentivo svantaggiato… nemmeno una bici avevo, solo le mie gambe e il mio bell’aspetto, portavo capelli lunghi, ribelli a quel tempo, suonavo la chitarra e cantavo e avevo anche io ragazzine smaniose di mettersi con me e questo mi aiutava nella lotta da tenere a bada gli ’avversari’. ricordo che le ragazzine che mi corteggiavano speravano che litigassi con Giusy che era diventata la mia fidanzata ‘ufficiale’, così che una di loro potesse ambire ad ’avermi’… ma io amavo Giusy e non cera posto per nessun altra nel mio cuore, dal momento in cui mi presentai in quel cinema, Lei divenne l’unico scopo della mia vita.

La nonna di Giusy abitava a Scanzorosciate, vicino a dove io lavoravo e tutti i giorni gli portavo il pane sperando di vedere il mio amore che le faceva visita all’ora in cui io di solito arrivavo. Era l’occasione di qualche minuto per potergli parlare di una qualsiasi cosa… anche ingenua e stupida, mi riempivo d’orgoglio quando la nonna diceva a Giusy che ero l’uomo che avrebbe dovuto sposare… ”sposalo, è un bravo ragazzo, con Lui che fa il fornaio, non ti mancherà mai ogni giorno il pane sulla tavola”… mentre la nonna gli diceva queste cose, dentro di me mi dicevo… se sapesse la vita grama che faccio, la Giusy non me la faresti più vedere. La Giusy era la mia forza, rappresentava il mio coraggio e la mia determinazione, era il nuovo pilastro che sorreggeva tutto il mio animo, per Lei riuscii ad andare avanti… e la nostra storia d’amore continuò.

Nel frattempo di questi accadimenti, mio fratellino Mauro iniziò a lavorare anch’egli come aiutante parrucchiere che al tempo si diceva ’barbiere’, sempre a Scanzorosciate, anche Lui era fatalmente e diligentemente entrato nel mondo del lavoro… altro prezioso aiuto per la famiglia, anche se comunque soldi in casa non ce n’erano mai abbastanza… era ’dura’ la vita che si noi si stava vivendo.

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