BRuno “5”

Giusy era ed è una brava moglie, comprendeva ciò che per il meglio il cuore dovesse fare… avrà imparato dai suoi genitori che a ‘cuore’ non erano certo di meno della figlia, infatti dopo pochi mesi che eravamo sposati il papà ci consigliò di sistemare l’appartamento in casa loro sito al primo piano… così che non avremmo più dovuto pagare l’affitto, ringraziai commosso e la sera e nel tempo libero sistemai il piccolo ma confortevole appartamento… sala e cucina, una camera, un bagno e un sottoscala che fungeva da cantina e ripostiglio, pochi mesi dopo feci il mio primo trasloco da sposato, lasciammo l’appartamento in affitto e ci trasferimmo in casa dei genitori di Giusy per me quel trasloco fu un gioco, abituato com’ero a cambiare abitazioni era una cosa da niente… ero un ‘professionista’… In questo nuovo appartamento vivemmo per “3” anni, fino a un giorno che era di domenica, e tutti riuniti per pranzo, mio cognato Aldo, si rivolse a suo padre e gli disse… “papà perchè non dai il sottotetto a Giusy così che si possono sistemare in un ambiente più grande… non rimarranno sempre in due” Mio suocero senza pensarci troppo disse “ok! va bene” e ci vendettero il ‘solaio’ di ben 150mq. Lavorai tutte le sere dopo dieci ore di lavoro in cantiere, il sabato pomeriggio e tutte le domeniche che mi servirono per sistemare quel sottotetto e trasformarlo in una bellissima mansarda… un nuovo sogno da realizzare… la nostra casa… tutta nostra, di me Giusy e il bambino che le sarebbe nato di li a non molto… Giusy era incinta di Gilberto, altri problemi non cerano, Lei lavorava nel suo negozio e guadagnava bene, io anche e la vita procedeva che sembrava di volare.

Il “2” giugno del “1977” la mia vita cambiò radicalmente… ero in un corridoio dell’ospedale che attendevo fremente l’arrivo della cicogna, vidi arrivare l’infermiera con Gilberto in braccio nato da qualche minuto, il tempo di una pacca sul culo e… zac, via di taglio ombelicale e poi da me che l’emozione mi era scoppiata in lacrime… piansi e in quel momento giurai a me stesso che non avrebbe mancato di nulla di ciò che era mancato a me. Gilberto fu per noi la nostra stessa vita, rappresentava la nostra forza e il nostro coraggio, io non gli feci mancare mai nulla e tantomeno Giusy che è stata una mamma e moglie ‘perfetta’.

Io come solito occupavo la maggior parte del mio tempo per lavorare, questo costava il sacrificio di non poter giocare molto con mio figlio, ero troppo stanco per poterlo fare, ma penso comunque di essere stato un buon padre… vivevo per Lui e famiglia ”allargata”. Nel frattempo io lavoravo ancora per mio cognato Aldo, era il ”1979” ma anche ci andassi d’accordo, volli fare una ditta edile tutta mia, la mia giovanile ambizione me lo imponeva. L’impresa ebbe per nome gli omonimi dei nostri cognomi… ’nostri’, di me e il mio aiutante Levino da subito molto entusiasta di ‘entrare in società con me nella ”Pezzotta e Ravelli”.

Ebbi la fortuna di conoscere il sig. Benvi Acerbis, un architetto, Lui in passato mi vide lavorare in alcuni cantieri e seppe che avevo intrapreso il cammino imprenditoriale da autonomi. Venne da me e mi propose di ristrutturare casa del fratello, certamente risposi, avevo appena iniziato l’attività ed era manna che scendeva dal cielo e che benedicevo. La casa di mio fratello Franco Acerbis, si trova ad Albino… e fu li che ebbi il piacere di conoscere Franco, la cui amicizia resiste ancora.

La nostra impresa era composta da me il mio socio e mio padre che portavo con me per tenerlo lontano dal bere… mio padre si dava da fare sul cantiere, teneva pulito il nostro posto di lavoro, all’epoca aveva ”65”anni e era ancora robusto nonostante tutto ciò che aveva ‘provato’ nella vita. Se la cavava bene… quando si riusciva a tenerlo d’occhio, ma spesso eravamo troppo impegnati nel lavoro che facevamo per non accorgerci delle sue molteplici tracannate che dava di nascosto alla bottiglia di vino… nascosta dietro qualche angolo… e allora si che erano problemi! e capitava che lo portavo a casa a smaltire o continuare la sbornia.

Le nostre attrezzature erano ’poca roba’, ma piano piano la ditta si ingrandì e con lei crebbero anche attrezzature, mio padre era orgoglioso di me, non me lo diceva apertamente lo capivo dai suoi occhi e dai suoi sorrisi… per come la pensavo, non ero suo figlio, ma bensì suo ‘padre’, lo curavo e lo facevo stare bene come si fa con i propri figli.

Amavo mio padre, nonostante la ‘vitaccia’ che fece fare a me e ai suoi figli. E’ un brutto ricordo pensare a quando prima che mi sposassi, mio padre facesse soffrire me e tutti noi di famiglia, cento volte avrei voluto affrontarlo… addirittura per picchiarlo, tanta era la ‘rabbia’ che avevo in corpo, volle il cielo che non succedesse mai… mi ritraevo sempre all’ultimo momento… e oggi, sono fiero di non averlo mai fatto… orgoglioso di essermi sempre fermato per tempo, perchè Lui era mio padre, colui che pur sbagliando molto mi diede la ‘VITA’… ed è da questa vita che ho potuto vedere i miei figli nascere, crescere e sposarsi con le loro mogli a cui voglio un mondo di bene, soprattutto oggi che sono nonno di tre nipoti… Tommaso, Alessandro Lapo, Filippo Iago che amo alla follia… e per questo nonostante tutto non smetterò mai di ringraziare mio padre… è anche per Lui che tutto questo esiste… a oggi (“2023”) sono “29” anni che ‘manca’ ma non passa giorno senza una preghiera per papà.

Un anno con Giusy decidemmo che si sarebbe andati in vacanza all’isola d’Elba, parlando ognuno di dove si andasse in vacanza con l’amico Franco, (Acerbis a cui sistemai la casa di Albino) dissi che sarei appunto andato all’Elba, e Lui di rincalzo mi disse… perchè non vai in Sardegna a casa mia? La ho una villetta a San Teodoro… non ci pensai due volte, risposi subito di si.

Era l’estate del “1980” Giusy era incinta di sette mesi, aspettavamo l’arrivo di Alberto Gilberto. San Teodoro, un paesino di trecento anime esattamente in località Cala d’Ambra a “25” chilometri da Olbia, la villetta di Franco dava direttamente sul mare eravamo in un bellissimo posto. Il mattino dopo il nostro arrivo, appena svegli io e Giusy ci rendemmo conto che il tempo stranamente per quei luoghi era brutto… pioveva… del resto era di Maggio e non potendo andare al mare si fecero quattro passi e raggiungemmo il paese o piccolo borgo in questo caso, ‘non un anima viva’ per le strade… arrivammo in piazza e vidi un bar aperto, entrammo e facemmo colazione. Insieme a noi avventori, altre quattro persone sedute a un tavolo che giocavano a carte, appena fatta la prima colazione, mi avvicinai al loro tavolo e stetti un poco a guardarli mentre si destreggiavano carte in mano al loro gioco, dieci minuti dopo prima di andarmene, andai alla cassa e lasciai pagato quattro birre per i giocatori paesani del posto e uscii dal locale salutando cordialmente.

Il giorno dopo idem come sopra… tempo ‘brutto’ con pioggia e di nuovo andammo a fare colazione in quel bar, quel giorno non cera nessuno, bevuti i nostri caffè e cappuccino andai alla cassa per pagare, ma il gestore del bar mi disse di non preoccuparmi che era già stato tutto pagato. Non è possibile replicai… ci dev’essere un errore! ma non conoscendo nessuno in quel posto dove per la prima volta in vita nostra eravamo andati, non fu difficile capire che fossero state quelle brave persone che giocavano a carte e cui pagammo le birre… “4” birre pagaii e per “4” giorni noi trovammo il ‘tutto pagato’… vollero premiare il nostro ‘comportamento’ ma anche probabilmente vennero a conoscenza che abitavamo nel villino di Franco, il mio più che stimato amico che ce lo prestò.

Cala Ambra mi era entrata nel cuore, quel posto mi piaceva moltissimo… era un sogno tanto che cominciai a fantasticarci sopra… mi sarebbe piaciuto comprare un pezzo di terreno per la mia famiglia e fabbricarci sopra un villino tutto nostro… e perchè no, uno anche per Levino il mio socio. Con il trascorrere dei giorni qualche persona si conobbe, fra cui Ermanno, un ragazzo disabile che girava in carrozzina, fu subito amicizia, era una persona in ‘gamba’ fu a lui che mi rivolsi raccontandogli il mio sogno… questi disse di essere il fratello di Eugenio, il tecnico comunale del paese, avrebbe parlato con lui e si sarebbe visto il da farsi e poi m’avrebbe fatto sapere qualcosa. Il giorno dopo Eugenio stesso venne da me e mi chiese di cosa avessi bisogno, io risposi che mi sarebbe piaciuto acquistare un terreno per poterci costruire un paio di appartamenti… bene, prima che ve ne torniate al nord vi farò sapere disse. E fu di parola, Eugenio si ripresentò dopo qualche giorno e radioso mi disse che se mi fosse piaciuto, avrebbe trovato “10.000”mq. di terreno a “500” metri dal mare con un colore da ‘pelle d’oca’ che solo la Sardegna può dare…”5″chilometri di spiaggia ‘bianca’, ancora aggiunse che i proprietari volevano “75”milioni delle vecchie lire. Alche’ subito gli chiesi se il terreno fosse edificabile, e Eugenio rispose che se lo fosse stato bisognava si pagasse dieci volte tanto, ma mi assicurò che di li ad un anno si sarebbe reso edificabile… e lui questo lo sapeva essendo appunto un tecnico comunale… dissi, se sicuro? e rispose di si. Avendo ben visto quei luoghi che girai in lungo e in largo, la mia intuizione imprenditoriale unita all’esperienza mi fece pensare che sarebbe stato il ‘futuro’ di San Teodoro, ma mi presi comunque una quindicina di giorni per ben pensarci… tornammo a casa, parlai con Levino che subito mi disse che la decisione l’avrebbe lasciata a me, come del resto spesso faceva fidandosi del mio intuito… e del mio coraggio… ok!, la decisione spettava a me che in cuor mio avevo già deciso per il si… ma uno fra i problemi più ‘grossi’ da superare, ovviamente era il capitale da investire… soldi non ce n’erano.

Mi recai nella mia banca, chiesi al direttore se ci fosse la possibilità di avere quel denaro in prestito e mi rispose che con quattro scartoffie da compilare avrei ottenuto senza problemi il credito. Tornai in Sardegna acquistai il terreno nel contempo progettai su ‘carta’ un villaggio turistico di “35” unità abitative e presentai il progetto a Cagliari che era il capoluogo di competenza perchè dovessero esaminarlo per primi… ma era della ‘Regione’ l’ultima ‘parola’… e me lo bocciarono. Dovetti fare delle modifiche al progetto del villaggio e ripresentarlo nuovamente ma la ‘Regione’ lo bloccò un altra volta. Il proprietario era di Bergamo e in poche parole con l’avermi bloccato due volte il progetto mi stavano facendo capire che ci voleva qualcuno che ci desse una “mano”. Nel frattempo di tutti questi accadimenti, conobbi il più ‘grosso’ costruttore edile di Nuoro, diventammo amici da subito e vedendomi tribolare con la presentazione del progetto alle autorità competenti, un giorno venne da me e mi propose un affare… “dallo a me il tuo terreno… non ti preoccupare, risolverò io i problemi per i permessi che occorrono… tu mi vendi il terreno e io ti do il doppio di quanto l’hai pagato e aggiungo in permuta tre villette” un grande affare per me… per noi, quindi senza esitare più di tanto accettai. L’imprenditore edile ‘nuorese’ dopo solo pochi giorni iniziò la costruzione addirittura senza licenze di alcun tipo, altro poco tempo dopo era già in possesso di tutti i permessi approvati, firmati e timbrati per la realizzazione del progetto… lui aveva di certo chi gli desse una “mano”. Fu un buonissimo affare, oltre che aver guadagnato la stessa somma che investii, avemmo la casa vacanze dove per cinque anni i nostri figli si divertirono per lunghe vacanze estive e anche a disposizione un terzo villino per gli eventuali ospiti. Ogni volta che il lavoro me lo permetteva, li raggiungevo per passare con la famiglia momenti di spensieratezza e allegria.

Nel contempo di questi mesi passati al progetto, nacque nostro figlio Alberto… stessi battiti di cuore in gola, stesse paradisiache sensazioni, stesse emozioni che provai con la nascita di Gilberto, la famiglia aumentava, eravamo in “4”, con il numero aumentavano di conseguenza le mie responsabilità di capofamiglia.

In quei periodi di vita la mia amicizia con Franco aumentava con il passare del tempo… era sempre più forte! voglio dire che le persone che si incontrano nel cammino della nostra vita, non sono tutte uguali, hanno ‘caratteri’ e stili di vita diverse una dall’altra, certamente di animo buono tutte quante le persone, ma ciò non toglie che ci si debba sempre porre su ognuna qualche punto di ‘domanda’. Invece con Franco Acerbis dopo ben quarant’anni l’amicizia è più solida che mai e lui per me è un Vero Amico, Franco è sempre stato e ancora lo è una persona molto disponibile ad ascoltarmi, se avevo dei problemi da risolvere parlavo con Lui sapendo di interloquire con una persona di intelligenza superiore… unica, mi consigliava e se poteva mi dava volentieri una mano… per questo gli voglio bene come ad un fratello di sangue.

L’unica cosa che non andò per il verso giusto tra me e Franco, fu quando per gioco mi fece acquistare una moto da trial, quelle moto che si arrampicano anche sulle mura, mi portò in certi sentieri rocciosi che non mi capacito del perchè non mi sono mai rotto l’osso del collo. Lui era bravo con la moto, io ero un ‘pirla’ che lo assecondava… era un po’ come io gli avessi chiesto di “tirar su una casa” dalle fondamenta, finche’ un giorno mi mise davanti ad una catasta di bancali, io, con la moto sotto la montagna di legno che dovevo scalare aiutandomi con tutte le parti del corpo. Ovviamente caddi rovinosamente a terra con un ‘volo’ che nemmeno vi dico! casco moto e guanti… Franco rideva come un matto. Un giorno decidemmo di provare la monta del cavallo e ci recammo in un maneggio… ok. pronti via… uno di noi due montava Pachito, l’altro Tomoteo… pietosamente per chi legge voglio risparmiare l’epilogo di alcune vicende alquanto bizzarre che ci legano nei ricordi di quella specie di tentativo di montare a cavallo… insomma, il maestro di maneggio ci disse che non era cosa per noi montare a cavallo. Ma i due indomiti amiconi non demorsero, basta moto? basta cavallo? (che non s’era mai cominciato)… allora tutti in bici! Ok. comprammo la bici… prima sera partenza, dalla valle a Selvino… un altra volta andammo sempre dalla valle Seriana a Castione della Presolana, la terza dai monti al lago di Sarnico… la quarta volta… eravamo talmente stanchi da dichiararci quasi morti… abbiamo appeso le biciclette ai chiodi nel box e da allora non si sono più mosse.

Ma ciò che più contava non era il tipo di sport che decidevamo si dovesse praticare, contavano più di tutto le abbuffate in allegria e le risate a crepapelle che facevamo insieme… insieme io e quella bella persona di Franco… non mi sono mai posto delle ‘domande’ su di Lui, o forse l’ho fatto ma nemmeno mi ricordo, non cera bisogno che mi ponessi troppe domande su Franco era ed è vera amicizia la nostra, fatta di stima e bene reciproco… farei qualsiasi cosa per Lui, gli voglio bene.

Ricordo che una volta Franco mi volle insistentemente portare in Perù, organizzava gare di moto desiderò che io e Giusy accompagnassimo lui e la moglie… tutto ben organizzato… arrivati a Lima andammo in albergo per rinfrescarci e riposare quel poco dal viaggio, la mattina seguente partimmo a bordo di una corriera e dopo molte ore di viaggio dove si costeggiò il mare e si poteva vedere un paesaggio mozzafiato arrivammo in una città di cui ora mi sfugge il nome… non era che poco tempo trascorso dal nostro arrivo che all’improvviso sentimmo tremare la terra sotto i piedi, un terremoto di una violenza inaudita si abbatte’ su quel territorio e ovviamente sulla città dove ci trovavamo, il mare con onde altissime aveva straripato e invaso la costa inghiottendo completamente la strada che avevamo da poco percorso e tutti i villaggi che trovò sul suo cammino. Noi grazie a Dio. non subimmo alcun danno se non lo spavento più grande della nostra vita e il giorno dopo potemmo rassicurare al telefono tutte le persone che preoccupate avevano saputo di quel disastro immane che trasmisero ai telegiornali in Italia. Ma la vita per noi proseguiva e addirittura il giorno seguente salimmo a bordo di un aereo con destinazione Cuzco che si trova a “4.000” metri di altitudine rispetto al mare… L’aereo parte, stava rollando sulla pista e prese velocità ma un scoppio lo fece bruscamente fermare, era scoppiata una gomma del ‘carrello’, il pilota molto abile riuscì a fermare quel bestione con le ali, ripararono la gomma e ripartimmo.

Arrivati a Cusco andammo verso l’albergo ma ci rendemmo subito conto di fare molta fatica a respirare, a quella quota respirano solo i locali mangiando foglie di coca. Il mattino seguente Franco aveva da impostare la sua gara motociclistica, lo aiutai quel poco che vi riuscii, ma presto lasciai perdere… non si respirava proprio, allora con alcuni amici di viaggio, perlopiù meccanici e piloti al seguito si decise di andare a Machu Picchu con un pulmino almeno non avremmo fatto sforzi eccessivi da toglierci il fiato… il fiato ce lo tolse il paesaggio di indescrivibile bellezza che ci si presentò dinanzi al nostro arrivo… ma purtroppo questa volta senza metafore, il giorno seguente la mia Giusy non riusciva a respirare, fu ricoverata in un ospedale dove gli somministrarono delle flebo, ma le ‘rogne’ spesso vanno a braccetto e la stessa sorte capitò il pomeriggio stesso alla moglie di Franco e fu così che ci portarono tutti quanti in una località marina… praticamente da quota “4.000” a quota zero… e lì finalmente siamo stati tutti bene.

Ritornammo in Italia io, mia moglie e la moglie di Franco, Lui ci raggiunse a ‘competizione ultimata’ qualche giorno dopo. Ripresi i lavori che avevo temporaneamente abbandonati e non fu facile perchè eravamo oberati da tante commissioni… di lavoro appunto… ci serviva altra manodopera qualificata, chiesi a mio fratello di unirsi a noi… lui era già occupato come capo cantiere in una grossa impresa edile con sede a Milano, ma buon sangue non mente e mi disse si, vengo con voi. Ero contentissimo, mio fratello di suo era già un ottimo capocantiere… oserei dire un eccellente capo cantiere, non avrei potuto desiderare avere di meglio. poi chiesi anche a tutti i miei ex caposquadra muratori, di venire nella mia impresa, risposero all’unanimità anch’essi di si e divennero nostri dipendenti.

Mio padre era contento di tutto questo “movimento d’impresa”… contento e orgoglioso… di tanto in tanto veniva al cantiere e rivolgendosi a chiunque dei miei dipendenti vi lavorasse non perdeva occasione di dire che Bruno era suo figlio… lo diceva a tutti… io lo lasciavo fare… era il suo orgoglio venire sui cantieri per dire a tutti che era il padre del “padrone”. Intanto, costruimmo e ultimammo venti appartamenti, uno di questi lo arredai di tutto punto, fatto ciò chiamai mamma e papà li feci entrare nell’appartamento arredato, misi le chiavi di casa in mano a mio padre e dissi loro, questa è casa vostra e mai più nessuno ve la porterà via… piansero di felicità. Non contento di aver fatto questo, un giorno andai a Brusaporto esattamente alla mia casa materna, dove i miei genitori hanno vissuto probabilmente i ‘momenti peggiori’… giorni di disperazione e ancor più tristi per il ricordo che da li ci sfrattarono senza tanti complimenti famiglia e “quattro stracci compresi nel prezzo”. Avrei fatto qualsiasi cosa pur che mi si vendesse quella casa carica di ricordi strazianti… avrei desiderato dire a quei ricordi che erano loro ora a doversene, sfrattati, come noi un tempo… per far posto a accadimenti infinitamente più belli… allora mi rivolsi ad un signore che stava sull’uscio d’ingresso e chiesi… scusi, è in vendita questa casa, lui subito rispose no! l’ho da poco comperata io e non la vendo… rincalzai a viva voce dicendo, non so quanto l’ha pagata caro signore, e non mi interessa saperlo, io le offro il doppio di quanto lei mi dirà aver pagato casa sua… quasi pregandolo gli dissi, qui sono nato e ho vissuto parte della mia infanzia con i miei genitori… è importante per me… per favore… ma il proprietario scusandosi mi rispose che sua moglie c’era molto affezionata a quella casa e evidentemente non aveva nemmeno bisogno di denaro dal momento che categoricamente rifiutò la mia generosa offerta. Ci rimasi male… molto male… un ‘cruccio’ che ancora mi porto dentro e proprio non mi va giù. Non sono riuscito a realizzare un sogno che più che per me, sarebbe servito ai miei genitori per ripagarli almeno in parte dalle umiliazioni e sofferenze che hanno subito nel passato. Anche m’avesse fatto male il rifiuto d’acquisto di quella casa, mi consolò il fatto che comunque i miei genitori li avevo sistemati ‘bene’… c’era anche un pezzo di terreno nella casa dove li avevo alloggiati come proprietari legittimi, mio padre aveva un gran passione nel coltivare l’orto e anche in questo l’accontentai.

La domenica si andava da loro a mangiare con tutta la famiglia al completo… io Giusy e figli, a mio padre brillavano gli occhi quando vedeva i suoi adorati nipoti, li acchiappava abbracciandoli forte a se, ma loro divincolandosi tentavano di scappare perchè spesso il nonno aveva la barba incolta da qualche giorno e gli pungeva i visini, ma lo stesso erano contenti di essere dai nonni. Mio papà voleva molto bene a Giusy, quando aveva bisogno di ‘qualcosa’, chiedeva sempre di Lei e Giusy accorreva contraccambiando con il medesimo affetto. A pranzo di domenica noi famiglia si andava anche dai miei suoceri, mi hanno sempre considerato come un figlio e a me faceva sempre un gran piacere andare a trovarli per stare un po’ con loro. Oltre la loro casa i nonni materni avevano anche una piccola graziosa casa in collina che aveva iniziato a costruire mio cognato Franco, anche noi parenti contribuimmo di tanto in tanto a dare una mano perchè si finisse, ma quando poi mio suocero andò in pensione, con calma finì di fare le rifiniture per bene e terminati i lavori era più il tempo che passavano nella casa in collina che nella casa al paese, del resto era una meraviglia fermarsi sul patio d’ingresso ad ammirare il panorama che si estendeva al basso dello sguardo e la casa padronale preferivano vederla dall’alto sparsa insieme al resto del paese, bastava alzare un poco lo sguardo e il panorama era spettacolare, cielo e monti all’orizzonte e verde tutt’intorno… Ho sempre voluto bene alla famiglia di Giusy.

Si era nel “1981” e nel frattempo la vita scorreva con tutto che finalmente andava bene, il lavoro andava bene, costruivamo palazzi per le persone che ci avrebbero abitato e villette a schiera per noi… nel senso che le vendevamo privatamente non come le palazzine che erano commissioni per comuni o terzi… a tempo perso, si fa per dire, seguivo la mia adorata Sardegna, molti fine settimana erano dedicati ai tanti amici che mi ero fatto con il tempo in quella meravigliosa isola, e anche fossi lì per rilassarmi s’era sparsa la voce che ero un costruttore dal successo sempre più crescente e mi venivano proposti “affari” d’ogni tipo in tema di compravendita o di costruzione’. In una occasione, per esempio, mi proposero un terreno di nuovo a San Teodoro, lo acquistai, ci costruii sopra una grande casa di tre appartamenti tutti indipendenti con giardino annesso per ognuno di loro. Rivestii quella casa con ‘pietra sarda’, quella che sembra toscana per la tonalità del colore beige ‘chiaro’, ma di altra forma di pietra da posare… il risultato fu a dir poco strepitoso, tanto bello vedere quella casa rivestita con pietre della sua stessa terra che davano un ‘tocco’ di storia alla “tonalità” delle geometrie moderne e arredi annessi. Un trionfo di arte edile, non per nulla tutti i piccoli e grandi ‘costruttori edili, copiarono la mia idea e rivestirono le loro costruzioni con pietra sarda. Come già detto, avevo tanti amici in Sardegna, nutrivano rispetto della mia persona… e io della loro perchè da subito ho iniziato a frequentarli sapendo di essere “a casa loro”, quindi sapevo come comportarmi, un ospite che si comporta da tale e non avanza nessuna pretesa se non gentilmente offerta come mi succedeva accadere per le proposte di lavoro che mi venivano fatte… e dopo ‘l’affare fatto’, tutto sfociava nel ritrovarci in allegria a mangiar ‘porceddù’ e seadas al miele. Quando gli amici mi invitarono al loro desco per amicizia pura, mi fecero mangiare di tutto… dalla carne di pecora, e forse qualche sua interiora, a formaggi tipici del luogo e non mancava il pesce cucinato in mille modi… ma la zuppa… la zuppa “gallurese” era da premio ‘Oscar’.

Mia moglie con i nostri figli passarono molto tempo in Sardegna, poi dalle villette, traslocammo nella grande casa che avevo rivestito con la famosa ‘pietra’ e li vi passammo un altra decina d’anni, fino a che nel “1992” ebbi l’ennesima buona occasione di poter costruire un villaggio a Muragheddù dove manco a dirlo, tanto per non cambiare si vendette fino all’ultimo mattone posato… non molto tempo dopo, mi fu commissionata la costruzione di una villa in Costa Smeralda, esattamente in località ‘Cugnana’che ovviamente realizzammo con il massimo della professionalità.

Ma tornando sui ricordi in quel di Bergamo, nel “1993” mio padre morì, fortunatamente confortato da tutti i suoi cari che gli stettero vicino sino all’ultimo suo istante di vita… spirò proprio fra le mie braccia… ma la vita dovette continuare e si doveva andare avanti a lavorare nel miglior modo possibile… unico mio cruccio era che per carattere non so dire mai di no a chi mi tende una mano in cerca d’aiuto… non ero capace dire di no e nonostante avessi aiutato molte persone, qualcuna di queste nemmeno mi rivolge più il saluto, ma sono fiero comunque di ciò che ho fatto e se avessi l’occasione divina di poter riavvolgere il nastro della mia vita, rifarei esattamente tutto quello che ho fatto… ne più, ne meno… perchè caratterialmente sono ‘un buono’ e spesso il Cielo mette alla prova i buoni caricandoli di responsabilità sempre più grandi… perchè se da buoni sulla terra, non si venisse premiati, vi sarà il premio più ambito di tutti nello ‘spazio infinito’ e ciò non può che portare bene a me e soprattutto alla mia famiglia… e mio padre e mia madre, anche “la” sarebbero orgogliosi di me. Il più tardi possibile, non andrò al cospetto di Dio. con la paura, perchè da quel peccatore che sono come tutti, quel poco o tanto che avrò fatto in questa vita, l’avrò fatto con il cuore… perciò con amore e quando le cose sono fatte con questi sentimenti nell’animo, e impossibile sbagliare irrimediabilmente.

E per ora il mio raccontarmi finisce qui, gli altri trent’anni che sono seguiti alle vicende che ho raccontato ai e per i miei figli li racconterò in una seconda raccolta, adesso ho voluto dir loro di come ha vissuto l’infanzia il loro papà, come ho vissuto la mia adolescenza… e questo per far si che possano capire la differenza che c’è stata tra la mia gioventù e la loro… che possano capire quel che ho fatto per mio padre e per la famiglia, che possano sentirsi orgogliosi di avermi avuto come padre… questo per me è importantissimo, l’unico sollievo e che i miei figli capiscano tutto questo, perchè io sono stato, sono e sarò traumatizzato per tutta la vita, e darei qualunque cosa per poter dimenticare, ma non ci riesco proprio a cancellare, fame, paure, angosce, dolori e pianti… e tutto si riunisce in un unico grande dolore che mi porterò con me finche avrò respiro…

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