Sarà quel che sarà

Aggrapparti alle ali di un Angelo, le serate volano nello spazio insieme ai nostri pensieri per incontrare i giorni e le albe che verranno. L’aurora raccoglierà il rossore riflesso di un sole che spunta da un altra parte del mondo, e se invece sarà pioggia, ombrelli, se neve cappotti e guanti di lana. C’è sempre un rimedio nella vita e l’unica volta che non c’è si va in un posto migliore, dove non fa mai freddo.

Fra le piume d’ali che svolazzano nell’etere dello spazio infinito, gli uomini sono alla ricerca di emozioni d’un giorno o di un ora… di minuti, di respiri grevi come un giorno d’arsura quanto lievi come violette che sbocciano in primavera… e alla fine sono pochi attimi intensi vissuti con gli occhi rovesciati dietro le palpebre che guardano rivolte al cielo e lo ringraziano.

Sarà quel che sarà e intanto si vola. Si vola sul mondo che fa immaginare quello che si desidera. Un viaggio nella pace dei sentimenti di ognuno, dove le ‘cose’ che si vedono dall’alto hanno tinte di colori vivaci che sanno accendere lo spirito, e per questo vedere quella luce che serve per illuminare il cammino della nostra vita, e Dante possa perdonare lo storpio dell’uso delle sue parole, ma a fin di bene ogni ‘cosa’ può essere perdonata.

Si perdona il rubare per necessità, perdonare una bugia che serva a far del bene, si perdona un amico e si perdona un amore fallito perché si è capito che la croce è fatta di due bastoni… il bastone corto, e quello lungo… ogni uno con la sua precisa parte per comporre la croce che ognuno deve portare in spalla per dare un senso alla propria esistenza… e quindi, alla propria storia d’amore.

Si perdona il tempo che maligno ci perseguita e benigno ci rende partecipi di seminare grano e coltivare patate. Si perdona spesso, molto, ma il problema più grande rimane saper perdonare se stessi. Sarà quel che sarà perché nessuno può guidare il suo destino… ad eccezione di Mandela, l’invincibile che disse… “Non importa quanto stretto sia il passaggio, quanto piena di castighi la vita, io sono il padrone del mio destino: io sono il capitano della mia anima.”Il comandante del nostro destino, e cosa grande da dire, più ‘comodo’ abbandonarsi al fato a volte grato o ingrato senza misura di chi arriva prima per importanza… bianco e nero si sovrapporranno come il sole sorga in una parte del mondo… e allora senza arrendersi, continuando tra nubi scure e bagliori di speranza, la lotta nella trincea della vita, ancora una volta e per sempre sarà quel che sarà.

Sei ancora qui. A.C.

Bello averti nei miei pensieri in una sera di quiete del l’anima. 

Sono su un cuscino di stelle partorito da un tralcio di vite nei campi, e tra visioni fluttuanti,  ancor più ti vedo d’incanto e volo con gli occhi nel mentre ti vengo a cercare sulle ali d’aliante o su di un tappeto volante.

È solo un ricordo che non vuole sia dimenticato, un altro modo di dire che di Te non mi sono scordato.

È un tempo che non dev’essere sprecato e tutto il resto per adesso sia dimenticato.

Star bene con un passato senza prepotenze e lascia fuori casa dolori e esperienze.

Fuori dal l’uscio di ieri ci sono pensieri che possono macchiare solidi sogni che non vogliono essere cancellati da nubi grigie in cielo, e se del doman non v’è certezza, sia ciò che sia… purché sia.

Destino che cambia quando cambia il cuore che oggi non ha voglia di pensare e si ferma a riposare.

Seduto su di un sasso al l’ombra di una quercia in un momento d’amore che s’è perso, poi solo Tu nel mezzo del mio universo.

Piove. A.C.

Piove.

È quasi Natale e piove. Fosse neve accontenterebbe i monti e scontenterebbe le città.
Invece piove a dirotto con sferzate di vento che fa tremare l’abete ricolmo di sfere e luci colorate… le palle di Natale… e non è contento nessuno.
Fa caldo.
Fa troppo caldo negli ultimi anni e quando arriva il freddo è il momento in cui si sente voglia di primavera.
È tutto scombussolato come lo sono gli animi della gente.
Le castagne arrivano a settembre piuttosto che a ottobre, e si va a prenderle senza giacca, nei boschi o al supermercato, ancora non si è messo a riposo la due ruote, fa caldo.
I cachi arrivano sulle mensole della cucina un mese prima che a novembre, e i fichi secchi ‘arrivano’ in bella confezione di un colore che del sole ne hanno visto gran poco.
A dicembre il melograno trionfa a condizione lo si lasci ‘riposare’ un paio di settimane in un luogo asciutto.

La gente una volta nel periodo natalizio si riuniva in grandi banchetti conviviali tra le mura domestiche, ora è alla ricerca del locale “in” che prepara cibi che sanno di burro, e vino che costa dieci volte di più di sempre.
Però si ha l’occasione di vedere quel “tipo fico” che sta con la sua “tipa fica” e se va bene, si riesce pure ad ammiccare un sorriso nella loro direzione dopo attimi interminabili di snervante attesa, dopo che stanchi occhi sbirciavano malcelati per cogliere il momento propizio.
Un semplice saluto in un sorriso rubato tra una portata e l’altra che “serve” all’autostima ormai tanto spenta di chi si accontenta di un così misero vigore.

Quando i mesi eran giusti e la luce artificiale non c’era, le fragole eran rosse a marzo inoltrato, le prime pesche eran gialle a luglio e le mele a ottobre e poi era bello riunirsi in serate di famiglia tra le mura di casa.
Due o tre mamme si ‘immollavano’ alla cucina, e chi preparava il coniglio arrosto con patate al forno, e chi pensava al contorno e l’immancabile polenta, la torta era esclusiva delle nonne e quella alle mele era un ‘classico’, le nonne più giovani, le più ‘sprint’, aggiungevano noci e abbondavano con il velo di zucchero.
Agli uomini era riservato l’onore della scelta del vino che come solito veniva servito come ai tempi di Gesù… si serviva prima quello buono e quando i commensali erano in un altra visione del mondo in cui venivano trasportati da fumi alcolici, si serviva vino di ogni giorno.

Poi si rideva, si scherzava senza malizia deridendo la donna o l’uomo del gruppo ancora scapoli a trent’anni o perché una giovane coppia di sposi non aveva avuto figli dopo ben tre anni di matrimonio e si consigliava al l’uomo di indossare gli scarponi da neve prima di un amplesso…

Si rideva del bimbo che stupiva a bocca aperta quando il nonno gli rivolgeva gioviali parole che uscivano rauche e parevano severe da dietro quei lunghi baffi bianchi.
A tarda sera gli ultimi bicchieri e il saluto ai nonni di casa che preferivano coricarsi, non prima gli si avesse augurato altri cent’anni di vita… e loro rispondevano sospirando, magari!

Serate al posto giusto nel mese giusto, perché al tempo non nevicava a febbraio e marzo, e nessuno elemosinava sorrisi…
O è ora il posto giusto al momento giusto!?
È Natale, e lo scopriremo al dessert… mangeremo panettone o colomba pasquale…

Dove vivi tu… A.C.

DOVE VIVI TU.

L’alba raccoglie il resto delle mie malinconie sparse nelle lenzuola che per dispetto mi riportano fra queste quattro mura bianche che non parlano di niente. Il sole sorge laggiù, dove vivi tu, e appena sveglio, scalda tiepido come i cuori che versano luce senza ardore.

Il mio amore si mostra giovane tra il vecchiume di una città che ancora dorme, e spinto da manciate di semi sparsi a mani aperte in ogni solco, spavaldo spazia tra le dune di un deserto di pensieri per cercare di arenare in una landa sicura.

Vedo tra luci stanche e un poco addormentate della mente, il sorriso sulle tue labbra che ha la forma di un bacio senza tempo che ogni volta riesce a stupire. È l’alba, e di nuovo mi nutro di sogni che parlano di Te che giochi a nascondino al di là sole che nasce… ed io vorrei ‘gridare liberi tutti’ ‘per ‘poterti salvare’.

Ad occhi aperti, bagnati da quel velo di tristezza di quando mi manchi che a Te mi incatena. Non so cosa fare quando la botte che mi racchiude vien buttata giù dalla cascata del fiume delle parole e giorni vissuti con Te. Ho paura di morir d’amore dopo un tuffo nel tuo cuore… paura di riaffiorare in una pozza d’acqua senza veda il tuo sguardo sulle rive.

Sei al di là del sole, sei oltre le cime dei monti al di là del mare. Sei tutto ciò che desidero sia con me ora, e pur sei tanto lontana, io t’aspetto da sempre e vorrei fosse per sempre. Devi fare un gran salto e scavalcare il sole e lo potrai fare solo con l’amore. Io t’aspetto intanto che abbraccio il mio cuscino e ti rivedo nel mondo che vorrei… dove vivi Tu.

Momenti di quiete, di pace. A.C.

Fra poco qualcuno diventerà più saggio o avrà semplicemente una ruga in più sul viso.
Momenti di quiete.
Momenti di malinconie leggere come l’aria e dolci come il miele. Momenti amari come la prima ciliegia a primavera che pur giovane è frutto di desiderio.

In aiuto alla Madonna il fiato caldo di un bue e un asinello a riscaldare il Bimbo appena nato, a breve verrà capovolta la ‘grande’ clessidra e sarà un altro anno.
Momenti di quiete, di pace.
Momenti sereni ‘guadagnati’ tra gli stracci o seduti comodi in poltrona, e nel mezzo chi preferisce ‘l’uguaglianza’, soffre quel che deve soffrire perché ognuno la sua ‘croce’ deve portare.

Perciò sia l’augurio più bello a quei Senatori che anche questo nuovo anno, nell’aula Magna eleggeranno il loro “capo” in veste bianca e cinto d’alloro fra i capelli, che a sua volta eleggerà Senatore a vita il suo più bel cavallo.

Un augurio sincero di momenti sereni che separano lo scorrere di ogni giorno, dallo ‘stare a galla’ per non affogare, e il proprio gladiatore tutto ‘spada e borchie’ scenderà nell’arena reclamando sangue, e non importa se mille schiavi soffriranno per preparare lo spettacolo, è sempre per la ‘faccia dell’Imperatore’ sulla moneta che si combatte… per cui si vive o si muore a seconda lui voglia.

Momenti che ci ‘lasciano stare’ e stanno a guardare… allora che s’aprano i cuori a buttare addosso al mondo amore in ogni posto la mente voglia andare. Momenti per parlare con il vicino di casa da balcone a balcone nel tanto si fuma una e si sciacqua in bocca la tazzina di grappa.
Momenti da dedicare con più forza a chi si ami, e, a quelle persone nel cuore ma che non si vanno quasi mai a trovare.

Sono giorni di quiete e tutto si spegne. L’astio sonnecchia, la ‘rabbia’ ha smesso d’infuriare e guardinga mostra solo i denti.
L’odio si fa da parte dopo aver incontrato lo sguardo di un bambino… e dietro di “lui” il vuoto del niente di questi momenti di pace… davanti l’odio, l’amore, che come un principe azzurro a cavallo di un superbo destriero, galopperà fino ad accogliere con braccia aperte un tempo nuovo.
Sarà un altra volta che si riavvolge il nastro della propria vita per rivedere le gioie e i dolori,
riponendo nel l’animo sorrisi, e per le lacrime, affiggere un biglietto nella memoria da rileggere ogni qual volta si senta ’puzza di bruciato’.

Ma adesso si sente profumo di festa, festeggiamo un altr’anno che nasce con la fiducia di un cane che dorme sopra i piedi del “padrone”, e lasciamo che mari e monti con pioggia e sole dettino la loro legge… i cuori delle persone facciano tutto ciò che serve per godersi questi momenti d’amore.
Sia un felice anno per ogni respiro di Donna si senta…

Ti Amo e non so dirtelo a parole. A.C.

Ti Amo e non so dirtelo a parole…

Il pensiero vola e si posa nel posto dove sei amore mio bello, ed è come volare su una nuvola a cavallo di un drago… raggiungerti, e sconfiggere chi ti fa del male, e si inchini davanti alla mia Regina.

Il pensiero vola a Te amore mio, bel sogno ad occhi aperti senza risveglio. Ti Amo’ significa mi manchi e ti amerò anche domani di più di quanto t’amo adesso, il mio respiro ha bisogno di Te che sei la mia presenza senza sosta. Pensieri che si fan dolci come zucchero filato da mangiare d’un fiato come la voglia d’averti, come la voglia di aspettare un tuo arrivo anche se non sei mai partita, così che ogni istante d’attesa mi parli di Te.

Come avere le parole sulle dita o le dita sulle punte delle parole e rimanere senza il principio di un esempio… allora te lo dico adesso che non è solo sesso, te lo dico ora che onde giganti non mi fanno raggiungere quella scogliera dove poter cogliere un fiore da darti.

Te lo dico adesso che la luna mi guarda e vorrebbe asciugare lacrime salate di un mare in tempesta. Te lo dico adesso che vivi accanto a un amore con i colori dell’inverno. Te lo dico ora, senza parole, con l’amore nel cuore che esce dallo sguardo e ti viene a cercare. Te lo dico ora con il cuore che ti ama e aspetta di vederti in un’altra primavera.

Soffio. A.C.

Soffio.

Qualcosa si muove nell’aria. È qualcosa di nuovo, forse il vento, forse un idea perché non fa rumore, si sente solo percepito dal cuore.
È il pensiero che parte solitario e arriva ad un grande amore. È stato bello cominciare non sapendo che doveva finire, nel mezzo momenti belli e brutti, tristi o dolci come il miele di castagno che profuma d’amaro. Dolce e salato come un rapporto naufragato.

Da sempre qualcosa si muove nell’aria, qualcosa che rende felici e infelici. Non fa rumore, sembra di respirare un emozione che va diritta al cuore. Dolce e salato, chi fa ridere ha bisogno d’amore e sarà consolato, chi fa piangere, piangerà… ogni lacrima che scende per amore dai solchi di un viso, il Cielo le conterà una ad una e le riporterà sulla terra al mittente… non per rancore o vendetta ma, vita che restituisce il doppio di ciò che riceve in bianco e in nero.

Si muove qualcosa nell’aria… è la vita che reclama un altra storia d’amore e bussa insistente alla porta di chi non crede più possa nascere un fiore nel giardino del l’animo.
La vita non molla, si sente nell’aria, bussa, bussa alla porta e quando finalmente si apre, alita addosso un profumo di speranza. La vita chiude la porta da dove è entrata e ne apre sempre un’altra più grande… e si muove qualcosa nell’aria… è nato un nuovo amore.

Lui è la, tra le Nuvole di Natale. A.C.

NUVOLE.

Meno di un mese ed è un altra volta Natale. Qualcuno si prepara a gozzovigliare di cibo e di vita, molti ‘Qualcuno’ semplicemente passeranno momenti di spicciola serenità.

Altre persone alzeranno al massimo il volume che da voce allo spirito.

Sarà Natale, ancora una volta saranno dolci e luci colorate in ogni dove.     In ogni posto ci sarà sole, pioggia e neve. 

In Florida si festeggerà indossando un berretto di Babbo Natale di cotone rosso con bordo bianco in testa, maglietta rossa e calzoncini corti bianchi.  Brinderanno al Natale con gioie e dolori… i più di ‘speranze’, lo faranno ballando a piedi nudi sulle spiagge dorate irrorate di sole. 

In Lapponia finalmente Elfi e Gnomi si potranno riposare, una breve pausa prima che il fabbricar giocattoli per il mondo intero debba ricominciare con l’anno nuovo che già bussa alle porte, qualche giorno per potersi gustare in pace un buon Lonkero che fa rimanere il gusto in bocca di limone.

In Italia saranno strade festanti e colorate, confessioni per i fedeli che il ‘Venticinque’ mangeranno polenta con la neve, o capitone con mare mosso,Brinderanno al Natale di gioia o di tristezze… i più di ‘speranze’.

E tutt’intorno un brulicare di buone intenzioni, perlopiù, celate, volte al proprio tornaconto. Gente che serve alla tavola della mensa dei poveri e altri che nemmeno hanno da mangiare ma hanno sempre un sorriso dai più dimenticato… e sarà un altra volta Natale… a dire dove abbiamo sbagliato per poter rimediare.

Altri alberi di Natale da addobbare e presepi da abbellire.

Lui è la.

Intorno contadine e fabbri, l’une che danno mangime ai polli o trasportano al villaggio acqua fresca di fonte e fasce di fieno mietuto.

C’è anche l’asino che per quel giorno, finalmente riposa, così come il bue e insieme sdraiati sbuffano un caldo sospiro che raggiunge il volto di Gesù… per favola o fervida credenza.

E ancora mugnai, falegnami, lavandaie, e in fondo, molto in fondo al l’orizzonte, tre puntini neri a cavallo di creature del deserto dalle lunghe gambe che si stagliano nella penombra fin dove si può vedere.

Lui è la, su di un lato del presepe, sotto quella grotta, o sotto quella capanna accanto. Intanto non si vede, è coperto da un piccolo lembo di lino bianco che per tradizione, Gesù  non sa da vedere. Non sono ancora due millenni e diciannove primavere, non è ancora inverno, non è ancora nato… e mentre scendono timidi fiocchi di neve, per favola o per credenza che tutt’e due fanno sognare.

Playboy della vita 2

Non era al momento giusto la lamentela di Marghe, e a Mario diede fastidio sentir parlar male così di un amico intimo appena scomparso. Patrizia era imbarazzata e si vergognò un poco per quella incresciosa ituazione, quasi certamente fu coinvolta, chissà poi perché quel giorno si dovette accompagnare a Marghe ma è troppo buona per saper dire di no. Patrizia una ragazza fragile, ‘buona’, tanto da essere ormai una donna matura innamorata di una sola persona che divide con un altra da almeno vent’anni, ma per Massimo avrebbe di sicuro fatto un eccezione e una ‘scappatella’ se la sarebbe fatta. Massimo no! Non se la “sarebbe fatta”, troppa incompatibilità di carattere. Del resto Patrizia era la ‘donna’ di Claudio e per questo il divario tra i due era di fatto incolmabile. Chi ama una persona, ne assume di fatto le somiglianze, e Massimo con Claudio si è sempre presentato con un cenno o una stretta di mano.

Lo stesso che avrebbe fatto molto volentieri Margherita con Massimo ma venne preceduta dalla figlia Marika che di anni ne aveva metà della mamma ed ebbe una relazione seppur breve con Massimo. Ora Marika vive in Spagna e ha un figlio.

Marika non era tra le fila di panche delle navate, come del resto non v’era Patrizia e Marghe che si sistemarono in fondo, vicino ai grossi boccali di marmo d’acqua benedetta.

Dopo nemmeno un ora ci saremmo ritrovati tutti sul sagrato, è così fu. Uomini in giacca e maglia nera che sembravano le Jene di canale 5 in cerca di notizie, ma di nuovo c’era solo Massimo in quel l’umile bara di color chiaro, Lui, l’avesse saputo con anticipo, l’avrebbe voluta nera con finimenti in argento, alla “Versace” ma con il tocco di classe in più rappresentato dai profili argentei piuttosto che pacchiani d’oro.

Massimo era la ‘finezza’, ed ora si era lì in chiesa, un prete ‘figo’ con capelli argento e pietose parole d’oro parlava di Lui riservandogli elogi da benefattore. Parole che si riservano ad un amico discreto e Massimo era delicatamente discreto, era un “signore”. Ed ora si era lì, in quella chiesa divisa da una navata importante che divideva gruppi di persone che perlopiù erano donne che piangevano di un amico perduto… ma più di n amore mancato.

Le donne più giovani compreso la sua ultima fiamma Denise sedute sulla sinistra di dove era Mario. Quattro ragazze che la più ‘vecchia’ era Denise che se fosse stata un uomo alla fine del secondo secolo, avrebbe da poco finito il servizio obbligatorio di leva…

Sedute al primo banco, e fu la figlia di Giuliana e Arnaldo che sali nel l’omelia del l’ultimo commiato ricordando Massimo come un papà mancato. Martina disse che non avrebbe mai scordato di quella volta che Lei era triste per la perdita di papà, e Massimo per tirarla su di morale, uscì nel parcheggio del locale dove si trovavano, l’aiutò a salire sul tetto del suo potente fuoristrada e salì anch’egli ed insieme ballarono al suono della musica che usciva dai finestrini. Altra gente arrivò attirata da questa piccola follia e alle tre di notte furono molti i temerari che osarono riempire le loro auto di ‘fossette’ su cofani e tettucci calpestati a suon di musica. Più che temerari erano allegri o ubriachi, ma fu festa per Martina, lo disse con voce rotta e i singhiozzi non gli permisero di dire altro se non Ciao Massimo.

Mario conobbe Denise solo al telefono. Bastava non frequentare Massimo per un breve periodo di tempo per non conoscere la sua ultima fiamma, e Lei fu l’ultima fidanzata ufficiale del Playboy della vita.

Un giorno Massimo al telefono chiese a Mario se fumasse ancora le canne, e avendo ricevuto la risposta positiva, aggiunse al l’amico se non potesse procurare del ‘fumo’ per la sua Denise…

Sai bene che non ho mai fumato ne mi sono mai drogato con schifezze di alcunché tipo… la Denise vuole un po’ di fumo me lo puoi procurare? Fumo o “maria”rispose Mario? Aspetta, aspetta che ti passo la ‘tipa’ così parli con Lei che io non ci capisco una mazza di ste cose… ok., e mi passò Denise… Ciao, ciao cara cosa vorresti? “maria” disse, quanta? o beh! un “centino”. Un centino a me dura un mese e anche più rispose Mario, è meglio che ti dia il nome e il numero di telefono del ‘tipo’ che me la vende una volta ogni due o tre mesi, così vi arrangiate tra voi che oltretutto avete su per giù la stessa età, a… benissimo replicò Denise, ti ringrazio molto e salutando passò di nuovo la linea a Massimo.

Scusa disse Mario ma pensavo volesse un paio di spinelli, io sai che ora ne fumo una al giorno giusto per dormire meglio e mangiare un po’ di più invece che solo buttar giù alcolici e quindi non ho grosse quantità, anche perché non ho più l’età per certe trattative, hai fatto bene rispose Massimo, se la vedano loro, grazie.

Mario non conobbe mai Denise, ma a detta di tutti tanto per non cambiare è bellissima, come tutte le donne di Massimo, come tutte le donne che hanno l’età di un fiore appena sbocciato, anche se al suo funerale c’erano fiori sbocciati e altri un poco appassiti con mariti al seguito. Sembrava di essere in un film ‘da ridere anche se qualcuna era meglio piangesse o doveva piangere.

Mario non sapeva se Denise fosse bellissima come per sentito dire dagli amici e dalle amiche, non l’aveva mai vista… solo sentita. Un giorno di un mese dopo la richiesta di Denise, si accorse che la sua scorta di benessere ‘fumoso’ si stava assottigliando, si stava esaurendo, così che Mario fece la classica telefonata di rito ad GiovanniMaria, che il Giovanni è inventato e Maria era stato aggiunto per indicare il venditore di ‘fumo’, o marijuana che dir si voglia.

Eilà ciao come va, un caffè!? Si volentieri rispose Giovanni, alla solita ora al solito supermercato, ok. rispose Mario, ciao.

Solita ora, solito posto e i due scesero insieme dalle loro auto. Ciao Gio, ciao Ma, come va? e avvicinandosi a mano tesa verso Mario, Giovanni sgranando gli occhi disse, ma che f..a mi hai mandato lììì!? Mario visibilmente stupito chiese, di che f..a vai parlando… quella che gli hai dato il mio numero di telefono! Ma è troppo fi ….. è troppo bella. Non riuscivo nemmeno a parlargli perché dovevo alzare il capo… e lo sguardo si fermava puntualmente su quel seno scolpito nel marmo… no, no! È troppo per me…

Mario un poco ripresosi dallo stupore e avendo finalmente capito che Giovanni parlasse di Denise gli disse con tono ironico ma sincero… ôôôô!!! “grosso pirla” mica te la devi fare la donna del mio amico, gli devi solo dare ciò che chiede, se vuoi, oppure libero di non farlo! Si, lo so rispose Giovanni abbassando il tono di voce alterato dal l’eccitazione del ricordo di Denise, mi ha pure detto di essere pazzamente innamorata del suo uomo che ha sessant’anni e sta passando un bruttissimo momento di salute… ma una f..a così quando mi ricapita!… nemmeno nei sogni.

“Gioan”, ma vaffangol che l’è mei, disse Mario nel suo dialetto! Che non aveva bisogno di conoscere la nuova fiamma del l’amico, sapeva di non aver bisogno di ulteriori conferme che fosse la bellissima “donna di Massimo”. È tanto bella Denise che stordì il Giovannimaria. Mario è un fervente Credente, forse un illuso ma non per questo perdente, e pensa che la marijuana sia una figlia della terra che non alterata da altre sostanze, e se ben ‘distribuita’ al corpo e alla mente di certo non può nuocere, comunque non più di un bicchierino di grappa al giorno. L’eccesso è sempre deleterio e non solo per droghe leggere… l’alcol è ancora il problema di dipendenza che fa più ‘disastri nel mondo, Mario anche adesso preferisce fumare una ‘canna’ al giorno piuttosto che un pacchetto di tabacco e catrame, per questo motivo assecondò volentieri Denise che voleva sballare, se poi ‘questa’ come d’uso comune non si fermasse solo al piacere del fumo, non era cosa che interessasse lo stesso Mario… pensava che chiunque deve fare il suo percorso, quello che aveva da tempo abbandonato quei ‘piaceri polverosi’ che all’inizio ti fanno sentire un leone e poco tempo dopo un gran coglione.

Nelle file di banchi subito dietro le quattro ragazze, altre donne in ordine sparso e una era Anna che si accompagnava con un amica, Katia che Mario conosceva molto bene. Anna invece era una sua amica da tempo, sin da quando Katia si fidanzò con Mario. Un fidanzamento che durò pochi mesi fra i due. Katia era una ragazza alta e magra, scura di pelle con folti capelli tinti di un biondo che non riusciva a prevalere sul castano scuro del suo colore naturale, così che le rendevano il viso da zingara, oltretutto portava sempre degli orecchini tondi da Gitana ed era come in realtà lo fosse, e forse fu per ciò che al povero Mario non si concesse, non ‘era zingaro abbastanza’ per Lei. Infatti ben presto si lasciarono e ancora più velocemente, Katia si fidanzò con un ragazzo Ungherese e non passò il loro primo anno d’unione che diede alla luce il suo primogenito.

Anna era una ‘tipa’ alla Sandra Bullock ma nonostante l’aspetto e il comportamento spavaldo e sicuro è ancora una ragazza di sani principi. Anche Lei ha voluto bene a Massimo perché ai suoi occhi rappresentava il maschio alfa, l’uomo che non deve chiedere per avere. Disordinato e composto, benefattore e malfattore, amante fervente di chi non si può fermare al primo amore… nemmeno al secondo… per questo si innamorò di un amico di Massimo, Beppe. Tra i due “boss” di vita c’era molta similitudine nel modo di vivere. Amavano molte cose in comune primo fra tutte Donne e automobili da sogno. La differenza la faceva sempre Massimo, che il carisma non lo si compra al mercato della verdura, e comunque la Ferrari rossa l’ebbe solo Lui.

Anna semplicemente si comportò da ammiratrice e sostenitrice del mito di Massimo. I due rimasero solo amici e per questo Anna veniva invitata a dei fine settimana da favola organizzati da Massimo, magari sulle colline toscane in una villa sul promontorio da cui si vedeva e respirava il mare di Cecina. Massimo la fece volare su di un aquilone trainato a tutta velocità da un fuoristrada andando su e giù dai dolci clivi, la portò spesso a ballare in compagnia di altre persone, oltre, a quell’epoca, l’immancabile Mario, la portò anche a fare dei bagni rigeneranti nell’acqua solforosa e puzzolente delle terme di quel Luogo. Anche Anna a modo suo era affascinata da Massimo, chiunque lo era. Giuliana, nei primi banchi, colei che rispose al telefono di Massimo per parlare con Mario annunciandone la dipartita. Portava un velo nero sul viso ed era provata come chi piange da troppo tempo…. e ancora Mario non s’era dato pace del perché era come se per Massimo gli fosse stata da molto tempo una presenza costante e preziosa… era ‘fermo’ alla lampada u v a e ancora per Mario nebbia fitta.

Martina al discorso di commiato, aveva fugato gran parte dei dubbi di Mario, salì sul tetto del fuoristrada con Massimo e non è una cosa che si fa con la prima persona che capita.

Del resto Arnaldo, papà di Martina, era solo una conoscenza di Massimo, probabilmente fu anche un suo “cliente”, e non certo di lampadari perché Massimo cambiava abitazione molto spesso e solitamente le sceglieva già arredate… come quella magnifica villa sulle rive del lago di Sarnico.

Tutta bianca da sembrare una di quelle case greche senza tetto, solo terrazze dove di notte venivano illuminate a giorno e si beveva e si ballava con la musica che rompeva i timpani. Feste da urlo in quella dimora sul lago dove anche Mario fu invitato più volte, ma spesso si recava lì per commissioni che faceva per conto di Massimo. I soliti assegni rigorosamente postdatati o cambiali presi o consegnati a delle persone, quando non si trattava di oggetti tipo quadri, orologi di pregio, monili in oro o semplicemente cibo e bevande particolarmente estimati.

Mario non si tratteneva mai più del necessario in quella casa, gli incuteva disagio, anche perché più di tutto preferiva dormire con la sua Panna, ma un bel giorno disse si a Massimo che insistette perché rimanesse per la serata, e ovviamente per la notte… a malincuore Mario disse si, aveva sempre quel qualcosa che lo ‘bloccava’ nel frequentare Massimo. Abiti alla moda, donne che pareva andassero ogni sera a festeggiare il capodanno, auto da sogno e un modo di vivere i momenti di felicità con l’eccesso, sesso compreso. Tutte cose ostentate all’esagerazione che infastidivano Mario che era di un ‘gradino più sopra nel livello d’umiltà.

Si sentì a disagio Mario quella sera. Era vestito bene, ma non da “figaccione”, era senza la compagna ma di donne ce n’era d’avanzo, caso mai l’avessero ‘cagato’. La sua auto la lasciò sul parcheggio della strada e per il sesso stette a guardare quel che succedeva in quei locali festanti e urlanti di gente con poco ritegno.

Sembrava ci si preparasse a girare la scena di un film porno, bottiglie di champagne in ogni tavolo o tavolino, mani da uomo che toccavano il culo della donna dell’amico, e ragazzi che limonavano avvinghiati l’un l’altra con sigaretta in una mano e nell’altra un tamber con del wischey, il tutto ‘farcito’ con parolacce perlopiù rivolte alle “signore” che invece di indignarsi sghignazzavano contente per essere state protagoniste di un insulto alla propria dignità.

Mario cercava di ‘sopravvivere’ a tutto questo, almeno per potersene vantare il giorno dopo con gli amici sfigati che conoscevano Massimo ma che non furono mai invitati alle sue fantastiche feste…

Cercò di resistere a quella che per Lui non era una festa ma un imbarazzo infinito, e ce la fece Mario, finché Danilo un ragazzone dai modi raffinati e gentili che sembrava provenire direttamente dalla terra dei cavalli Andalusi, attraversò la stanza con un vassoio d’argento con al centro un mucchietto di “bamba” e accanto una tessera per preparare le sniffate… Massimo passò di lì, fermò Danilo per un braccio e veloce come un fulmine, soffiò sulla “bamba” che si sparse svolazzante sul pavimento di tutta la stanza.

Qualche secondo di gelo, le voci si ammutolirono, e poi Massimo che scoppiò in una fragorosa risata anche se aveva appena buttato sotto le suole delle scarpe due o tremila euro di merda bianca, e tutti ad imitarlo e a ridere forte anche se in realtà avrebbero pianto… molto di più… ma l’aveva fatta Massimo quella cazzata e ordinò subito a una coppia di amici che si andasse a prendere altra ‘merda’, non per se ma per tutte le persone presenti ad accezione di Mario che “pippava” ma non con quel genere di compagnia. Danilo è un uomo di buona cultura e ‘parlantina’ che sa di saggio, e un bell’uomo che ricorda Banderas, con quel tanto di spagnolo e pelle ambrata di sole caliente. Massimo l’ha sempre “posizionato” in situazioni in cui dovesse fare l’allenatore di una squadra di altre persone perché sapeva anche scrivere parole gentili…

Aggrapparti alle ali di un Angelo, le serate volano nello spazio insieme ai nostri pensieri per incontrare i giorni e le albe che verranno. L’aurora raccoglierà il rossore riflesso di un sole che spunta da un altra parte del mondo, e se invece sarà pioggia, ombrelli, se neve cappotti e guanti di lana. C’è sempre un rimedio nella vita e l’unica volta che non c’è si va in un posto migliore dove non fa mai freddo.Fra le piume d’ali che svolazzano nell’etere dello spazio infinito, gli uomini sono alla ricerca di emozioni d’un giorno o di un ora… di minuti, di respiri grevi come un giorno d’arsura quanto lievi come violette che sbocciano in primavera… e alla fine sono pochi attimi intensi vissuti con gli occhi rovesciati dietro le palpebre che guardano rivolte al cielo e lo ringraziano. Sarà quel che sarà e intSi vola sul mondo che fa immaginare quello che si desidera. 

Un viaggio nella pace dei sentimenti di ognuno, dove le ‘cose’ che si vedono dall’alto hanno tinte di colori  vivaci che sanno accendere lo spirito, e per questo vedere quella luce che serve per illuminare il cammino della nostra vita, e Dante possa perdonare lo storpio dell’uso delle sue parole, ma a fin di bene ogni ‘cosa’ può essere perdonata.Si perdona il rubare per necessità, perdonare una bugia che serva a far del bene, si perdona un amico e si perdona un amore fallito perché si è capito che la croce è fatta di due bastoni… il bastone corto, e quello lungo… ognuno con la sua precisa parte per comporre la croce che si deve portare in spalla per dare un senso alla propria esistenza… e quindi, alla propria storia d’amore.

Si perdona il tempo che maligno ci perseguita e benigno ci rende partecipi di seminare grano e coltivare patate, si perdona spesso, molto, ma il problema più grande rimane saper perdonare se stessi. Sarà quel che sarà perché nessuno può guidare il suo destino… ad eccezione di Mandela, l’invincibile che disse… “Non importa quanto stretto sia il passaggio, quanto piena di castighi la vita, io sono il padrone del mio destino: io sono il capitano della mia anima.”Il comandante del nostro destino. 

È cosa ’grande’ da dire, più ‘comodo’ abbandonarsi al fato a volte grato o ingrato senza misura di chi arriva prima per importanza… bianco e nero si sovrapporranno come il sole sorga in una parte del mondo… e allora senza arrendersi, continuando tra nubi scure e bagliori di speranza la lotta nella trincea della vita, ancora una volta e per sempre  sarà quel che sarà… questo pensava Danilo della vita, e con questa filosofia veniva assunto da Massimo con ruoli sempre di buon livello.

Fu la Spagna per Lui quella volta, Massimo l’assunse come direttore di un ristorante creato di sana pianta su una spiaggia a Formentera, Danilo partì a bordo di una Mini Cooper decappottabile e non sapendo ‘chiaramente’ come l’avesse ‘persa’, Massimo gli fece avere anche una splendida Bentley coupé n’era come la notte senza luna… ma anche per ‘lei’ ci fu un problema, perché si fermò in casa del fornitore di carne del ristorante che dirigeva Danilo. Il macellaio se la trattenne a fronte di parecchie forniture di filetto di bue, che perlopiù si sbafavano quello che non si mangiavano i clienti mancanti. La ‘Mini’, probabilmente ceduta al fornitore di vini che con il suo champagne, aveva annaffiato la carne e le voglie di chi la mangiava. Altri ‘vizietti’ consumati da chef, camerieri e ‘intrattenitori vari’, mandarono in fumo i pochi reali guadagni del ristorante… Danilo tornò in Italia pieno delle solite ‘belle parole’, e Massimo, magnanimo come sempre, trascurò anche in quel caso, un ammanco di 200mila€, adducendolo come fosse un fatto ‘scontato’ sin dall’inizio. Massimo era così, e lo é ancora nei cuori di moltissime donne e molti uomini.

Mario, intanto, quella notte, nella bella villa bianca sul lago, viveva un incubo ad occhi aperti, l’alano con “fari gialli” che lo fissavano, era lì davanti a lui. Cercò di resistere Mario alle tentazioni di quel mondo che gli sembrava ‘troppo’ di plastica, di resistere tutto quello che stava accadendo. Resistere a Danilo, belle donne, cocaina che lo facevano sentire fuori luogo. Per farlo di tanto in tanto aveva bisogno di uscire sul patio adiacente a un grande giardino che si allungava per un bel po sulle rive del lago. Mario uscì un ennesima volta, era da poco passata la mezzanotte e si spostò un po’ più in là, andò fino giù alla cuccia del grosso cane nero Danese addestrato che Massimo gli aveva fatto orgogliosamente vedere all’inizio della serata.

La cuccia era un casetta di legno non meno grande di una stanza comune, e di certo Mario non poteva nemmeno lontanamente immaginare che Massimo forse un po’ brillo, aveva dimenticato di chiudere con il catenaccio l’uscio di Nerone… Mario ha sempre amato i cani nella misura di quanto in realtà ne avesse paura e timore, e gli occhi gialli di quel cane che lo fissavano nel mentre ringhiava mostrando i denti, si avvicinavano sempre più nel buio della notte… Mario scappò sull’ulivo più a portata di mano per sfuggire alle fauci incazzate di Nerone che con due balzi era sotto l’albero. Scena comica ma allo stesso tempo di paura che si fece dramma dopo minuti che diventarono ore in cui Mario abbarbicato su esili rami della cima del l’albero gridava a squarciagola per farsi sentire da qualcuno… ma quella notte non venne nessuno e a Massimo non passò nemmeno per la mente di voler sapere dove fosse l’amico, aveva ben altro da pensare e da fare… non con una, ma con due bellissime ragazze.

Doveva essere “una”, ma quando verso la mezzanotte, poco prima che Mario uscì per la sua ultima sfortunata volta dal salone della villa, Massimo irruppe nudo nel salone principale, braccia aperte e ‘arnese ciondolante’ gridò se non fosse l’ora di farla finita di bere e “pippare”… drogati di merda piantatela con quella “merdaglia” e andiamo tutti a scopare. Scherzava Massimo, dicendolo, più che altro desiderava fosse la sua tipa a raggiungerlo, ma la coca fa “scopare”come un riccio solo i primi tempi, dopo anni spesso si ama solo ‘lei’… che non geme, non teme, non ama perché si fa amare… a senso unico, perciò non è Amore.

“per Elisa non esci più a prendere il giornale, per Elisa non sai più che giorno è… “ La cantava Alice, e chissà come lo sapesse quel birbante di Battiato che la scrisse come ci si sente in “coca”. Fatto stette che alcuni uomini preferirono “Elisa” alla compagna… e Massimo grazie a “Elisa” e alle misure “dell’arnese ciondolante a riposo” che sfoggiò nella sua ‘entrata’, finì nel letto con due donne… e Mario sull’albero.

E venne l’alba, un pescatore stava costeggiando quella riva in cerca di un bel posto per pescare, notò la scena di quell’uomo sulla cima dell’ulivo, remò alla villa in cerca d’aiuto. Roberto, il fratello di Massimo era nel porticciolo e stava fumando la centesima sigaretta di quella notte appena trascorsa e subito, allertato, accorse in aiuto di Mario anche perché Nerone rispondeva solo ai comandi dei fratelli e subito obbediente si ritirò a cuccia.

Ritornò mesto mesto a casa sua Mario, la sua Panna lo derise per giorni e Lui gli fece promettere di non raccontare agli amici quanto accaduto. Promessa vana ovviamente, per Panna era l’occasione d’oro per ‘vendicarsi’ delle numerose scappatelle di Mario, compresa quella sfortunata serata, nottata e poi parte del giorno.

Una villa con porticciolo annesso che doveva essere dragato per manutenzione ordinaria ogni qualche anno e in quel periodo fu il momento giusto, perché Massimo per colpa del fondale sporco di alghe e fango non riusciva ad ormeggiare il gommone con cui si recava dall’altra sponda del lago dove sorge Montisola, in cerca di qualche bella trattoria del luogo per consumare una ‘cenetta’ al lume di candela con la bella di ‘turno’.

Quel porticciolo andava pulito, bisognava si dragasse con una apposita imbarcazione che fosse una chiatta. Massimo si informò sul costo e guarda caso corrispondeva su per giù ad un credito che aveva con Massimino.

Massimino era un fra bel ragazzo, forse troppo magro, anche se aveva una gamba “sifolina” non gli impediva di approcciare belle donne e anche Lui come Massimo e Daniele, aveva avuto molto più di quando la natura di norma conceda al sesso di un uomo… e anche se claudicante per via della gamba devastata da polio, non gli fu mai impedito di avere delle belle donne, unica differenza che non era lui a “scaricarle” come faceva Massimo e Daniele, erano le donne che lo mollavano stanche di avere un giorno 1000€ e un altro dover rovistare nelle tasche per comperare un pacchetto di sigarette.

Massimino diventò amico di Massimo, quando ancora si parlava in “lire”, si riunivano in un maneggio gestito da amici che avevano in comune. Massimo all’epoca, nel tempo libero ‘montava’ a cavallo, tanto per non cambiare, era la moda del momento in quegli anni 80. Ogni “pacchettaro”, “tira bidoni”, sfaccendato, “fatturisti”, “cravattaro” e altro ancora di illecito che si rispettasse, aveva almeno un cavallo, e quando ne avevano due o tre con paddok e stalle annesse, era il boss dei boss… fintanto che durava, perché non erano mai persone che avessero una lunga ‘carriera’ davanti a sé.

Inutile dire che Massimo aveva nella stalla del maneggio, due magnifici cavalli Andalusi, un femmina bianca e uno stallone baio, preparati alla doma spagnola, un elegante passo del cavallo spesso associata alla elegante doma di dressage.

La sera in quel maneggio si giocava “pesante” a carte. Partite di poker interminabili che a volte iniziavano all’ora di cena e finivano all’alba del giorno dopo, con puntate medie che superavano quasi sempre lo stipendio medio di una persona che lavorasse in fabbrica… allora c’erano ancora.

Massimino volle tentare la sorte e iniziò a giocare “pesante” e senza rendersene conto dopo una settimana era ‘sotto’ di una settantina di milioni delle vecchie lire, in pratica lo stipendio di sei, sette anni di una assistente alla poltrona di un dentista.

Passò un mese dopo di quelle disgraziate serate di gioco, finché una sera Massimino si presentò con tutta la cifra del debito da Massimo e gli saldò l’intero ammontare… anzi lo invitò ad andare al casinò per spendere insieme altri 40milioni di lire… che regolarmente perse tutte in una sola notte. 110 milioni di lire, Massimino s’era presentato da Massimo con 110milioni di lire in contanti.

Assegni circolari “sfilati alle Poste italiane”, con la complicità di un portalettere che appunto “sfilava” dal sacco della corrispondenza, assegni circolari di pensioni o pagamenti di fornitori. Il trucco era togliere sapientemente il nome e cognome del destinatario e sostituirlo con chi intendeva andare allo sportello a riscuoterli monetizzati in contanti con regolare documento d’identità. Quel giorno Massimino aveva preparato un quindicina di quegli assegni e li aveva riscossi a due a due in più uffici postali. Fu logicamente “preso”, gli chiesero perché si trovasse in possesso di tutti quegli assegni, e rispose che aveva giocato a Poker con degli sconosciuti e aveva vinto tutta quella somma.

Massimo e Massimino, diventarono buoni amici, il gamba “sifolina” perennemente in debito nei confronti di Massimo, che per “rientrare” il più delle volte faceva fare cose assurde allo strampalato amico. La parlantina di Massimino era leggendaria, sedendosi al tavolo con lui per discutere un presunto affare, dopo un quarto d’ora si era rincoglioniti di cifre e promesse… troppo tardi per liberarsi dalla ragnatela…

Massimino era geometra, imprenditore, venditore di auto, muratore, ragioniere, commercialista, capo cantiere, direttore d’azienda, giornalista, manovale, clochard… era mille persone e non era ‘nessuno’, ma nonostante fosse sempre in debito con Massimo, i due rimasero amici per sempre… anche se non si fece vedere quel 21 di settembre.

I soldati di tante inutili guerre, mandati allo sbaraglio per difendere gli ideali di qualcun altro, dove vanno a finire. Quando gli veniva comandato l’assalto e uscivano dalle loro trincee dove poco prima si interrogavano dei perché si trovassero in quel posto, e rivedevano il film della loro vita in pochi attimi, dove  ivi giungeva il volto dei loro cari e della loro amata, dei loro affetti, delle loro gioie, l’amore più grande, la vita, che di li a poco veniva falciata da proiettili sparati da altre persone come loro, con gli stessi sentimenti e pensieri, tutti incolpevoli e tutti accomunati dall’uccidere per non essere uccisi, tutti indifferentemente con i loro inutili implorevoli perché. 

Dove sono andati a finire? E dove vanno le migliaia di persone che muoiono sui barconi maledetti, naufraghi nel mare della vergogna, il nostro mare, scuro come le nostre coscienze. Dove sono finite le milioni di persone che per l’olocausto sono state immolate per per una assurda inesistente causa e un pretesto maledetto, anche loro accompagnate dall’indifferenza e dall’abbandono… Dove sono?  Dove, le migliaia di migliaia di vittime che in tutto il mondo muoiono di fame e noi li si guarda in uno spot televisivo mentre abbiamo davanti una pastasciutta e una bottiglia di vino e per sistemare il rimorso, pensiamo di fare un offerta al cellulare pur sapendo che gli istituti di beneficenza faranno fermare nelle loro casse il 98% per ‘nota spese’. Che fine hanno fatto le anime immolate al l’odio, all’apatia e alla trascuranza del nostro quieto vivere.Se per tutto ciò non trovassi la risposta necessaria a farmi continuare a pensar di esser uomo fra gli uomini, mi sarebbe insopportabile mangiare, dormire e vivere. Sono tutti insieme, nel grande magazzino dell’amore, nei campi Elisi dell’apoteosi. Li ha raggruppati tutti Nostro Signore, con l’aiuto della Santissima che a braccia aperte li accoglie, e trovano per ognuno una degna e giusta sistemazione. Ad ognuno il benvenuto, rincuorati, accuditi, nutriti d’amore e infine collocati liberi in uno spazio immenso, tanto grande che la Luce non ha confini, non sono stipati, ne ammassati, tanto meno abbandonati. Sono la, nella pace di un mondo che abbiamo a portata di mano e che cerchiamo di non invidiare, perché qui sulla terra, terreno di prova, non riusciamo a scorgere. Il male sembra uno scudo impenetrabile e perciò ci rifugiamo nel buio dell’ipocrisia. Ora stanno tutti bene, ci stanno aspettando, sorridendo per il nostro stupido affanno al meno di nulla che cerchiamo di raggiungere. Grazie Dio. di essere Tutto, ora so’ dove sono tutti… e dove finirò anch’io.

Mario pensava questo tra sé nei capelli… e allora, per uscire dal buio di quel pensiero ipocrita di falsa carità, fu che l’altra ‘voce’ tinta d’azzurro sulla sua spalla disse… non farti inghiottire dal mondo. Sono solo mille affanni di giorno e mille luci di sera. Solo oggetti che per mantenerne lo sfarzo fanno pedalare come essere in salita su di una bicicletta quando sei alto “1uno” e tanta voglia di crescere ma pesi il doppio di quanto dovresti. Il mondo ti “tira fuori” dalla beata consuetudine, non gli va di vederti felice racchiuso nel tuo guscio che con l’occhi spii ciò che succede se esci… ti chiede di tendergli la mano e al primo accenno di credenza, l’afferra tanto forte da non lasciartela mai più… e ti porta nella sua “sfera” lasciandoti vedere il cielo senza poterlo toccare.

Pensava queste cose Mario nel momento in cui il Don distribuiva l’Ostia ai fedeli, ……….

Mario pensò che se tutte queste Donne erano lì per Massimo, voleva dire che eri importante per loro quanto lo sei stato nel mio cuore e lì ti lascio oggi e domani, e il giorno dopo e ancora.
 Non si deve dimenticare il passato. È uno ‘spettro’ che può riapparire, e lo fa quando vuole senza nemmeno aver la gentilezza d’avvertire, perciò perché rinnegare di aver fatto molte cazzate subito dopo averle compiute, al contrario son ‘servite’ per migliorare. Donne a destra della navata della chiesa, donne sulla sinistra che Mario riusciva a vedere meglio, e ‘tutte’ le parvero personaggi di un film. Attori come a Cabot Cove, nel regno di Jessica. Davanti all’inginocchiatoio di Panna e Mario, la ‘reginetta’ degli anni ottanta, Emi, che fu candidata a Miss Italia, l’avevano proprio lì davanti. Emi. Emi è la mamma di jari il figlio di Lei e Massimo. Ora è sposata con una persona che sembra per bene e con Lui ha avuto altri due ragazzi ormai barbuti. Uno di loro è un ragazzo alto quanto basta con barba incolta e sguardo serio, il fratello è la stessa ‘cosa’ ed entrambi, ‘forse a ragione’, sembrano ‘distanti’ da quella triste funzione. Il padre dei due fratelli lo si poteva facilmente ricomporre nel contesto di un immaginaria visione di Jakline accanto a Onassis per l’aspetto esteriore, per quello economico non c’era niente da lasciare all’immaginazione, il marito si sapeva essere un ‘buon imprenditore’. Yary il figlio di Emi, la bella Emi, e bello Lui, il figlio di Massimo. 
Yary lavora in Spagna e ha creato una linea cosmetica per la cura del corpo. È alto più dei genitori ed è fascinoso come Loro. Occhi profondi e scuri, sguardo dolce come il suo modo di parlare, lineamenti del viso alla James Dean  Porta i capelli castani lunghi e fluenti raccolti da una coda annodata alla “spagnola” che lo fa sembrare un ballerino di Flamenco.Veste con jeans, giacca scura e una camicia bianca… come il padre le sa indossare con una certa ‘classe’. 
Mario ha avuto poche occasioni di stare con Yary, la penultima fu l’ultima estate che Stefano gestiva quella bella trattoria in riva al fiume Serio. Mario si doveva incontrare con Massimo che si accompagnò con Yary che quel giorno era in Italia, e si diedero appuntamento in quella trattoria all’aperto. Sotto un platano si pranzò tutti tre, e come solito Massimo mangiò l’unico piatto ordinato, e bevve un bicchiere d’acqua con la velocità di quanto aveva impiegato a sedersi a tavola, Yary, degno consanguineo, finì di pranzare poco dopo e bevve un bicchiere di acqua, Mario non aveva ancora ordinato il secondo piatto e beveva frettolosamente il suo bicchiere di vino per paura che i due amici fossero stanchi di aspettarlo. Caffè, e Massimo ancora tronfio di quel figlio, parlò con l’amico della ‘questione’ che avevano da risolvere, poi si rivolse a Yary. Non fu chiaro cosa i due si dissero, ma lo sguardo di Yary si accigliò quando a Mario parve di avergli sentito dire con tono serio, mi raccomando papà, e Massimo che lo rassicurò con una carezza pesante sul suo capo come a dire stai tranquillo… Mario seppe più tardi che Yary aveva a disposizione una forte somma di denaro contante e lo lasciava amministrare al padre per un certo periodo di tempo senza volere alcunché di interessi.
Adesso Yary era lì accanto a Roberto, nella prima fila a destra. Insieme quando entrarono in chiesa, incontrando Mario lo abbracciarono che piangeva come nemmeno fece al funerale dei “suoi”… Piangevano, e Roby disse “hai visto Mario cosa ci ha combinato?! Ce l’ha fatta grossa quello s….o” e ades cosa n farà noter!? (Adesso cosa faremo noi!? )

È il tramonto di un altra quotidiana storia vissuta, e si tirano le somme mettendole in fila indiana nella mente. Si tirano le somme di un periodo di vita quotidiana che volge al termine regalando spazio ai ricordi come fosse un momento di quiete. Per chi rimane sarà un altro dire che anche oggi ce l’abbiamo fatta nonostante le notizie dei telegiornali.

Ad ogni ogni stagione il suo frutto, per ogni vita la sua storia, per ogni amore la sua pena, e per tutti sia molta gioia, perché se fa caldo ci spogliamo, se freddo ci copriamo, in autunno facciamo tutt’e due, in primavera come viene viene.

Per questo Mario non pensava certo che all’età di molte rughe in viso, con gli occhi sempre più piccoli e furbi, potesse incontrare di nuovo quella amica, una ex di Massimo, persona tanto ‘buona’ di carattere che non vedeva da molto tempo.

Una ‘vecchia’ amicizia, fresca come una rosa bagnata dalla rugiada di un mattino primaverile, innocente come si era un tempo da ragazzi e forse fu per questo che in una notte di sconforto, si concesse a Mario per consolarlo di una ‘storia d’amore’ tristemente naufragata, aveva ‘chiuso’ con un grande amore… Non fu sesso ne amore, fu qualcosa che servì a stordire un poco i pensieri tiranni e maligni che in quel momento non volevano la felicità di nessuno… nonostante bevvero molto e fecero “altro”, riuscirono a malapena di concludere una notte dove draghi e streghe svolazzavano nella stanza

E successe di nuovo qualche anno dopo, in un altra circostanza, Mario non era più triste e nemmeno Amanda. Ancora non fu per sesso e nemmeno per amore, forse solo per malinconia o per semplice amicizia. Ma non perché fosse un amica che vuol già dire un gran tesoro, ma un amica ‘speciale’ perché anche se con meno rughe e molto più graziosa e pur sempre una mamma che ama il proprio figlio. Lo ama quel bel bambinone cresciuto, come tutte le mamme, ma trova tempo per se stessa o per stare in compagnia di amici.

Amanda ama il figlio frutto di un amore che nel travolgente scorrere del l’acqua impetuosa che sgorga da un ruscello in disgelo, non è stata fermata dalla diga eretta dai castori… e cristallina è scorsa a valle scemando da un amore per passare al fratello bene. Bene adesso, per quel l’uomo con cui ha diviso la grande gioia di diventare madre. Ha amato Massimo che non c’è più, ora ama una divisa, orgogliosa come Alessandro che l’indossa accettando di servire la giustizia, quando questa si presenta con l’abito più lindo.

Alessandro, un bel ragazzone in carriera che per amore forse finse o ancor finge di non voler conoscere il passato dell’amata, pur non solo ma in buona compagnia di altri sventurati mariti e accompagnatori che tra le fila dei banchi della chiesa, riuscivano a stento a trattenere un sottile sorriso di velato sarcasmo, una piccola insignificante rivincita che lo stesso non cancella il passato di nessuno… il passato è il passato, ma non v’e presente senza di ‘lui’. ‘Lavoratori’, bravi papà, cornuti e adesso anche contenti. Finalmente ora possono lasciare che le loro donne piangano vere lacrime d’amore, quelle che non saranno mai versate per loro, ma lo stesso sorridono malignamente da sotto i baffi mentre guardano il cofano di fiori al centro della navata.

Amanda è stata un amica di Massimo che Mario, stupito, non pensava che nemmeno la natura ne conservasse memoria. Una ragazza che non è più una ragazza ma vive la vita come lo fosse perché per Lei il tempo si è fermato qu ando Massimo l’assunse per un impiego da segretaria per l’ennesima ditta fantasma che doveva servire per coprire altre attività poco lecite dove tanto per non cambiare stile di vita, Amanda, fu l’impiegata “poco modello”, ma con tanto di tette da sembrare una prosperosa balia a ore dei primi anni del dopoguerra, labbra sinuose e altre ‘curve’ al posto giusto che tanto bastava quanto saper usare egregiamente un computer.

Lo sguardo fatto dai suoi occhi era la ciliegina sulla torta, come vedere il verde di un mare profondo che si staglia sulle rive sabbiose di un isola tropicale. Un esplosione smeraldo che non si poteva ammirare per più di pochissimi secondi… forse il segreto stesso di Amanda, affascinante impenetrabile Amanda.

Si innamorò di Massimo, come del resto succedeva a quasi tutte le donne che avevano il piacere o il dispiacere di frequentarlo per qual motivo volesse il destino. Mario la conobbe un giorno che la vide arrivare con una decappottabile che guidava Massimo. Amanda era sbracata nel mezzo ai sedili posteriori con degli short che obbligano chi li porta a fare la ceretta almeno ogni 15 giorni, il seno prorompente metteva a dura prova la resistenza del terzo bottone di una camicetta bianca, sandali alla schiava pieni di lacci, capelli mossi e neri e un trucco con un pizzico di volgare che voleva solo dire oggi sono “sua” ma domani non sarò di nessuno ch’io non voglia.

Mario seduto ad ascoltare parole che dal pulpito si infrangevano tra le alte finestre che facevano entrare luce mesta di colorata tristezza… Mario che aveva nelle nari l’odore d’incenso, e per colpa d’uno starnuto malandrino volse d’istinto lo sguardo altrove e girandosi a testa bassa con un fazzoletto in mano scorse Amanda in fondo alla chiesa, con accanto il figlio… proprio vicino ad Anna e la sua amica, davanti a Patrizia e l’irriverente incazzata Laura, la donna che sicuramente l’amore con Massimo se lo sognò appena, perciò era ancora arrabbiata, ancor più arrabbiata forse perché fu la figlia a rubarle quel sogno.

Amanda, che dopo essere stata l’impiegata di Massimo per i pochi mesi di durata del tempo che serviva per mascherare un attività fittizia, prese l’ultimo stipendio con cui decise un bel giorno di partire per una vacanza negli Emirati Arabi. Amanda aveva deciso di partire, viaggiando con un amica che all’ultimo momento per motivi di causa maggiore, rinunciò a quella breve vacanza. Partì sola e tornò al termine di una settimana. Mario la incontrò in un supermercato e gli chiese come fosse andata la vacanza, benissimo rispose, tanto bene che domani riparto di nuovo. Sei ‘matta’ disse Mario… ma buon per Lei pensò tra i capelli ricci e sorridendo si salutarono perdendosi di vista per qualche mese. Finché tempo dopo, una sera, a tavola dopo cena, Panna raccontò al compagno che aveva saputo dove fosse andata Amanda due giorni dopo il suo arrivo da quella vacanza.

Era tornata tra le dune del deserto, ma non in un villaggio turistico alla moda pieno di comodità, bensì in un accampamento di tende a strisce rosse e bianche tra le dune. Un Emiro che nonostante il colore dei capelli di Amanda, la prese di “mira” e l’invitò a passare del tempo con lui, e Lei come risposta, dopo essere tornata per il tempo necessario di cambiare la biancheria, fece ritorno tra il sole la sabbia e le gobbe dei cammelli. Amanda passava dal lusso di vita offerta da un Emiro, alla nobile povertà di un contadino che allevava mucche in una valle del bergamasco. Val Stracchino, dal significato di… Acā stracā de müt. (una mucca stanca d’alpeggio) tanto per rimanere in tema con i formaggi.

Mungeva le mucche e aiutava il suo compagno anche per rassettare la stalla, e andava fiera delle coppe e trofei in bella mostra sui mobili di casa che la proclamavano miglior allevatrice di mucche, o miglior ‘proprietaria’ del toro più bello. Dai gioielli pegno di una notte d’amore, ai formaggi girati e rigirati sull’asse per la ‘maturazione. Dalle dune del deserto, alle stalle di montagna… e poi con Massimo, Alessio, Mario e solo il cielo sa quant’altri coiti, metà fatti per amore, metà per compiacere.

Amanda faceva spesso “cose” per compiacere, tant’è che un giorno sullo stanco del suo finire, si recò in casa di Carla e Camillo, due amici a quell’epoca comuni. Amanda, un poco imbarazzata e nel mentre stupidamente divertita, chiese a Camillo se potesse costudire dei suoi ‘cadò’ nella loro casa. Carla, stupita chiese di chi fossero quei ‘brillocchi’ da mani e collo. Una splendida collana con pietre preziose, due anelli che uno voleva dire ti amo, e l’altro voleva dire ti amo.

Amanda rispose con un sorriso che accentuava le sue belle gote e allargava la linea delle sue labbra sinuose che sfociando in una smorfia di innocente imbarazzo, si schiusero per dire che erano regali fatti dal suo datore di lavoro… che, misero, cosciente della grande differenza di età tra i due, non desiderava altro che un ‘pompino’ di tanto in tanto, e in cambio, ‘brillocchi’. Amanda faceva spesso ‘cose’ per compiacere. Amanda è l’unica ex donna di Massimo, che ha saputo reinventarsi, non una, ma più volte. Forse l’unica che ha pensato… mi hai “usato”? Okay, quanto io ho “usato” te! E la sua vita adesso continua un po’ più noiosa ma serena con Alessandro che con l’amore ha saputo domare la pantera nera dagli occhi verdi che con altrettanto amore rispose regalandogli altri figli.

Presentazione

Rinasco un altra volta dalle macerie del terremoto delle mie azioni che sconquassa senza ordine ogni mio periodo di vita obbligandomi a ricostruire ogni volta la stessa chiesa, le stesse case e la stessa strada. È come fossi stato regista  di un film vietato ai minori,  “girato” e sceneggiato per compiacere me stesso e il pubblico, ma che ogni tanto viene ‘fermato’ dalla censura.

In ogni vicenda “girata” c’è dolore e gioia ricevute quanto date, l’odio non è mai contemplato perché avendolo conosciuto anche solo sfiorandolo, spaventato non l’ho più considerato nemmeno nei  casi bui di una vita vissuta.

Un viaggio di un giorno in moto, da casa al lago e ritorno. Un viaggio con me stesso per immergermi fra errori e piaceri, del passato, mescolandoli entrambi per estrarne buon senso e saggezza per il futuro, consapevole che la scuola di vita non chiuderà mai i battenti, e sarà sempre un continuo cercare di migliorarsi.

Un viaggio in moto con me stesso dove riaffiorano volti ed emozioni, parole e azioni, albe e tramonti dove la mente spazia serena e libera giocando con grigiore e colore. Un altro “ciak” sul palcoscenico del mondo, un altra storia da vivere e da scrivere nel cuore per me e per chi leggerà. La strada, grigia macchiata di sangue a indicare le difficoltà, ma che con un sol fiore sul ciglio fa nascere l’Amore.

Lasciar che la mente vaghi fra mille pensieri di gioie e dolori. La mente che senza barriere valica ad oltranza tutti i confini. Pensieri e meditazioni, supposizioni e per malasorte giudizi. La mente vaga, nelle insenature della vita, e voluttuosa si inerpica su cime impossibili e onde di mare impenetrabili.

La mente dilaga nel l’uomo senza pericolo di dominio, nascosta tra i meandri della testa risponde ad emozioni che riceve e al l’unico comando concesso ad un uomo al suo corpo. La mente siamo noi, siamo la “strada” che percorriamo, e io, oggi che è già ieri, scrivo la mia.