Sulla strada dei ricordi 3 +

Abbandonai con moderata velocità anche questo paese insieme a ciò che mi ricordò  uno spezzone di vita con il babbo, altre magnifiche curve scavate nella roccia e intravidi Riva di Solto, altra tappa “obbligata” per una sosta, non fosse che per ammirare la bellezza di quel luogo. Ad accogliere il visitatore un grazioso paese arroccato sulle rocce al ridosso del lago, uno dei due paesi in cui si  riempire il cuore di altre vivide emozioni… dove mi piacerebbe morire…

In un borgo di si tanta bellezza ricordai la ‘Margetì’, forse il soprannome di Margherita… piccola Margherita perché di fatto non era molto alta, una donna d’altri tempi come la sua stessa veneranda età, 116 anni. Una fiera signora alta un metro e qualcosa di più con tanta voglia di crescere. Diceva che la sua longevità la doveva al fato di essere felicemente rimasta vedova in giovane età, tanto felice che ingombrata dal l’unico figlio maschio avuto in vita che non s’era sposato, anch’esso  alla venerabile età di 83 anni lo fece ricoverare alla casa di riposo perché per accudirlo si privava di un suo prezioso spazio di tempo. Ergo il segreto della sua lunga esistenza la Margetì lo giustificava per il fatto di aver fatto poco sesso e mangiato tanto pesce di lago che Lei stessa vendeva aiutando la mamma alle bancarelle del mercato fin dal lontano tempo della prima guerra mondiale.

Margetì, un po’ come Giuseppina Morano 126 anni, pugliese, la donna più anziana d’Europa, diceva di essere arrivata a quella veneranda età perché mangiava da sempre tre uova fresche ogni santo giorno e sopratutto, sempre a suo dire non aveva mai fatto sesso. Quella arzilla vecchietta era ciò che mi dicevano le fotografie della mia memoria nel l’osservare quel paese con il lungolago più corto e più bello di tutti gli altri paesi nelle vicinanze.
La storia del mio medico di fiducia non ha nulla a che vedere con quella di Giuseppina, dott. Guglielmo, che al contrario ancora oggi mi dice di essere un degno discendente della sua famiglia, il padre morto a cent’anni si vantava di aver fatto sesso dai 15 ai suoi 90 anni con la sola prerogativa di mangiare sano e fare al l’amore almeno una volta al giorno, commemorato quotidianamente con grande rispetto dal figlio dottore ancora in vita. Altro modo di “vedere la vita.
E si riparte dalla fiaba che gli occhi mi hanno ricordato che ancora scema dolcemente con il vento che sfiorerà il casco, portandosela con se.
Ognuno fa l’ultimo gesto scaramantico prima di salire in sella alla moto, per me il segno della croce, e in genere allacciarsi e stringere per bene la mentoniera del casco a mani nude per poi infilarsi i guanti, accomodarsi la tuta pizzicandola, aggiustandosela nei punti dove stringe, e tante altre cose quanto meno curiose. Io, per ultimo, tastandomi il petto impacciato dai guanti già calzati, cerco il pippiolino della lampo del giubbotto che regolarmente dimentico abbassata di un po’ dal suo fine corsa, e subito dopo porto sistematicamente l’indice puntato in direzione della visiera aperta, per sistemarmi gli occhiali da sole già calzati facendovi pressione al poggia naso, e via, salgo in sella e parto, la visiera l’abbasso in marcia di un qualche centinaio di metri percorsi, amo avere sino all’ultimo istante possibile, aria in faccia che mi preannuncia un senso di altri avventurosi ricordi e ovviamente il tutto deve essere confacente allo stile della moto che cavalco, altrimenti e come mettersi in giacca e cravatta con scarpe da tennis, e un verace motociclista non incappa certo in questo deprecabile errore.
In pratica le stesse identiche piccole grandi emozioni che popolavano la mente di quando si era quindicenni, anche se allora le cose non andavano in questo modo. Unico accessorio, era un lusso se ti potevi permettere una panciera elastica da crossista, che di solito mettevi in bella mostra sopra di una giubbetto tipo di cellophan, possibilmente colorato, gli adesivi o lo stampe erano tutt’al più una fascia tricolore sulla manica, o sulla calotta del casco jet, senza mentoniera e per pochi una avveniristica visiera,  per nessuno gli occhiali da sole, optional sopraffino e costoso per quegli anni.
 Gli stivali di cuoio li indossavano solo i professionisti del settore motociclistico che nella maggioranza dei casi veniva acquistata dagli stessi a proprie spese, per noi ragazzi, quelli di gomma per la pioggia, o scarpe grosse da montagna, pantaloni sempre e solo jeans, e per finire mani nude senza veri guanti, troppo oneroso il loro costo,  e ricordo che in occasione delle mitiche  “Valli Bergamasche” una gara competitiva da enduro di livello nazionale che si svolgeva negli anni 70 quasi sempre in primavera, indossavamo delle calze di lana perché il freddo all’epoca era davvero pungente.
Che sono passati secoli, da allora, ed e’ cambiato solo il modo di vestire grazie ad una maggiore agiatezza economica, ma le emozioni sono rimaste invariate, quando pigio il tasto che mette in moto il motore del mio “panzer tedesco”, il rombo rotondo che esce dai terminali di scarico e già preludio di goduria, montare in sella e affrontare le prime curve con sapiente dolcezza diventa uno star bene che ti fa dimenticare chi sei ora, perché e’ come fossi su quel “cinquantino” stridente in cui mettevi con foga le quattro marce a disposizione per provare l’ebrezza  dei 60 km. orari che ti parevano i 180 di adesso. Bello quando incroci altri motociclisti l’intanto che vai, e fraterno il gesto che ti scambi a mo’ di saluto, con la sola prerogativa di avere un tipo di moto che ha le caratteristiche della tua, altrimenti smorfia delle labbra sotto la visiera e via di gas.
Bello anche quando in compagnia si decide con gli altri compagni di viaggio di fermarti in un bar per un caffè, o per un panino, sarà per l’abbigliamento, sarà per la freschezza e gioia che emani da tutti i pori della pelle che i gestori si rivolgono chiedendoti… Cosa prendete ragazzi?!   E spesso chi te lo chiede potrebbe tranquillamente essere tua figlia/o, e nemmeno ti meravigli più di tanto, oggi, per quel giorno sei un ragazzo con tutti i tuoi cavalli nel motore e nelle vene pronti a scatenarsi al tuo comando. Le sgasate davanti ai rettilinei che te lo permettono, fanno sollevare l’anteriore della mia due ruote ad ogni cambio di marcia, e insieme si solleva lo spirito, che si sprona insieme alla potenza del “mezzo”… intravedere le curve, osservarle preventivamente, ridurre la velocità scalando la marcia secondo necessità, lasciare che il freno motore faccia il cattivo accompagnato dal rombo che ringhiando furiosamente spegne a fatica la furia dei suoi giri tesi allo spasimo per lo sforzo, piegare a più non posso il bolide, e farla al massimo della velocità di cui son capace. Finita la curva in “piega” se “presa bene” mi compiaccio con il mio ego e soddisfatto come poco proseguo, se “presa male” provo a correggerla come meglio posso fare e mi prefiggo di fare meglio alla prossima, sempre e lo stesso l’adrenalina mi esalta, lasciandomi contento in ogni caso. La moto e’ una emozione continua il solo pensare di salirci per farci un giro, e io nel mezzo ci sbatto i ricordi. La moto per me e’ sinonimo di assoluta libertà, tanto che mi dimentico qualunque affanno e tribolazione della vita una volta in sella, non rendendomi mai realmente conto della carta d’identità che mi avverte di essere sempre più cauto perché con lei porto ancora i calzini di lana sulle mani, al posto dei guanti di pelle.
Svegliarsi il mattino che segue una giornata di “sella”, e allo specchio mentre lo spazzolino accarezza i denti, guardarsi e vedere rughe in viso che sono apparse solo con il bagliore del sole riflesso… e smorzo gli occhi, i capelli son diventati sapienti di luce grigia e la pelle e’ arrossata di spento, solo allora mi rendo conto della mia età, ma ogni volta che accenderò il motore della mia moto, il mio cuore farà a botte con l’età che porto dentro e scatenerò di nuovo tutti i cavalli vapore che scorrono silenti nelle mie vene, facendomi dimenticare la realtà, regalandomi ancora nuove quindicenni sensazionali emozioni, e di nuovo in un altro bar sarà… Salve,  cosa prendete da bere ragazzi?
Il viaggio continuò e i pensieri girarono con le ruote che mordevano molli il caldo asfalto d’estate.
 É bella Riva di Solto, è tanto bella che merita di avere una sorella di nome Solto collina, che se la prima abita sulle rive del lago, l’altra sparge anch’essa quattro case sul dorso della collina a ridosso della sorella. Solto Collina abita in collina, e gustare un qualcosa da bere e da mangiare in uno dei suoi ristoranti che spaziano la vista su gran parte del lago, e come avere una cartolina illustrata con il sole davanti agli occhi. Quel lago che sotto i piedi sembra l’enorme cruna di un gigantesco ago, con nel mezzo l’isola di Montisola, quel bel posto dove si mangia bene alla locanda di mamma MariaRosa. Un paesaggio a dir poco affascinate, ogni volta che ho avuto il piacere di ammirarlo, ho sempre pensato con un pizzico d’invidia agli abitanti di Solto Collina di dietro le finestre in una sera d’inverno. Chissà quale meraviglia di scenario appare guardando un lago cheto che riverbera i timidi raggi di un sole d’ottobre, dove l’acque scure, si fan piatte di quiete serena, oppure vedere quel lago punzecchiato da miriadi di gocce che cadono dal celo lì, e da dietro la finestra appannata da dove volge lo sguardo, sarebbe bello assaporare tanta intimità solo osservando. Nel tanto li passai, dissi per un ultima volta a me stesso, è proprio bella Riva di Solto e non scherza nemmeno Solto Collina… e fu subito Castro, praticamente la fotocopia dei due precedenti…
Non ho mai avuto il piacere di conoscere nessuno nel paese che stavo per attraversare, sembrava la fotocopia di Riva di Solto, forse un po’ più piccolino, anch’esso grazioso, e allora rimisi in moto la mia fulgida fantasia e rimembrai  un viaggio che feci in Calabria, non in moto questa volta.
Possedevo una motocicletta sovietica con motore boxer, ma non era una Bmw, bensì una Ural Dneper 600 di cilindrata, ma in quel viaggio nel profondo del sud della nostra penisola, non l’avevo con me, con i suoi venerabili 15 anni alle spalle e kilometri macinati perlopiù in Russia dove le strade non son gentili, difficile potesse reggere nemmeno per la metà della distanza che ci eravamo prefissi di percorrere per raggiungere la punta dello stivale. 

Infatti quando usai la mia bicilindrica russa per l’unico viaggio che feci con Lei, fu alla Puerta del Sol, un esclusivo club sulla riviera ligure. Io e Luisa eravamo stati invitati da mio fratello Adelio e Anna, la sua di allora consorte, e nonostante questo posto si trovasse a sole tre ore di marcia da casa mia, mi piantò bellamente a piedi per ben due volte, candele sporche e carburazione sballata come chi fuma una canna, non ne voleva sapere di ripartire. Non restava che smontare e pulire per bene le candele, dare qualche colpo a “vuoto” con il pedale d’avviamento per far asciugare i cilindri dal troppo carburante che la ingolfava, rimontare le candele e dare poderose pedalate perché l’avviamento a pulsante, la Ural non lo conobbe mai. Bisognava mettersi di lato, e come i piloti della Parigi Dakar degli anni 80, bisognava mettersi di fianco, sollevare il piede destro e poggiarlo sul cilindro così che alla stessa altezza, con il destro si facesse più forza sul pedale d’avviamento avendo così più probabilità di far partire la moto, in quel caso il mio quasi residuato bellico.

Certo non fu bello compiere quelle operazioni su un cavalcavia percorso da migliaia di macchine che ti sfrecciavano accanto a folli velocità, al tempo non v’era alcun limite alla velocità da tenere, si era liberi di ammazzarci l’un con l’altra, la legge lo permetteva… Volavano i capelli e si gonfiavano i giubbotti, si possa immaginare quando a sfiorarti erano camion con il rimorchio. Eravamo sul tratto del ponte Morandi, quello che crollò quasi quarant’anni dopo portandosi con se decine di vittime, di certo quel giorno, io e Luisa, non si corse alcun rischio. Possedevo una moto nera, ma per quel viaggio di cui mi stavo ricordando  in quel di Castro, usammo una nuova fiammante auto Djane beige.

L’ età più bella diciannove/vent’anni almeno demograficamente parlando, era l’inizio degli anni ottanta. Per noi maschi i capelli lunghi e spettinati da ribelle erano una costante.  I jeans li portavamo rigorosamente strappati due o tre taglie più del dovuto, e le automobili in voga erano la mitica due cavalli e la dyane della Citroen, per i più abbienti invece la pallas DS, per non parlare della stratosferica citroen maserati, un conoscente, öl Filūgel, ne possedeva una con una pantera rosa disegnata sul cofano, inutile dire che con quella bomba di macchina, rimorchiava come Alain Delon.   

Comunque la mia era una modesta ma nuova fiammante Citroen Dyane 600 di cilindrata tre marce a closche in parte al volante, anzi dovrei dire la nostra Dyane, perché era in comproprietà con quella che era mia fidanzata Luisa.  Decidemmo infatti di trascorrere le vacanze di agosto in quel della Calabria ospiti di una famiglia di Alzano Lombardo composta da madre calabrese e papà e figli bergamaschi che possedevano una grande casa senza tetto a Trebisacce vicino alla più famosa Castrovillari e tra le due lo splendido lungomare di Roseto Calabro. Non ricordo se per scelta o perché i miei non si fidassero a lasciarmi andare solo,  ma ricordo di aver portato con noi anche mio fratello Emilio, che al tempo aveva tra i dodici e i tredici anni, bisogna pensare che 40 anni or sono era quanto meno inusuale che un ragazzo non ancora ventenne quale ero io, si avventurasse per un viaggio così lungo per giunta con la responsabilità di un ragazzino e una ragazza.

Ebbene partimmo con la Dyane che a dir poco era stracarica di tutto e di più, il paraurti posteriore era sollevato da terra di una spanna, questo fu motivo di una accesa discussione tra me e Luisa perché dissi io non era il caso che per una semplice vacanza di una quindicina di giorni ci portassimo praticamente l’impossibile, in pratica mancava solo il Frac che tra l’altro non possedevo per i concerti di musica classica, poi a casa nostra, di vestiario non era rimasto nulla se non tre maglioni e due cappotti.

Ricordo che alla stecca della capote della Dyane, si era appesa persino una sveglia di quelle della nonna…per non parlare poi dell’orario di partenza davvero impossibile, scelta sempre da Luisa che fu di partire alle dieci di sera in modo che non avremmo avuto problemi di traffico intenso. Si certo, non fosse stato per l’insignificante particolare di svegliarmi di sopprassalto a pochi centimetri dal paracarro almeno in un paio di occasioni sulla tratta Firenze Napoli, rischiando di terminare drammaticamente la vacanza non ancora iniziata in un catastrofico incidente. Il mattino seguente alla partenza, tra Napoli e Battipaglia il paesaggio si presentava ai nostri occhi come un paese sconosciuto assumendo toni desertici, a tratti brulli ma sempre fascinosi, la temperatura era completamente cambiata il caldo si era fatto molto  intenso, torrido ma non umido, asciutto, meno appiccicaticcio e fastidioso del nord.

I profumi e gli odori assumevano una loro precisa caratteristica, tutto era diverso, tutto sembrava strano. Fu così che dopo quindici, sedici ore giungemmo a Trebisacce, in provincia di Cosenza, la meta agognata. Che emozione essere lì a 1300 km. da casa, che meraviglia il mare di un azzurro intenso, con i fondali trasparenti, ricordo che più volte vi scendevo nuotando pensando di raggiungere quella stella marina a pochi metri, ma in realtà molto più distante di quanto l’acqua ti lasciasse credere, e spesso dovevo risalire in fretta perché le riserve di ossigeno nei miei polmoni si erano esaurite, perciò invidiavo Giovanni, uno dei figli della famiglia che ci ospitava, egli padrone di miglior tecnica, risaliva in superfice festante per aver catturato l’ennesima stella marina o qualche meravigliosa conchiglia, a quei tempi il mare ne era pregno.

Ho ben in mente una foto che scattai a Emi in un posto termale del luogo, era rivestito completamente di fango nero e vedutolo seduto su uno scoglio a grogiolarsi al sole, pareva una canna da pesca ancorata a terra per pescare.  Lascio immaginare le risate che faccio tutte le volte che rivedo quella foto, ovviamente con il disappunto di mio fratello, che non manca di ricordarmi che neanche io ero quell’omone che pensavo di essere, diciamo che in due pesavamo come una persona di media corporatura.

Oppure quella volta di notte che venni invitato su una lampara, tipica imbarcazione del luogo adibita per battute di pesca alle tonnette. 

Lascio al l’immaginazione di ognuno, pensare di uscire con quella piccola barca in mezzo al buio nero del Mar Ionio a parecchie miglia di distanza dalla riva, pareva di galleggiare nel nulla. Il mare era una immensa tavola nera e in un punto vi si rifletteva la luce della lampada a prua che serviva ad attirare i pesci stordendoli e poterli catturare con una lenza da gettare e ritirare a mani nude, non appena le tonnette davano strattoni che identificavano la loro presenza all’amo. Impaziente e con una certa inquietudine chiesi più volte ad Arturo e suo figlio Giovanni quando fosse arrivato il momento propizio per pescare. Quella calma nel buio e nel nulla mi inquietavano, di rimando loro risposero di avere pazienza che a breve avremmo pescato. Allorché verso le quattro del mattino o di notte dir si voglia, il primo strattone fu avvertito da Giovanni che con un sobbalzo accompagnato da un gridolino di gioia si affrettò a recuperare la lenza, che una volta terminata tra le mani, lasciò intravedere una sgusciante argentea tonnetta  che sbattendo a destra e a manca sul fianco della barca fu issata a bordo con tanto stupore da parte mia. Poco dopo anch’io catturai un pesce ma non sobbalzai, feci un salto tanto e non feci un gridolino ma urlai a squarciagola. Poi, ancora Giovanni, poi Arturo poi di nuovo io, in una ininterrotta secuenza che durò un’ora… poi esattamente un ora dopo, alle prime luci dell’alba come era cominciata la pescata, tutto finì. Riempimmo un secchio di pesce tonnetto e mi fu detto che quel tipo di pesca era praticata solo ed esclusivamente a quell’ora, in quel dato momento.

Tutto in quei giorni assumeva un fascino unico, tipico, come quando ci si recava il mattino per le vie del paese per fare la spesa. Le botteguccie dei fruttivendoli esponevano prodotti tipici locali come le melanzane, o i pomodori e verdure varie dai colori intensi, forti come il sole che li avevano generati. L’immancabile peperoncino calabrese che assaggiavamo forse per la prima volta nella nostra vita mi ha lasciato un ricordo indelebile che ancora oggi non dimentico, diverso fra tutti quelli che negli anni a venire ho assaggiato. Fu tra quei negozi e botteghe che mi innamorai dell’arte artigiana del posto, che perlopiù fabbricava oggetti in terracotta, magnifici manufatti finemente colorati a mano. Tutt’oggi conservo un “brigante” seduto su un sasso che ripone nel suo sacco del cibo frutto di refurtiva.

Per non parlare delle persone che con grande passione creavano questi oggetti… non avevano di certo meno di quarant’anni, come i mastri vetrai veneziani, che tengono a bottega il figlio o il nipote per tramandargli la loro arte, ma solo in età molto avanzata riveleranno l’ultimo segreto di come fare, e figli o nipoti saranno sposati con prole, come le donne calabre vestite di nero con dei foulard bianchi con fiori neri in testa, e gli uomini con pantaloni di velluto di panno grosso, con camicia rigorosamente bianca e gilet senza maniche con anche loro l’immancabile foulard in tinta unita ma portato al collo. Visi fieri attraversati da grandi solchi scavati dal sole cocente e dall’aria fortemente salmastra.

A quei tempi il turismo non era nemmeno contemplato,  sembravamo tanto diversi!  Noi ci stupivamo di loro e loro di noi, entrambi simili ma profondamente diversi per usi e costumi. Gente molto ospitale che come da caratteristica della gente del sud, se chiedevi ad un vicino di casa un peperone o una zucchina, come minimo ti riempivano la sporta con chili di roba, e se ti veniva offerto del pesce, apriti cielo e pancia fatti capanna… ne avevi da scoppiare. Come successe quella volta che fummo invitati, io, Emi e Luisa a mangiare la tettarella di mucca ripiena di interiora, certo detta così la cosa potrebbe sembrare  a dir poco rivoltante, ma assaggiare quella prelibatezza sapientemente cotta alla brace era una prelibatezza. Cibi semplici, unici, come quella stupenda pasta alla carbonara che ci venne preparata da quel poliziotto romano di origini calabresi, Achille, in vacanza anche lui in in quel periodo, non ricordo di averla mangiata anni dopo così buona nemmeno dalla buonanima ‘sora’ Lella a Roma nel quartiere trasteverino dove la sorella del compianto Aldo Fabrizi gestiva una famosa trattoria con la peculiarità di fare pasta e fagioli appunto la carbonara, meglio che in qualunque altra parte d’Italia.

Sono a Castro, e ricordo posti fantastici in Calabria, come sul lungomare che da Trebisacce portava verso Roseto Calabro, ci si recava alcune mattine per fare il bagno lungo quella magnifica spiaggia di ciotoli  grigi e neri perfettamente lisciati dal corrodere del l’acqua e ancor più dal tempo. All’ ombra delle rovine di una torre saracena posta all’angolo di un castello,  ci sdraiavamo in cerca di refrigerio dalla calura torrida e inclemente. La sera quando la luna illuminava lo stesso castello, dal lungomare potevi ammirare la sconcertante bellezza di quel luogo stupendo che assumeva tratti fiabeschi e guardando la vastità del mare, mi faceva pensare a quanto ero distante dalla mia casa, dal mio mondo, facendomi sentire in un’altra dimensione e fantasticavo su quello che sarebbe stato il mio futuro che vedevo già roseo se già potevo bearmi di tali sensazionali emozioni.

Forse fu quella la prima volta in cui credetti in quel Dio. tanto decantato e insistentemente professato da mia mamma quando ero più piccolo, fu il mio primo segno del suo Esistere. Innanzi quella magnificenza della natura, sentivo forte la presenza di uno Spirito Onnipotente quale risposta a tanta beltà che mi riempiva gli occhi e il cuore.    La brezza sul viso con il suo forte odore salato, quel senso di irriverente potenza della mia giovane età, la conquista della mia indipendenza, a sua volta alla conquista di una metà tanto agognata… fu bello quel viaggio in Calabria. Mai più la rividi con gli stessi occhi di un ventenne che nulla sa’ e tutto vuole sapere, stupenda Calabria sarai sempre nel mio cuore a ricordarmi quei tempi felici, che tanto belli, a volte stento a credere siano stati parte della mia vita.

Lasciai la Calabria con la fantasia e Castro con ruote e motore, lasciai l’ultimo paese che mi separava da Lovere, meta d’arrivo e di ritorno dal mio viaggiare quel giorno in moto, tra i ricordi di un tempo fra paesi e persone, Lovere. Entrando in quella cittadina dai viali palmati, mi fece subito pensare a quand’ero sulle sue rive in una notte di luna agostina. Una breve scogliera, una lingua di sabbia grezza e l’infinito del lago d’Iseo sin dove dove poteva spaziare al di là della barriera  di monti che si perdevano al l’orizzonte. Luana era la luna. Acque nere accarezzate da una brezza che le smuove increspandole con riflessi bagliori di luce notturna di  luna che gentilmente le rischiara con scintillii di luce che facevano brillare tante ballerine luminescenti che danzavano su di un palco scuro come una notte senza stelle. Ero in compagnia di Luana quella notte quando un fascio di luce cadendo dal cielo si tuffava radioso nelle acque di quel fantastico lago scuro. E io ero preso dal combattere mille sentimenti per cercarli di indurli alla ragione.

Mille emozioni facevano a gara con cuore e mente mentre e  mi accompagnavo a Lei, primo fra tutti il rimorso di un tradimento che va oltre il lato materiale. Luana non era la mia compagna di vita, era un avventura che di sicero non aveva nulla, l’amore si paga solo per necessità estreme e comunque se di già non si è accoppiati di fatto. Scagli la prima pietra chi non ha mai peccato… ed io ero con Lei, quella notte in cui, ora, in sella al mio panzer, ricordo quei momenti di felice smarrimento. Luana era con me, sotto di un pino di lago in quella piccola baia irrorata dalla luna. Si guardava insieme quello spettacolo della natura, per qualche attimo, ognuno pensava per se, senza altre parole di circostanza. Luana, pensavo io, non si chiamava Luana, era un nome d’arte, Luana lavorava in un nightclub vendendo grazie agli ubriachi o strafatti di turno, quando non tutt’e due le cose insieme. Una notte in quel night ci andai anch’io ubriaco e assetato di risposte da dare alla mia virilità che a quel tempo era incontenibile. Poi gli effetti del l’alcol il giorno seguente sparirono quasi del tutto e mi ritrovai con Luana o Maria, il suo vero nome, me lo confessò e mi disse anche che l’unica serata libera a sua disposizione l’aveva dedicata a me, e questo per una ragazza del Portorico significava qualcosa di speciale. D’un tratto capii che mi stavo intromettendo nei suoi sogni, Maria con me aveva dato il primo colpo di chiave che apriva la porta del suo cuore. Un cuore che dopo tanta sofferenza era pronto ad aprirsi alla speranza di un amore sincero, mentre io avevo solo soddisfatto la mia brama di scoccare un altra freccia nel cuore di una donna. Mi piacerebbe tanto poter riavvolgere il nastro e tornare indietro col tempo, potrei correggere tutti gli errori commessi e uno dei primi sulla lista sarebbe senz’altro non prendersi gioco del sentimento delle persone ma mi chiedo anche come avrei fatto a conoscere Maria e quindi ricordarmi del male che le posso aver arrecato illudendola con del bene invece che vero amore… un enigma uguale a quello del cane che si morde la coda.

Lovere, un’altra sera, ero più giovane di quando ero sul lago d’iseo con Maria, ora,  poco più che adolescente. Lavoravo in “proprio” con mio padre, è quella volta fu la prima delle mie trasferte inteso che dormivo fuori casa per cinque giorni la settimana. Eravamo artigiani nel settore della coibentazione, un lavoro proteso al risparmio energetico, quindi per molti anni ancora a venire, parecchio redditizio. In occasione di quella trasferta io e Giovanni, andammo a Edolo in una delle fabbriche della Union Carbide, che il nome lascia intendere il lapis, la ‘mina’ della matita, quindi di fatto quando si entrava in quella fabbrica, non tardavamo a diventare neri di fuliggine anche senza ci muovessimo, per questo forse Carbide voleva voler dire semplicemente carbone. Io e Giovanni che era il nostro dipendente, che io chiamavo di soprannome, Duruddu, che quando glielo affibbiai, sicuramente faceva riferimento al fatto che fosse per parte di madre meridionale.

Duruddu era il mio modo per voler intendere “manbruco” che era il modo rispettoso di dire che usava mio padre facendo riferimento a persone che a Lui parevano “Strane”. E lo stesso lo chiamavo, Duruddu per prenderlo un po’ in giro. Giovanni non pareva un ragazzo sveglio ma forse era più sveglio di me, un po’ come l’asino che sembra un animale stupido perché prende le botte per non voler ubbidire… e lavorare. Non ricordo con esattezza per quale motivo un fine settimana volemmo rincasare prima del solito venerdì dopo l’orario di lavoro, probabilmente perché  quel giorno io e Duruddu, a pranzo, stanchi di farci prendere in giro dagli operai della Union Carbide perché noi si beveva solo acqua a tavola, decidemmo di bere un mezzo litro di vino sfuso. Era la prima volta che bevevo del vino, non immaginavo di certo che non avrei più smesso di berlo.

Non si andò a lavorare quel pomeriggio di un giovedì, tornammo in albergo a cercare di ‘riprenderci’, s’era bevuto troppo, e facemmo i bagagli di poca biancheria e un maglione per la sera, che a Edolo faceva di molto freddo e per questo si portava in bisaccia. L’albergo, una sinistra locanda arroccata sulla nuda roccia nerastra con davanti per giardino, una strada ad unica corsia di marcia, e ancor più avanti, una fabbrica che sembrava una miniera di carbone, non sottoterra, ma a cielo aperto. Comignoli di altiforni ergersi nel tentar di raggiungere le cime delle montagne imperiose e severe che aveva di spalle, quadrati giganti di mura con poche finestre che erano sempre sbarrate da robuste grate corrose dalla ruggine. E ancora camion con motori stanchi come le persone che percorrevano le stesse vie sparse tra i capannoni. Un andirivieni di tute blu divenute ”fuligginosamente” nere, nello sfondo il resto del cielo visibile era contornato da tre colori… il grigio fumo di Londra, il grigio scuro e il nero. Tre colori per cinque giorni, a sedici anni, non è bello!

Forse per questo, aiutati dal vino che ancor più ci aveva inquietato, quel giorno si decise di tornare a casa anzitempo. Il problema sussisteva nel semplice fatto che il babbo ci veniva a prendere in auto di venerdì, saldando il conto dell’alloggio e ristoro, perciò a noi non serviva denaro per tornare, e quel poco che si aveva, serviva per coca cola e caramelle durante la settimana. Ecco qual era il problema, non avevamo i soldi sufficienti per tornare a casa. Interrogai Giovanni Duruddu e fissandolo con occhi supplichevoli gli chiesi, hai dei soldi che ti sono avanzati? Giovanni, (che quando avevo bisogno di lui lo chiamavo con il suo vero nome) di nuovo chiesi, se hai dei soldi e me li presti, poi domani te li rendo raddoppiati, sennò la vedo dura per tornare a casa per sera… e mi diede pochi denari che uniti ai miei ci permisero di acquistare un biglietto di sola andata da Edolo che è nel bresciano, a Lovere in sponda bergamasca.

Testardo volli partire lo stesso, anche se il rimanente della strada da Lovere a casa nostra era l’esatta metà del percorso, e anche se l’unico pullman disponibile per raggiungere Lovere che da Edolo partiva dalla stazione alle 20.30. Poco meno delle 22 arrivammo nella piazza principale di Lovere, dove venimmo fatti scendere dalla corriera davanti ad una magnifica e imperiosa statua, e lì rimanemmo per alcuni minuti a pensare cosa si sarebbe dovuto fare. Non ho mai capito se Giovanni fosse il “Duruddu” che credevo, l’ho scanzonato parecchie volte, ma in cuor mio, spesso capivo che il suo essere con la testa fra le nuvole era un modo per volgere a suo vantaggio questo apparente segnale di esagerata ingenuità. Ecco perché insistetti con Giovanni ai piedi di quella bella e austera statua di pietra, insistetti nel chiedergli ancora se davvero non avesse con sè altro denaro. No! Di nuovo rispose, e mi diventò di nuovo Duruddu. Allora che fare, si fece l’autostop, pollice alzato e tanto fiato per camminare parecchio.

Non c’era altra soluzione che quella dal momento che non era passato da troppo tempo il famoso 68 e andava alla grande la novità che veniva dal l’America in cui si dava volentieri un passaggio a viandanti che lo chiedevano a pollice alzato intanto che di spalle ai veicoli camminavano lungo la strada. Era di moda fare l’autostop, ma la buona riuscita del l’intento diminuiva notevolmente quando a farlo erano persone di sesso maschile, e noi eravamo due maschi…  ancor meno ti ‘caricavano’ nei paesi di provincia in Italia, sopratutto di notte. Fu così che dopo varie peripezie nel l’insieme di una scarpinata pazzesca, e qualche pietoso raro passaggio, io e Gio Duru, al l’alba del mattino del venerdì, facemmo finalmente ritorno a casa, ognuno alla sua per poter finalmente rinfrescarci e fare una dormita gigantesca. Così che la sera di quel venerdì, prima di cena io e Giovanni ci incontrammo per scambiarci alcuni effetti personali che avevamo riposto maldestramente, uno nella borsa del l’altro. Ciao, come va dissi io, e sul cancello d’ingresso il cortile di casa sua Duru rispose, bene, sto benissimo grazie… e continuò a parlarmi emozionato e contento con un sorriso sulle labbra beffardo quanto malizioso… sono mica scemo io! ieri sera avevo in tasca 12mila lire, ma sono stato furbo, le ho tenute così le ho risparmiate… io replicai… ma se ti ho promesso il doppio di quanto denaro mi avresti prestato, perché non hai accettato?… rispose lui, oggi ho dormito tutto il giorno e Tu mi hai pagato comunque la giornata… 12mila + 12mila è = a 24mila e tu mi stipendi con 30mila£. al giorno, ho guadagnato altre 6milalire, per giunta senza fare un bel nulla. Non potei nemmeno tentare di ucciderlo con le mie stesse mani, perché il giovanotto era più alto di me d’una spanna ed era robusto quasi il doppio… Giovanni o Duruddu?

 

 

Era il duemilauno, e ho ben presente l’anno in quanto eravamo a ridosso tra il passaggio dalla lira, ahimè, che si trasformò in euro. La banconota europea avrebbe dovuto sanare i bilanci della nostra povera Italia…permettetemi di lasciare ai posteri l’ardua sentenza della riuscita o meno di questo intento. All’epoca per me il problema non sussisteva dal momento che non abbisognavo di nulla e quindi ero del tutto indifferente a questo “cambio” della guardia. Infatti decisi di comune accordo con un mio amico (per fortuna ora ex) di fare un viaggio che, oserei direi, azzardato. Destinazione Russia. Avremmo – come sempre – deciso per un viaggio da soli, senza consorti, e con le quali avremmo dovuto ovviamente fare i conti, prima e dopo la partenza, ma con il giusto dosaggio tra tempo e parole, riuscivamo sempre a spuntarla e quasi sempre l’epilogo era: “è l’ultima volta che te lo chiedo amore” …e poi si sa, ogni uno usa la sua tecnica persuasiva, che quasi sempre contiene piccole bugie. Eravamo tanto esuberanti e incontenibili a quei tempi, che le mogli non si opponevano più di tanto. Anzi, secondo il mio parere, alla fine erano ben felici di togliersi dai piedi i loro consorti, e la loro opposizione alla fine era una prassi che potrei dire giustificata. Per quanto riguarda mia moglie, ammetto che non ero mai molto contento di tanta magnanimità, del resto lei era ed è anche oggi una bella donna. Mi sa che alla fine il più preoccupato dei due ero io, ma l’uomo è uomo, caspita! Gioco-forza reggevo la parte del duro fino in fondo, ma, vi assicuro, mezzo cuore lo lasciavo a casa c…o.

E così, dopo la necessaria burocrazia per i documenti da consegnare all’Ambasciata russa di Milano, partiamo alla volta di Mosca. Mosca: già il nome mi fa paura che unito alla paura per il volo, da sempre il mio tallone di Achille, faceva cominciare il viaggio più con i dubbi che con certezze.

Tre ore, tanto durò il volo che mi ha fatto venire i brividi…letteralmente, anche per la presenza poco prima dell’atterraggio di piccole stalattiti ciondolanti sulle ali del velivolo. Appena sbarcati all’aeroporto di Mosca ad attenderci c’era un freddo gelido di circa meno20°, ma non fu l’unica cosa gelida. Le guardie, in maggioranza donne, nelle loro vestigia grigio verde spento e logoro, certo non ci misero a nostro agio. I sorrisi delle stesse poliziotte erano inesistenti al contrario, con una severità che era ancor più pronunciata dai capelli raccolti stile vecchia signora. Come non bastasse fummo “incanalati” a gesti verso delle corsie segnate per terra da due righe parallele che ci indicavano rigorosamente la “retta via”, con una severità accentuata dal disegno di un busto di donna in divisa militare, con il dito indice proteso verso il naso, che stava a indicare SILENZIO! Interessante vero? Strano comunque se si pensa allo sbarco a Honolulu nelle Hawaii, dove si avvicinano delle splendide ragazze con costumi sgargianti e colorati buttandoti delle collane di fiori al collo, dimenando il gonnellino di frasche palmizie, a Mosca si vive una sorta di pena del contrappasso.

Ma finalmente, tra lo stupore e la perplessità, ritirammo il nostro bagaglio e, preso un taxi, ci recammo al nostro albergo. Un albergo immenso di 500 stanze e un numero non precisato di ristoranti al suo interno che si affacciava direttamente  al Moscova, il grande fiume che attraversa Mosca vicinissimo alla Piazza Rossa con il famoso Cremlino, le cui mura di cinta merlate furono progettate e costruite da un famoso architetto milanese, ovviamente qualche secolo prima.

In un’ala dell’albergo Imperial si intravedevano pure le maestose guglie della Basilica di S. Basilio, anch’essa nelle vicinanze della Piazza Rossa. Lo splendido e regale paesaggio non è certamente l’equivalente dei moscoviti, dai quali si percepiva verso di noi un dispiacevole senso di ostilità. Le donne forse un po’ meno, ma gli uomini non ci guardano certo con simpatia, ma con sguardi sprezzanti e ostili, comunque di sufficienza quando ci andava bene. Del resto Galina, una guida turistica che ci accompagna per le vie e i musei della città, più volte venne fermata da guardie severe che, senza nemmeno farci cenno di nulla per il disturbo che ci stavano arrecando, afferravano la povera Galina per un braccio, e, divincolata da noi, veniva interrogata del perché fosse in nostra compagnia, nonostante fosse evidente che fossimo dei turisti. Il finale era sempre lo stesso, si vedeva chiaramente la povera donna estrarre dalla borsa qualche moneta da allungare furtivamente ai poliziotti per essere poi libera di proseguire il proprio onesto lavoro. Ovviamente, prontamente subito dopo si provvedeva a rimborsarla di questo ricatto legale che gli si perpetrava.

Ma quello che appena narrato è nulla in confronto all’episodio che ci capitò una sera e che regalò una grandissima paura mai provata prima…  la più grande paura mai provata. Cenammo verso le 20 in uno dei ristoranti dell’albergo, mi pare fosse il ristorante Ucraino, ci abbuffammo con pietanze tipiche e bevemmo solo vodka. Sarà stato il luogo o quella città fredda come i suoi abitanti, ma ammetto che la vodka a quelle gelide temperature scendeva nello stomaco come fosse acqua minerale. Dopo cena decidemmo di andare in un locale poco distante (non ricordo il nome), accompagnati da due simpatiche cameriere conosciute tra una portata e l’altra al ristorante Ucraino. Una di loro era incinta e fu proprio lei, Maria, che si offrì di accompagnarci in quel locale dove quella sera si sarebbe esibito un famosissimo cantante russo. L’amica Elena poi ci dice in uno stentato italiano misto a inglese che se ci fossimo annoiati di sentire quel cantante, nel locale vi si trovava pure una sala casinò. Che altro aggiungere, ben felici di andarci in questo famoso locale ambivalente, quindi: taxi e via…e in pochi minuti raggiungemmo il posto. Un bell’ ingresso, bodyguard in livrea, tappeto rosso, una folla incredibile che aspettava di entrare, ma non per noi, subito invitati a varcare la soglia.

Stesso copione dei giorni precedenti, donne che ti sorridono con sufficienza e uomini che ti guardano schifati…insomma l’ostilità la faceva da padrona. Ok, buon viso a cattivo gioco. Che ore sono? Presto, infatti il noto cantante non era ancora arrivato, che si fa? Le ragazze ci invitano a ballare, ma noi preferiamo andare nella sala casinò, quindi in qualche modo riuscimmo a  capirci e loro andarono nella sala di ballo a ballare, noi a giocare e ci si sarebbe rivisti più tardi. Roulette, io nonostante le giocate pareggiai mentre il mio amico “beccò” un “pieno” 36 volte la posta…non male: 350 euro di vincita. Molta gente non giocava, osserva. Elena ci venne a chiamare, finalmente il cantante arrivò, ce ne siamo rendemmo conto dalle urla festanti dei fans. Andammo tra la folla per sentirlo cantare, solo poco dopo capimmo del perché tutti i cantanti italiani che non hanno grande successo al loro paese, vanno a fare concerti in Russia. La musica e le parole del cantante russo erano a dir poco obsolete e patetiche, ecco perché i Phoo e Toto Cotugno spadroneggiano con i loro concerti. Ma si resistette per circa un paio d’ore per non offendere le nostre amiche.

Si fecero grazie al cielo le due di notte e tutti d’accordo decidemmo di tornare in albergo, casa ospitante per noi e fissa dimora per le “tipe” che ci lavoravano. All’uscita del locale, improvvisamente, mentre si stava attendendo il taxi, si avvicinarono minacciosi due poliziotti in divisa. Parlarono a voce alta con Maria e Elena e poco dopo le afferrano per le braccia e le trascinano verso un auto di servizio. Le ragazze si girarono per cercare di parlarci, ma vennero ripetutamente strattonate, e noi non capendo cosa loro tentavano di dirci in quel russo misto all’italiano dal quale l’unica cosa certa traspariva un velo di disperazione. Rimanemmo sbigottiti, io e Michele, senza parole, e cercando di capire cosa avremmo potuto fare. Nel mentre si avvicinò un ragazzo sulla trentina di bell’aspetto e si propose a gesti di portarci in albergo con la propria auto. Noi ancora trafelati e un po’ sgomenti accettammo subito pensando fosse stata una coincidenza fortunosa quell’invito. Ci avviciniamo all’auto, una jeep di piccole dimensioni, e da una delle due porte vi scese una seconda persona per reclinare il sedile e farci accomodare nel posteriore. Anche l’altro era un giovanotto dalla bella apparenza. Inizialmente sembra tutto normale, del resto noi eravamo preoccupati solo dalla sorte delle due povere ragazze. Partimmo e mentre uno dei ragazzi guidava, l’altro si era girato verso di noi per conversare, e mentre lo faceva ci accorgemmo che sembrava prenderci in giro, anche l’amico alla guida sghignazzava di tanto in tanto senza apparente motivo. Improvvisamente estrasse delle foto dalla tasca e indicandocele ci disse se desideravamo compagnia femminile, proponendoci alcune sue ‘cugine’.

Alla nostra risposta negativa, incalzò con l’offrici droghe, e ancora una volta noi rispondemmo di no. Immediatamente ci rendemmo conto che la strada fino ad allora percorsa era molta di più dell’esigua distanza che ci separava dall’albergo. Io con gesti e parole sconnesse feci presente ai due il particolare, e per tutta risposta il tipo alla destra estrae una pistola di grosso calibro dalla tasca e la rivolge verso di noi sorridendo beffardo. Merda, la tensione si fece altissima. Il mio amico non diceva nulla, atterrito e totalmente incapace di reagire. Io non fui da meno, ma del resto pensai… Questi se avranno tutto ciò che abbiamo in tasca ci lasceranno andare, ed è così che comincio implorante ad intrattenere una specie di trattativa. Per cominciare con gesti pacati, mi sfilai il Rolex per infilarmelo lentamente nelle mutande, aiutato da un buio pesto. Infatti mi accorgo che ci hanno portato in una fabbrica enorme dismessa, priva di qualsiasi forma di illuminazione. Doveva essere stata una siderurgica a giudicare dal suo aspetto ferroso e sinistro. Scena da film, ma di film non c’era un cazzo, era tutto maledettamente vero. Ho davvero sinceramente pensato che la nostra ora fosse  giunta. Fanculo…morire così a tremila km da casa. Con la forza della disperazione, mi rivolsi al mio compagno di sventure invitandolo a darmi tutto ciò che aveva in tasca, vincita compresa. Metto tutto il denaro insieme e lo offro a quello con la pistola cercando di spiegargli che era inutile che ci uccidesse, e anzi se ci avesse accompagnati all’albergo gli avrei consegnato altro denaro. Questo prese il denaro sorridendo da stronzo come per risposta, grazie a Dio positiva, il suo amico alla guida avviò  l’auto e ripartimmo. Ad un certo punto, percorso poche centinaia di metri intravedemmo un bagliore in lontananza. Sembrava una pattuglia di polizia, di quelle che controllano gli ubriachi o i drogati di notte, e così fu. Il mio amico finalmente ebbe un sussulto di gioia, e io con lui. Siamo salvi, pensammo. Ma ecco che senza essere fermati, i nostri due sequestratori si fermarono proprio di fianco ai poliziotti e tranquillamente si misero a confabulare tra loro. Di tanto in tanto, con le sigarette accese, poliziotti e stronzi si rivolgono a noi ridacchiando schernendoci palesemente. Avremmo dovuto  ricominciare ad implorare, e peggio di prima se pure le forze dell’ordine erano tacitamente complici. Terrore a mille! Poi inaspettatamente, improvvisamente come era cominciato quell’incubo tutto finì.  Ci lasciarono dopo circa due ore esattamente fuori dall’ingresso dell’albergo, che scoprimmo il giorno dopo essere distante solo qualche km dal casinò, pochi minuti di auto trasformati in un ora di paura.

In camera di corsa a farci passare lo spavento e a ringraziare Dio. dello scampato pericolo. Non appena ci riprendiamo dallo shock ricomponiamo tutta la storia, ci fu chiaro che al casinò ci stavano tenendo d’occhio. Da lì è partito tutto, ma la cosa più disgustosa è stato che anche la polizia era d’accordo. E le ragazze? Arrivano verso le 6 del mattino dicendo di essere state sequestrate in una stazione di polizia, e ci fu dato pensare che avevano subito violenza per poter tornare indenni. O forse erano tutti complici? Chi se ne frega! L’importante è che fosse finito quell’incubo tremendo. Mancava ancora un giorno alla fine della vacanza, ma lo trascorremmo interamente in camera: la voglia della partenza dall’Italia lasciò ora il posto alla voglia di tornare in Italia. Era il primo mese del primo anno del nuovo millennio che noi si iniziava con la paura di morire.

Non sono pentito di aver fatto quel viaggio, è stata lo stesso un’esperienza indimenticabile, di certo non la ripeterei mai più, non almeno in quel modo, da superficiali bulletti da città. Pensai che la prossima volta che semmai volessi ritornare in Russia, non andrei di certo a Mosca, ma a S. Pietroburgo… e con mia moglie, mentre ora ritorno sulle ruote della mia moto che sta salendo su per la strada che porta al Santuario della Madonna della Torre, a Pianico.

 

Susanna

Traguardi di vita …uno. A me sembra un anno che ti conosco, che so che sei la donna della mia vita. Forse ancor oggi trovo da ridire sul tuo essere, come Tu trovi da ridire in me, ed è il motore che spinge i cuori a volersi amare se possibile ancor più. Lasciare che la vita trascorra senza l’aspettativa un alcunché di emozioni è  sperperare il dono della vita stessa, per questo sei la mia fonte che sgorga acqua fresca. L’amore ha mille facce per farsi riconoscere, mille modi per dire ti amo. L’amore travolgente dei vent’anni… un impetuoso bellissimo ricordo che rimarrà a partire dal compimento degli stessi, l’amore consapevole, il momento in cui si decide di non rincorrere false chimere e scegliere la via migliore, l’amore che si propone nel sentimento apparentemente più tiepido del rispetto. È un momento importante per la vita di ognuno. Tanti anni di lune in cielo trascorsi insieme alla mia compagna con contorno di piccole bugie e ancora qualche gelosia da sedare, ed ecco che l’amore pretende rispetto sulle azioni e le parole che usiamo nel rivolgerci a chi amiamo… con rispetto.

Dopo trent’anni di vero amore, grazie alla mia adorata Susanna, sono arrivato al traguardo del ‘rispetto’, cos’altro mi riserva il destino da parte del l’amore, non m’è dato di saperlo prima, ma se sino ad ora mi ha regalato quella perla di donna che Dio. ha fatto modo incontrassi, seguirò l’amore ovunque mi voglia portare donandoti tutto me stesso, alla sola condizione che Tu sia sempre al mio fianco per percorrere insieme altre strade e raggiungere ancora nuove spiagge. Ti Amo Susanna, Buon Compleanno mio immenso bene.

Con gli occhi scrivo sul cuore i ricordi su due ruote. 2

Grumello del monte, l’ultima volta che lo frequentai fu una sera tarda ed io, mio fratello  e il cognato Angelo andammo in un posto un poco osè, a luci rosse insomma, una sorta di nightclub camuffato da discoteca, ma i separé dove ci si appartava a pagamento per ‘necessità orali’ e palpate alla polipo gigante erano del tutto materiali e non lasciavano alcun dubbio sulla vera identità di quel locale. Io ero, senza vanto, un abituè di certi locali, mio fratello Emi un po’ meno, e nostro cognato ancor meno perché troppo impegnato a lavorare parecchie ore ogni santo dì, il rimanente era il sociale, il cibo, cacca e dormire.

Entriamo e subito ci accoglie una tipa che in totale aveva addosso dai venti ai trenta centimetri quadri di stoffa, due gambe che sembravano iniziare a Bergamo per finire a Brescia che stavano su di un paio di tacchi che le faceva arrivare fino a Verona. Ci fece accomodare su delle poltroncine alte da terra una spanna che quando ci sedemmo riuscimmo a vedere chiaramente il colore delle mutandine tanga che la ragazza indossava, che anche non avessero avuto un colore, avremmo sempre e comunque immaginato la stessa meravigliosa perla nascosta dal guscio di un ostrica, bene, era fatta, ora si era lì, j uno accanto all’altro ed era inutile ci parlassimo perché la musica assordante non ce lo permise, e lo stesso non aveva importanza alcuna parola, ognuno guardava avido di gambe in minigonna che ci scivolavano davanti… Angelo fremeva e continuava a girarsi a destra e manca, i suoi occhi non perdevano nemmeno il tempo di battere le ciglia perché sbarrati alla ricerca di ‘prede’, sembrava un bimbo in un negozio di caramelle con gli scaffali per riporle alte un metro e mezzo. Era inquieto e nervoso Angelo, talmente teso che ad un certo punto, al passaggio di una bella entrenous si sollevò facendo molla sulle gambe e con uno scatto repentino le afferrò al volo una coscia cingendola con due mani, fino a farle scivolare su nelle parti della sala giochi. Ovviamente io e Emi cercammo di ‘placcarlo’ ma non riuscimmo ad evitare di essere ripresi da un enorme buttafuori tatuato che ci ammonì di tenere a freno il “ragazzo caliente”. Il resto della nottata trascorse in modo che non ricordo bene… la memoria nel ricordare le altre ore che seguirono mi sfugge… forse perché si era sposati o impegnati tutti e tre… fantastico mitico Angelo, che quando è in compagnia di un altro mio cognato, lo canzoniamo chiamandolo ‘Angel freç, fradel del pôèr Sugamá de Bagnatica, e öl pader dè tôç dú, l’era öl Pierí Frer che l’era spüsat la Tirabaciú dê Potranga.

L’Angelo detto il freddo, (Angel Freç ) perché il suo sguardo era freddo come quello d’un pesce lesso e con le donne non ci sapeva troppo fare, era fratello del povero defunto Paolo Pezza ( pôer Sugamá ) l’asciugamani di Bagnatica che fu il paese dove visse, così chiamato perché prima di importanti decisioni, si lavava e poi si asciugava le mani con una pezza appunto asciuga mani.  Il papà di entrambi si chiamava Piero Pezza (Pierì  frer, Piero il fabbro ) che di mestiere facile supporre facesse il fabbro, costui sposò la signora Lina Tiraboccioli ( Tirabaciü la ‘Tirabaci’ ) di Ponteranica, perché in tempo di guerra al passaggio degli alleati per le strade di Milano, “tirava baci” a tutti i soldati che incontrava con lo sguardo e sembra che non si fermasse solo a smancerie scoccando baci sonori fatti tra mani e bocca, ancor peggio pare che il ‘vizietto’ gli rimase senza il passaggio dei militari, ma anche nelle numerose feste ai giovanotti del paese molti anni dopo la liberazione d’Italia dalla seconda guerra mondiale.

Lasciai Grumello scoppiettando di marmitta dopo la grande curva, svaniscono pensieri di amici, cucina, tette, “ballerine” e parenti, conte decaduto’ compreso, ora sono solo di passaggio…

Ogni volta mi chiedo quanto avrò il piacere di ritenermi ancora come ora, un motociclista, un bikers, un bastardo su due ruote con tatuaggi sui bicipiti. Che se i tatuaggi dovrebbero  intimidire e affascinare, a me rimane la Madonna delle Grazie su una spalla, e una Croce cinta d’Alloro sull’altra che dopo un ventennio sbiadiscono sulla pelle ma mi si imprimono saldamente nell’Anima… al riparo dalle cazzate che ancora combino, e di certo in ugual modo le figure Sacre non intimoriscono più nessuno, malgrado più di un miliardo di “fedeli” sen’è persino perso il semplice rispetto e doveroso timore.

Ma alla fine sono un motociclista bastardo, un bikers ormai solitario che sogna come quando aspettavo con ansia mi si sostituisse un carburatore “14” Bing con un “16” Dell’Orto… due cavalli in più aggiunti al motore del mio ‘cinquantino’ Gerosa Zundāpp… la mia prima moto da “cross” che ebbi sulla soglia dei miei quattordici anni. Quando mio padre me la comprò a rate costava la bellezza di 375mila lire, l’equivalente odierno di quasi 200€… Costava poco di più l’Ancillotti con motore Shasc, 425mila£. Veniva da Firenze questa motocicletta innovativa in tutti i sensi ed è a lei che i signori Polini debbono la loro fortuna… il papà di quei ragazzi vendeva benzina miscela a litri travasata da canistri di latta, ora quarant’anni dopo i figli sono proprietari tra le altre cose di stazioni di benzina in tutto il mondo e il loro nome figura i tutti i circuiti da GP d’Europa e non solo. Per questo scelsi la Zundäpp, allora come oggi preferisco fare come i salmoni, controcorrente, con il resto della gente mi piace dividere l’amore non gli oggetti e amo faticare per riuscire a deporre le uova alla sorgente.

La moto è un pezzo di ferro e non ci si può innamorare ma ci si può innamorare del senso di libertà che  ti regala il vento in faccia e tanta innocente spavalderia che consumi viaggiando in sella ad una moto. Quel sentirsi a posto anche dopo trecento kilometri macinati di fresco tra strade di molta polvere, sporchi sul giubbotto di pelle ma puliti dentro da pensieri indesiderati.
È una vera passione la moto, anche se non può minimamente competere con l’amore che si prova per una Persona. 💕, e allora lei si vendica ricordandoti che quando ti sei presentato in sua compagnia, la tua autostima era esplosa dal tachimetro che la misurava, e hai fatto palpitare il cuore di chi hai amato o di chi ami. Ecco allora spiegato il motivo per quanto si ama tanto la moto, forse perché non c’è un età in cui rallenti, ma si apre sempre più la manetta del gas, non come adesso che viaggio sereno lasciandomi alle spalle Grumello del monte e percorro lunghi tratti di strada nella campagna con poche case e molti lampioni, vado verso Castelli Calepio, il prossimo paese che è davanti alla ruota di qualche kilometro. Non c’è niente che mi possa ricordare persone o cose tra campagna e lampioni, ho tempo per gustare il piacere di avere sotto il culo l’oggetto del mio più grande desiderio, il mio ego personale, il mio Albero dei Moroni, la mia fantastica GS, la mia bellissima moto, per questo penso a quella moto con cui feci uno dei viaggi più belli che abbia mai fatto, quella volta che partii solitario per Bachau in Romania.

Una sera di fine ottobre dico alla mia compagna che  sarei partito  per la Romania con la mia Adventure nuova di pacca. Cosa ne pensò lei, egoisticamente non ricordo, ma allora funzionava così. Era uno dei miei spazi, una delle mie piccole grandi pazzie. Fu così che partii un mattino di novembre da casa mia in Bergamo, la prima tappa fu di andare al cimitero dai miei, a Villa di Serio, così, forse per avere una sorta di benedizione, ricordo che all’ingresso una signora stupita forse dal mio strano e inusuale abbigliamento da motociclista, dato che faceva già parecchio freddo, mi squadro’ come si guarda un marziano, e dopo avermi chiesto dove andassi, io risposi… in Romania, e questa ancora più stupita mi raccomando’ di fare molta attenzione. Non so… Ma ebbi la sensazione che mia mamma stessa me lo raccomandasse nei panni di quella gentile e premurosa signora, e partii, testardo e incosciente come di mia natura quando voglio  assolutamente qualcosa invece che umilmente limitarmi nel desiderarla.

Cartina sul serbatoio con nastro adesivo che copriva i lati di una busta di plastica che la conteneva, nel 2001 i satellitari erano solo per auto da sogno, figuriamoci se le moto ne fossero provviste, via in autostrada per il confine Triestino, alla prima dogana. A parte il freddo pungente, nessun intoppo, macinavo chilometri con una determinazione che nemmeno sapevo di possedere, e comunque quella volta mi ero intestardito di voler percorrere il massimo della strada possibile. Infatti verso sera inoltrata, arrivai al confine di Arad, in Romania, non scorderò mai che dopo aver pagato il biglietto autostradale, avanzai di qualche metro per fermarmi a sistemare i soldi di resto, ma sorpresa! Le gambe si erano intirizzite dal freddo a tal punto che si bloccarono e non riuscivo a muoverle, i piedi rimasero inchiodati alle pedane, risultato cado di lato, io, moto e bagaglio, rimanendo per terra qualche minuto prima di riprendermi, e a fatica estrassi la gamba incastrata dalla moto. Ma mi rimisi in marcia poco dopo nel bel mezzo di una fitta nebbia, alla ricerca di un albergo che mi ospitasse per il meritato riposo. Finalmente dopo aver percorso in totale 1300 chilometri, il meglio di quanto abbia mai fatto prima e quanto poi sino ad ora.  Intravidi un forte bagliore  che tagliava come una lama la spessa nebbia, era la rassicurante e invitante luce di un insegna d’albergo cinque stelle, e vi assicuro le meritava tutte, e il prezzo adeguato allo standard rumeno dell’epoca, 70 euro per cibo, pernottamento, parcheggio e mance comprese, ma non era il motivo per cui mi trovavo li, come non lo era il solito motivo del sesso a buon mercato.

Troppo triste il solo pensarlo, trovo penoso che delle povere ragazze si offrano per pochi denari, e mi fa l’effetto contrario, invece che eccitarmi mi rattristo a manetta, non c’è paragone con la sana conquista. Il mattino seguente di buon ora, riprendo la marcia, un pallido sole sembrava accompagnarmi con il suo tiepido conforto verso gli ultimi settecento kilometri di marcia rimasti, direzione Bachau un grazioso paese ai confini della Moldavia, la mi recavo in visita ad un gruppo di persone conosciute in Italia qualche tempo prima, a loro insaputa comunque perché loro stessi ignari della mia visita improvvisata. Così percorro un buon tratto di strada tra meravigliosi saliscendi, nel bel mezzo di colline appena tali tanto eran dolci, non fosse stato per quei boschi di betulle e faggi inbrulliti dallo stanco autunno, sembrava di trovarsi tra i saliscendi ben coltivati e contornati da cipressi della nostra Toscana a riposo per l’inverno, poi tratti diritti con curve appena accennate, e di nuovo paesaggio collinare.

Finché nel primo pomeriggio ma già all’imbrunire arrivo a destinazione, entro in un bar per un caffè e telefono a Radu un amico, questi dopo lo stupore iniziale e un po’ incredulo, mi raggiunge poco dopo accompagnato dalla sorella, baci abbracci di rito e mi si chiede cosa volessi fare, e per quanto tempo intendevo rimanere in Bachau, io risposi che di preciso non sapevo, che vedrò. Radu e Elena tanto insistettero che mi fu impossibile rifiutare il gentile invito di passare almeno una sera e una notte a casa loro, che intanto ci pensai dovetti assolutamente accettare di essere ospitato per la sera e per il resto della notte presso la l’abitazione dei loro parenti di origine zingara, nel villaggio poco distante di Rachitoasa. Mi fecero da apri strada con la loro auto, e io dietro per una quindicina di kilometri perlopiù fatti salendo per una tortuosa strada di montagna con il mio cavallo di ferro, finché si giunse in quel grazioso villaggio rurale alpino, sembrava di tornare indietro nel tempo di almeno cento anni, le case erano per la maggior parte di legno e tufo, tutte ad un sol piano, steccati di legno che delimitavano le proprietà, non erano più alti di un metro, come volessero indicare che tutti erano padroni di tutto, e nessuno di niente, una comunità. I soli mezzi che mi capito’ di vedere erano dei carretti trainati da cavalli magri e scalcinati quasi a voler sottolineare la povertà del luogo, che non doveva comunque essere confusa con la ricchezza di fierezza dei suoi abitanti per lo più zingari, con rumeni in minoranza.

E dopo le presentazioni di rito con il resto dei famigliari, venni invitato a mangiare alcune loro tipiche pietanze e a bere del loro vino, fresco d’annata di cui andavano particolarmente fieri. A mia volta cercai di contraccambiare con ottime formagelle e salame nostrano che avevo portato apposta, ma ricordo che non ne furono particolarmente colpiti, come del resto non lo fui io per il loro cibo e per il loro vino, ma ovviamente mentii spudoratamente per non offendere la loro entusiastica ospitalità. Ricordo che finì in una bella ubriacatura generale, tutti ciucchi, anche i nonni, e terminó con un bel braccio di ferro tra me e i maschi della famiglia, e devo dire che ben mi difesi, probabilmente perché ero un po’ meno ubriaco di loro, verso la una, tutti a nanna finalmente, ero un po’ stanco, non tanto per le le 435 miglia che mi ero pippato, ma per tutto il resto della moviventatissima serata. Il mattino seguente, Elena, l’avvenente sorella di Radu, venne a bussare alla porta dove mi alloggiarono, io risposi e mi alzai dal letto per andare ad aprire, vidi lei e accanto un bambino di dieci, dodicianni anni circa con in mano un secchio colmo d’acqua e un mestolo, e li guardai stupito gettando lo sguardo intorno mentre mi fregavo le mani incrociate sulle braccia per il freddo intenso, al che capii che mi invitavano a lavarmi esattamente li, fuori, nel cortile, nel bel mentre che iniziava pure a cadere qualche fiocco di neve lieve trasportata dalla aguzza brezza  mattutina, ok mi dissi togliamoci il pensiero, mentre il bambino mi versava lentamente l’acqua con un mestolo, mi sciacquai velocemente il viso e le mani, ringraziaii ed in fretta rientrai, della colazione nemmeno se ne parlo’ non usi del farla, nemmeno si posero il pensiero di chiedermelo. I Rumeni che io ho avuto il piacere di conoscere, non hanno preferenze di un dato orario per mangiare, in genere mangiano quando ne hanno voglia, e perché ciò accada, bisognerebbe scomodare la storia.

Verso le dieci arrivo’ anche Radu, intanto la neve si era intensificata e scendeva più compatta e copiosa, tanto che decisi di lasciare la moto da loro in custodia e me ne andai con un taxi che feci arrivare telefonicamente da Bachau. Ringraziai tutti e me ne andai in un più confortevole albergo dove alloggiai per alcuni giorni a venire. Il tempo però non volgeva al meglio, anzi peggiorava sempre più, rischiando di rimanere bloccato dalla neve anche per mesi, motociclisticamente parlando, fu così che conversando  con alcune persone in albergo conobbi una persona che mi diede lo spunto per uscire da quella situazione, mi consiglio’ cioè di farmi trasportare con un carrello la moto, mentre io sarei stato comodamente al caldo nel furgone che lo trainava. Si trattava del furgone adibito al trasporto di persone che faceva la tratta dalla Romania a Torino per “fare il cambio” delle ragazze che lavoravano nei nightclub del capoluogo Torinese, profittavano così dei passaggi pure alcuni parenti delle ragazze stesse. Pattuito il compenso, ci ritrovammo il tal giorno alla tal ora e… partenza, anzi ritorno per l’Italia, che comunque dopo un po’ mi manca sempre, qualunque sia il viaggio, ovunque mi trovi, la mia terra e’ unica, e mi manca. Sul pulmino feci conoscenza di un sacco di persone giovani e meno, ognuna con la sua storia da raccontare, purtroppo quasi sempre triste data la natura del loro viaggio, nonostante la buona compagnia, la percorrenza, era molto noiosa, forse anche per la velocità modesta che non superava mai gli ottanta, novanta kilometri orari, fu così che in quel dell’Austria ad un autogrill per un rifornimento, chiesi all’autista di scaricare la mia moto dal rimorchio e mi comprai un paio di quanti invernali rivestiti all’interno con lana di pecora, di quelli che i camionisti usano per smontare le gomme del camion quando bucano una ruota d’inverno, salutai tutti, ringraziai e orgogliosamente ripresi la marcia in sella alla mia splendida compagna di avventura, la mia Bmw. Cinque, sei ore dopo ero a casa da mia moglie entrambi felici di rivederci, ed io orgoglioso di aver dimostrato ancora una volta a me stesso di poter affrontare qualunque cosa con determinazione, coraggio e ancor più, un bel po’ di sana incoscienza, che se non c’è l’hai, viaggi poco, o non viaggi per niente.

Ci sono molti modi di viaggiare, e oggi viaggio comodo sulle ali dei ricordi e poco avanti questi pensieri, finalmente vedo il grande portale ottocentesco che cinge in chiusura un magnifico parco che abbellisce una villa barocca. Questo portale arcuato si intraversa volgendo l’ingresso direttamente sulla strada provinciale e poco prima si intraveda il cartello che indica il nome del paese, Castelli Calepio, le mie due ruote mi ci hanno condotto cullate da dolci rimembranze che hanno fatto capolino dalle pieghe della mente sbadigliando un poco. Dopo il grande cancello di ferro del portale in pietra, il paese mostra il suo ingresso come fosse attraversato da due lunghi serpeggianti binari con palazzi e case che ne cingono i lati e fanno bella mostra di tutte le attività commerciali di questo luogo. Fra gli altri, le modeste vetrine di una officina meccanica che espone due macchine per ognuna ad invitarne l’acquisto. E lì che comperai in società con il vigá la Mercedes 240 D verde metallizzata con interni in velluto verdi pure quelli, calotte copricerchi in acciaio e verdi come l’auto. Non era la mia prima Mercedes, quella precedente era azzurra tinta pastello, fari l’impiedi al l’americana con motore che funzionava come un orologio svizzero, sembrava di sentire una sinfonia precisa di suoni e rumori, ma per un giovane nemmeno trentenne era troppo svilente l’averla pagata solo 500 mila lire a un contadino che l’aveva usata pochissimo e che si vergognava di andare in paese con il mirino sul cofano. Era perfetta, quella Mercedes, pur avendo più di quindici anni e sembrava mantenere ancora il fascino delle auto d’epoca, non fosse stato per il colore, pareva nel l’immaginario, vederla sfrecciare come ammiraglia alle sfilate fasciste di qualche decennio prima. Dei giovanotti non potevano avere successo nel caricare le ragazze con una macchina che sembrava rubata di nascosto al nonno mentre dormiva. Allora s’era di cambiarla, sostituirla con una Mercedes che sapesse di regale ma allo stesso tempo anche più giovane e filante d’aspetto. Eravamo ancora a Cicola io e Claudio quando la comprammo, ci serviva perché le telefonate per i possibili acquirenti di un cucciolo in un giorno erano una, due, forse tre, ma le ragazze con cui aprivamo “filarini” o tentativi tali, ci telefonavano almeno una decina di volte dal mattino alla sera…serviva un altro tipo di automobile, oggi, con il senno di poi, andrei volentieri in pullman da una ragazza… potessi ancora avere quegli anni… anche a piedi.

Ce la vendette la sciüra Valentina e suo figlio Marino quella “Verdone bella”. Si divertivano tanto ad ascoltare le stupidaggini goliardiche che raccontavo loro intanto che  rifornivo il “mezzo” di carburante, in genere raccontavo le nostre avventure amorose, e ripensandoci penso abbiano creduto solo ad una minima parte a ciò che dicevo, erano troppo ‘strane’ quelle storie…

Come quando una sera andai a Seriate per “caricare” la Veronica dopo il suo orario di lavoro per portarla in cascina a fare quello che facevano tutti i ragazzi della nostra età, non fosse che un amico mi avvertì di uno strano comportamento di cui si andava “bisbigliando” sulla Vero. Guarda, mi disse l’amico, portala in un posto isolato mi raccomando, non portarla in un hotel o in un palazzo con più appartamenti… perché chiesi io!? Fai come ti dico mi disse e capirai da solo il perché. Beh! la portai in cascina, più isolato di così, c’eravamo solo noi due in una notte fonda e nera come la pece, noi e circa un centinaio di cani… la signora Valentina chiese, e allora!?, e allora risposi io, eravamo solo noi due e un centinaio di cani che si misero tutti ad abbaiare e ululare quando la Vero cominciò ad urlare a più non posso nel momento del coito. Di certo non fu facile per me “terminare” ciò che stavo facendo e siccome i cani non smettevano più di abbaiare e ululare, dovetti fingere di avere un orgasmo perché l’amato ‘fratello’ non rispondeva più ai comandi, la mente si era impossessata del più nobile cuore e sentiva solo lo sgradevole piagnisteo canino. Capii il perché fossi stato avvertito dagli “amici”, che stronzi se la ridevano da giorni.

Non sarebbe stata la prima volta che si prendevano gioco di me gli “amici”, ricordo di quando mi presero in giro per mesi commemorando quotidianamente di una serata passata insieme in un nightclub. Todd Daun, detto ‘all l’italiana’, che in inglese non lo so scrivere e non me ne può fregar de meno di saperlo fare. Un locale a luci rosse nel centro di Milano, m’innamorai perdutamente di una ragazza in sala che prestava sensazioni proibite dal nostri tabù. Al secondo incontro in quel nightclub, portai a Sonia un bellissimo anello di alta bigiotteria accompagnato da un mazzo di rose rosa rigorosamente dispari che a quel l’epoca costava quanto si guadagnasse un muratore in quasi un mese di lavoro.  L’avessi mai fatto!!!  Come ci si può innamorare dopo poche ore che conosci una ragazza che poi, in oltre, non è la più bella del locale, mi dicevano gli ‘amici’ che in quei momenti erano magari sinceri, e per loro fu motivo più che sufficiente per tormentarmi mesi e mesi prendendomi in giro, e spesso con un bel pizzico di malignità. Era bella Sonia, paffutella ma con occhi e capelli di un nero corvino che toglievano il fiato.

Ho sempre rappresentato un modello di fascino ambiguo semplicemente per il mio tono di voce e il resto del corpo, sopratutto la mia faccia, son da sempre lo zio mancato di qualcuno, che alcuni riesco con tutto il cuore ad accontentare, altri aimé meno, e chi per niente, normale che un tale personaggio, ispiri sempre quel poco d’invidia, e gli ‘amici’ in quei frangenti se lo ricordano… eccome se lo ricordano. Mi piacerebbe tanto potessero sentire loro il peso di questo mio dono che è anche il mio fardello, per una settima soltanto. Mi piacerebbe gli ‘amici’ sentissero il peso di essere tutti quelli che si aspettano un qualcosa da qualcuno. Mi piacerebbe, ma non voglio e con il cambio dei tempi, continuo imperterrito ad occuparmi il più amorevolmente possibile al prossimo che incontrerò ben sapendo che si aspetterà un qualcosa da me. Non tutte o tutti sono ‘amici’, per grazia esistono anche quelli veri. Amiche e amici con cui ti raffronti per imparare e per insegnare là dove è possibile. Sono pochi ma son buoni. Meglio pochi Amici veri che moltitudini di gente da doverne dominare l’invidia, perciò è un eterno cercare di essere il meglio di noi al servizio degli altri… non conosco altri modi per chetare la coscienza ma mi prefiggo di non ancorami mai su vecchie e superate convinzioni. Penso, penso, su questa moto penso e percorro strade e paesi ricordando storie e luoghi che si mischiano tra loro fra  realtà e cose vissute, è un miscuglio di emozioni che emergono in uno stato di bene personale che nel mio caso è la moto e il viaggiare con lei. Ritornai in me dopo quello stato di trance e continuo con i ricordi che mi legarono a loro più di trent’anni della mia meravigliosa tribolata vita…

Si divertiva un sacco la sciüra Valentina, e gli raccontai più di una volta la storia di ‘Londra’… gli piaceva tanto risentire quando partimmo per l’Inghilterra diretti alla sua capitale. E fu quella volta che partimmo, il solito io, mio fratello Adelio e l’allora sua sposa Anna e Patrizia la mia compagna, colei che fu la mia fidanzata e promessa sposa, e non finì così. Partimmo, andammo a Londra per una breve vacanza…

Patrizia, io,  Anna e Adelio. Ognuno ha le sue fobie, e una delle mie è certamente volare in aereo plano. Ero terrorizzato al l’idea del volo, qualche giorno prima non stetti bene al pensiero di volare, ma dovevo darmi il giusto coraggio per dimostrare alla mia affascinate compagna del tempo di essere un uomo coraggioso, quindi mi diedi un tono rassicurante quando salimmo a bordo di quel mastodontico uccello d’acciaio. Sciüra Valentina, inôtel giragà n’turen… inutile girarci attorno alla storia, fini che su quel l’aereo di due corsie a tre posti, fummo io da un lato, la Patrizia dal l’altro, e lo stuart nel mezzo, ognuno con la mano a dita incrociate nel l’altra. Anche Patrizia se la faceva sotto in aereo, e ci salvò l’assistente di bordo tenendoci per mano. E Valentina rideva, rideva e io me ne dovevo andare perché si era fatta la fila dietro la mia auto al servizio carburante.

Intanto mi scema da sotto gli occhi anche Castelli Calepio, che già mi fa sentire il sapore di tinca, sapore di alghe di lago a Sarnico, anche s’ho da varcare la soglia di altri paesi. Sembra di vedere il lago al di là del pianoro di Castelli che sprofonda d’improvviso al suo orizzonte come ad ospitare le rive di un lago. In realtà il dislivello porta sulla strada di Tagliuno, un bel paese che costeggia il fiume Oglio lo stesso che sfocia nel, vicino lago di Sarnico. Il fiume Oglio, ogni anno è protagonista dei temerari che si gettano nelle sue acque apparentemente placide, ma in realtà tanto insinuose da prendersi qualche vittima che pecca di presunzione nel dargli troppa confidenza. Una sola volta vi andai con Maurizio, Osvaldo, Marina e Marta. Tre uomini e due donne, fatti due conti, uno doveva rimanere a ‘piedi’ di donna e non volevo certo essere io, per attirare l’attenzione mi gettai senza pensarci un momento in questo grande fiume, riemersi una ventina di metri più sotto e con quattro bracciate, terrorizzato afferrai un ramo di un salice piangente che sporgeva da riva e con un sol balzo guadagnai la riva, al sicuro. Tornai dagli altri fingendo non fosse successo nulla di grave e Marina mi venne incontro per sapere come stavo… non fui io quel giorno a rimanere senza una donna…

Apro di nuovo il gas, è come se quel ricordo ancora mi facesse rabbrividire al solo pensarlo, ed è un attimo che raggiungo Castel De Conti, altro paese immerso nella quasi totalità del verde con la vista del solo borgo storico che attraverso, e se esiste una parte del paese più moderna, non la conosco. Il paese è scosceso, a monte il caseggiato antico e sulla destra del mio cammino, il borgo storico di Castel de Conti. In pratica, un piccolo castello medievale con ricovero servitù e stalle annesse, di cui una piccola parte fu adibita in tempi moderni alla ristorazione e dove trovare più tipico il gustare rane fritte, se non negli scantinati di quel castello. Non ero in età di “rane”, ero in età di hamburger, ma faceva figo ci portassi l’allora mia fidanzata ufficiale Luisa che poi divenne ed è tutt’ora la mia ex moglie, e non lo dovrebbe più essere. Molto tempo fa chiesi e non ottenni l’annullamento del nostro matrimonio, dopo una cospicua somma sborsata per l’avvio delle pratiche ed estenuanti viaggi durati più di due anni per colloqui con il tribunale della Sacra Rota… mi fu detto di no. Venni comunque rassicurato dal l’avvocato ecclesiastico che se c’avessi riprovato il successo sarebbe stato garantito. Passi per altri due estenuanti anni di scartoffie, ma altri soldi ancora, per me significavano e significa ancora che non sto più parlando chiedendo un qualcosa a Dio. ma lo sto chiedendo agli uomini, e per quanti soldi possa avere ancora a disposizione difficilmente saranno mai impiegati per un secondo tentativo di annullare un grosso errore della mia vita dove ho semplicemente ma tragicamente confuso il voler bene con l’amore. Venti anni di convivenza e dieci di matrimonio civile possono bastare alla mia coscienza per convincere l’anima che Amo Susanna, mia moglie adesso e per sempre e sono certo che è lo stesso pensiero di Gesù, perciò tanto mi faccio bastare e ce n’e d’avanzo per la pace del mio spirito.

E sono a Villongo che nome più espressivo non poteva essere dato ad un paese Longobardo, altro paese che non mi dice nulla se non il piacere di attraversarlo sulla mia potente moto. Nessuna cazzata combinai in quel bel paese, e nemmeno cose belle così che qualcuno si salvò  e qualcuno perse forse un ‘qualcosa’ che potevo dare… chi non ho avuto il piacere di conoscere. Altro verde a destra, verde a sinistra e caseggiati che sanno di lago. Lo stesso che andare al mare e cominciare a vedere quei pini che sanno di Roma. Alti e con un solo grande grappolo di aghi cuneiformi sempreverdi, nel tanto si sente un tenue odor di salsedine e qualche miglio dopo vedi la spiaggia e il mare. Invece vidi Sarnico, è già finita la tratta di Villongo Longombardo.  La prima sosta che feci fu una tappa obbligata per chi frequenta quei posti. Mi fermai nella grande piazza antistante dove la maggior parte dei viandanti su due ruote spinte da un motore si ferma. È come rendere omaggio ad un alto valor militare, un ossequioso fermarsi in mezzo ad altre cento moto parcheggiate sapendo di essere osservati da mille occhi che fingono indifferenza ma hanno di già iniziato a parlare di Te e della tua moto. Parcheggiai sul cavalletto “laterale” che fa più figo, tolsii guanti e poi il casco… più lentamente possibile, sistemai  alla selvaggia il cuoio capelluto con una manata passata sul capo a dita aperte, uno sguardo veloce allo specchietto per controllare se c’erano peli nel naso, e con noncuranza avviarsi con passo da duro che ciondola spavaldo nel suo incedere… e casco alla mano verso il bar per un caffè.

Un buon caffè bevuto in un tavolino all’aperto con una sigaretta , magari la prima del mattino, gambe allungate accavallate alla “burina” e sguardo su quel magnifico albergo con i balconi che sembrano ringhiere di palazzi vecchi nei borghi dei Navigli a Milano, che quando penso ai Navigli, penso ad Alda Merini. Non amo leggere, preferisco scrivere, questo mio modo di vedere le cose mi porta inesorabilmente ad essere un pessimo lettore, e non conosco che pochi brani famosi di scrittori e poeti famosi.  Amo Alda Merini perché in quel niente che ho letto di Lei, ho comunque sentito un ‘contatto’ che di più intimo non c’è. Lei Donna, io uomo. Per me era lo stesso leggere di Lei e nel contempo essere in una delle sue stanze sui Navigli impiastricciate sui muri con del rossetto che ricordavano un numero di telefono, o vedervi scritto con una matita una delle sue molteplici espressioni d’Amore di rabbia, d’odio e Fede. Stanze intrise di fumo di sigarette fumate in dismisura come quanto Alda beveva vino, per stordirsi, per confondersi e non dovere per forza confrontarsi con un mondo che non le apparteneva se non per insegnare a chi voleva imparare. Ad una mia carissima amica dettava due, tre, quattro poesie al telefono, di getto, poesie dettate nel mentre che per la prima volta poetava, poi generalmente si spazientiva e la mandava a quel paese. Grande Alda. Bellissimo quel l’albergo a ringhiera fiorita che si affaccia sul l’estuario del fiume Oglio che da l’inizio al lago di Sarnico. Un canale largo quanto basta per confonderlo con il lago stesso alla foce. Di sera d’estate, la piazza di Sarnico si riempie di luci che si riflettono nel l’acqua illuminando a giorno quel bellissimo Albergo.

Fumavo la prima sigaretta del giorno, sbracato a gambe tese a piedi incrociati, amorevolmente stordito dal primo fumo che inalai quel giorno, e dopo aver bevuto un ‘ristretto’ corroborante forte a tal punto da mischiare il suo stordire al pari della sigaretta. Non mi restò che arrendermi e pensare in santa pace, senza il piacevole assillo di governare 110 cavalli motore da dietro un manubrio. Un attimo di quiete, e penso con davanti tutti quei gerani rossi, bianchi e rosa che adornavano i balconi del l’albergo Mirafiore. Lena e Samuele, iniziò lì la loro storia… e forse finì lì. Lena era una bellissima Rumena. La conobbi in un nightclub, arrivava dalla Romania in compagnia di altre amiche. Sammy se ne innamorò subito, nonostante gli stupidi pregiudizi sul presunto lavoro di ‘ballerina’ che ‘usavano’ per guadagnare soldi da mandare a casa per la famiglia, dove il padre in genere era un alcolizzato cronico e la mamma con altri figli da sfamare senza nessun entrata che quella della figlia entraneuse in Italia. Lo stesso delle sue amiche che cercavano attenzioni particolari da parte di uomini ubriachi e strafatti per poter spedire a casa il denaro che serviva a sfamare il figlio o la figlia o i figli. Ragazze che avevano dai 18 ai meno dei trent’anni, e alcune si dichiaravano maggiorenni ma avevano sedici anni o poco più… uguale misura d’età trascorsa per un cavallo da corsa che oltre ever smesso di galoppare, non serve più nemmeno per la monta. Come Lena, la morettina con due seni da far impazzire un gay del sesso opposto, piccolina ma bellissima e piena come il meglio del fiore di quel l’età, qualcosa alla Cleopatra di Liz o al Trono di Spade della Calisi.

Samuele era innamorato di Lena, o forse lo era della sua esuberante età, fatto sta che i due vivevano una storia di night e d’amore. Lui quasi quarantenne e Lei una finta maggiorenne. Si incontravamo spesso al Mirafiore, per brevi scappatelle di fine settimana. Samuele era sposatissimo e oltre alla pena di tradire la moglie Annalisa, aveva anche il cruccio di tradire la fiducia dei suoi due figli adolescenti Marco e Andrea. Mille storie vissute di notte al chiaro di luna in riva al lago o al chiaror di lampade psichedeliche, un amore clandestino ma sempre d’amore si trattava pensò Sammy, fino a quel sabato che non vedeva Lena da più di tre mesi. Disse che doveva stare con la sua famiglia in Romania perché il padre Gheorghe stava molto male… e accadde l’inaspettato.

Erano nella stanza 27, la solita, e dopo alcune smancerie, Sammy volle fare al l’amore con la sua Lena, lei riluttante lo abbracciava, lo baciava e smorfiosa gli faceva le fusa ma non si spogliava e non si concedeva, finché Sammy impaziente gli tolse gli indumenti che riuscì di fare… Lei spense la luce ma la luna beffarda si imponeva luminosa tra le fessure degli antoni della finestra a ricordare che era estate, a questo punto non fu possibile per Lena nascondere una prominente protuberanza della sua pancia, e non bastasse il seno generoso, era diventato straripante. Sammy si fermò dal baciarla e respingendola a braccia tese la interrogò con uno sguardo inquisitore, Lena a voce con il suo solito italiano stentato che tanto piaceva replicò, mangiato molto pane amore, vabbè sei bella lo stesso rispose Samuele e continuò a sbaciucchiarla in ogni dove. Dopo i baci l’amore, quello vero, di sesso e carne, e qui cascò l’asino… ad ogni ‘colpo’ d’impeto Lei vagiva un gridolino di dolore, qualcosa non funzionava al punto giusto. Non era troppo pane, forse era troppo pene, visto e considerato che Lena era incinta, e non certo di Sammy che dopo il secondogenito avuto anni prima con Annalisa, insieme  decisero che fosse meglio che al marito fosse praticata la vasectomia per escludere totalmente la possibilità si potesse mai più procreare. Se Lena era incinta, di certo il padre non fu Sammy, e i tre mesi passati a curare il padre, probabilmente curarono solamente le voglie di un amante in Romania, che molto tempo dopo si seppe non essere l’amante come il compagno del Mirafiore, ma un marito vero e proprio con cui aveva di già avuto in precedenza un altro figlio. Non ancora maggiorenne incinta del secondo figlio.  La loro storia iniziò e finì in riva al lago alla stanza 27 di quel bel l’albergo pieno zeppo di gerani multicolori.

Dietro quel l’albergo, il ristorante Gallo, di questo posto ho la memoria di una foto in bianconero con davanti una ventina di persone schierate in posa. Da sinistra mio Papà Giuseppe che cingeva la vita della prima mia sorella che si sposò con Piero il marito al suo fianco e poi cugini, mamma e parenti vari. Sono passati troppi anni per ricordare altro di quel giorno. Anche una mente fulgida ricorderebbe poco dopo più di quarant’anni… figuriamoci la mia martoriata da alcol, fumo e quant’altro possa debilitare il cervello di chiunque. Ringrazio il cielo di ricordarmi la foto e il ristorante Gallo.

Tra la piazza dove mi trovai pensante in relax, il Mirafiore e il Gallo erano divisi dal mio sguardo da una striscia di lago che ci separava, unita da un ponte, e a sinistra dello stesso una fila di pali per l’attracco dei Naèt, piccole imbarcazioni di pescatori che un tempo pescavano quintali di alborelle con la rete e le mettevano a seccare tra filamenti tirati fra i pali d’attracco. Dietro questo porto, le Palafitte, una serie di casette in legno erette sopra l’acqua e adibite per residence a ore. Un altra storia di altre persone, amici d’un bel tempo che fu. Dovevo alzarmi da quella sedia che mi inchiodava con i ricordi il culo e non schiodava da lì, e allora pensai che quel giorno non c’era nessun cartellino da timbrare per nessun motivo, e sciolsi ancora un poco le briglie al mio pensare a Sarnico. Claudio e Flavia, Alice e Massimo, quattro inseparabili amici che amavano fare tutto insieme. Uno era inseparabile dal l’altro, come la razza di pappagalli che si contraddistinguono perché passano la vita insieme e in genere quando muore uno se ne va anche il compagno. Non esattamente lo specchio dei quattro amici che dividevano gioie e dolori, e una sera divisero di comune accordo anche i letti e amanti comprese delle rispettive camere in affitto delle palafitte. Io ero di lato al l’appartamento di Massimo, e non posso dire con chi fossi. Ero ancora il convivente non del tutto convinto di esserlo, di Susanna. Uno dei sette anni di convivenza che ho avuto l’onore e il grandissimo piacere di vivere con Lei, ed ero tanto perso da non essermi avveduto da subito che era Amore vero e cercavo inutilmente risposte in altre storie che alla fine non mi portarono a nulla più che segnare altre tacche sul calcio della pistola.

Forse non mi interessava che fosse l’Amore Vero, avevo ancora voglia di stordirmi per la “perdita” di Monica. Susanna era giovane. Era bella. Era Bellissima, ma io l’avevo scambiata per moneta di scambio con Monica. Fu quando sette anni dopo, Susanna mi lasciò… due anni, due lunghissimi anni d’agonie per aver gettato ai rovi il mio Vero Amore, due anni per riconquistarla. Allora taccio sul nome della mia accompagnatrice, me ne pento e taccio.

Ad un certo momento, sentii il calpestio di Massimo che ad una certa ora della notte, uscì sul balcone per bere un sorso di champagne, probabilmente dopo aver fatto al l’amore con la sua Alice, e poco dopo uscì anche Claudio con una sigaretta accesa tra le labbra. Parlottarono fra loro e poco dopo uno scavalcò il parapetto divisorio dei terrazzini per raggiungere la ragazza del l’altro e non uscirono entrambi dalle stanze per parecchio tempo.  Il mattino seguente mi diedero il resto delle spiegazioni che comunque era una chiara storia scritta dal destino e aiutata da alcol e quant’altro anche se il motivo principale era il fatto che il più “vecchio” di loro aveva trentadue anni e non si ragiona ancora bene a quel l’eta.  Non ho più rivisto insieme quei ragazzi. So di loro che sono sposati ma non con Flavia e Alice, non vivono nella stessa città e non si frequentano più da allora. Il gioco è bello quando dura poco e certi giochi anche se brevi lasciano un segno che non si cancella, lo dico per esperienza personale che in questo frangente non hanno nulla a che vedere con moto e lago.

Sarnico e la sua piazza principale, quella battuta dai motociclisti che fanno i bancari di professione o sono impiegati in grandi aziende, e d’estate indossano pantaloni di pelle, magliette strappate senza maniche per mostrare ciò che hanno fatto in palestra dopo l’ufficio e intanto mostrano i tatuaggi nascosti da camice e dagli inverni.

E mi viene alla mente Carlo, un omone di un metro e novanta che di professione faceva l’assicuratore. Camicie pulite e stirate portate con cravatta per sei mesi l’anno e vestiti alla pari con scarpe lucide dello stesso colore della cintura e delle calze. Tre mesi uguale con stoffe più leggere, niente cravatta e primo bottone della camicia slacciato. I rimanenti tre mesi del l’anno per lui erano i migliori, passati con la sua adorata e amata Silvia in carne e ossa, e la sua adorata ed amata Harley Davidson  in metallo e cromo. Carlo gestiva una sua agenzia assicurativa e aveva due impiegate che facevano per Lui il grosso del lavoro. Al più era addetto alle pubbliche relazioni con i clienti e a parte ciò non faceva altro che accontentare gli stravizi di Silvia. Una bellissima ragazza bionda, attraente e provocante, piena di capricci e viziata al l’impossibile, e chi meno ama o non ama per niente, si sbizzarrisce molto a cercare e trovare vizi e capricci. Carlo, la sera e nei fine settimana, non chiedeva altro che di arrotolare le maniche della camicia per mostrare i suoi tatuaggi, e indossati jeans strappati retti da un cinturone tutto borchiato, arrotolava anche l’orlo dei pantaloni per mostrare un paio di stivaletti neri dal modello americano con anello d’argento, e inforcata la sua Harley scorrazzava felice per le vie di Sarnico, dove aveva comperato alla bella bionda un appartamento in un residence vista lago con piscina annessa, naturalmente non di pochi metri quadri perché qualora la mamma di Silvia avesse voluto farle visita doveva essere ospitata in stanze apposite. Silvia era incontentabile, passava dal desiderare un auto nuova, a voler rilevare e gestire un ristorante in Sardegna, anche se non aveva la benché minima voglia di lavoraci dentro, ma bensì si univa spesso ai commensali per brindare in continuazione con loro, alla “faccia” del povero cristo di Carlo che si era dissanguato per poter “coprire” economicamente l’ennesimo capriccio di una donna molto volubile… in tutti i sensi del l’espressione.

Carlo non assicura più nessuno se non pietosi parenti, famigliari ed amici, non ha più un ufficio se non casa dei suoi, e delle impiegate non gli rimase che un dolce triste ricordo. Si indebitò fino al collo per riempire il vaso del l’amore che sbagliando pensava di comprare pagando, e per lui non rimase che cercare di ricrearsi una nuova vita sulla soglia dei cinquanta, e se dalla nefasta esperienza d’amore non ne trasse la giusta dose di umiltà, il suo cammino sarà duro e cupo. È dal gradino del l’umiltà che molte persone hanno tratto vantaggio nel cercare di ricreare una vita che sembrava persa, è da lì che si riparte… e Carlo ben dimenticò campi da golf e cene in ristoranti esclusivi. Pane e salame e un bicchiere di vino grosso, e chi ti sta vicino non lo farà di certo per interesse, e da lì si riparte, non di rado anche per più di una volta nel corso di una vita.

Si fece tardi sulla tabella di marcia, fu l’ora d’andare, alzare il culo stanco dalla sedia con contorno di quello scricchiolio che la pelle dei calzoni da moto lascia come ‘rumore’ più o meno fastidioso. Mi rialzai e inforcato a piene dita il casco, mi diedi un tono fiero e distaccato, mi avvicinai ancora più ciondolante ‘crontrollato’ alla mia bicilindrica e con un balzo alla Terrence Hill la cavalcai, e nel mentre diedi il giro di chiave per poter pigiare il, bottone che faceva rombare i miei 110 cavalli nel motore. E ripartii per la volta di Predore.

Fu subito uno spettacolo da film. Mi sembrava essere in una scena di James Bond, una strada tutta grigio chiaro con nel mezzo linee bianche come la neve. Il sole cocente di un estate inclemente s’era di già fatto sentire e aveva ammorbato colori e sapori. Uno scenario da favola, su di un lato, a monte, un brulicare di sterpaglie e arbusti sempreverdi con ciliegine sulla torta di alberi nani che sbucano ogni quando, un verde rigoglio che si arrampicava su per la china del monte roccioso. Su quel lato tutto un costeggiare di monti ornati d’arbusti che serpeggiava insieme alla strada che cingeva le alte rive del lago che avevo sul l’altro lato da dove guardavo, sempre e lo stesso con un occhio solo, uno era sempre vigile sulla ruota che avevo davanti, o ‘diciamo’ tutt’e due insieme. Dal l’altra parte il lago, si vedeva chiaramente quella grande macchia nera che vi si specchiava, Montisola. È un isola in mezzo al lago d’Iseo, e confini territoriali a parte, bagnato anche dalle acque di Sarnico che vi giungon spente.

Di Montisola ricordo un fatto singolare, comunque strano. Prenotammo in una locanda del posto per la cena. Eravamo Claudio, Marina, io e Susanna, Simonetta mia cognata e Emilio mio fratello, suo marito e Caterina la loro splendida figlia, mia nipote. Andammo a bordo del motoscafo di Claudio. Una specie di Riva dei poveri, e lo dimostrò con i fatti più tardi. Era al l’imbrunire di una sera d’estate e al lago tra i monti vien buio prima, così che verso le 20 di quella sera, attraccammo al porticciolo sgangherato di quel ristoro… la locanda di MariaRosa.  Quasi contemporaneamente insieme al nostro attracco, arrivò uno scafo di notevoli dimensioni. Stavamo sistemando le cime per assicurare il motoscafo ad un palo, che il grosso natante prese posto dal l’altra parte della banchina. Scese un signore in giacca e cravatta e subito dopo un altra persona in calzoni sportivi e maglietta verde scuro con al collo un foulard anch’egli verde ma più chiaro.  L’uomo in maglietta si avviò spedito verso il vialetto di ghiaia che portava alla locanda ristorante, e con noi di fianco che camminavamo con lui. Si presentò, ma non con il nome, quello s’era capito, ci disse una serie cose che riguardavano l’attuale situazione politica di quel momento, e nel contempo senza gli fosse chiesto nulla da nessuno di noi, ci diede anche la sua personale opinione con soluzione annessa. Era Umberto Bossi. Siamo entrati nel locale e ci siamo accomodati ai posti assegnateci da mamma MariaRosa, non ci siamo più rivisti, e sinceramente non me ne frega niente, sopratutto perché non ho capito una mazza di ciò che ci disse…forse il Bossi ha pensato di evitare i convenevoli di presentazione, tipico di chi si sente un Duce nei suoi momenti migliori.

Noi sette si mangiò, e sopratutto tanto per non cambiare si bevve in quantità smisurate, tutti, ovviamente per nulla l’innocente Caterina. Quella sera in particolare ci fermammo a parlare con mamma Rosa che non faceva che ordinare “l’ultimo giro” ma eravamo già al terzo giro di grappe, e Lei ci raccontò di un episodio accaduto a Predore, in un campeggio del luogo, al di là della lingua di lago che separa Montisola bresciana dalla parte bergamasca. E la storia iniziò ad uscire dalla bocca di mamma Rosa… ce lo raccontò come fosse la lettura di un libro.

Era una afosa giornata d’estate, disciolte studentesse poco più che adolescenti trascorrevano le vacanze in un campeggio in riva alla quiete del lago. Lascia stare il buio della notte disse Caterina alle sue amiche, divertiamoci e andiamo a scatenarci al pigiama party di Rebecca e la sua gheng, cosa potrà mai succedere! La sua amica Betty replicò che l’anno prima i soliti ragazzi poco ignoti e molto idioti ci provarono, arrivando a motore spento ad attraccare sulle rive della casa di Rebecca, per fortuna furono scorti da un padre insonne che amava la pesca notturna alle anguille.  Per fortuna o per sfortuna aggiunse Carlotta, non possiamo dire come sarebbe andata a finire quella volta. Come caspita pensi sarebbe andata disse Caterina, nel modo in cui noi si decide vada, o baci o schiaffi… eppoi perchè preoccuparsi così tanto per due kilometri da fare a piedi nella pineta, stasera c’è anche la luna piena e il sentiero è ben illuminato sino ad arrivare alla casa di Rebecca. Andremo alla sua festa di compleanno costi quel che costi.  Non siamo preoccupate per la strada rispose Betty anche a nome di Carlotta, non è il buio che ci spaventa, forse l’anno scorso sarebbero bastati dei semplici baci, ma se i raga ci dovessero riprovare, non credo s’accontenterebbero solo di quelli e di qualche ‘carezza’, questo è il nostro dubbio. O ragazze, fate un po come vi pare, tanto io ho deciso di “farlo”, gli idioti non sono più tanto ignoti, sapete bene che ci sarà Adelmo, che guai a chi me lo tocca, e poi verrà 9Stefano, che cara Betty non sembra ti dispiaccia, e tu Carlotta potresti lasciarti un pochino andare con Alberto… anche non ne sei innamorata, è tutto l’anno che ti fa la corte a scuola, e non fare quella faccia che lo stesso la vostra regola può continuare a essere o baci o schiaffi.

Betty al sentir nominare Stefano venne pervasa da una strana sensazione di euforica smania, e saltellando nel mentre batteva le mani per applaudire la situazione, gridò in faccia alle amiche; lo “faccio anch’io”, lo “faccio anch’io”. Ma cosa volete fare stupide oche giulive disse a voce alta Carlotta, e Caterina rispose, hai capito benissimo cosa abbiamo deciso di fare, questa sera andremo al pigiama party di Rebecca e se i ragazzi ci raggiungeranno sarà festa per tuttiiii!  Quando ci ricapita un altra occasione come questa dove possiamo dormire la notte fuori dal campeggio senza l’assillo di quella vecchia megera di Giuditta, la capogruppo che ci controlla e ci assilla a vista, replicò Betty per dare man forte all’amica. L’adrenalina saliva con l’eccitazione e gioca pesante in certe situazioni, basta una scintilla di buonumore per scatenare l’apoteosi di sensi confusi, ed è un niente che accada l’imprevedibile. Carlotta intanto s’era fatta pensierosa e non ostentava più tanta sicurezza nel voler dissuadere le amiche, infatti d’improvviso gridò, al diavolo,  lo farò anch’io, non voglio ritornare tra i banchi a settembre con voi due smorfiose che ve la tirate perchè credete di essere diventate donne, non voglio rimanere la ragazzina sfigata delle tre, lo farò anch’io…  e finì in un urlo generale di gioia con braccia alzate al cielo.

Il solito rituale dei giovani di tutti i campeggi del mondo. Ogni anno a turno nascevano nuove amicizie, nuovi amori perciò gioie e a volte cocenti delusioni, l’eterno dondolio sull’altalena della vita che ad ogni passaggio accende e spegne i cuori.  E la sera scese lasciando che i suoni della notte passassero accarezzando le tende dei campeggiatori, e le tre amiche, truccate di tutto punto, vestite con poveri pezzi di stoffa che lasciavano intravedere il rigoglio della pubertà sopita dalle curve sinuose di giovani seni con fianchi e cosce che mostravano la loro strabiliante primavera. Si incamminarono giù dal clivo per raggiungere la casa di dove si sarebbe fatto festa, armate di borse che contenevano pigiami e camice da notte, che forse non si sarebbero nemmeno tolti dalla borsa che tutte portavano appresso.  Rebecca le aspettava in compagnia di altre amiche che le si sentirono a distanza schiamazzare festose in quel bordello di euforica maliziosa innocenza. Molte di loro avevano in animo grandi cose da fare, parecchie di loro aspettavano la visita di qualche pimpante giovanotto che incuriosisse la serata magari con un finale del tutto speciale.  Carlotta, Betty e Caterina non erano le uniche speranzose di far rimanere nel cuore il ricordo di quella splendida promettente indimenticabile “prima volta”, il colore più bello che un fiore possa mai dare. La ‘prima ‘volta’ che forse non sarà di puro consapevole amore, ma celato nel cuore è speranza sia il più dolce dei momenti da ricordare per sempre.

Intanto, sull’altra riva nella parte che le acque di Sarnico si mischiano con quelle del lago d’Iseo, sui confini del territorio bergamasco e quello bresciano, come previsto, Memo, Stefano e Alby, stavano ‘carburando’ bevendo una birra più del solito, forse per darsi coraggio nell’attesa di una notte che forse li avrebbe visti diventare “uomini”… Alby bevve più di una birra, e il timore non era solo per stemperare l’estenuante attesa di poter stare finalmente con Carlotta tutta la notte, cercava anche di mandare giù il rospo di dover portare con se la sorella minore Patrizia, imposizione forzata dei genitori di entrambi che erano in vacanza al mare.

Patty aveva la stessa età del trio d’amiche che aspettavano i ragazzi. Una biondina niente male con l’unico cruccio di quella onnipresente velata tristezza che attraversava il suo viso. Un malinconico marchio  che non la favoriva di certo dall’essere corteggiata a scuola dai compagni di corso, che non se la filavano proprio quella ragazza. Difficile escludere si potesse trattare di una bencelata indifferenza al “maschio”, fatto sta che lo stesso dominare con amore la scena in presenza di donne e fuggire dal voler stare anche solo qualche attimo da passare con un uomo, lasciava non pochi dubbi alle tendenze sessuali di Patrizia.

Doveva essere una folle spensierata serata d’amore per Mamo, Alby e Stefano, una notte dove non ci fosse il tempo ne la voglia di contare le stelle. Una notte che entrasse dentro come aver piantato il primo pilastro di sostegno nel cuore. In realtà fu per loro un angosciante pensiero al non si sa che si sarebbe potuto e dovuto fare, e il dopo, terrorizzava ancor piu. Cercavano sicurezze nelle birre gli ignari giovincelli, non potendo certo ammettere fra di loro di avere paura della notte brava che li attendeva. Le ragazze, dal canto loro, nemmeno si ponevano il problema di affrontare una tale entusiasmante ed eccitante avventura, la paura l’avevano di già vinta il momento di cosciente incoscienza con la quale decisero di “farlo”, e tanto doveva bastare, al resto ci avrebbe pensato il sesso cosiddetto “forte”.

I tre baldi giovani con Patty al seguito, salirono in barca, s’era fatta l’ora, e memori della precedente stagione, a trecento metri dall’approdo Rebecca, spensero il motore e a remi raggiunsero la riva, nessun papà  pescatore nei paraggi e fu subito festa. Tutte e tutti dentro quella bolgia di sano piacere di germoglio quasi innocente. La padronanza di ognuno era nelle mani di una beatitudine alcolica che governava le fila, la musica sparava forti note arrabbiate che confondendo stordivano i sensi, e a notte inoltrata iniziarono i primi accoppiamenti appartati a quella specie di rife party in gonnella e pigiama.

La più decisa sembrava Betty, nonostante l’iniziativa del “farlo” fosse nata da Caterina… prese Stefano per mano e si diresse ai piani superiori, la camera da letto dei genitori proprietari di casa, a quell’età è la meta ambita dai più intraprendenti rampolli in amore, e vi si appartarono. Anche Carlotta superò d’istinto la Caterina invitando il suo Alby ad uscire sul prato in riva al lago, non sembrava felice di farlo, più che altro era ubriaca di birre e sigarette mangiate senza senso, trascinava il già pesante Alby che poverello di avvenente aveva la gran simpatia… un po’ poco per la ‘prima volta’.  Poi, finalmente fu la volta di Caterina la promotrice di verginità perdute che al contrario non invitò sinuosamente il suo lui, ma Memo prese l’iniziativa stordito da mille scuse e pretesti per darsi il coraggio necessario, e facendole strada la condusse nella ricerca di una qualche cameretta libera, e così poco dopo avvenne. Patty non centrava nulla in tutto questo garbuglio dapprima platonico di un palpabile sogno anche se un poco contorto. Patty era sparita, forse inghiottita da quel gruppo di ragazze che il pigiama lo portavano davvero mentre saltavano sulle reti del letto,  si erano solo che ‘spaccate’ di musica e bevande troppo gassate, forse Patty finì lì, in quel posto. Stravaganze, cose mai fatte, emozioni che uscivano da tutte le tasche, un groviglio di belle esperienze che odoravano d’interno d’auto nuova, come il pagare la pizza per la prima volta ad una ragazza o sentire se profumi di buono prima di uscire di casa. Cose che possono apparire vanesie, lo stesso che vedere tra il giallo paglierino di una costa di monte arsa da un inverno senza neve, con un unico abete rosso dal colore sempre verde, che spicca con alle spalle il blu del cielo. Cose  che servono per mettere insieme la mente nel prepararla a cose più importanti come una notte di promesse d’amore scambiate tra ragazzi in piena esplosione di vita.

Una notte d’estate malandrina per Betty e il suo Stefano. Si è sentito aggredito dalla morettina, da far scomparire in un attimo tutta la sicurezza di quattro birre e due alcolici, inibito dalla ragazza tutto pepe, cocciutamente timido si è fermato ai preliminari fatti di baci e carezze, finché Betty, dolcemente fece riemergere la bambina che ancora v’era in lei e realizzò che in quel modo non poteva succedere. Non quella volta. Non quella notte con Stefano nella camera più bella. Nemmeno Alby riuscì ad avere il premio più bello, Carlotta vi si accovacciò vicina e si lasciò sbaciucchiare in modo maldestro senza il minimo cenno di partecipazione e quando si decise a dargli il primo bacio, non durò che qualche istante, Carlotta di scatto respinse a braccia tese il povero Alby e corse fuori dalla stanza senza dire una parola. Corse giù dalle scale a rottadicollo e spalancando la porta d’ingresso in un lampo era seduta in riva al lago rannicchiata su se stessa con il viso in mezzo alle ginocchia che singhiozzava parole sconnesse, ma era chiaro il loro significato di disperazione per una situazione che nemmeno lei aveva ben capito, non aveva capito quella isterica repulsione ad Alby… un ragazzo, un uomo, fu terribile quel bacio, la sconvolse dentro. Poco più in là sulla riva, Patty stava parlottando con due ragazze in pigiama che erano uscite con lei dalla casa per prendere una boccata d’aria, niente corteggiatori per loro o forse semplicemente non erano desiderati. Alché Patty sentí singhiozzare mestamente Carlotta e congedandosi frettolosamente dalle amiche, la raggiunse e le si sedette accanto cingendogli le spalle con braccia amorevoli.

Memo era il più ‘fico’, il più sicuro, il maschio alfa, quello che non avrebbe avuto problemi ad impalmare la sua bella. Talmente ‘fico’ e sicuro che invece che carburare all’inizio della serata limitandosi a qualche birra, s’era portato una ‘canna’… non da pesca, quella che sballa e se sbagli la dose, ‘sballa troppo’ e finisce che prima vomiti e poi t’addormenti con pensieri di draghi e streghe che ti girano attorno. Caterina andò anch’essa in bianco, nemmeno loro si fece nulla, neppure quell’ape imporporó quel bel fior.

Meglio così, in questa storia non c’era vero amore, solo innocente stoltezza e ingenua voglia di diventare grandi. Forse la prossima occasione sarebbe stata la migliore per tutte e per tutti… l’amore doveva attendere ancora un poco… Adelmo il giorno dopo si rese conto di avere sciupato un bel sogno, si ripromise di non fumare più e come per chiedere scusa a Caterina, la riempí di attenzioni per tutto il resto delle vacanze estive… La prossima volta per loro sarebbe stato il momento giusto per tutto. Stefano amava Betty, non resse la gioia di tanto gaudio, non resse la grande prova d’amore che Betty era pronta a ricevere, fu solo una questione di tempo e i due non si sa quando poi lo fecero, si sa invece che non si lasciarono più e nel mezzo il resto non conta.  Alby, rivide Carlotta e dapprima timoroso e impacciato riuscì a confessarle che in realtà quella notte aveva capito di non essere interessato al sesso femminile… Alby le disse di essere Ghay, non si aspettava di certo la reazione di Carlotta che si mise a ridere dapprima quasi nervosamente, poi scoppiò in un dolce sorriso liberatorio. Alby trasalì, i suoi occhi erano pieni di stupore e la meraviglia di quel ridere lo stava strozzando in gola,  fu allora che Carlotta decise di porre fine a quella tortura di idee confuse nella povera testa dell’amico e disse candidamente di non essere etero nemmeno lei è che lo scoperse in riva al lago quella notte mentre piangeva e fu consolata dalla sorella dello stesso Alberto, Patrizia, la ragazza molto carina con il viso sempre velato da un pizzico di malinconia, che adesso fissa compagna di Carlotta quel velo era diventato un perenne sorriso.

In questa storia non è vero che non c’era amore, c’era eccome… ce n’e stato molto a partire dalla luna che illuminava il sentiero per scivolare chiara sulle acque placide del lago di Sarnico che si divertiva con lei a far brillare mille stelle che luccicavano in una danza delicata di pace. Non è vero che in quella notte non ci fosse amore, c’era rispetto e cioè  amore allo stato puro, e se il rispetto a volte non si vede perché un fiore non si schiude nel giorno che si vuole,  in riva al lago il mattino dopo era tempestato di margherite che sono fiorite nella notte insieme all’amore di due donne innamorate. C’era l’amore… c’era, c’era anche la luna.

Sono passati parecchi anni da quell’estate malandrina, Caterina e Adelmo continuarono a frequentarsi, Lei cassiera in un supermercato di Torre Boldone e Lui muratore pendolare tra Bergamo e Milano, sfegatati tifosi Atalantini della curva nord. Anni dopo convissero insieme e nel rivederli nel tempo, jeans strappati e malcurata vestigia del rimanente, mi lasciarono supporre che le canne poi se le fumassero entrambi, non ricordo avessero avuto dei figli e comunque in seguito persi le loro tracce. Anche Betty e Stefano continuarono a frequentarsi, e pochi anni dopo convolarono a giuste nozze. Giuste perché i due si amarono da subito veramente e da questo bell’amore nacquero due splendidi marmocchi che ora saranno già in età di essere a loro volta protagonisti di qualche bella avventura nel campeggio dove mamma e papà li portarono per anni  senza stancarsi mai di quel magnifico posto pieno d’incanto.

Alberto ora è un avvocato di grido, e di certo non si accompagna con donne, come Carlotta, anch’essa non si accompagna con uomini ma solo con l’unico amore della sua vita, Patrizia la sorella dello stesso Alby, e tutt’e due le amanti lavorano con discreto successo nel mondo della moda. Rebecca non so più se è ancora la proprietaria di quella magnifica grande casa bianca sul lago, so di certo che si è affermata come preparatrice e organizzatrice di matrimoni, in pratica pensa Lei a una giovane coppia che si voglia sposare, dal l’auto che li accompagna in chiesa o in municipio, al viaggio di nozze,  tanto è famosa che è richiesta anche al l’estero anche per matrimoni gay… una bella e soddisfacente carriera.

Scrissi di una storia “strana”, e più strana di quella che era successo quella sera, di rado può ricapitare. Ce ne andammo alle 11.30 dalla locanda MariaRosa, giù al piccolo molo il motore del motoscafo non ne voleva sapere di partire, due camice sudate dopo, a forza d’insistere nel tirare la cordicella del l’avviamento, il motoscafo poté partire, solo per qualche miglio però, perché nel bel mezzo del buio più totale si fermò e non diede più segni di vita. La una di notte, le due e le tre, i cellulari a quel tempo non esistevano o fortunati chi l’avesse di già, per fortuna ci avvistò dalla riva opposta un signore insonne che fumava una sigaretta dal balcone di casa sua. Venne in nostro aiuto con un imbarcazione con l’intento di trainarci a riva, non fosse che arrivato a bordo della nostra imbarcazione, si avvide da subito che il problema del guasto era semplice, mancava la benzina. Non so se dire che rimasi di stucco per qualche attimo, e quando mi ripresi, odiai Claudio per una mancanza così stupida quanto banale. Si l’odiai… per un paio d’ore l’odiai. Lo stesso la serata non fu “strana” per il motoscafo in panne, il motivo era ben altro, io e Claudio, conoscevamo benissimo i genitori di tutte le protagoniste del racconto di mamma Rosa, infatti, sempre io e il Claudio la Marina e Susy eravamo in vacanza con i genitori di Alby, la sorella Patrizia e l’allora presunta amata Carlotta, quindi si seppe da subito dopo, l’accaduto.

S’era a Montisola, si ritorna a Predore, dal l’altra parte del l’isola. Io e la mia moto che riluce sulle poche parti cromate nel tanto che costeggia quella costa di lago che in alcuni tratti accarezza palme e ficus che pare di essere in California, e ci dirigiamo spediti al prossimo paese, nel mentre serpeggiai su quella strada, magari fantasticando portasse diritti sulla magnifica scogliera di Capri. Anfratti di roccia nascondevano anse di lago più avanti e guardare l’orizzonte in quel punto, era ed è come avere una cartolina illustrata a colori davanti agli occhi. Altri tre o quattro paesi dove in un paio di questi ci vorrei morire, e si era a Lovere, arrivo della meta che mi prefissi, e ritorno a casa, sempre in compagnia del melodioso suono meccanico che avevo nelle orecchie e me ne compiacqui, un motociclista conosce le scoregge del suo tubo di scappamento come una mucca riconosce il vagito del suo vitello fra mille altri, lo stesso é bearsi del suono del motore che ti spinge verso lidi di eterea libertà.

Il giorno, la sera e poi la notte servono per conservare testimonianze di vita vissuta, lasciare che la mente ci porti per qualche tempo nel posto che desideriamo, sia esso passato che presente, e in quei momenti, cullato dai miei pensieri, in pieno giorno la mia moto mi portò a Tavernola Bergamasca dove mi sfrecciarono accanto ricordi di persone e cose illuminate dal sole, dalla brezza delle sere e dalla luna delle notti.

Arrivare a Tavernola è come si uscisse da Menton per andare a Montecarlo. La strada angusta piena di tortuosità che mi lasciai dietro, divenne una specie di autostrada con al l’orizzonte un importante caseggiato sul fare biancastro con prevalenza di infissi azzurri, il tutto sul lato a monte, mentre sulla mia destra di marcia un importante steccato d’acciaio eretto sul ciglio di un viale di bolognini, delimitava il confine tra il viandante e il lago imperioso d’Iseo. Viale Roma che lascia le spalle via Sarnico per abbracciare via per Riva di Solto.

Era estate quelle volte che da adolescente andavo con il mio papà a pescare su quel viale. Di domenica mattina, papà Giuseppe mi portava a Tavernola, e mentre io pescavo le alborelle con l’ametiera da sei, in compagnia di almeno un altra ventina di canne protese a sbalzo su lago, appoggiate alla loro metà sulla ringhiera stessa del lungolago, Intanto Lui se ne andava al bar  a bere un calice o due di vino, e per il pomeriggio si era a casa di ritorno con un buon bottino di pesce argenteo fresco che mamma friggeva per la cena dopo averlo impannato per bene. Gepi, il soprannome con cui mamma Marianna chiamava affettuosamente mio padre, era al bar a bere un calice e solitamente in compagnia di quella coppia di sorelle e Leonardo, il marito di una di loro, la Laura, mentre la nubile era Giovanna. Due belle donne, intelligenti, molto somiglianti, perciò sorelle a detta loro…

Non potevo capire dal basso dei miei 10 o 11 anni se ci fosse malizia in una circostanza simile… il mio papà Gepi al bar con due donne molto carine e un uomo… non potevo capirlo, ero troppo piccolo, e lo stesso il babbo la domenica sera, tornando a casa, parlottava del più e del meno con la mamma al tavolo per cena, e sentivo che parlavano spesso tra loro di questo trio di persone che venivano a trascorrere le vacanze ogni anno la seconda quindicina di luglio e la prima di agosto, perciò m’avesse anche sfiorato un innocente dubbio che avrei sicuramente scambiato per gelosia, lo fugai senza indugio… ne parlavano i miei, il Gepi e la Maria che così mio papà abbreviava il nome di mia mamma Marianna, e gli diceva appunto… a iè dö “manbruche” chele lê, sono due “manbruche quelle lì”.

Mio papà era un bersagliere e aveva fatto la guerra d’Africa. Fu fatto quasi subito prigioniero degli inglesi, ma nei mesi precedenti, raccontava che nelle trincee scavate nella sabbia del deserto gli veniva fornita la razione quotidiana d’acqua che consisteva nella quantità di un litro. Diceva che lo si beveva quasi d’un fiato per subito dopo pisciarlo nella stessa bottiglia appena svuotata, e berla di nuovo una volta raffreddata quel poco, e ancora e ancora per più volte al giorno. Era l’unico sistema per sopravvivere a 40gradi al l’ombra per 18 ore e le rimanenti con non meno di 30. Tra quelle trincee, di notte mio padre di lontano, di tanto in tanto vedeva da pertugi scavati nella sabbia, grandi occhi bianchi che illuminati dalla luna, spuntavano da dietro le dune. Erano soldati dalla pelle nera come l’ebano che facevano risaltare i magnifici occhi bianchi anche nel buio della notte africana. Erano i “manbruchi”, appellativo che il babbo diede a quelle figure di soldati nemici che a lui risultavano inquietanti.

Iè dö “manbruche” diceva in dialetto rivolgendosi a mia mamma, sono due “manbruche”, parlando di Laura e Giovanna, non lo diceva con disprezzo, ma anzi con un pizzico di rispetto nel mentre sgranava gli occhi nel pronunciare quel “nome”.

Fu anni dopo, un po’ più grande che mia madre mi disse di quelle tre persone con cui lasciava tranquillamente che il Gepi si scolasse aperitivi a go go… le due sorelle non erano sorelle ma amanti gay, e solo il cielo sa perché il povero Leonardo si sposò la Laura, si poté solamente supporre che l’avesse fatto per uno smisurato amore che nutriva per Lei, anche se francamente, di nuovo solo il cielo sa quale esiguo compenso in amore potesse mai ricevere in cambio del l’accettare una situazione tanto bislacca. Allora non potevo capire, ero piccolo, ma quando mamma mi svelò il retroscena della vicenda, a 18 anni ero già in grado di capire che sarebbe stato facile intuire un qualcosa di losco sui tre che si accompagnavano con regolarità tutti i santi anni in vacanza sul lago d’Iseo a Tavernola Bergamasca, quando gli stessi abitavano a Riva del Garda, un lago nel bresciano molto più grande del modesto lago d’Iseo che  comunque  rimane un vanto bergamasco. Altra storia di vita l’intanto che percorro a bassa velocità questa bella cittadina lacustre, un altra storia d’amore dato e ricevuto, o mai dato e mai ricevuto. Un altra storia d’amore.

Quel viale di Tavernola che costeggia tutta la percorrenza del paese stesso, mi vide protagonista anni dopo di un riscatto personale, comunque un lieve sollievo al mio animo ferito per l’ennesima storia d’amore che stava naufragando. Erano gli ultimi anni del secolo scorso, ero occupato nel settore del l’antiquariato e affittai per alcune serate un bel pezzo di lungolago intitolato a viale Roma per una esposizione e tentata vendita di quadri, monili e oggetti d’arredo di antica fattura e lampadari d’epoca che è tuttora una delle mie più grandi ‘passioni’. Nel mio cervello tra le altre cose, balenava imperante l’idea di un ‘Amore’ perduto, mi stavo ricostruendo una vita, e tentavo appunto di riconquistarlo. Cercavo di comportarmi da “ometto”, dovevo riscattare del tempo sprecato, che al fine ‘sprecato’ non è mai perché è semplicemente il proprio percorso di vita e per quanto negativo possa sembrare, serve per poter capire dove s’è fatto il giusto e dove si è invece sbagliato.

Ogni sera, per quanto durò il periodo espositivo, pasteggiavo in un paese a mezz’ora di auto che stracolma caricavo di mercanzia per la tentata vendita. Clusone un bel paese posto su di un altipiano di seicento metri contornato da magnifiche montagne che lo accoglievano come un uovo enorme riposto in un gigantesco paniere. A Clusone cenavo spesso da Ennio, che era il titolare di una tipica trattoria, La Polenteria. Un ambiente che riportava alla mente un ambientazione di tardo 800, con mobili della nonna e suppellettili appesi alle pareti che ricordavano le masserizie di poveri contadini d’un tempo. Tavoli di legno con gambe tornite e sedie impagliate per accomodarsi a gustare una delle tante specialità della casa a base di polenta. La Polenteria, era bello quel locale, era, perché al l’alba di un primo gennaio di molti anni or sono, accidentalmente qualcosa prese fuoco nelle sue cucine è tutto venne divorato da fiamme impietose. Ennio, dopo qualche tempo in cui dovette riprendersi dallo smarrimento di aver perso ciò che di meglio aveva, avviò un altro punto di ristoro in Presolana, altro magnifico posto montano, altro vanto dei bergamaschi. Anche quella trattoria la chiamò Polenteria, eliminando solo “La”, ma in cuor suo mi disse più d’una volta che se ne sarebbe andato dal l’Italia appena riscosso l’assegno dalla compagnia assicurativa… successe che nel breve periodo in cui Ennio si riprese dal dolore della perdita del suo locale, frequentò un posto in Africa, forse per distrarsi così che conobbe sicuramente anche un africana… me lo disse molte volte che voleva andarsene, me lo dice anche ora, ma è ancora lì, in Presolana, forse non ha riscosso nessun assegno, forse la bella ‘africana’ nel frattempo si è stabilita in Italia… Ennio è ancora con noi e la Polenteria pure, l’unica cosa che se n’é andata, sono più di vent’anni.

Stavo terminando viale  Roma, verso località Zú, dove c’è il ristorante omonimo. Zú, un ristorante che s’affaccia sul lago, e quattro case che sono un residence con annessa una bella piscina. Li aveva un appartamento un nostro amico Luigi il nome, Domus un altro nome, quello della sua ditta di prodotti chimici per la pulizia delle abitazioni e delle automobili. Luigi casapulita, dove anche il famoso Belot il “maestro d’equitazione lavorò per lui negli anni 70 come rappresentante ed era anche un bravo ‘venditore’… peccato si dimenticasse di consegnare gli incassi per intero oppure disdetta che che gli rimanessero attaccate sulle mani un bel po’ di bombolette spray o scatole di detersivo che rivendeva a titolo personale, ovviamente dimenticando di pagare pure quelle.

Il signor Luigi che al tempo della cascina di Cicola era già in età di aver consumato mezzo secolo di vita, si divertiva con noi giovani strampalati, ci veniva spesso a trovare in occasione di cene a base di salsicce e costine alla brace. Non faceva parte del nostro mondo, Lui era un imprenditore affermato, noi spensierati giovanotti che anteponevamo il sesso ai soldi… ma si divertiva troppo in nostra compagnia. Forse per sfuggire ad un mondo di routine, un mondo di soli soldi, così probabilmente rubava un po’ di vita vera in cambio della sua ‘amicizia’, guardandosi bene dal cambiare discorso ogni qualche rara volta, uno di noi gli si proponesse come esecutore di una attività in cui dovesse appunto finanziarla. Se il pasto che consumava con l’adorata moglie in una di quelle ‘feste’ costava 28mila e 850£., pretendeva il resto di 150£. la mancia non era contemplata nel suo cuore. Forse non conosceva quel comune gesto di umana cortesia, o forse per sua immensa sfortuna non lo conosceva per niente. Morì molti anni dopo e come ultimo dono da parte delle figlie, gli fu regalata una lussuosa auto sportiva…

… Zú me lo aveva ricordato Luigi, ma la mia moto l’aveva di già oltrepassate quelle quattro case e un albergo a ridosso del lago. Un ristorante albergo sulla riva rocciosa del lago che non ispira nessun pensiero nemmeno nel guardarlo. È bellissimo ma talmente fuori luogo da risultare “inquietante”. Come dire che un antico maniero scozzese, invece che adagiato sul lago del mostro, Loch ness, fosse situato sulle spiagge della riviera riviera romagnola…

Mi lasciai alle spalle quel tratto di strada che negli specchietti sembrò di vedere una vecchia pista per carri dei primi coloni americani, quelli ”dei centomila fucili contro una sola lancia piumata.

Il paesaggio ora cambia, è di nuovo un susseguirsi di curve che spuntano luminose sui gomiti dei monti che si tuffano nelle acque del lago d’Iseo che in quel punto s’imbrunisce come un improvviso temporale a ciel sereno, che anche in quel caso, non erano nel posto giusto al momento giusto.

L’azzurro delle acque che bagnano Sarnico quando si abbracciano con i confini di Lovere da dove si trovavano le mie due ruote in quel momento, eran diventate di un blu molto intenso. Acque di un lago serio, profondo, a volte un po’ cupo, forse l’unica connessione di locazione con il maniero scozzese.

Le curve son tante, e se da lontano si vedevano chiaramente nella loro interezza, percorrendole non se ne vide una al di là della sua metà, e non bastasse di tanto in tanto s’infilavano come aghi storti in crune di gallerie scavate nella roccia sul fianco della montagna che mi portarono alla prossima gradita tappa.

Nel mentre si viaggia non è facile dire a parole ciò che ti passa davanti agli occhi, sarebbe come chiedere al cuore di fermare un emozione che ti ha fatto stare bene, lo stesso sobbalzo d’animo che provai quel giorno sulla strada per Lovere.

E se non è facile esprimere con parole le emozioni che lo sguardo regala, ancor meno facile e dire a parole ti amo, il difficile è metterlo in pratica, ci sono mille modi per dire ti amo, uno solo è quello giusto, è quello vero Per qualcheduna o, non è facile capirne le differenze che io stesso mi illudo di sapere. Pretendere di conoscere l’Amore è pretendere di possedere il cielo ed io ne possiedo solo la parte che per grazia mi vien dato per respirare…

È facile che il cuore si colleghi in un abbraccio con l’Anima, per questo decisi per quel breve ma intenso viaggio mi facesse vedere uno stormo di rondini che migrano, per andare altrove portandosi con se i nostri pensieri che variano con la stagione che si cambia d’abito. I nostri pensieri… quattro stagioni in continuo movimento nel mio viaggiare su di questa strada, quella dei miei pensieri che ora non volgono a nessun riferimento di cose o persone, ma di piacevoli miscugli di esperienze personali.

Facile… difficile, basta che le mani sappiano mescolare le carte della vita e tutto diventerà ciò che vogliamo sia, e per questo motivo parlerò scrivendo delle mie e delle vostre mani… quell’intreccio di dita che segna il tempo incipiente del nostro trascorrere che tanto confà con il facile fare e difficile metterlo in pratica… Alla fine rimane che è facile vivere ma ci vuole molto più coraggio per sopravvivere.

In fuga da me con me. Scappo di frequente da una realtà che mi è stata cucita addosso, e lo faccio spesso su due ruote. Non amo mi si faccia un vestito per una cerimonia a cui non vorrei partecipare. Imperativo è  fuggire per primo da ipocrisie e falsità, che delle maldicenze non ci si deve preoccupare perché si ritorcono sempre su chi le proferisce invano, e raramente su chi le subisce.

Poche le persone che non scappano dal quotidiano, e forse nessuna che non voglia tenersi per se qualche momento di privata solitudine.

Uno spazio di intimità personale ottenuto dal fuggire dalla realtà per qualche periodo di tempo… quel tanto che basta per tentare di sgarbugliare l’intricata matassa della vita. Quel gomitolo di filo d’Arianna che sai solo quando hai iniziato ad avvolgere ma non sai quando, e se sarai in grado di avvolgerlo tutto.

Quel gomitolo che troppo frequentemente è avvolto a più di due mani ed è difficile sapere quando sono mani sincere o invece imbrogliano la matassa. Allora bisogna che ci si prenda il giusto tempo per cercare di capire la risposta senza addossare colpe ad… altre mani.

Mani che si intrecciano in supplichevole preghiera congiungendosi in segno di pace e serenità. Mani che implorano e mani che amano, mani che si stringono o si salutano, mani che dicono chi sei.
Mani nude e mani con guanti che non volevano Indossare o ambivano farlo, mani che gesticolano per convincere o per insegnare.

Mani che servono a scappare dalla realtà quotidiana, ma solo momentaneamente e con la consapevolezza di ritornare con i piedi per terra per mettere in pratica il sollievo ricevuto da pochi attimi di tregua nella lotta del vivere, cercata e ritrovata nell’intimo del proprio animo, che allegro, voleva volteggiare tra i meandri della beatitudine.

Ho provato a scappare con il corpo e con la mente… più d’una volta, magari andando in vacanza con la falsa speranza nel cuore di mai più ritornare.

Finì, finisce e finirà  sempre e solo nello stesso modo… una incessante ricerca con la fantasia di avere uno spazio mio, nostro, perché non è facile dire e fare ciò che si vuole, quasi mai si riesce e comunque vada devi saperne pagare lo “scotto” di una vacanza con cervello e cuore.

Penso qualcosa di me parlando di noi, perché tutti si prendono qualche momento per se’… e al cominciar del far della sera, il pensiero sia solo positivo che il negativo lo si affronta con la luce del sole.

Il giorno, la sera e poi la notte servono per conservare testimonianze di vita vissuta, lasciare che la mente ci porti per qualche tempo nel posto che desideriamo, sia esso passato che presente, e in quei momenti, cullato dai miei pensieri, in pieno giorno la mia moto mi portò a Tavernola Bergamasca dove mi sfrecciarono accanto ricordi di persone e cose illuminate dal sole, dalla brezza delle sere e dalla luna delle notti.

 

 

 

 

 

 

Con gli occhi scrivo sul cuore i ricordi su due ruote. (1)

Quello che vedo negli occhi della gente è sempre solo cuore. Le domande del perché si rimandano ai ricordi. Si mettono insieme le scene della vita vissuta e in un momento di quiete si rivivono in situazioni dove il cuore è predisposto a ragionare più della mente… e la sovrasta, senza ragionare. Una scampagnata, una passeggiata tra i monti, una gita al mare, forme di quiete a cui aspiro. Il mare significa sole, tramonti e ricordi come fosse il 31 dicembre dove tiro le somme del passato passeggiando sulla sabbia bagnata guardando un giorno che si spegne sulle sue rive, così che possa affrontare meglio il futuro. E ancor m’ispira la montagna, forte, imponente, seriosa e benevola di luce. Lì, è sempre il capodanno, ogni volta che si sale per un sentiero nel bosco dopo un bel camminare, fermarsi sotto quella grande quercia per mangiare in un prato scosceso pane e salame, non possa e non debba mancare mai un bicchiere di vino che l’accompagni per vedere subito dopo fuochi d’artificio, e per riprenderti basta mettere i piedi nudi nel l’acqua fresca di un torrente qualche minuto e di nuovo vedi il verde dei prati magri e i fiori con i loro colori.

Quando il mare e i monti son troppo lontani, mi basta fare un giro con la moto, magari per andare al lago, in solitudine, così come le altre cento volte che sono partito sulla ruota dei miei ricordi.

Son partito per un viaggio nei ricordi in sella alla moto, senza correre, così che possa avere il tempo di ammirare ciò che vedo e i pensieri si facciano memorie nel guardare posti e luoghi che hanno visto una buona parte della mia bella e tribolata vita. Allora sulla via di questo spensierato viaggio che mi porterà al lago di Sarnico e da lì, serpeggiare sulla costa rocciosa che ricorda per un breve tratto la scogliera di Capri sino al lago d’Iseo, per far ritorno sulla vecchia provinciale e arrivare dolcemente all’altipiano di Clusone, scenderlo attraversando la valle Seriana per tornare al punto di partenza, Ranica il paese che ora mi ospita a pochissima distanza da Bergamo. Ranica… non mi sono ancor oggi ‘abituato’ al suono di questo nome, di questa parola, mi giunge poco invitante, mi suona male. Son certo l’accetterò chissà dietro quale filosofica giustificazione. Di certo l’accetteró quando lo accetterà il cuore che saprà dar pace a questo interiore dilemma.

Siamo ancora nel momento in cui si ascoltano tre canzoni incise su dei quarantacinque giri, che vengono selezionate dopo aver inserito una moneta di cento lire nel jukebox, noi ragazzi ci si annoiava già da anni di sentire ‘una lacrima sul viso’ di Bobby Solo, se poi si sentiva Iva Zanicchi con il suo ‘Fiume Amaro’  si alzavano i cori dei buuuuu!!! Buuuuu!!!, le risatine più pesanti di presa in giro però erano riservate a chi canticchiasse ‘Fin che la Barca va’ di Orietta Berti. Del  resto, non è che il mercato musicale di quei periodi offrisse molto di più, c’era quel Celentano che alzava la cresta con le sue “mosse” sul palco, il piccolo grande Cocciante che ci faceva commuovere cantando seduto su di una sedia di dietro ad un pianoforte che intanto suonava la musica di ‘adesso siediti, su quella seggiola’ e quel Battisti che ancora stiamo compiangendo come l’ultimo grande poeta cantante di sempre che ci faceva innamorare con l’indispensabile Mogol,  credo siano nati più figli in quel decennio che nel 40 quando Mussolini incitava il popolo a riprodursi come conigli per aiutare la Patria e difendere i suoi sacri valori.

Erano gli anni dopo la metà del 1970, e noi che si faceva? Roberto la racconta con un po di imbarazzo e un filo di malinconia, non tanto per il tempo trascorso che non si vive di rimpianti, ma per la beata stupida innocenza e spensieratezza di quei tempi. Roberto era un ragazzo attempato che già si tingeva i capelli. 40anni di un viso “arabeggiante” che somigliava allo statista libico, e forse per questa bizzarra somiglianza, lo spingeva  ad atteggiarsi nel fare l’uomo tutto d’un pezzo, nonostante fosse un semplice gestore di una scuola guida.. Era nato in Calabria e non è molto distante la Libia, ecco che il coincidere di fatti e cose, assume quel velo di dubbio che ammanta ogni vera e reale certezza… nasce il pettegolezzo. Lo stesso che abbandonare un sacchetto di immondizia al ciglio di una strada, Quel sacchetto si unirà a un migliore di unità e riverserà nel mare tonnellate di rifiuti come vedere città galleggianti di plastica negli oceani. Il pettegolezzo è un sacchetto di rifiuti abbandonato sul ciglio di una strada, che unirà altri mille pettegolezzi che si riverseranno sugli animi come città intere di sporcizia che galleggiano nel mare della fantasia vestita di menzogna. Roberto era nel mezzo di tutto questo. Cosa abbia fatto e chi sia ‘stato’ poi, non so. Il suo matrimonio era un dolce o amaro ricordo, anche l’amante si stufò di regalargli poco meno della metà dei suoi anni, i quaranta di Roberto, e cosa ne fu dopo della sua vita, non so più.

In quegli anni, al bar ci si ritrovava, nel l’angolo riservato ai più giovani che di lato osservavano quelli più grandi e tentavano invano di imitarne le gesta pur nel contempo cercare di fare cose “nuove” che ne annullassero di fatto il volerli imitare , ritenendoli poi, in quel tal caso “superati”, e allora si beveva come loro. I Campari con il bianco prima di pranzo erano due o tre, anche perché poi a casa nessuno poteva bere di alcolico, così che il pomeriggio si era già ebbri di quel che bastava per darci il giusto tono di grandezza, e poi si continuava con altre bevande alcoliche che perlopiù si ingurgitavano senza che nemmeno ne provassimo il vero piacere di berle. Due Martini, una Vecchia Romagna etichetta nera e un Marsala e si era pronti per le più indicibili stupidaggini. Che altro non c’era da fare, lo sport era per pochi, che se dicevi Basket o Pallavolo ti chiamavano “fighetto” ed eri escluso dal gruppo, se dicevi Hockey su ghiaccio o Cricket ti prendevano per “culo” che ai tempi nostri significava gay, e non che ora sia offensivo, tutt’altro, ma allora la nostra profonda ignoranza ci faceva credere che lo fosse, ma si guardava bene dal dirlo o dal farlo capire il vero gay. Ho visto più persone sessantenni gay sposate ( per forza ) con figli in questi ultimi anni, che etero trentenni oggi. Il motociclismo, il calcio e il ciclismo erano tra i pochissimi sport che si potessero praticare senza essere presi per i fondelli, ma non tutti avevano i soldi per acquistare le moto di nessun tipo di specialità.  Per il calcio sempre nel caso nostro posso solo ricordare che non ci piacesse più di tanto, il giuoco del calcio è fatica,  il ciclismo men che meno, ( più fatica ancora )…  anche ora.

Perciò dopo aver giocato a scala quaranta per un paio d’ore bevendo, e stando al tavolo da biliardo per altre due ore, bevendo, ti ritrovavi a sera per aspettare quale fosse la mente più stupida di noi che avrebbe partorito la cazzata del giorno da farsi. Come quando un giorno si andò dal nostro paese ad un altro montano vicino, tutti con i ciclomotori, che gli scooter non sapevamo cosa fossero e se qualcuno avrebbe pronunciato quella parola rivolgendosi ad un altro avrebbe scatenato una piccola rissa, e il motivo sarebbe stato…Tu, a me le parolacce non le dici, perché io a Te non ho fatto niente. “Sani”, robusti Garelli o Malaguti, o la Vespa, che salendo alla località montana scoreggiava dai buchi fatti con grossi chiodi nella marmitta, unica elaborazione concessa dalle nostre finanze. Amo pensate per esempio che quando si doveva percorrere d’inverno più di una decina di km in moto, per guanti alle mani, rubavamo dei calzini di lana alle nostre mamme e li indossavamo doppi o tripli a seconda della distanza da percorrere, il vento freddo e gelido ne trapassava le trame come un soffio d’alito trattenuto da una mano a dita aperte… ma erano i nostri guanti.

Agli stessi motorini attaccavamo con delle corde, degli alberi caduti per le intemperie di modeste dimensioni. Li raccoglievamo nei boschi strada facendo, che strisciando li facevamo “sbandare” nelle curve, e udite udite…ci divertivamo pure. Con gli ultimi in retrovia con i più esili Ciao e Solex, con d’appendice di qualche leggera frasca trascinata con la mano che non era sul l’acceleratore, e schiamazzavano come pazzi. Si arrivava nella destinazione desiderata, si sganciavano gli alberi e frasche sotto gli occhi stupiti e anche un po’ spaventati di alcuni villeggianti milanesi che sicuramente avranno pensato che eravamo matti, oggi direbbero drogati, invece eravamo solo stupidi boriosi pischelli  ubriachi di alcol e vita.

Si entrava in un bar consumando un qualche alcolico, e intanto i più temerari insinuavano tentativi di approccio con le bariste, incappando sempre inesorabilmente in volgarità di linguaggio, che ottenevano l’effetto contrario del desiderato, mentre i più timidi, si limitavano ad osservare, ed al massimo a fare commenti sottovoce tra loro, badando bene di parlare in modo sboccato delle avvenenti protuberanze delle ragazze dietro il banco, e si era grandi anche noi, stupidi ma grandi. Di me, il ricordo più assurdo per rimanere in tema di stupidità, fu quando ubriaco in quel posto al lago non potevo certo legarmi un albero dietro la mia Vespa, che poi non era mia, ma l’avevo “presa in prestito” in casa di un pensionato la notte prima, altra insulsa dimostrazione di “forza” e di coraggio che andava molto di moda fare, che se non mi sono cacato addosso allora, credo di avere una buona soglia di sfacciataggine da sfoggiare nel dire bugie… ma è un altra storia.

No, non potevo legarmi un albero dietro la Vespa, primo perché non ce n’erano sulla statale che percorremmo per arrivare al lago, e per secondo motivo dovevo per forza creare una situazione di interesse nuova, in pratica una stupidaggine più grande delle altre. Cosa di meglio che innamorarmi di uno di quei grossi blocchi di pietra miliare sistemati ai lati delle strade che anni fa servivano a delimitare le distanze lungo le vie provinciali tra un paese e l’altro. Più stolta e insensata di questa pensata non potei immaginarmi, e detto fatto mi feci una quarantina di km con questo blocco di granito che con una fatica immensa trattenevo tra le cosce appoggiandolo maldestramente al pianale della moto, il che mi impediva di usare il freno a pedale posteriore, mi faceva sbandare ad ogni minima curva per il peso sconnesso e credo di essere stato in serio pericolo di essere travolto almeno una decina di volte dai veicoli che mi sopraggiungevano alle spalle e a fatica evitavano il mio sbandare maldestro, ma faceva uomo, e tanto bastava.

Si sarebbe poi parlato di me al bar, almeno per alcuni giorni e questo era lo scopo principale di ognuno di noi, far parlare di se, il resto erano dettagli, non come quando fui fermato dal vigile più severo del paese dove vivevo e non avevo con me i documenti della Vespa, quella ‘sospetta’ con cui trasportai i 170 kg. di pietra miliare.  Per fortuna vigeva ancora la legge del buon senso e non quella della odierna applicazione della odiosa burocrazia, così che il vigile, che tale si diceva fosse l’uomo addetto alla polizia urbana, mi accompagnò da mio padre che a sua volta mi portò con un orecchio in mano e la Vespa appresso, dal vecchietto a cui l’avevo sottratta, e al suo cospetto chiesi scusa, restituii il mal tolto e mi beccai l’ultimo scapaccione potente dal babbo, che quella fu la punizione più umiliante per “l’uomo” grande quale credevo di essere. Non rubai più una caramella nel resto del mio vivere. Inutile rubare, chiedi con cuore puro e ti sarà dato.

Con pensieri che si fan ricordi, il motore ancora tiepido, son di già intrippato a Villa di Serio, un grazioso paese d’altri tempi modernizzato che è attraversato dal fiume Serio che si snoda su per la valle con colline e monti che fan da contorno e lo divide da Alzano Lombardo.

Come mi si presentassero davanti alla ruota facce e situazioni vissute, qualcuna condita da una leggera malinconia, altre da sorrisi, altre storie ancora tristi o piene d’amore. Sono ricordi immagazzinati in angoli di mente in cui nemmeno sapevo di aver riposto. L’età e il viaggiare fanno riaffiorare fotografie che prendono forma parole e suoni, forse perché non rimane di certo il tempo e lo spirito necessario per riviverle un altra volta, per questo mi beo di ciò che fu.

Il primo paese che attraverso è Villa di Serio. Li sono nato in via Lunga in quella casa gialla costruita dal Salvadeç ( il selvatico ) così chiamato per le sue passate gesta bellicose, un capomastro che fu ricompensato per il suo lavoro da mio padre con 2 milioni di lire, il costo di una abitazione d’allora, ora con gli stessi soldi ci compri una casetta per riporre gli attrezzi da giardino.

Il salvadeç ha avuto due figli, uno lo ricordo un bel ragazzo timido con i capelli biondicci, lisci come fossero di un giapponese e l’altro figlio è il Leli, ricciolo più tarchiato, ora gestisce un bar con la seconda moglie e non so quanti figli abbia avuto dalle due. Ha fatto tribolare in passato, come ho fatto tribolare io, adesso il Leli è un bravo uomo, come lo sono io.

Nacqui  su di un tavolo in cucina di quella casa gialla in via Lunga e a due anni mi ammalai gravemente di un brutto eczema che per combatterlo fu necessario assumessi grandi dosi di cortisone che al fine mi guarì e si prese in pagamento la sterilità che da allora non mi permette di festeggiare il 19 Marzo. A tre anni caddi dal balcone del primo piano, quattro metri d’altezza e atterrai indenne vicino alla mamma che sotto, in cortile, lavava i panni a mano in un grande mastello azzurro. Non fu che il primo di molti incidenti a cui sono scampato, il presagio che la mia vita sarebbe stata lunga quanto turbolenta, sono un animale pensante che ha sete dì shopping di vita quotidiana e non avrei potuto fermarmi alla prima avvisaglia di pericolo, non l’ho mai fatto e non penso mi capiterà di fare se non costretto dal richiamo del tempo che mi avvertirà quando il mio turno sarà finito… e per quello ho cercato di ‘risparmiare’ e ancora sto ‘risparmiando’ pregando.

Anche mio fratello maggiore la scampò per un pelo in quella casa, cadde nella pozza dei liquami e fu salvato dall’intervento provvidenziale di una nostra sorella che per fortuna assistette alla drammatica scena. Ora la via si chiama 24 Maggio, al posto della casa gialla ci sta un bel palazzo, le lire non esistono più così come il Selvadeç, la mia Mamma è il mio papà. Solo alcune case anche se ammodernate sono rimaste quelle di un tempo, come quella del signor Nagy, il papà di Imre che all’epoca era un graduato in pensione della Marina militare Ungherese. Era al di là della strada polverosa di fronte alla nostra, una casa piena di ricordi come il solaio dove il signor Nagy custodiva un binocolo militare, una spada da parata senza lama tagliente, un berretto fatto a bustina con attaccati alcune medaglie commemorative di due guerre combattute sui ponti di prua della navi, e su di un comodino polveroso la fotografia della prima moglie, una ballerina di origini americane, e alcuni oggetti che gli ricordavano la sua terra d’Ungheria, e noi, ogni volta che di pomeriggio si addormentava davanti alla tv, si saliva in silenzio su per le scale sino a raggiungere la soffitta che costudiva i suoi oggetti prediletti.

Dalla soffitta alla scantinato… quella cantina buia dove noi respiravamo piano… e sulle note della canzone di Lucio Battisti ballavamo i primi lenti con immaginarie ragazzine che promettevano di venire e non venivano mai, così come non vennero mai i primi baci sulle note di Barry White e Burt Bacharach e si finiva per mangiare un pasticcino e bere una spuma rossa o nera sulle note più allegre di Adriano Celentano. Io, Imre e Giorgio che non abitava nella nostra via, ma all’ultimo piano di un palazzo in via Cavalli, poche centinaia di metri da casa nostra. La mamma di Giorgio era la signora Carla e in comune con la mia di madre aveva l’amore smisurato per i suoi figli, tanto che Giorgio lo chiamava il primo fiore perché primogenito, e quando Lei non ci poteva sentire lo chiamavamo anche noi primo fiore… ma di broccolo.

Sono passati pochi minuti e già intravedo il cartello stradale che indica Scanzo, e subito il pensiero va al mitico Bla Bla, una discoteca nel sotterraneo dell’edificio del ristorante Giardinetto che all’epoca era gestito dalla Grazia, una signora bionda, truccatissima e curatissima nell’agghindarsi, la sua peculiarità era il tacco ‘12’ che portava puntualmente tutti i santi giorni, senza traballi o sconnessioni nella camminata. L’avvenente biondissima Grazia si muoveva fra i tavoli da servire con tacco 12 con la leggerezza che portava il suo stesso nome di battesimo. Di suo Marito non ricordo il nome, si vedeva poco, lavorava in cucina, quando appariva, era sempre di ora tarda, che fumando una sigaretta, bonfacchiava quattro parole di circostanza quasi sempre condite da non poca rudezza è perché no, anche da un po’ di ignoranza. I figli vennero poi, oltre i miei ricordi di oggi, due maschi, uno prese dal padre e uno dalla madre, entrambi Harleyisti, “cinghialoni” come chiamava spesso il Marco Girotto per definire dei piloti di Harley.

Marco era un ex motociclista, un biondo con gli occhi azzurri, veramente bello. Talmente bello quel ragazzo, che con la sua sbuffata malandrina che partiva dalle labbra rivolta al ciuffo di capelli che gli scendeva copioso sulla fronte per sollevarli sopra gli occhi, faceva innamorare le ragazze come fosse un bel fiore che attirasse moltitudini di api a sè. Vanesio il Marco, e spesso disprezzava l’operato di altri perché Lui si sentiva superiore a tutti. In aggiunta alla sua bellezza, era anche un acuto affarista. Lavorammo insieme al Marco, io e Susy per un certo periodo a Torino, si vendeva biancheria per la casa porta a porta e Marco era il nostro caposquadra. Quando eravamo in difficoltà nella vendita di lenzuola in pizzo macramè, ci veniva in aiuto, ma io non gradivo il suo aggredire i poveri clienti, che con Lui erano come costretti al l’aquisto. Io e Susy dopo qualche mese cambiammo lavoro, il Marco prosegui la sua carriera e mise in piedi una sua personale attività con gruppi di persone che creava portandoli via alla concorrenza. Ovviamente scelse fra tutti, quelli che fatturavano di più e nel giro di un paio d’anni accumulava il denaro sufficiente per non fare nulla e vivere nel l’agiatezza per due o tre anni. Così per due volte. Alla terza, gli riuscì di guadagnare in poco tempo più di un miliardo della vecchia moneta è come le altre volte precedenti si ritirò a vita privata, acquistò un grande maneggio per cavalli dove era il proprietario della maggior parte degli stessi, e per due anni circa non fece altro che gozzovigliare in compagnia di bellissime ragazze e i suoi amati quadrupedi. Auto fuoriserie parcheggiata giù nel cortile e champagne a go go con feste quasi quotidiane.

Era bello il Girotto e di certo lo sarà ancora, era tanto bello che ebbe alla giovanissima età di 18 anni, il primo figlio con Eleonora, verso i trenta ebbe una bellissima figlia con Angela e ora un altra bellissima figlia con Cristina, una bella siciliana. Dalla Sicilia mi chiamò l’ultima volta il Marco, per propormi di mettere nella sua nuova attività un capitale di 30.000€, vigneti che a suo dire danno un vino buonissimo siculo. Marco passò quegli ultimi anni di sfolgorante dinamismo nel suo maneggio, poi i soldi finirono così come la sua capacità di accumularli in grosse quantità. Non so come ci finì in Sicilia, ma so di certo che Marco non viaggia più in fuoriserie ne con le utilitarie, verrebbe assalito da attacchi di panico che gli impedirono nel tempo di proseguire nel l’essere un manager di successo. Non fa più nemmeno il viticultore perché è ospite nella villa di un nostro comune Amico sulle rive del lago d’ Iseo e con se non ha ne figli ne mogli. Lo ricorderò sempre di quando si lavorò insieme a Potenza, una volta la settimana si tornava a casa nel bergamasco a bordo della sua Citroen DS Pallas che se faceva i duecento, lui la spingeva a duecentoventi Il Pipe ed io eravamo aggrappati alle maniglie di sicurezza poste in alto sotto il tetto del l’auto. Il Pipe era ( ed è) l’Aristide, un bel ragazzo anch’egli che lavorava con noi alla centrale del latte in quel di Potenza.  Capelli castani lisci e lunghi fin sotto le spalle, non amava niente e nessuno, non gliene importava di nulla che fumarsi le sue due o tre canne al giorno. Aristide si è sposato con una bella rossa che fa l’infermiera al l’ospedale di Bergamo. La loro storia d’amore è già finita anche perché la Giusy, la ex, è conosciuta da moltissime persone per la sua provocante avvenenza… quasi tutti maschi, e ora sono separati. Ma dalle favolose pizze con peperoncino, rape e uova sode di Potenza ritorniamo alle pizze del Giardinetto di Scanzo.

La prima persona che conobbi al Bla fu Marina la seconda ragazza fissa del Claudio “vigá. La prima si chiama Piera e veniva dal Villaggio degli Sposi e per sintetizzarne il ‘contenuto’ la si può definire “ la signora Luisa che arriva, pulisce e se ne va”, una specie di donna tutto casa e famiglia che al Vigà stonava molto a quel tempo. Marina era una ragazza paffutella, e più che avvenente era prima di tutto molto provocante  non fosse stato che per i suoi soli 17 anni, il giudizio sommario  era una ragazza un poco volgare, per giunta non un genio, e gridava sempre anche solo per parlare, vestiva con cose che lasciavano intravedere quanto più si potesse della sue parti intime, le chiappette sempre sbucavano allegramente dagli esuberanti mini calzoncini di jeans strappati e le magliette nascondevano solo il colore dei seni perché i capezzoli spuntavano liberi non costretti dal reggiseno che non portava mai… a quel l’eta le tette son sode per tutte.  La Marina era una delle ragazze che si illuse di sposare il Vigá senza riuscirci, ma non riuscì nell’intento nemmeno ‘l’altra Marina’ quella che attualmente divide la sua storia travagliata con quel birbante di Claudio, ma è un altra storia che avrà posto nei miei pensieri avanti di ancora un paio di paesi che devo prima percorrere in moto. La Marina del ‘Bla’ venne lasciata dal Claudio e Lei forse per dimenticare, andò a lavorare facendo le ‘stagioni’ come cameriera in un albergo del cesenate, sulla riviera Adriatica. Non tornava che di tanto in tanto alla sua casa di Scanzo, finché un giorno tornò accompagnata da Vincenzo e con lui Marina dopo poco tempo si sposò. Vincenzo era un ragazzo del sud, lavorava con Lei nello stesso ristorante a Cesenatico, fu così che si sposarono e si trasferirono  nel bergamasco aprendo una attività in proprio nel campo della ristorazione. Claudio era uno esuberante che le donne le cambiava come bere un bicchier d’acqua fresca in una giornata d’estate, vestiva da ‘figaccione’  con vestiti di Armani e cappelli alla Borsalino, amava le notti invece che le giornate, lavorava di più in coda dal medico della mutua piuttosto che in fabbrica dove avrebbe dovuto, nota positiva non beveva e non si drogava così come del resto ora. Vincenzo era un ragazzo timido e le donne le cambiava di rado come bere ogni tanto un ‘bombardino alcolico’ in montagna d’inverno ad alta quota, vestiva per quel che serve per non essere nudi, con berretti di lana che portava sempre in cima a quella vetta di montagna dove senza gli sarebbero gelate le orecchie, di notte preferiva dormire e lavorava ogni santo giorno, prima per altri poi per se stesso, ma lavorava sempre e la mutua non sapeva cosa fosse se non per sentito dire, non beveva eccessivamente e non si drogava… ora non so. Per Marina ‘Piazza’ di Scanzo così chiamata con il soprannome che era l’abbreviativo del suo cognome, era stata una scelta a dir poco discutibile quella di aver sposato un uomo che era il netto contrario dei propri ideali di vita. Un dispetto a se stessa, un dispetto per Claudio che se ne fotteva!?, si sposò con Vincenzo, ebbero un ristorante e nei primi anni decisero anche di avere dei figli, e ne arrivarono due, maschi. Il ristorante andò bellamente a “ramengo” e chiuse ben presto i battenti, così come fallì miseramente il loro tentativo di matrimonio e Marina rimase sola, con figli grandi che poco la rispettano in compagnia di cani che dividono con Lei il divano trascorrendo gran parte della giornata insieme all’amata ‘padrona’ che altro non fa che poltrire in compagnia della immancabile bottiglia… non di acqua minerale…

Faccio spesso passaggi da un pensiero ad un altro. Tipico di chi si deve “salvare spesso”, troppo a volte e così torno dove sono. Scanzo. Alla famosa, mitica discoteca del Bla, il Bla Bla condotta dal Mussita, altro mitico personaggio dell’epoca che ancora oggi fa parlare di se come fosse un sopravvissuto dei Nomadi. Mille storie, mille facce in quella     disco-scantinato con tanto fumo di sigarette e rumore. Erano gli anni 80 i ragazzi che frequentavano il Bla, portavano capelli lunghi e jeans stracciati di almeno due taglie più grandi, maglia idem e giaccone quasi sempre di renna che se un po’ sporca era meglio. Ai piedi stivali a punta spagnoli che quando si andava in giro con la Vespa Primavera, si lasciavano strisciare penzoloni sull’asfalto in modo si rovinassero un poco come fossero vissuti e lisi come i jeans, e per reggere i calzoni larghi un cinturone con fibbia enorme di ottone fuso a forma di testa d’aquila o di teschio quando non di facce piumate di Indiani d’America. Nella testa dei ragazzi, solo voglia di fumare canne, bere birre, lavorare poco e andare spesso al mare perché sulle sue spiagge lo sballo e fare all’amore veniva meglio.

Più di trent’anni dopo i ragazzi portano i capelli corti quasi rasati alla “mojcana”, ci si veste con calzoni stretti e corti sulla caviglia che sembra siano di due taglie in meno, magliette firmate attillate per far risaltare gli addominali e giacche corte e strette che ricordano quelle che portava Totò e Peppino nei loro film molti anni prima. Scarpe da tennis rigorosamente griffate che in genere costano quanto un mese d’affitto di un appartamento periferico e quando si viaggia a bordo di potenti scooter ci si guarda bene da anche solo sporgerle dalle pedane, immacolate come i pantaloni di Ridolini, e in vita spesso nessuna cintura e quando si, di pellami raffinati con fibbia classica d’acciaio. Nella testa dei ragazzi d’oggi non c’è più il desiderio di canne, ma di polvere e pasticche, si beve di tutto e di più purché alcolico, il lavoro non c’è quasi più per cui non ci si pone nemmeno il problema e di conseguenza al mare ci si va sempre di meno, anche perché si sballa a casa e a fare all’amore sulla spiaggia rimangono gli stupratori di ogni “colore” che aumentano ogni anno che passa. Cambiano mode e abitudini e gli imbecilli non fanno che aumentare. Per grazia parlavo di molti ragazzi e ragazze, non tutti e non tutte, il meglio alimenta ciò che rimane da salvare in questo passaggio di vite e cuori confusi dal troppo benessere.

Ho percorso i kilometri che si contano sulle dita di una mano e altri dolci quanto malinconici pensieri del passato, invadono la mente facendosi largo nel mentre che attraverso case e luoghi contornati da colline che orgogliose mostrano degli splendidi vitigni dove si produce il famoso moscato di Scanzo, prodotto e venduto in quantità industriali in tutto il territorio circostante, anche se in realtà solo poche migliaia di bottiglie appartengono al pregiato mosto, perlopiù vendute a New York e Parigi, e le poche unità di bottiglie rimaste sono proprietà dei vini cultori che si compiacciono nel metterle al sicuro nella loro collezione privata.

Ricordo di quella volta che in un noto ristorante di Scanzo che di nome immagino nel non ricordarlo interamente, fosse il Pozzo, perché al centro del cortile antistante il suo ingresso, la locanda ospitava un pozzo di almeno duecento anni, giudicandone l’età a partire dal l’usura dei suoi stanchi mattoncini rossi e dal muschio di decenni che lo contornava. È tuttora un bel locale il Pozzo e appunto ricordo di quel moscato di Scanzo che ordinai al sommelier, chiedendo rigorosamente di essere servito con quel vino. Non ho più bevuto del ‘vero moscato di Scanzo, e non ho più pagato l’equivalente attuale di 200euro per una bottiglia di vino… nemmeno al nightclub.

Arrivo nei pressi di una rotonda, la supero, sgaso e vado oltre e rivedo occhi di altra gente del passato e cerco di dare risposta al mio sguardo immaginario spesso inquisitore, come quando negli occhi stregati dai cuori non si ottiene risposta al l’inquietudine che assale nel non riuscire a trovarne una, perché al cuor non si comanda, ecco perché la luce più bella è quella che si vede negli occhi di una persona innamorata… il resto è tutto da scoprire vivendo.

Guardando negli occhi di un bimbo con i nostri, possiamo vedere l’innocenza di un tempo vissuta, un periodo di vita in cui lo sguardo non conosce colpa e non sa mentire. La prima cosa che vede un bimbo è trasparente come i suoi pensieri così che la sua immagine svanisce nel miscuglio confuso di amori, gioie e dolori che per grazia o per sventura ancor non conosce. Mille occhi per mille sguardi e ognuno la sua storia che si rivede a me in questo momento intanto che le ruote della mia moto mi cullano su altri nastri asfaltati.

Mille occhi per mille sguardi, ricordi e storie di ognuno che hanno intrecciato le strade che ho percorso, altri amici e nemici che hanno corollato di stelle e a volte di buio quei bei anni, e il cuore va oltre ogni dove, superando barriere invisibili. Per ora inutile ricucire vite diversificate dalle consuetudini, siamo lo stesso collegati dal legame dei ricordi.  Stiam bene così ma è bello riassaporare momenti felici.

Il vero contatto d’amicizia sono i ricordi, quelli che passando tra Villa Scanzo e Alzano, riaffioravano.  Le memorie dei giorni che furono caro Giorgio, che tutti ti chiamavamo ‘Giūst’ inteso per un ‘giusto’… o forse ti definisti così te stesso,  amico presente di tempi andati. Io sono rimasto lì. Siamo andati avanti solo per un velato dolce amaro imporre del ritmo di questa vita. È stato bello, puro quanto la nostra stupida incosciente innocenza che ci rendeva invulnerabili. Freno, accelero, metto la “freccia” mi fermo allo stop e pensai come fossimo uno accanto al l’altro a berci una birra dopo almeno venti primavere che non ci vediamo, esattamente dal giorno del funerale di quella bella persona che era tuo padre, il signor Gianni anche se si chiamava Giovanni, tutti lo hanno sempre chiamato Gianni. Ogni volta che sul posto di lavoro litigavo con mio papà Giuseppe, il Bepi, andavo dal Gianni che mi portava con lui sui cantieri come “bocia” termine che indicava un manovale in quegli anni, bocia derivato dai ‘Balilla’, giovinetti che sfilavano in parate militari come piccole promesse delle camice nere fasciste.

Puntualmente Bepi, mio padre, dopo uno o due giorni con un pretesto mi riportava a casa anche un poco costretto da mia madre che era in ansia e pena perché sapeva che mi avrebbero giustamente fatto sgobbare, e io tornavo come il figliol prodigo, ero ben felice di lasciare il cantiere perché era un lavoro duro fare il manovale a dei muratori per un ragazzetto di 15anni.  Senza contare lo scotto che dovevi pagare per essere ammesso a diventare un vero muratore, che comprendeva essere preso per i fondelli da mattina a sera, a volte poteva capitare che ti ordinassero di salire la rampa di scale fino al quarto piano per chiedere al caposquadra di consegnarmi la “squadra rotonda” come quando da piccolo i compagni di giochi più grandi di me, mi facevano entrare dalla Gina a comprare un sacchetto di caramelle “petamentante”… e come non esiste la “squadra rotonda” non esistevano le caramelle “petamentante” che tradotto significa ‘dammi tante botte’ invece che caramelle,  e poi ancora quando non ti facevano portare sempre al l’ultimo piano del caseggiato in costruzione due secchi di calce per poi dirti che s’eran sbagliati e serviva al Mario giù al primo piano.

Mi rifugiavo dal papà di Giorgio, ogni volta che avevo una controversia con mio padre, l’ultima volta che ricordo di essere stato con il signor Gianni però accadde un imprevisto. Si partì per Como a bordo della sua volvo 240 nuova fiammante grigia metallizzata.  A bordo ero seduto di dietro in mezzo a due omoni pigiato da dover quasi trattenere il respiro, alla guida il Gianni e di fianco il Mario, il più anziano del gruppo. Si andava in trasferta, quindi niente possibilità di ripensamento da parte mia o di papà aizzato da mamma, dovevo stare via cinque notti e quasi sei giorni. Partimmo il lunedì al l’alba per far ritorno di sabato nel primo pomeriggio. Eravamo alloggiati in una confortevole baracca di lamiere ondulate, con al centro una stufa a legna perché da poco passato l’inverno faceva ancora un gran freddo in quella verdeggiante valle a Como nei pressi del confine con la Svizzera.  Il Mario si alzava che non era ancora chiaro e riaccendeva tutte le mattine quella stufa e a turno ognuno di noi di tanto in tanto durante il giorno faceva un salto in baracca per ricaricarla di legna, una scusa per prendersi una pausa e fumarsi una sigaretta al calduccio.  Lavorai molto quel giorno e la sera in branda, sentii qualche linea di febbricina, il mattino seguente la mia temperatura corporea era a 38 e la tosse sembrava quella di un cavallo bolso. Fu l’ultima volta che andai a lavorare con tuo Papà Giorgio,come fu l’ultima volta che ti rividi al suo funerale e tu eri accompagnato dalla tua seconda moglie.

Io Annibale accorciato e per l’epoca ‘addolcito’ in Bile sennò sarebbe sempre stato svilito da… Anni dove hai lasciato le “bale”?… sulla solita rete, l’ovvia risposta, e giù risate!  Il Bile è rimasto a quelle serate passate al gioco del biliardo.  Io, Tu e gli altri tre pirla,  Claudio con il cognome accorciato che veniva ‘Vigá’ direttamente preso dal cognome, l’Imre, quello di padre Ungherese e noi traducendolo in un italiano che più dialettale non si può, lo si chiamava Imbre e Vittorio “ol Frances” che a soli tredici, quattordici anni lui e noi, ci portò in Francia dai suoi parenti. Viaggio fatto in treno sbracati per terra negli stretti corridoi perché i posti a sedere erano esauriti, e arrivammo a destinazione il giorno dopo la partenza, e fu subito festa!

Tuffi nelle pozze di un fiume, o gite a bordo di barconi che trasportavano materiali edili nei grandi canali navigabili, e i bellissimi pomeriggi passati alle ‘giostre’ dove c’erano fucili con tappi di sughero come proiettili che abbattevano, riuscendo a colpirle, figure di cartone, altrimenti si abbattevano lattine vuote d’olio accatastate a piramide, con palle di pezza cucite a mano ripiene di segatura. Fui stupito anche dal servire pasti in pirofile da dove ogni uno attingeva il suo, sembrava stravagante mangiare in quel modo alla francese. Mi invaghii di Marie Chantal in quella vacanza, una ragazzina dai seni generosi con capelli ricci e neri come la pece e occhi marroni. Per la prima volta, pensai male di acquistare la mia prima bottiglia di pessimo wischey che comprai in un negozio di Digione Ville insieme a un filone di pane da mettersi sotto il braccio per poter tranquillamente leggere il giornale a passeggio mentre cammini… pensai male di bere quel liquore per darmi coraggio nell’affrontare l’imminente serata piena di promesse di baci e carezze. Invece fu Ugo ad approfittarne e i baci di quella serata se li beccò lui, io ero intento a vomitare a quattro zampe in un prato poco lontano. Non toccai più super alcolici per molti anni a venire… tornato in Italia mi consolai con Martine, la sorella del “frances” che mi regalò molti baci nei pomeriggi estivi assolati passati nella piscina comunale di Bergamo che raggiungevamo a bordo dei primi autobus arancioni. Un ora per andare, tre ore di piscina, una di gelati passeggiando e  un ora per far ritorno a casa e alla fine la ricompensa uno o due baci sotto l’androne del portone di casa di Martine, le ‘carezze’ erano per sabato e domenica che si andava per boschi o per campi.

A quel Tempo c’era anche il Maurizio che ancor oggi chiamo Ciccio, figlio primogenito della signora Lucia la locandiera della trattoria che portava il suo nome, dove si trascorrevano ore interminabili al gioco delle carte o del biliardo. Ciccio, il sabato sera, “selezionava” sempre tre di noi per portarli a spasso a bordo della sua 500, di più non ci saremmo stati nemmeno pigiati a forza. A quel tempo c’era e ancora c’è più bel l’uomo ora che da ragazzo, ha da poco partecipato ad una trasmissione televisiva molto popolare in Italia dove il conduttore premia i miglior ristorante di quattro testati per ogni città e con la sua antica trattoria del Donizzetti, si è guadagnato il secondo premio… penalizzato da una polenta cucinata in modo alquanto strano e bizzarro dal cuoco della sua cucina.

Si partiva a bordo di quella scatola di sardine bianca in quel posto di quel paese di sopra, Alzano, per raggiungere la mitica Selvino, un paesotto di montagna che chiamavamo il posto di vacanza dei milanesi, unica alternativa, Bergamo di notte… e chi rimaneva tanto per non cambiare, giocava al biliardo a stecca o a carte. Il fratello minore di Ciccio è Alfredo detto Fredone e il loro babbo fu il signor Natale. Un uomo di cui ricordo la squisita accoglienza che ci riservava al nostro ingresso nel suo locale. Se ne stava ritto appoggiato alla vetrina dei liquori su di una gamba sola e con l’altra che si sovrapponeva con punta del piede appoggiata spavalda sul pavimento d’assi di dietro il suo bancone.  Non era spavalderia, era una posa in cui il signor Natale estasiava la sua forzata permanenza quotidiana preferendo essere un ‘cliente’ piuttosto che l’oste… le braccia conserte e nell’incrocio di mani, una si staccava da un braccio e stringeva gelosa la cicca di un filtro della sua immancabile sigaretta.  Il signor Natale volgendo il capo verso di noi, sorrideva contento nel vederci e il suo sorriso ho ancora il piacere di rivederlo nel volto dei suoi figli. Non ricordo altro di Lui, ma non m’é d’aiuto nient’altro per pensare che il signor Natale fosse una bella persona, e di certo lo sarà anche ora nel posto in cui merita d’essere. Un vero padre, come il signor Albino il vigile che diventò il suo consuocero, sposato con la signora Michela mamma di Cinzia, la moglie del Fredone il secondogenito della signora Lucia e Natale. Albino se n’è andato, ora dirige il traffico di buoni e cattivi, ma ho avuto il piacere di rivederlo e bere un qualcosa con Lui qualche volta al Mignon bar di suo genero il Fredone e della Cinzi sua figlia. Pbonciorno, la signora Michela mi salutava alla tedesca quando la vedevo, se ne andò a miglior vita ma non prima di avere avuto anche con Lei il privilegio di conoscerla in una delle nostre brevi chiacchierate fatte seduti ad un tavolino del bar o mentre aiutava la Cinzi ad asciugare con uno strofinaccio i bicchieri ancora caldi tolti dalla lavastoviglie . Pbonciorno Michela.

Della Cinzia il pensiero mi va a quel viale alberato dove Lei sfoggiava i suoi magnifici diciott’anni e era il sogno proibito di noi ragazzi che l’ammiravamo. Ma all’amor Non si comanda perché scelse il meglio per Lei, Alfredo, il Fredone per intenderci. Un bravissimo ragazzo che ha conseguito il cammino dei genitori, ed è barista per eccellenza da sempre. Osti, baristi, ristoratori si distinguono tra gli altri dopo almeno vent’anni di onorata attività, e il Fredone ora li ha di già raddoppiati. Una vita tranquilla quella del Fredone, lavoro, casa, Cinzia, Cinzia, casa e lavoro, ma a volte il destino ti riserva problemi che non t’aspetti, quasi fosse che ad ognuno è riservato portare la propria croce su per la china del colle, come il Fredone non s’aspettava negli anni a venire, che una brutta malattia lo potesse colpire. Due anni di sofferenze e uno di speranze. Tre anni per sconfiggere l’ostacolo posto dal destino, tre anni per riavere completamente il nostro maestro di sci, il Fredone… che non solo scia ma ama andare in bicicletta, macina asfalto come un perpetuo meccanismo spinto da un mulino di acqua adrenalinica nelle coscie. Così che guarito dal male che l’aveva ghermito, una sera di primavera venne malauguratamente investito da un operaio marocchino che faceva ritorno a casa con la sua automobile. Il Fredone pedalava ignaro e spensierato sulla sua bici, non immaginava certo che la vita gli chiedesse un altro sacrificio in nome di cosa ancora ben non si è capito. Un motivo c’è sempre, come l’essere nati e se nascere è bello e nobile, altrettanto lo sarà essere sottoposto a dei gravi accadimenti nella vita. Un altra prova di coraggio, un altro Fredy sciupato come uno strofinaccio, un altro Alfredo da restaurare, un altro Fredone che ritorna più bello e più in forma di prima. Mi confidò che il suo segreto era iniziare a curare l’anima prima che il corpo. Lo capiì quando quel giorno in ospedale andai a trovarlo imbacuccato da capo e piedi perché mi trovavo in una stanza asettica e l’ospite suo malgrado era Lui, mi chiese di portagli uno dei Rosari che porto da ogni parte del mondo Cristiano che ho potuto visitare nei miei pellegrinaggi, così come conservo gelosamente dei Mālā Tibetani o Buddisti. Rosario e Mālā, catene di preghiere da sgranare in contemplazione con entità superiori che ci aiutano a trovare la via migliore del nostro cammino. Un Rosario e del l’acqua benedetta che attinsi da un secchio pieno nella chiesa di Papa Loleç a Częstochowa in Polonia, questo mi chiese il Fredy e questo gli diedi… impossibile storcere il naso pensando che ciò potesse servire alla sua guarigione, impossibile contraddirlo ora dopo che è rinato altre due volte… che per dirla l’intero, alla fine furono Tre.

Anche Ugo è stato parte di questi tempi ma non lo ricordo in partite interminabili di gioco delle carte o boccette senza vincitori né vinti. Il Giūst, era l’unico che aveva sempre di che pagare. Quando si andava nel l’angolo del bancone dove la sciüra Lucia alle due di notte ci presentava il conto di biliardo e bevande, tutti si partecipava con quanto si aveva in tasca. Ma era sempre la solita solfa io che mettevo più del dovuto ma non bastava mai, e il Giorgio che imprecando dandoci le spalle toglieva dal portafogli le lire che ci avrebbero salvato da una scacciata a malo modo. La sciüra Lucia aveva il conto aperto per tutti ad ognuno ma nella misura più adeguata… sapeva bene chi pagasse i conti arretrati con più solerzia di altri che fingevano di dimenticarsene, e preferiva gli fosse pagato subito il disturbo di schiamazzi urla e bestemmie di ore ed ore sfiancanti che era costretta a subire ogni santo giorno.

Giocavamo al biliardo noi cinque onnipotenti imbecilli, e i vinti di una serata erano i vincitori in un altra, che meglio sarebbe stato andare al cinema in quanto alla fine ci ubriacavamo che di sol malumore. L’obbiettivo principe che aleggiava nelle nostre piccole menti in fase di sviluppo, era di trovare una ragazza per poter almeno limonare, e noi invece si stava lì a giocare, bere e imprecare che per sfiga era pure di moda.

Non so chi lo decise, ma faceva uomo bestemmiare, si era grandi anche senza un filo di barba in faccia e qualche pelo sul pube, a condizione che ogni esclamazione o discorso si volesse intavolare iniziasse con una imprecazione. Quante energie in quelle infinite serate, quanto è forte il nostro cuore. I nostri cuori  hanno sopportato anche oltre perché dopo la sera giungeva la notte che rubava vitalita al giorno dopo.  A volte la signora Lucia desiderava si chiudessero le ante della trattoria almeno un ora prima il lunedì è il martedì. L’una di notte poteva bastare per chiudere i battenti in quei due soli giorni settimanali, e noi che si faceva? C’era un lasso di tempo in cui avremmo dovuto rincasare, e invece con il pretesto  di aspettare il Giüst lo si accompagnava sul posto di lavoro. Lui faceva il panettiere, sfornava pane e abusavamo della pazienza di mamma e papà pur di andare con lui a vederlo impastare il pane e appena pronto ancora caldo, e ci deliziavamo nel morderlo a grandi bocconi mangiandone in quantità… gratis. Giūst ci faceva vedere con le mani come metteva il bottone sulle rosette prima di infornare, così come preparava trecce di pane o fragranti pagnotte di pane duro che oggi chiamiamo pugliese.

Il Giorgiogiust panificava a partire dalle due e mezza di notte, prima si scorrazzava per la città a bordo dei nostri “vespini”, timidi e impauriti dentro e spavaldi fuori indossando la maschera di uomini veri che a quell’ora di poco più del l’una di notte, i nostri cuori si sobbarcavano di lavoro e dovevano mentire dicendo che non avevano sonno. Si smanettava tra le vie deserte di una città a quel tempo ancora gentile, e timorata. A quell’ora non v’era altro da fare che sfottere puttane che battevano sulla strada.

Puttane e bestemmie per l’avanzare incalzante della nostra voglia di crescere, ignare vittime del progresso che praticavano lo sfogo di valvole super compresse di vapore che non aperte potevano e ancor potrebbero esplodere. La prostituta agli occhi di oggi è una figura diversa, mi appare come fosse un nobile aiuto alla società di cui raramente mi son giovato, e per quel quasi niente ho avuto modo di capire che sono semplicemente  persone che dispensano amore, nel mentre, chi ne fa uso apre il rubinetto e fa uscire tutto il vapore dentro sfogando voglie, rabbia e frustrazioni. La signora o il signor Prostituto sono degni di ciò che facevano e fanno, il miglior auspicio d’augurio per loro non può essere che “lavorino per se stessi” e non per purolenze umane che li e le sfruttino. L’Amore in tutte le sue ‘forme’ non è e non deve essere mercemonio per niente e nessuno. Ma questo vien dopo, lo si capisce più in là. Dopo aver capito che le Puttane sono persone degne del massimo rispetto e noi cinque ribelli forse lo si è potuto capire anche andando a sfotterle in quegli anni 70. Che se una di queste Signorine ce “l’avesse offerta”,  l’avremmo rifiutata, perché non si sapeva da che parte iniziare.

Allora si scorrazzava con quei vespini tra le vie del centro della nostra minuta e graziosissima città in cerca delle puttane. Bastava passare lentamente in “certe” vie, per poter vedere quelle lunghe turgide gambe velate di calze chiare. Gambe infilate in una minigonna con cintura, il difficile era distinguerne la differenza se una delle due non cambiava di colore. Rumoreggiando si passava dalla strada con le due ruote in velocità mite, in seconda marcia a mano, senza casco che non si sarebbe visto meglio. In due seduti sulla Gamant, una sella bianca elegante per l’epoca che ospitava due passeggeri sul vespino anche se non si poteva perché proibito che quando i nostri occhi intrisi di bramosia incontravano  le gambe delle compiacenti lenitrici del sesso, nessuno era più responsabile delle proprie azioni, noi non si comandava più… chi guidava sgasava accelerando felice, senza casco  mentre il passeggero urlava un “bella F…  timorosi che per malasorte si spegnesse il motore del vespino. Visto e stampate incancellabilmente nella mente quelle belle signorine, con la baldanza dei non mutanti imbecilli che ci contraddistingeva, prima di dormire era sicuro si facesse la guerra dei vigliacchi… cinque contro uno, aspettando prima che il babbo dalla stanza accanto gridando, non ti avesse ammonito del tuo triste risveglio al mattino imminente, che spesso era solo dopo tre o quattro ore non di più.

Si doveva lavorare il giorno appresso… o almeno per qualcuno di noi ci doveva provare. Il Vigá era un maestro nel provarci, lavorava (si fa per dire ) alla Zerowatt una fabbrica di lavatrici extracomunitaria, e dopo aver cambiato tutti i reparti esistenti per presunto infortunio in ognuno, passò alla non voglia di fare una beata cippa  che tradotta ai tempi con stipendio fisso alle spalle, significava mutuato perenne e comportava continue estenuanti visite dal medico della mutua che anche a lui non gliene fregava niente di chiunque per nessun motivo… anch’esso stipendiato fisso.  Il Vigá aveva dei seguaci ovviamente, adepti solerti e presenti ma, uno era il suo “allievo” preferito, il più accanito sostenitore del l’andare al mare invece che al lavoro era ed è  Ivano che io chiamo molto affettuosamente il Quadraio. Lo faccio per divertirlo offendendo la sua arte che è il saper dipingere come pochi relegandolo a semplice “quadraio” che è il dispregiativo di corniciaio.  Quando parlo con Ivo, non gli auguro, ma lascio il dubbio al fato che il Quadraio secchi, trapassi, passi a miglior vita così che i suoi dipinti valgano più di ora che vive. Sono trent’anni che glielo dico e lui mi risponde toccandosi nelle parti basse… “bastardo” morirai tu prima di me, e così tutt’e due si vive più a lungo.

Il Vespa, il mitico “cinquantino” di solito elaborato con sapienti buchi fatti nella marmitta e carburatore maggiorato che spingeva sul l’asfalto il motociclo di dieci Kilometri orari più di prima… poco, ma il fracasso era molto. E ritorno malinconico a Villa di Serio che mi sono da poco lasciato alle spalle, quando noi cinque si andava in discoteca allo Shacher a cavallo dei nostri rombanti ‘vespini’. Si entrava in camicia e si usciva con un maglione in cashmere con collo a V e due selle Gamant per ogni ‘vespino’… non sempre… ma non di raro. Rubare per gioco. Per spavalderia del nostro nemmeno ventennio. Solo a me e Imbre piaceva ballare. Disco music a palla, due “shecherati” di quelli tosti e stavamo a mollo del nostro sudore per ore intere, ci immedesimavamo in un ballo che alla fine, dopo ore sapeva di tribalico, tanto erano sballate le nostre movenze, del resto d’altro non c’era nulla da fare, le ragazze e le donne non guardavano dei ragazzi non ancora in età della patente di guida.

… Vado oltre,
percorro un paio di km. e sono in località Negrone, una frazione fra il triangolo di Tribulina, Rosciate e Albano S. Alessandro. La moto sputa scoregge e si sente il “ritorno” del motore in prossimità delle curve quando viene ridotta la velocità. A Negrone vive e lavora il Giampi. Bel ragazzone, bravo ragazzone. Figlio di una Signora mamma grande e grossa che ha sempre avuto cura dei suoi due figli maschi, una “carabiniera” d’altri tempi, una donna scaltra e tenace. Curava gli affari della sua officina sin da quando il marito riparava trattori e falciatrici. Il Giampi un buon ragazzone dalla risata grossa come i suoi bei dentoni bianchi, ci lavorava in quella officina, sguardo che pensa e molto riflette prima di dire sì o no, un ragazzo sincero come il suo sorriso. Si è sposato anni fa con una bellissima ragazza che si diletta nella cura del suo corpo facendo palestra e ballo assiduamente al punto che fosse una insegnante, e che mi perdonino entrambi del fatto che non so o non ricordo se abbiano avuto figli. Il mio andare indietro con il tempo, pensando al Giampi, è vederlo che d’estate si scotta la pelle anche sotto l’ombrellone, come il vederlo “fuori” con mezzo bicchiere di vino, vederlo nella sua tuta blu intera da meccanico, con una lunga cernierona bianca che gli percorreva tutto il corpo, dal collo all’accessorio per fare la pipì.

E ancora ricordo mille altre cose che ci legano felicemente e per fortuna di rado infelicemente. Tante cose a partire dal fatto che avevamo trenta e più anni di meno, e svanisce il tutto nel mentre percorro un altra manciata di km. In cui raggiungo Albano S. Alessandro, e se nella piccola graziosa Negrone i ricordi eran mille, in quel paese molti di più.

Ero uno sposo a metà degli anni “80”, era estate e la consorte andò al mare una settimana sulla riviera adriatica. Claudio Vigá mi propose una strana appetitosa serata per i sensi,  lo avrei accompagnato in una discoteca tra il lago d’iseo e il confine bresciano, il mitico Number One. Lui si sarebbe accompagnato con la sua nuova fiamma, Marina e sua sorella Roberta, unica condizione riuscire a farmi prestare la splendida maggiolino cabriolet nera  con borchie cromate alle ruote, che era proprietà della mia di sorella. Per fortuna o sfortuna accettai perché Roberta diventò la prima pietra con cui ho ricostruito la disfatta del mio matrimonio sbagliato. Lo stesso era impossibile resistere ad una ’biondona’ tutta curve al punto giusto, e non bastasse con sole diciotto primavere alle spalle. Fortuna direi, d’improvviso mi resi conto di avere sposato un altra sorella che già ne avevo tre, e ho anche capito di non confondere il bene con l’Amore perché il gorgonzola e lo zabaglione, hanno due gusti del tutto differenti.

Ho fatto poche altre cose in quel paese d’Albano a parte il frequentare Roberta e la sua famiglia numerosa, anche perché non offre molto di più inteso per monumenti storici della chiesa con sulla guglia una Madonnina tutta d’oro, per altro ora rimane il piacere di passarci per andare al lago, perché  è diventata una strada secondaria poco battuta se non da nostalgici motociclisti come me. Il babbo di Roberta era la persona più buona al mondo ma si atteggiava a “duro” a tutti i costi e quando aveva qualcosa da dire, prima bestemmiava pesantemente e poi stringendo i pugni li agitava ammonendo persone e fatti. Non avrebbe fatto del male ad una mosca e a parte il lavorare e fumare come un turco altro non faceva. La mamma di Roberta, premurosa in tutto, altre due sorelle e un fratello biondo pure Lui. Giacomo, una promessa dell’equitazione che poi chissà per quali strani motivi prese altre strade che lo condussero alla disfatta del corpo e della mente. Dov’è ora, sicuramente è rimasta l’Anima. Ciao Jak. Non scorderò mai quando pochi giorni dopo aver conosciuto Roberta, volli andare a trovarla al mare. A Cesenatico alloggiavamo nello stesso albergo ma oltre noi c’era la famiglia al completo con tanto di mamma e papà e non fu facile far capire di non essere sposato, la mia quasi decina d’anni in più, lasciava perplessi tutti quanti e alla cugina Rossella non sfuggì il particolare e fui smascherato ma per fortuna non tradito, ne da Lei ne da suo marito Mario che arrivò il giorno successivo al nostro arrivo… in autostop. Chiesi come mai venne in autostop pur possedendo tre automobili prestigiose tra le quali una Rolls Rojce bianca che usava abitualmente per lavoro dal momento che i due avevano una florida attività di agenzia matrimoniale, Mario rispose che voleva tornare ragazzo e volle fare questa esperienza, facile allora, oggi in autostop si carica in auto solo un parente stretto o una persona straconosciuta. Il paese è lungo ma non infinito e qualche giro di ruote dopo l’ho di già superato così come il ricordo di Roberta.

La prossima tappa sarà Gorlago, un paese che considero di passaggio, se non il ricordo di quella pizza fatta da un napoletano che era un preludio del resto della nottata h’aveva da venire  altrettanto allettante quanto il gustarla. Mezzo litro di bianco per accompagnare la pizza di Ninì che all’epoca doveva essere rigorosamente in bottiglia di marca nota.  Si capisce ‘cadendo’ in una delle molte volte della nostra vita, quanto sia migliore un mezzo di bianco spinato con bollicine, quando si ha la fortuna di sapersi rialzare e continuare a lottare, che meno si lotta contro il male, più si ottiene. Saper gustare il meglio della vita al minimo del costo è aver raggiunto un buon traguardo per riuscire almeno a capire perché si sta su questa terra, ma… bisognerebbe non sprecare troppo tempo! Non basta mai quello che serve per cercare di capire cosa c’è oltre questo veloce passaggio delle nostre vite. Ognuno con le sue risposte si darà pace… meglio per chi Crede, dico io.

Gorlago, ci sfrecciavo con la mia fiammante Bmw 1000 quattro cilindri in linea. Blu metallizzata. Bella come il sole. (Gesù mi perdoni la licenza) Ero ancora ingenuamente felice sposo, e ho sognato un intero inverno poter avere la ‘tedesca’ vestita di una nuova livrea innovativa mantenendo l’eleganza che contraddistingueva la nota casa bavarese. L’ho sognata quella moto, tant’è che a rate, di primavera me la son comprata. Me la vendette Mino, un bellissimo ragazzo con tanto di palle per essere un buon commerciante, non scorderò mai quando al secondo rifiuto della banca di concedermi il prestito per acquistare la moto, un giorno Mino, furente si scaraventò nel l’istituto di credito e inveendo contro il direttore disse: date sto cavolo di prestito al Carlessi che ha tutti i requisiti per poterlo avere! Poi aggiunse sempre agitato, datemi i fogli necessari che ci metto io una firma d’avvallo se “voi” non credete in lui, ci credo io.  Tre firme veloci e rabbiose del Mino e pochi giorni dopo avevo la mia Bmw. Peccato non avere più avuto il piacere di fare altri affari con Lui, la sua frenesia lo uccise nel corpo e nel l’orgoglio quando in quella maledetta curva, si schiantò con la sua moto e ne uscì paralizzato a livello vegetale. Una sedia a rotelle sostituiva definitivamente una delle tante auto e moto che il Mino aveva trattato e venduto.  Non molti anni dopo, a giusta ragione, abbandonato dalla moglie che non riconosceva più, mori accudito dalla straziata madre.

Sono a cavallo di un’altra “crauta” rombante e vedo Gorlago nel mentre che penso alla blu metallizzata che di emozioni me ne ha regalate non poche. C’ha messo il c..o la Roberta, scoperta di un altro mondo, c’ha messo il c..o la Monica, altro Amore sbagliato ma non per come aver sposato una sorella, Amore vero… ma troppo da parte mia e molto poco e parecchio travagliato da parte sua. Non è cosa buona mangiare oltre misura, così come il bere troppo vino stroppia, amare più di quanto non si possa sapere riuscire a contenere è sconvolgente. Amare non è mai troppo… se due cuori battono con gli stessi intenti, ma se uno batte e l’altro non si sente, quello che freme si comporta come annullare quasi totalmente la sua entità per porsi al servizio di un bene che anche se a portata di mano, diventa d’incantesimo sfuggevole e ancora quasi si afferra e di nuovo sfugge. Un eterna lotta al dover dimostrare per ‘avere’, c’è poco di peggio possa capitare. Una sera di molti anni or sono, mi fermai a Gorlago nel mentre raggiungevo la cascina di Cicola. Avrei mangiato una pizza dal Nìní per poi andare all’appuntamento con Monica. Un altro preparasi malinconicamente ad una serata sperando fosse quella buona, quella in cui Lei dimostrasse una parvenza di vero Amore. Fermo il mezzo e lo parcheggio sul cavalletto laterale in un angolo di prato con dietro lussureggianti colline in fiore. È presto per cenare appoggio le chiappe sulla sella della moto inclinata verso di me, gambe tese una accavallata all’altra, e con fare alla Steve McQueen mi accinsi a prendere una sigaretta estraendo il pacchetto dalla tasca con noncuranza e malcelata disinvoltura. L’unico gesto che mi restava da fare per essere me stesso, oltre che godermi la solitudine di una buona mezz’ora in cui mi fermavo a guardare un tramonto, da dietro quel pino, a volte è meglio ignorare la realtà per dar quiete all’animo triste e tribolato.  A volte è meglio ignorare anche se per pochi minuti. Beata ignoranza.

Osservare un giorno che si spegne è un trionfo di colori, e la vittoria dei sensi, la delizia di essere vivi, nessun tramonto può essere dipinto nella sua completa interezza. Non ci si ferma più a salutare un giorno che va al riposo, è retrogrado, démodé, antiquato, superato, per molti inutile, siamo avanti perciò possiamo osservare i tramonti più belli del mondo guardandoli in un monitor, ci siamo evoluti perciò più intelligenti, ma cosa c’è di intelligente nel non deliziarsi dello schermo del creato e sentirne profumi e odori dalle proprie nari, pioggia e sole sulla pelle. Cosa c’è di più intelligente e sensato che sentirsi addosso la vita guardandola dal palcoscenico stesso che ci ha partorito.

Guardare un tramonto è sempre una cosa spettacolare, guardarlo dietro un pino di pochi anni che si pavoneggia tronfio dei propri germogli che si sono vestiti alle estremità dei rami, con il verde più intenso ci sia, è come si appuntasse una medaglia al petto, come a dire son giovane ma già ti rubo l’immagine.
Allora non resta che guardare oltre, e su di un lato si scorgono una fila d’alberi che nel loro scomporsi paiono fatte su esatta misura nel rigoglìo del lor verdeggiare.
Sopra la punta del pino, una luce accecante, è il sole che da dietro il mondo é tramontato, spara i suoi ultimi raggi d’arrivederci. D’altro lato, più in basso, una siepe adagiata su un prato che pare un anguilla di un colore verde squillante, talmente chiaro da sembrare un evidenziatore da carta.

Più in là, sempre in basso, un pezzo di prato appena falciato che pare un aiuola inglese, sul suo finire una fila d’alberi multiformi di tonalità diverse dell’unico verde a disposizione variegate anche per altezza e dimensioni, ma anch’esse come quelle composte dell’altro lato, è come fossero un tutt’uno, sopratutto quando si abbracciano costrette da un vento tiranno, pare si accarezzino a volte, e altre sembra si schiaffeggino è tutto ciò l’insieme non si scompone di una virgola nella tavola del firmamento.

In fondo, due alberi maestosi del circondario, un enorme Platano e un imponente Quercia. È come vedere due enormi Sfingi che difendono una piramide. Dietro loro un maestoso monte e imponenti colline da contorno. Una meraviglia. Le cime sono riccioline e i fianchi sembrano rivestirsi di comoda pelliccia e coprono tutto ciò che l’uomo abbia costruito.

Bisogna aspettare la fine del tramonto quando bacia la notte per andarsene, solo allora timide luci di lampioni sfuocati dalla vegetazione, faranno capire l’esatta ubicazione dei tetti per i cuori umani e animali. Per tutto il resto è alzare la testa e guardare verso l’alto… ma non troppo, le nuvole arrabbiate di questa giornata di pioggia scemata coprono già l’orizzonte del cielo, e prevale la striscia di azzurro sporcato da nuvole bianche, grigie e nere. La volta celeste e come un gigantesco palcoscenico che così bello mai nessun uomo potrà mai allestire. Le nuvole paiono giganteschi ammassi di cotone sparso all’insù. Ero a Gorlago aspettando Monica  e adesso ero in un dipinto di Michelangelo e ne assaporavo l’immensità. Un magnifico tramonto è meglio si veda che parlare di lui, beata ignoranza, mi fece dimenticare il cruccio che assilla lo sfogliatore di margherite…m’ama, non m’ama, m’ama… Illusorie sensazioni di pace interiore per dar respiro all’affanno di un amore tribolato. Io, la moto, le pizze di Nìní e i tramonti tristi ma consolanti ricordi di Gorlago. Che il paese nemmeno l’ho mai visitato, se non il passaggio di notte strafatto di tutto a bordo di auto potenti sotto le chiappe, e sfrecciavo a finestrino abbassato per rinfrescare d’aria il mio volto sudaticcio e stravolto. Ringrazio la luce di Dio. che è in me e che per sua grazia non ho mai coinvolto nessuna persona nella mia guida spericolata in stato a dir poco trasgressivo e imbarazzante.

La moto blu pralinata metallizzato… dopo un anno divenne bianca pralinata metallizzata perché a Monica piaceva di più. La vendetti per sanare un debito, che in verità mi fu quasi estorta, nutro ancora un pessimo ricordo di quell’arrogante giovane maleducato. Pretese il ritiro della moto a fronte di un debito di inferiore valore rispetto a quello della moto stessa. Non so che fine abbia fatto quel giovane, so di certo che la mia motocicletta Bmw, l’ho desiderata con la mia ex moglie e l’ho divisa con Monica ed altre, era giusto che finisse male come era iniziata, e fu venduta male ad una persona che di buono aveva poco… e prego per Lui abbia capito la lezione, così come l’ho capita io che sto tentando ogni giorno di raddrizzare gli sbagli del passato.

E la tappa fu Gorlago, un paese che considero di passaggio, se non il ricordo di quella pizza fatta da un napoletano che era un preludio del resto della nottata h’aveva da venire altrettanto allettante quanto il gustarla. Mezzo litro di bianco per accompagnare la pizza di Ninì che all’epoca doveva essere rigorosamente in bottiglia di marche note. Si capisce ‘cadendo’ in una delle molte volte della nostra vita, quanto sia migliore un mezzo di bianco spinato con bollicine, quando si ha la fortuna di sapersi rialzare e continuare a lottare, che meno si lotta più si ottiene. Saper gustare il meglio della vita al minimo del costo è aver raggiunto un buon traguardo per riuscire almeno a capire perché si sta su questa terra, ma… bisognerebbe cercare di non sprecare troppo tempo! Non basta mai quello che serve per cercare di capire cosa c’è oltre questo veloce passaggio delle nostre vite. Ognuno con le sue risposte si darà pace… meglio per chi Crede, dico io. Gorlago, ci sfrecciavo con la mia fiammante Bmw 1000 quattro cilindri in linea. Blu metallizzata. Bella come il sole. (Gesù perdoni la licenza) Ero ancora ingenuamente felice sposo, e ho sognato un intero inverno poter avere la ‘tedesca’ vestita di una nuova livrea innovativa mantenendo l’eleganza di un popolo altero. L’ho sognata quella moto, tant’è che a rate, di primavera me la son comprata. Sono a cavallo di un’altra “crauta” rombante e vedo Gorlago nel mentre che penso alla blu metallizzata che di emozioni me ne ha regalate non poche. C’ha messo il c..o la Roberta, la scoperta di un altro mondo, c’ha messo il c..o la Monica, altro Amore sbagliato ma non per come aver sposato una sorella, Amore vero… ma troppo da parte mia e molto poco e parecchio travagliato da parte sua. Non è cosa buona mangiare oltre misura, così come il bere troppo vino stroppia, amare più di quanto non si possa sapere riuscire a contenere è sconvolgente. Amare non è mai troppo… se due cuori battono con gli stessi intenti, ma se uno batte e l’altro non si sente, quello che freme si comporta come annullare quasi totalmente la sua entità per porsi al servizio di un bene che anche se a portata di mano, diventa d’incantesimo sfuggevole e ancora quasi si afferra e di nuovo sfugge. Un eterna lotta al dover dimostrare per ‘avere’, c’è poco di peggio possa capitare. Una sera di molti anni or sono, mi fermai a Gorlago nel mentre raggiungevo la cascina di Cicola. Avrei mangiato una pizza dal Nìní per poi andare all’appuntamento con Monica. Un altro preparasi malinconicamente ad una serata sperando fosse stata quella buona, quella in cui Lei dimostrasse una parvenza di vero Amore. Fermo il mezzo e lo parcheggio sul cavalletto laterale in un angolo di prato con dietro lussureggianti colline in fiore, è presto per cenare appoggio le chiappe sulla sella della moto inclinata verso di me, gambe tese una accavallata all’altra, e con fare alla Steve McQueen mi accinsi a prendere una sigaretta estraendo il pacchetto dalla tasca con noncuranza e malcelata disinvoltura. L’unico gesto che mi restava da fare per essere me stesso, oltre che godermi la solitudine di una buona mezz’ora in cui mi fermavo a guardare un tramonto, da dietro quel pino, a volte è meglio ignorare la realtà per dar quiete all’animo. A volte è meglio ignorare anche se per pochi minuti. Beata ignoranza.

Osservare un giorno che si spegne è un trionfo di colori, e la vittoria dei sensi, la delizia di essere vivi, nessun tramonto può essere dipinto nella sua completa interezza. Non ci si ferma più a salutare un giorno che va al riposo, è retrogrado, démodé, antiquato, superato, per molti inutile, siamo avanti perciò possiamo osservare i tramonti più belli del mondo guardando un monitor, ci siamo evoluti perciò più intelligenti, ma cosa c’è di intelligente nel non deliziarsi dello schermo del creato e sentirne profumi e odori dalle nari, pioggia e sole sulla pelle. Cosa c’è di più intelligente e sensato che sentirsi addosso la vita guardandola dal palcoscenico stesso che ci ha partorito.

Guardare un tramonto è sempre una cosa spettacolare, guardarlo dietro un pino di otto anni che si pavoneggia tronfio dei propri germogli che si sono vestiti alle estremità dei rami, con il verde più intenso ci sia, è come appuntarsi una medaglia al petto, come a dire son giovane ma già ti rubo l’immagine.
Allora non resta che guardare oltre, e su di un lato si scorgono una fila d’alberi che nel loro scomporsi paiono fatte su esatte misura nel rigoglìo del lor verdeggiare.
Sopra la punta del pino, una luce accecante, è il sole che da dietro il mondo é tramontato, spara i suoi ultimi raggi d’arrivederci, D’altro lato, più in basso, una siepe che pare un anguilla adagiata sul prato di un colore verde squillante, talmente chiaro da sembrare un evidenziatore da carta. Più in là, sempre in basso, un pezzo di prato appena falciato che pare un aiuola inglese, sul suo finire una fila d’alberi multiformi di tonalità diverse dell’unico verde a disposizione variegate anche per altezza e dimensioni, ma anch’esse come quelle composte dell’altro lato, è come fossero un tutt’uno, sopratutto quando si abbracciano costrette da un vento tiranno, pare si accarezzino a volte, e altre sembra si schiaffeggino per questo l’insieme non si scompone di una virgola nella tavola del firmamento.

In fondo, due alberi maestosi del circondario, un enorme Platano e un imponente Quercia. È come vedere due enormi Sfingi che difendono una piramide. Dietro loro un maestoso monte e imponenti colline da contorno. Una meraviglia. Le cime sono riccioline e i fianchi sembrano rivestirsi di comoda pelliccia e coprono tutto ciò che l’uomo abbia costruito.

Bisogna aspettare la fine del tramonto quando bacia la notte per andarsene, solo allora timide luci di lampioni sfuocati dalla vegetazione faranno capire l’esatta ubicazione dei tetti per i cuori umani e animali. Per tutto il resto è alzare la testa e guardare verso l’alto… ma non troppo, le nuvole arrabbiate di questa giornata di pioggia scemata coprono già l’orizzonte del cielo, e prevale la striscia di azzurro sporcato da nuvole bianche, grigie e nere. La volta celeste e come un gigantesco palcoscenico che così bello mai nessun uomo potrà mai allestire. Le nuvole paiono giganteschi ammassi di cotone sparso all’insù. Ero a Gorlago aspettando Monica e adesso ero in un dipinto di Michelangelo e ne assaporavo l’immensità. Un magnifico tramonto è meglio si veda che parlare di lui, beata ignoranza, mi fece dimenticare il cruccio che assilla lo sfogliatore di margherite…m’ama, non m’ama, m’ama… Illusorie sensazioni di pace interiore per dar respiro all’affanno di un amore tribolato. Io, la moto, le pizze di Nìní e i tramonti tristi ma consolati ricordi di Gorlago. Che il paese nemmeno l’ho mai visitato, se non il passaggio di notte strafatto di tutto a bordo di auto potenti sotto le chiappe, e sfrecciavo a finestrino abbassato per rinfrescare d’aria il mio volto sudaticcio e stravolto. Ringrazio la luce di Dio. che è in me e che per sua grazia non ho mai coinvolto nessuna persona in stato a dir poco trasgressivo e imbarazzante. La moto blu pralinata metallizzato… dopo un anno divenne bianca pralinata metallizzata perché a Monica piaceva di più. La vendetti per sanare un debito, che in verità mi fu quasi estorta, nutro ancora un pessimo ricordo di quell’arrogante giovane maleducato. Pretese il ritiro della moto a fronte di un debito di inferiore valore rispetto a quello della moto stessa. Non so che fine abbia fatto quel giovane, so di certo che la mia motocicletta Bmw, l’ho desiderata con una persona e l’ho divisa con Monica ed altre, era giusto che finisse male come era iniziata, e fu venduta male ad una persona che di buono aveva poco…

E dolcemente sono in vista di un altro paese, dove una volta c’era la Cá Longa un bellissimo e spazioso ristorante per cerimonie immerso nel verde nei pressi di Montello che ora non c’è più se non nei miei malinconici ricordi… un altro passaggio, un altra storia ma ricordando quel luogo in quel momento per me, è come mi fosse stato al di fuori della visiera del casco. Vengo invaso da altri pensieri nel tanto apro la manetta del gas e mi butto in faccia altro vento, altra voglia di vivere, intanto le ruote girano, e vado ancora oltre arrivando alla frazione di Montello di cui si possono contare poche decine di case come a Negrone, sulla sinistra della provinciale che immetteva al paese un grande bar dove qualche volta ho giocato a bocce nel campo di terra rossa nel giardino, mangiando un buon panino e bevendo un bicchiere di vino, a destra un grande negozio di elettrodomestici dove i pensieri mi fanno arricciare la bocca strappandomi un sorriso e poco dopo una smorfia di diniego al giungere di altre sfumature di pensieri. Il negozio della mamma di Luca.

Sorrisi quando pensai a Luca detto Scaramello, un ragazzo elegantisssimo, alto atletico con i capelli dritti e neri che sembrava sempre fossero acconciati da due minuti dal parrucchiere. Pantaloni a sigaretta con riga stirata di fresco e camicia sempre linda e pulita con il primo bottone slacciato, mocassini e cinta in ugual tinta di colore. Quando parlava pungeva con la sua voce squillante e sottile come a stridere un poco, e tra le sue qualità di certo non si poteva annoverare la parsimonia nello spendere e spandere, inteso che se desiderava un auto o altro non ci pensava due volte a firmare cambiali come fosse la zecca di stato, anche se ad onor del vero negli anni 80 era caratteristica comune di molte persone, non escluso ovviamente noi ragazzi. Un giorno quattro di noi si decise di acquistare un magnifico motoscafo d’alto bordo con due potenti motori, Scaramello si unì come ultimo quinto, ma le cambiali le firmò solo Lui, e non poteva nemmeno pilotare il suo bene perché non in possesso della patente nautica necessaria.

Sorrisi sotto il casco pensando a Luca, la smorfia arrivò subito dopo pensando a Gianni suo Zio che in realtà era il padrino essendo la mamma Chiara vedova del primo marito. Mi si spense il sorriso quella sera dopo una cena consumata in un agriturismo in compagnia del Vigá e del Benvenuto, un maestro di equitazione che faceva di tutto fuorché insegnare a cavalcare, preferiva commerciare cavalli, quasi sempre ‘scarti’ di qualcuno che venivano debitamente “punturati” prima della eventuale vendita, della serie stá m’pè caal n’tat che thę ende… Stai in piedi cavallo in tanto che ti vendo. Il Benvenuto che chiamavamo con il cognome accorciato in Belot, faceva come  un tempo nelle osterie romane quando si infinocchiava la gente, nel senso che prima di servire del pessimo vino si serviva del finocchio come stuzzichino, questo toglieva il saporaccio di un vino scadente e al contrario lo rendeva gradevole. Ce ne stavamo andando nel parcheggio del l’agriturismo ed io mi avvicinai alla mia Mercedes, nel mentre mi sentii afferrare per una spalla, girandomi di scatto vidi davanti a me Gianni che inveendo nei miei confronti frasi sconnesse, afferrandomi per i baveri della camicia con troppa irruenza me la strappò di dosso stracciandomela in più punti e a quei tempi vestivo solo firmato, non contendo mi strappò dalle mani le chiavi della mia automobile sequestrandomela. Non ricordo intervento alcuno da parte del Vigá e del Belot, che mi lasciarono in balia di quell’uomo che si diceva fosse ‘temuto’ da cui venni aggredito. Il giorno appresso riebbi la mia auto da Scaramello che mi disse che il padrino pensava fossi stato il solo a convincerlo a firmare le cambiali per l’acuisto del fuoribordo mentre il maggior responsabile era l’unico con il patentino di guida, quindi il più interessato di tutti, Max, e a Lui non fu strappata nessuna camicia di dosso, al tempo era ancora più ‘temuto’ del Gianni.

Lasciando alle spalle Montello un lungo rettilineo si profila davanti al faro della mia moto che finalmente può correre per sfogare tutti i suoi cavalli motore, per questo l’attenzione alla guida fa sparire per qualche minuto il mio pensare a quei tempi l’intanto che raggiungo Cicola, una frazione di Gorlago. Meta fissa d’estate in quel piazzale polveroso dove era obbligatorio fermarsi per una fetta di anguria o uno spicchio di noce di cocco ma sopratutto cinque meravigliosi anni trascorsi ad allevare e vendere cani di razza e non.  Successe tutto improvvisamente, da bravo ragazzo sposato che faceva l’isolatore termo acustico con un auto Opel di grossa cilindrata, e la moto Bmw e per la ex moglie una Djane e un motorino Ciao parcheggiate nel box di un bellissimo cascinale sulle colline di Gavarno.

Alla fine di quella turbolenta estate, mi ritrovai a Cicola con Roberta in un cascinale con dei box prefabbricati un tempo destinati ad allevare altri animali ora ben adattati all’allevamento e il commercio dei cani d’ogni razza,  la Cà di cà, si vendeva in prevalenza quello che allora era la ‘moda’ del momento, per la guardia l’intramontabile pastore tedesco o Rottweiler, per i giardini il classico Collie scozzese che ancora ripensandoci non mi sono mai spiegato il perché girassero in tondo su se stessi abbaiando a più non posso in ogni dove, e per il salotto primo fra tutti lo Jorkshire o il Barboncino nano o il Barbone gigante della California che ora è scomparso almeno dall’Europa, e molti altri come il levriero Afgano o il Maremmano Abruzzese come quello che avevamo per la guardia al nostro sito che un giorno morse un carabiniere strappandogli i calzoni o quando morse alla caviglia un avvocato che ci fece causa e per ‘chiudere la partita’ gli regalammo un gatto. Con Elio l’avvocato, siamo rimasti clienti e amici tutt’ora.

Nel giro di pochissimi mesi stravolsi la mia esistenza in quel luogo, non avevo più una moglie e nemmeno un amante dal momento che dopo Roberta arrivò Monica uno dei grandi amori della mia vita, occhi azzurri non del colore di un pesce lesso ma brillanti come una pietra d’acquamarina, capelli castani lunghi e mossi, alta, e più giovane di me d’una decina d’anni. Anche le auto cambiarono, una Porche 924 marrone con interno beige, una Mercedes 240 verde con l’interno in velluto dello stesso colore che dividevo con il Vigá, mentre con Lui non dividevo la mia splendida moto Bmw quattro cilindri color blu metallizzata. Il telefono squillava cento volte al giorno, una o due volte per la vendita o la pensione di un cane, una o due volte ancora per fornitori e banche, le altre, tutte le altre volte che squillava non si trattava che di ragazze che io e Claudio ci facevamo girare intorno. Sembrava mi sentissi liberato da un madornale errore dove avevo desiderato io stesso di farne parte, il voler diventare grande subito, a vent’anni, sposarmi, lavorare e fare figli, ma prima Roberta e poi cascina La Cá di Cá a Cicola, si ripresero la mia vita avviata ad una noia mortale, e dopo questa esperienza ancora oggi non amo fare qualunque cosa abbia fatto il giorno precedente, non agli stessi orari e con le stesse modalità.

Per non farci mancare nulla di inconsueto allestimmo una gabbia speciale dove all’interno circolavano due tigri siberiane, il maschio Tito di 230 khili e la femmina di 180 di nome Pascià, erano l’attrazione principale di chi veniva invitato al nostro piccolo bar a consumare una cena tra una ventina di persone alla volta. Fu il Vigá che decise di prendere le tigri. L’anno precedente prese un leone cucciolo di tre mesi che mi portò una sera a casa e mentre giocava sul divano  strusciandosi il muso sulla barba dura di Bruno, qualcuno decise di fare una foto ricordo, non fosse che il flash della macchina fotografica, spaventó il leoncino di quattro mesi che impaurito si inferocì graffiando tutto e tutti con una ferocia tipica di un animale selvatico, allora se ne dovette ’disfare’ e Claudio lo cedette a dei circensi, gli stessi che un anno dopo gli diedero Tito e Pascià. Il Bruno si ferì seriamente con graffi che gli solcarono il viso, caro amico che ora non c’è più. Bruno era un idraulico che lavorava in proprio. Una sera d’estate in compagnia dell’amico Piero ‘terú’ e due ragazze, a bordo di una Mercedes coupé, colpa dell’asfalto scivoloso e di una pioggia appena scemata, e l’immancabile maledetta  alta velocità, si schiantarono contro un albero su di un viale, l’auto prese fuoco e all’interno dell’abitacolo erano incastrati dai rottami i ragazzi, impossibilitati dal muoversi morirono così con il Bruno che rincuorava le ragazze che urlavano come fossero streghe messe al rogo, mentre per Piero non ci fu agonia dopo lo schianto ma per sua fortuna un terribile immediato trapasso.

Avevo scelto di vivere in quel modo, in quel posto, invece che una vita piatta e serena, scelsi il caos e il disordine totale, e quando si prende un sentiero bisognerebbe sempre sapere dove conduce, ma amavo l’avventura, e quella non ti da mai un tracciato sicuro finché non l’hai ‘percorsa’, e dove non c’è via sicura, come dissi c’è disordine assicurato e i guai sono sempre dietro l’angolo e cominciarono a piovere sopra di noi come un Aprile piagnucoloso, per esempio anche le tigri diedero i frutti di una scelta sbagliata come è profondamente sbagliato rinchiuderle in una gabbia privandole del loro orgoglio e della loro dignità. Così un giorno ci vennero a trovare (si fa per dire) dei Carabinieri del nucleo operativo di un paese del varesotto che ci chiesero la provenienza di Tito e Pascià. Documenti un regola come la grande gabbia e la loro pulizia, ma le forze dell’ordine non chiedevano di questo, volevano comunque ispezionare la gabbia. Separammo le tigri prima in un reparto per quando venivano pulite dai loro bisogni, e poi viceversa nel posto dove abitualmente vivevano, entrambi gli spazi vennero ispezionati palmo per palmo dai Carabinieri e una volta ebbero finito con esito positivo per noi, finalmente ci dissero il motivo della loro visita. I vecchi proprietari, circensi di origine Zingara, usavano gli spazi dove tenevano le tigri come doppiofondo del pavimento dove nascondevano massiccie quantità di droga. In pratica eravamo sotto controllo da più di un anno per essere sospettati di perpetrare l’attività di spacciatori degli zingari che ci avevano venduto le tigri e invece noi non si sapeva assolutamente nulla.

E ancora di quella volta che Tito, la tigre siberiana di sotto si vedeva passeggiare libera nel cortile, di sotto le stanze dove stavo giacendo intimamente una notte con la Mina. La Mina lavorava in un supermercato di Villongo e l’ho conosciuta perché a volte mi fermavo per fare la spesa, solo lì potevo trovare acciughe salate con prezzemolo e il giusto pizzico d’aglio. Ovviamente anche lì, quella notte, ci fu il coiutus interructus. Abbiamo messo persino la rete del letto contro la porta d’ingresso, e spostato un pesante mobile contro le ante della finestra, da dove spiavamo dalle griglie accovacciati in un angolo per vedere se Tito fosse ancora in circolazione… e la sua ombra in quella lunga notte di luna, si vedeva chiaramente muoversi su e giù per il cortile. I telefoni cellulari non esistevano, e l’unico telefono fisso, era nel l’ufficio giu nel cortile, non potevamo chiedere nessun aiuto e rimanemmo abbracciati l’un l’altra dove io fingevo di darle conforto ma avevo più paura di Lei. Ma finalmente arrivò il mattino, e si fecero le 9, alchè sentimmo il rumore di un motore che si spegneva al di là del cancello d’ingresso, grazie al celo arrivò il Vigá, e la Mina ed io a gridare… stai attento Claudio, chiama qualcuno c’è il Tito in libertà e forse anche Pascià, nessuna risposta e poco dopo si sentì bussare da dietro la porta, era il Vigá che ci disse aprite che qui non c’è nessuna tigre in libertà. Ombre, semplici ombre dettate dalla luna biricchina che le rifletteva attraverso la rete metallica della loro gabbia mentre le fiere passeggiavano tranquille su e giù dal loro alloggio.

La Mina, era una ragazza troppo seria. Quei suoi capelli portati con il taglio a caschetto è un immancabile trucco che appesantiva il suo viso rendendolo quasi fosse finto, di gomma. Era troppo grande per la sua età, aveva 25anni e ne dimostrava trentacinque che si trucca le labbra subito dopo aver fatto l’amore. Dopo che di quel supermarket, Mina lavorò per se stessa e si mise in ‘proprio’ nel campo del caffè di importazione e da subito serviva i meglio bar della città con il suo aromatico e buon granulato da macinare. Se la sua autostima prima corrispondeva ad aver raggiunto la cima del monte Bianco, adesso con lo spirito aveva scalato il k2 con la ferma intenzione di affrontare in futuro gli ottomila del l’Everest… e di anni ne dimostrava 45. Ma, non era ancora il problema più grande quello di realizzarsi nel mondo del lavoro, Mina aveva un problema irrisolto ancora più grave a livello affettivo. Mina non aveva ancora capito se gli piaceva giacere con maschi o femmine. Forse era questo il suo Everest.

Un posto magico Cicola, un posto tanto tranquillo che nemmeno si poteva immaginare lontanamente che la gente ‘strana’ lo vivesse. Un ragazzo grande e grosso, Marco, figlio di un noto mobiliere del luogo, veniva saltuariamente a trovarci e non mancava mai di farci vedere la ‘merce’ che teneva in una tasca, come fosse ordinaria amministrazione. Un giorno, sigaretta immancabile in bocca che accendeva una dopo l’altra usando il mozzicone ancora acceso della precedente, Marco estrasse dalle tasche dei pantaloni, due manciate di Rolex e mostrandoli ci disse di sceglierne uno che lo avremmo pagato rateizzando con comodo nello spazio di un tempo stabilito. Ovviamente ne approfittammo, e non mi scorderò mai il pagamento della prima rata concordata. Io, il Vigá e Marco, ci ritrovammo all’ora di pranzo in una trattoria del luogo per mangiare insieme raccontando di questo è di quello che succedeva nel mondo dei ‘furbi’, nomi di gradassi emergenti e fatti altrettanto eclatanti come le loro gesta che oggi considero stupide futili dannose e inutili. Inizia il pasto e a Marco viene servita la sua bistecca con accanto una caraffa media, zeppa di Glen Grant. Poi prese il salino, svitò il coperchio bucherellato e versò  tutto il contenuto di sale sulla bistecca e altrettanto fece qualche minuto dopo con il contenitore del pepe, lo riversò  tutto sulla bistecca cospargendone il tutto con un coltello sino alle estremità della bistecca. Ne tagliagliuzzava un pezzo e la ingoiava aiutandosi di tanto in quando con un sorso di’ wischey e la fini tutta nel mentre tossiva. Sorrideva e parlava. Ricordo che l’ultima rata del Rolex fu l’ultima volta che vedemmo Marco. Lui sapeva che la malattia del fegato che aveva in corpo non gli avrebbe lasciato scampo se non per pochi mesi a venire, perciò, quel sale e quel pepe bagnati di alcool , erano il solo sollievo rimasto per cercare almeno il ricordo di ingoiare della carne, Lui sapeva di morire all’ultima rata, a tre mesi trascorsi.

Vita disordinata vita tribolata, intanto il lungo rettilineo sta per finire e così come alla vista il piccolo paese di Cicola, c’è tempo ancora per un ricordo prima che le ruote della mia moto ingoino l’asfalto che mi porterà a Gorlago, il paese successivo, e già che ci sono parlo pure di quel paese perché lo stesso e legato a Cicola. Io e la Nives una giorno andammo a Gorlago con il furgone nuovo fiammante di mio cognato. Quel giorno me lo feci prestare, non ricordo la ragione per il quale lo chiesi in prestito, probabilmente ero senza mezzo di locomozione. Il furgone era colmo di attrezzature meccaniche molto costose, sapevo di non abbandonarlo mai per nessun motivo, infatti io e Nives l’avevamo sotto controllo visivo quando ci si baciava la, in cascina, e quando ci recammo a Gorlago per andare pochi minuti in quel negozio di drogheria per prenderci un panino imbottito e un paio di birre, non avremmo mai potuto sapere che quei pochi minuti bastarono al o ai ladri, di rubarci il furgone di mio cognato… nuovo di zecca, pieno di attrezzatura costosa. Lo stupore e l’angoscia all’uscita della salumeria mi assalirono tanto da togliermi il respiro, ma dovevo reagire, avevo accanto a me Nives, che non era la moglie, ne l’amante, ma l’ultima amante. E reagii, spavaldo come sempre e fingendo menefreghismo sbottai e c’è ne andammo a piedi sino a Cicola dopo aver deposto regolare denuncia alla Polizia.  Il guaio non era aver ingoiato il rospo davanti ad un piccolo disastro, la tragedia era spiegare alla non mia ancora ‘ex’ moglie e a Monica, cosa ci facesse all’ora di pranzo Nives con me sul furgone di mio cognato. Non ricordo cosa successe, di certo non rose e fiori, come quella volta che fu Monica la protagonista di una piccola tragedia famigliare. Si era clandestinamente da poco insieme io e Monica,  il rapporto con la consorte era traballante come una sedia senza una gamba, ma per il rispetto di Luisa, cercavo di almeno provare a ricucire lo strappo del nostro matrimonio. Per questo quel giorno Luisa organizzò una festa in nome e per conto di non so ben cosa, in un noto ristorante di Nese. Una ventina di invitati, probabilmente per un mio anniversario di compleanno. Il ritrovo era alle 8 di sera, e io mi ero inventato qualcosa come un appuntamento inderogabile con un mio presunto cliente, ma assicuravo la ancora mia moglie che non sarei mancato per nulla al mondo alla serata. Una crudele scusa che presi per portare Monica al lago, che mi voleva festeggiare almeno di pomeriggio. Così fu. Quel giorno scelsi la Porche 924 e lascai la Mercedes a Claudio. Arrivammo ad Iseo, e dopo una passeggiata romantica, finimmo in un locale a bere birre e dire tante cose che quando si è innamorati, sono inutili da dire ed ascoltare, quindi cazzate. Le ore passarono in fretta, e sempre succede di più quando si sta bene, venne l’ora di ritornare… e sarebbe stato bello poterlo fare, non avessi smarrito le chiavi d’accensione dell’auto che per sfiga montava uno dei primi modelli di antifurto elettronici all’avanguardia. Erano le 19 e alle venti dovevo essere dal Cerea, quel bel l’uomo con i baffi alla Vittorio Emanuele che gestiva la trattoria che ospitava i nostri invitati.

Tentai qualsiasi cosa mi potesse togliere da quell’impiccio. Lontano 50 km. ero disperato, gli elettrauto di zona stavano chiudendo i battenti o erano già chiusi, spaccare il vetro della portiera era inutile perché comunque rimaneva il problema di far partire l’auto. Qualcuno dei miei amici invitati, capi la situazione e venne a prendermi dopo che aveva convinto mia moglie a rimanere con i commensali per tenergli compagnia. Arrivammo da Cerea alle 9.30, che da sotto i baffi sorrideva ogni volta che mi avvicinava per portarmi del cibo, forse perché tra ‘colleghi’ ci si intende… ci intendemmo un po’ meno anni dopo, in cui ci trovammo sulla porta di casa della stessa donna, con la differenza che io c’ero già da un po’. Anche in questo caso, preferisco andare oltre sul nome di quella bella napoletana con cui divisi momenti d’amore. Era ed è sposata la bella signora e comunque non posso ritenere sia stata una “storia” d’amore o di sesso con una persona che in due mesi di falliti appuntamenti, finalmente si decise a fare il grande passo… si decise a parole, con i fatti pianse… anche quando si fece l’amore, quindi era più una forte attrazione d’amicizia e niente altro.

Intanto sgaso per Gorlago che sembra un imbuto di case dove non trascorrevo del tempo libero se non per l’approvvigionamento viveri, sigarette e riviste e qualche sporadico caffè bevuto frettolosamente. Un tunnel di case a destra e sinistra da dove usciti con le ruote, finalmente si apriva un panorama di una verdeggiante pianura di un verde intenso che poco lontano andava a baciare le colline per farne un tutt’uno con la natura. Di dietro il manubrio Grumello del Monte.

Tante colline davanti al mio sguardo, vitigni a perdita d’occhio che mischiano il loro verde con altre tonalità dello stesso colore in un’esplosione di more. Un paese che sa già di lago, preludio di una bella sinfonia di immagini che ti accarezzano l’animo che fa a botte con il rumore del motore che romba incurante.
Un semaforo mi obbliga all’arresto di me e del mezzo che arciono, così come arciono il pensiero del l’edificio del vecchio tribunale che presenta le sue credenziali sfoggiando due imperiose statue seriose di uomini barbuti al suo immediato ingresso. Il vecchio tribunale di Grumello del Monte. Ovviamente per mia sfortuna, lo conosco anche ai suoi interni. Fu la prima delle poche volte in cui venni giudicato. Appariva come un fatto banale all’epoca, ma mi ha lasciato il segno, e come fare una bronchite e trascurarla, lascia una macchia indelebile sui polmoni.

Oltre l’ex palazzo di giustizia, il colle corre a cercare il lume, li ho commesso una bravata che oggi risulta una grossa cazzata, perché se un rubinetto perde, bisogna si ripari, oppure perderà acqua sempre di più. Ma a poco più di vent’anni, è l’ultima delle tue preoccupazioni. Adesso rimane il verde di quelle colline, traguardo che tutto copre il bene che sempre trionfa.

Essere in uno spazio di cemento o in un prato appena rasato, in posizione rivolta al celo, roteare su se stessi con gli occhi chiusi a mani e braccia tese come a catturare l’aria che ti fa sentire la pancia piena solo se frizzantina ti stuzzica la pelle accarezzandola. Insieme al girar di testa in un vortice che si mischia ai pensieri librandosi nello spazio leggera come lui, e sale al celo il brutto per far rispedire il bello sulla terra. Una botte è colma quando non può contenere più vino, il Celo è l’infinito come il più grande Mistero della Fede, non si riempie mai. Un polmone sano che rigenera il sangue con ossigeno e riceve il male per trasformarlo in bene.

Il rigenerare la mente prima che comandi lei, e per ciò usare il cuore intanto che si rotea su se stessi ritti in piedi come stoccafissi… su di un piazzale di cemento o in mezzo ad un prato appena tosato a braccia e mani aperte. Rivolgerti al Cielo per parlare con te stesso e avere il coraggio di affrontare ciò che sei, umilmente ammettendolo. È sempre dura riconoscere le proprie debolezze. La verità fa male… ma è necessaria come un respiro o battito di cuore. L’intanto gira, la testa gira vorticosamente in un turbinio di sensazioni variopinte, non sei più bambino e nemmeno un uomo, sei in analisi con un entità suprema, che divina o meno, lo deciderà il cuore, a lui ci si affida chiudendo gli occhi… un cavallo con paraocchi si affida al suo ‘padrone’ che glielo ha messo per non guardare il burrone che insidia il costeggiare della strada che porta alla cima del monte. Era necessario che quel cavallo non potesse vedere, doveva aver fede nel ‘padrone’ perché guardando in basso, non avrebbe avuto il coraggio di proseguire il suo cammino.

Il cammino della vita piena di gioie e dolori… gioie quanto si possano accumulare e dolori si possano evitare, meglio vivere per morire che morire per vivere e se non fosse possibile per avversione del fato ingrato, si può sempre vivere bene per poi morire e risorgere. Pensieri che sembrano nuvole, ma girare sulle punte dei piedi assaporando il vento che le spinge spargendole nel vuoto e come aver trovato finalmente casa. È tutto vero, purché si faccia ad occhi chiusi… sognando, riaprirli e scoprire che ciò che desideri sia reale perché i nostri sogni sono le nostre speranze, e non c’è nulla di più reale che continuare a credere che si avverino.

Quando si sgobbava a Cicola, spesso ci recavamo a Grumello per l’ora di pranzo, le scelte erano sempre e solo due, o dal baffo con il locale caratteristico sulla grande curva, o dalle due gemelle tutte tette.  Se si andava dal baffo, si entrava in un locale d’altri tempi. Il camino era acceso d’inverno come d’estate, vi si cuoceva il pane,  era posto sul lato di un unica longilinea sala fatta di mattoni di tufo con il tetto di legno a vista. L’ordinazione la prendeva il baffo, la graziosa moglie cucinava, e i figli erano altri clienti dopo le 13 tornando da scuola e chiassosamente volevano mangiare. Il vino era una cosa speciale, rosso di Grumello spinato con aggiunta di una punta di anidride carbonica. Una fregatura totale quel vino, perché quando si accompagnava alla pasta di rigatoni, panna, philadelphia e peperoni gialli e rossi con sopra il tutto una strizzata abbondante di pepe nero, quel vinello andava giù che nemmeno si sentiva, te ne rendevi conto solo quando si voleva ci si rialzasse dalla sedia. Lo stesso che quando a Frascati sfidai un romano del posto, a bere chi di più potesse l’omonimo vino bianco, il Frascati. Finita la sfida, dopo aver ingurgitato un panino con porchetta da mezzo kilo e un buon litro di quel liquido di nettare beffardo, certo non ci si poteva rialzare tanto presto dal tavolaccio con tovaglia di carta che lo imbandiva, allora nel tentativo di ’riprendersi’, si beveva ancora un mezzo litro. Uguale succedeva da Gigi, il baffo, colpa della pasta, colpa del troppo pepe, quel vinello drogato di bollicine d’aria, finiva in pancia come a buttar badilate di sabbia in una buca per riempirla. Era bello dal Gigi, a parte quando dopo ore, io il Belot e Claudio, c’è ne dovevamo andare, segnale chiaro quando il Gigi ti scopava le scarpe e siccome non era perché noi non ci si sposasse mai, lo faceva per farti capire che era ora di andare. Dopo, in genere tre ore se ne andavano i tre Baldi moschettieri, senza più un giusto equilibrio sulla ragione.

Dalle gemelle invece,  si andava di rigore almeno una volta la settimana. Non tanto per il cibo, che solitamente comportava carne salata con cipolle con contorno di cipolline sottaceto e cetriolini cosparsi di formaggio grattugiato, ma per l’ambiente che poco più di una baracca era immerso nel verde. Inghiottito al suo esterno da miriadi di piante rampicanti con germogli e fiori che ti entravano sin dalla finestra aperta, nelle belle giornate. Ancor più il motivo del nostro peregrinare in quella locanda, era l’ammirare i prosperosi seni di Angela e Maria che nulla facevano per nascondere tali grazie dai décolleté dei loro corpetti. Le gemelle nel mentre servivano le pietanze al tavolo, lo facevano con un bel sorriso e non mancavano di inchinarsi oltre il dovuto per mostrare il balcone incipiente.

A volte veniva per pranzo a Grumello anche il Silverio che avremmo chiamato nei primi tempi, Conte Chiodini che è il suo reale cognome (escluso il ‘conte’). Ogni tanto, ci ‘onorava’ della sua presenza il Conte ‘chiodo’ chiamato così in un secondo tempo, ma si capirà poi il perché. Il Silverio era chiamato pietosamente ‘Conte’ per aiutarlo nel l’aumentargli l’autostima.

Lavorava presso una prestigiosa casa del sud Tirolo che vendeva pregiati salumi, profumati vini e dolci sapori di montagne pulite. Obereggen sono stato a Obereggen  diceva il conte, una cittadina sciistica e produttrice di prodotti di altissimo pregio culinario, un inno al palato.  Oooo, bereggen diceva lui, e lo diceva balbettando come la sua arguzia balbettante. Il guaio è che il conte, non si rendeva conto di essere ridicolo nel cercare di affermarsi in un mondo che dalle montagne, spaziava nei migliori ristoranti della Lombardia, trovandosi sempre a cocciare con l’impatto del suo non sapere gestire una situazione troppo ‘importante per lui”. Meschino, si rifugiava nell’invitare noi tre con consorti, a cene consumate nei migliori ristoranti del l’isola di Bergamo,  alla sola condizione si pagassero almeno i vini consumati… che alla fin fine, erano costosi quanto tutto il resto della cena e anche oltre. Per cui si pagava sempre il giusto, e addirittura il buon conte ci ricamava sopra di certo. Chissà che genere di rivalsa, abbia fatto si che un umil figlio di onorati e stimati contadini del paese Bagnatica di mille anime, possa, senza istruzione ne brillante intelligenza ad aspirare di essere un’altra persona, che il concetto stesso è sbagliato. Non essere se stessi, è vivere una brutta vita. È non essere consapevoli di saperla vivere.

Cos’abbia smosso i pochi neuroni del suo intimo celebrale, a voler fare una cosa da persone competenti e sopratutto appassionate e tuttora un mistero.  Il finale del “Conte chiodini” fini un paio d’anni dopo, con un tracollo finanziario che ai tempi era d’una trentina di milioni di lire, l’equivalente odierno di un disastro economico rapportato ad un nucleo di conduzione contadina. Che il contadino d’allora era dignitosamente povero, quello d’oggi è solitamente benestante, perché pochi ancora mietono il grano in un prato , e chi lo fa vuole guadagnare bene.

Quando il Silverio lavorava ancora per ‘Oooo bereggen’ e veniva a mangiare con noi tre a Grumello dal Gigi o dalle tettone, sfoggiava smorfie di diniego ad ogni portata, come se in tavola servissero merda, non parliamo dei vini sfusi che gli parevano insulti nel solo guardare le caraffe del mezzo litro piene di rosso in tavola. Ma trenta milioni son tanti, e piegano lo spirito anche del forte guerriero che si deve inchinare allo strapotere di un istruzione mai avuta. Per questo da ‘Conte’ Chiodini, passò a conte chiodo, nel senso letterario della parola stessa. Dopo aver usufruito della nostra benevolenza per accoglierlo a pulire cacche di cane nel nostro allevamento per un breve periodo di tempo, un bel giorno decise che la sua vita non dovesse aver termine in un ruolo tanto basso, letteralmente divenne un maniscalco, e siccome era un lavoro di fino ma serviva la schiena e non il cervello, conte chiodo ben si adattò a diventare un ottimo ferra cavalli. Ma fu che non pago di aver trovato un buon lavoro che appunto lo appagava anche solo sotto il profilo economico, che oltretutto gli evitò di farsi riprendere dalle cameriere dei bar che frequentava di mattino  che gli ricordavano di essersi “scordato” di pagare un quattro o cinque cappuccini con brioche, o dal tabaccaio, stessa storia, per qualche pacchetto di marlboro non pagate… non era contento, e decise di andare in Africa.

In Italia, la moglie Edhit una olandese tutto pepe l’aveva abbandonato portando con se la loro figlia in Olanda, al conte chiodo non rimaneva che inventarsi un “Africa”. Tornava con foto di belle ragazze al suo fianco color cioccolato, e disse di loro che un paio le avesse “comprate” in mogli. Aveva proprio bisogno di sfogo quella fragile mente, come quando bucò le gomme della gip della mia ragazza Susanna. Un motivo non futile, inutile proprio, stavamo discutendo di un qualcosa di losco che aveva combinato il Vigá nei suoi confronti in cascina a Cicola. Voglio ricordare che il Silverio in quel periodo lavorava per noi e i nostri cani, al l’improvviso brandì un macete alle sue spalle riposto su di una sedia, e furente oltrepassò il cancello a grandi passi e si buttò sulle ruote del fuoristrada. Una scena pietosa, sopratutto quando subito dopo aver bucato un paio di gomme, si riavvicinò a noi sempre a grandi passi per chiedere scusa, quasi con le lacrime agli occhi.

Una risposta non la conosco tutt’ora, è imperscrutabile la mente e l’animo umano. Ora il conte chiodo, l’ho rivisto in un bar, le sue frasi di circostanza sono sconnesse quanto quelle di allora e il suo volto è cambiato somigliando a quello del padre contadino, stempiato sul capo che è più di gran lunga dignitoso li rasasse pietosamente per mostrare una faccia senza squallidi tentativi d’apparire… apparendo. Sembra sia tornato alle origini della famiglia, il suo ruolo forse, e ancora forse smetterà di rincorrere il vano sogno di voler eguagliare le gesta del fratello fotografo professionista. L’uno resterà ciò che è, l’altro uguale, di certo Silverio non sarà il miglior contadino del mondo, lo stesso che Jerry il fratello non sarà mai il miglior fotografo del mondo, ma di certo sarà il primo al mondo chi saprà accettarsi per quello che realmente sia.

Non di meno la gente è “strana” e abbandonando a suon di ruota quel paese, mi imbattei con lo sguardo ai lati della strada che stavo percorrendo notando quel bellissimo cascinale che portava il nome della frazione stessa che lo ospitava, San Pantaleone, che mi riportava con il pensiero alla gente “strana” e siccome si era ancora in zona di pensieri e persone appena menzionate mi venne alla mente il Belot, quel tipo con cui andavo spesso a mangiare in sua compagnia, anche perché pagavo quasi sempre io. Quando pagava Lui era perché avevamo appena concluso un “affare” e ci metteva sempre nel finale il pasto pagato.

Il Belot, abbreviativo bergamastizzato del suo cognome perché di nome faceva Benvenuto. Il Belot era quel ‘famoso’ maestro di equitazione che faceva di tutto fuorché insegnare. Faceva “affari” e quando fu il turno degli orologi da polso, li ‘spacciava’ per reliquie avute in dono da persone parenti da poco trapassate. Questo è un Omega d’oro che portava al polso da cinquant’anni mio cugino diceva, lo vendo a malincuore perché mi rattrista il guardarlo e ricordare Pietro, il mio povero cugino. Era tanto buono e bravo ma anche stronzo e bastardo, pace al l’anima sua. Quest’altro orologio diceva il Belot ad un altro possibile acquirente, era del mio povero zio, è di marca Svizzera, non sgarra d’un minuto nonostante i suoi quarant’anni, ricarica manuale e con cassa d’acciaio… lo vendo con il cuore che mi sanguina, ma devo pagare una cambiale, e domani è l’ultimo giorno che me la tiene prima del protesto il notaio. Affari del Belot. Che poi pian piano la lunga fila di orologi lasciati in eredità al Benvenuto fini, così come finì di conseguenza la lunga fila dei parenti defunti, allora escogitò un altro ingegnoso e intelligente stratagemma di vendita orologi. Quelli che vendette poi, furono marchiati sulla cassa da scritte commemorative altisonanti, erano ancora di persone defunte, tanto per non cambiare, ma si trattava di ‘presunte’ in genere mogli sopravvissute che vendevano il loro ‘gioiello’ per bisogno impellente di denaro, per cui venivano praticamente ‘svenduti’ ad un buon prezzo.

Per avvalorare ancor più la credibilità del l’orologio mostrato, c’erano appunto incise sulle loro casse frasi come… Per il 50esimo del tuo servizio presso di noi, The Coca Cola company… oppure ad un presunto graduato militare è stato donato un orologio con inciso L’Italia Ringrazia, per non parlare di anniversari stampati per commuovere che solo un maestro d’equitazione strampalato potesse mai inventarsi. Il Belot era una persona molto intelligente, peccato solo che la sua intelligenza l’abbia volta nella direzione sbagliata, come del resto ho fatto anch’io con la grazia di essermi avveduto per tempo. Riusciva a farti “bere” una burla senza colpo ferire, perché se accanto a te non ci fosse stato qualcuno più accorto che ti spiegasse poi che il Belot stava prendendosi gioco di te, mai avrei capito che mi stava prendendo per il culo. Lui era così, risultava comunque simpatico perché nel suo essere nessuno si atteggiava ad essere qualcuno, e lo faceva con molta astuzia e arguzia… sempre volta nel lato sbagliato. Era un uomo eclettico, signorile e sempre distinto nei modi e nel parlare. Era insopportabile quando ad una riunione tra amici sparlava con cattiveria a destra e manca, il peggio arrivava quando uno di noi doveva andarsene d’allegro convitto, il meschino si doveva aspettare una immediata critica da parte del Belot, che appena avevi girato le spalle già sparlava di te che non avevi ancora raggiunto la soglia d’uscita. La cosa che mi dava ancor più fastidio di Lui, era il suo non considerare niente e nessuno degno della sua stima, di fiducia non parliamone nemmeno perché un uomo che non ama nessun altro uomo è indegno del benché minimo grado della stessa. Egoisticamente ero  infastidito personalmente, al tempo non mi importava molto degli Altri, ero pieno di me e quindi detestavo di non riuscire ad accaparrarmi una fetta di stima più alta nel l’arido e cinico cuore del Benvenuto.

‘Benvenuto’ mica tanto se anche moglie e figli l’hanno abbandonato quasi disconoscendolo. Mica tanto ‘Benvenuto’ quando seppi che in un freddo giorno di un tardo gennaio, il Belot morì. In un appartamento al l’ultimo piano che divideva con due prostitute africane, l’aveva affittato e lo riaffittata dividendolo abusivamente con loro e si guadagnava l’affitto con l’avanzo garantito. Sicuramente per nessun altro motivo perché a causa di un diabete inclemente, certamente il Belot non avrebbe potuto ricevere nulla altro che denaro dalle due coinquiline prostitute. Anche questa escogitò il Belot per non farsi mancare nulla fino al l’ultimo.

Preferisco ricordarlo quella notte che dopo una sontuosa cena consumata al l’agriturismo, aspettavamo impazienti l’arrivo di due o tre accondiscendenti “signorine” che ci avrebbero tenuto compagnia per la notte nel l’appartamento a nostra disposizione sopra le cantine del San Pantaleone, da dove si vedono vigneti a perdita d’occhio, ma non erano quelli ad interessarci. Due o tre ‘signorine’ vi porto stasera, aveva promesso lo Scaramello. (quello della barca)  Fffigaaa… ve le porto io le ”snacchere”… 10, 10emezza ve le porto io. Alché il Vigá chiese, ma sei sicuro Luca!? Rincarò la dose il Belot che lo ammonì dicendogli che se era una presa per il culo era meglio per lui lo dicesse subito, dopo sarebbe stato poco piacevole perché si sarebbe di molto arrabbiato. Son mica scemo, non rompete le balle che a caval donato non si guarda in bocca… ciò tre tipe che mi stanno dietro e mi hanno rotto, stasera vado, le carico tutte e tre e le porto qua, poi cazzi vostri se ci stanno o meno. Sparala meno grossa Scaramello che non le hai neanche tu tre ragazze che ti sbavano addosso insieme, dissi io, e lui replicó, stasera alle 10, ciao a tutti e se non ci credete andate a farvi fottere.

Alle 10.30 eravamo già ubriachi del vino e grappe consumate dopo cena, anche per darci coraggio e quindi fu ora di salire alle stanze di sopra il San Pantaleone. Undici, undici e mezza, il Vigá che difficilmente beve smodato, fu il primo a  spazientirsi e si spogliò i jeans e si infilò sotto le lenzuola con petto di fuori e mano dietro la nuca per ascoltare meglio se quello stronzo di Luca Scaramello arriva a bordo della sua auto rombante, e anche ascoltare le numerose imprecazioni che io e il Belot riservammo al bugiardo patologico che credeva di essere il più bello e ricco del mondo.

Nessuna macchina arrivò mai quella notte.  12e mezza, basta aspettare mi spoglio e vado a letto anch’io, rimane in piedi il Belot che si era spogliato i calzoni e camicia, rimaneva in calzini neri corti, mutandoni e canottiera bianche e appoggiando le mani ai fianchi larghi come la sua pancia, rivolgendosi a noi con fare da “duce” ci disse… Sarà mai possibile che per colpa d’un pupazzo, siam qui in uno stato pietoso… Guardate, siam qui con una pancia che non finisce più che sembra un cocomero maturo, e due ‘gambine’ secche che somigliano a due “succhiabacchetti” alla liquirizia. Domani lo “becco” io quel pirla, se non mi compra il mio Rolex falso, gliela faccio vedere io a quello lì. Guardate come siamo qua  per quello stronzo, ciuchi stinchi, un pancione e due gambine secche.

Lo “beccammo” tre giorni dopo il tipo, lo Scara, si beveva tranquillamente un Martini con l’oliva seduto comodamente ai tavolini di un bar di Chiuduno. Per la bidonata di tre sere prima si giustificó dicendo che le  ragazze pretesero che fosse solo lui a “spupazzarsele” e gli fu impossibile rifiutare perché per gioco lo avevano ammanettato nudo alla spalliera del letto. Poco dopo acquistò l’orologio falso dal Belot che non solo glielo vendette per “buono” ma glielo fece pagare molto caro, così che nel sovrapprezzo ci fosse un pranzo gratis anche per me e Claudio. Preferisco ricordarlo così il Benvenuto, al San Pantaleone, frazione di Grumello, calzini corti neri, due gambe secche, mutandoni alla fantozzi con canottiera bianca, occhi azzurri arrossati storditi d’alcol, capelli bianchi fin da quando era ancora giovane e faccia scazzata come il suo solito umore, scanzonato e prendi per i fondelli il mondo intero. Ostacoli per ognuno che li incontra.

 

 

 

Beata ignoranza.

BEATA IGNORANZA.
Osservare un giorno che si spegne è un trionfo di colori, e la vittoria dei sensi, la delizia di essere vivi, nessun tramonto può essere dipinto nella sua completa interezza. Non ci si ferma più a salutare un giorno che va al riposo, è retrogrado, démodé, antiquato, superato, per molti inutile, siamo avanti perciò possiamo osservare i tramonti più belli del mondo guardando un monitor, ci siamo evoluti perciò più intelligenti.

Guardare un tramonto è sempre una cosa spettacolare, guardarlo dietro un pino di otto anni che si pavoneggia tronfio dei propri germogli che si sono vestiti alle estremità dei rami, con il verde più intenso ci sia, è come appuntarsi una medaglia al petto, come a dire son giovane ma già ti rubo l’immagine.
Allora non resta che guardare oltre, su di un lato si scorgono una fila d’alberi che nel loro scomporsi paiono fatte su esatte misura nel rigoglio del lor verdeggiare.
Sopra la punta del pino, una luce accecante, è il sole che da dietro il mondo é tramontato, spara i suoi ultimi raggi d’arrivederci, d’altro lato, più in basso, una siepe che pare un anguilla adagiata sul prato, di un verde squillante, talmente chiaro da sembrare un evidenziatore da carta. Più in là, sempre in basso, un pezzo di prato appena falciato che pare un aiuola inglese, sul suo finire una fila d’alberi multiformi di tonalità diverse dell’unico verde a disposizione variegate anche per altezza e dimensioni, ma anch’esse come quelle composte dell’altro lato, è come fossero un tutt’uno, sopratutto quando si abbracciano costrette da un vento tiranno, pare si accarezzino a volte, per questo l’insieme non si scompone di una virgola nella tavola del firmamento.

In fondo, i due alberi maestosi del circondario, un enorme Platano e un imponente Quercia. È come vedere due enormi Sfingi che difendono una piramide, di dietro, un maestoso monte e imponenti colline da contorno. Una meraviglia. Le cime sono riccioline e i fianchi sembrano rivestirsi di comoda pelliccia e mangiano tutto ciò che l’uomo abbia costruito.

Bisogna aspettare la fine del tramonto quando bacia la notte per andarsene, solo allora timide luci di lampioni sfuocati dalla vegetazione, faranno capire l’esatta ubicazione dei tetti per i cuori umani e animali. Per tutto il resto è alzare la testa e guardare verso l’alto… ma non troppo, le nuvole arrabbiate di questa giornata di pioggia coprono già l’orizzonte del cielo, e prevale la striscia di azzurro sporcato da nuvole bianche, grigie e nere. La volta celeste e come un gigantesco palcoscenico che mai nessun uomo così bello potrà mai allestire. Le nuvole paiono giganteschi ammassi di cotone sparso all’insù, subito sei in un dipinto di Michelangelo e ne assapori l’immensità.

L’intanto il frastuono intimorente dei tuoni, continua minaccioso i suoi propositi, anche se sembrano più scoregge lontane, come dicesse me ne vado, ma “occhio” che ritorno quando voglio. Ma la volta del cielo è incantevole con quel celeste che si sta spegnendo in un giallo incerto che scemano nel nero delle nubi cattive che di tanto in tanto, traspaiono trafitte da un lampo improvviso, che scuote anche il cuore. Poi, pian piano non c’è più blu ne giallo, c’è solo un magnifico arancione che fa a gomitate con tutto ciò lo voglia sorbire. Un magnifico tramonto è meglio vederlo che parlare di lui, beata ignoranza.

Un tetto un letto, terra da vivere.

Un tetto un letto, terra da vivere.

Una serata passata a casa mia, non la scambierei con nessuna camera d’albergo al mondo esista.

Fosse la suite imperiale di qualsiasi paese del mondo, dopo qualche giorno mi toglierebbe la mia indipendenza, quella che mi serve per ‘assaporare’ il piacere di essere cosciente nel non desiderare più di quanto si abbia, e anzitutto ringraziare per il superfluo che supera sempre di gran lunga il necessario.

Parole importanti, piene di responsabilità e di doveri e comuni, ma non meno nobile convivenza. Condividere è convivere, perciò si arriva non poco faticando con l’Anima a cercare di raggiungere il meglio possibile risultato di dare per avere, inteso per il fare tutto con il cuore, le risposte arrivano sicure con il prossimo treno.

In questo avvicendarsi di situazioni in cui per esempio, devi gioire per una vacanza che ritenevi esclusiva… e per questo costosa, ma ahimè non sempre del tutto gradita. Quante volte nella vita forse ad ognuno di noi è capitato di sbagliare una vacanza. Magari in una sorta di mediazione con il partner o che so io, fatto sta che invece che che sotto il sole di una romantica Capri, molti ventisettenni avrebbero preferito essere sulla riviera Adriatica o invece che con la neve in una baita di montagna bergamasca in compagnia di una bottiglia di vino e una bella ragazza, piuttosto che a Cortina tra mille comportamenti ordinati da futili inutilità velleitarie lontane dall’imboccare l’umil sentier veritiero, dove si arriva almeno a capire perché siamo nati e per cosa viviamo.

Roma è una bella città da visitare. La più bella del mondo, con persone con un alto spirito di ‘sopravvivenza’ che esce dalle labbra tronfie e gentili come la loro simpatica parlata. Il resto di Roma lo dice la storia che parla ogni volta che volgi lo sguardo in ogni dove. Non c’è angolo della Capitale in cui non si respiri Roma, con le sue mura, i suoi marmi, le innumerevoli testimonianze di civiltà di terre conquistate nel nome di questa meravigliosa città. Oggi Roma offre le stesse emozioni di mille anni or sono con la sola differenza che parla mille lingue e chi parla ancora italiano apre locali diurni che vendono qualsiasi genere di bigiotteria o vestiti e scarpe all’ultimo grido. La movida notturna di Roma ti offre cenette romantiche in Trastevere per terminare la serata in qualche pub del Testaccio o in un bar di Campo dei fiori. È bella Roma, così come i suoi alberghi o  Bed and breakfast… ma è più bello tornare a casa tra i propri affetti di persone e animali, le ‘cose’ e gli oggetti per ultimi. Una serata passata sotto il tetto dove vivo.  Dove vivo è chi sono, con pregi e difetti, impossibile che una camera in affitto di un luogo lontano possa entrare in confidenza con l’animo mio, sarà amichevole temporanea convivenza ma non le radici della mia terra di cui anch’io potrei orgogliosamente decantarne le bellezze anche se in misura minore, e lì son nato. Sfido chiunque a non riconoscere di dormire comodo solo nel proprio giaciglio e possa perdonarmi in ciò che dico per chi una casa non ce l’ha.

Bella Roma, ma più bello è ritornare a casa, ad ognuno la sua parte di storia.

Sgombrare il fango della vita.

Essere in uno spazio di cemento o in un prato appena rasato, in posizione rivolta al celo, roteare su se stessi con gli occhi chiusi a mani e braccia tese come a catturare l’aria che ti fa sentire la pancia piena solo se frizzantina ti stuzzica la pelle accarezzandola. Insieme al girar di testa in un vortice che si mischia ai pensieri librandosi nello spazio leggera come lui, e sale al celo il brutto per far rispedire il bello sulla terra. Una botte  è colma quando non può contenere più vino, il Celo è l’infinito come il più grande Mistero della Fede, non si riempie mai. Un polmone sano che rigenera il sangue con ossigeno, riceve il male per trasformarlo in bene.

Il rigenerare la mente prima che comandi lei, e per ciò usare il cuore intanto che si rotea su se stessi ritti in piedi come stoccafissi… su di un piazzale di cemento o in mezzo ad un prato appena tosato a braccia e mani aperte. Rivolgerti al Cielo per parlare con te stesso e avere il coraggio di affrontare ciò che sei, umilmente ammettendolo. È sempre dura riconoscere le proprie debolezze. La verità fa male… ma è necessaria come un respiro o battito di cuore. L’intanto gira, la testa gira vorticosamente in un turbinio di sensazioni variopinte, non sei più bambino e nemmeno un uomo, sei in analisi con un entità suprema, che divina o meno, lo deciderà il cuore, a lui ci si affida chiudendo gli occhi… un cavallo con paraocchi si affida al suo ‘padrone’ che glielo ha messo per non guardare il burrone che insidia il costeggiare della strada che porta alla cima del monte. Era necessario che quel cavallo non potesse vedere, doveva aver fede nel ‘padrone’ perché guardando in basso, non avrebbe avuto il coraggio di proseguire il suo cammino.

Il cammino della vita piena di gioie e dolori… gioie quanto si possano accumulare e dolori si possano evitare, meglio vivere per morire che morire per vivere e se non fosse possibile per avversione del fato ingrato, si può sempre vivere bene per poi morire e risorgere. Pensieri che sembrano nuvole, ma girare sulle punte dei piedi assaporando il vento che le spinge spargendole nel vuoto e come aver trovato finalmente casa. È tutto vero, purché si faccia ad occhi chiusi… sognando, riaprirli e scoprire che ciò che desideri sia reale perché i nostri sogni sono le nostre speranze, e non c’è nulla di più reale che continuare a credere che si avverino.

Sulla ruota dei ricordi due

… Vado oltre, percorro un paio di km. e sono in località Negrone, una frazione fra il triangolo di Tribulina, Rosciate e Albano S. Alessandro. La moto sputa scoregge e si sente il “ritorno” del motore in prossimità delle curve quando viene ridotta la velocità. A Negrone vive e lavora il Giampi. Bel ragazzone, bravo ragazzone. Figlio di una Signora mamma grande e grossa che ha sempre avuto cura dei suoi due figli maschi, una “carabiniera” d’altri tempi, una donna scaltra e tenace. Curava gli affari della sua officina sin da quando il marito riparava trattori e tosaerba. Il Giampi un buon ragazzone dalla risata grossa come i suoi bei dentoni bianchi, sguardo che pensa e molto riflette prima di dire sì o no, un ragazzo sincero come il suo sorriso. Si è sposato anni fa con una bellissima ragazza che si diletta nella cura del suo corpo facendo palestra e ballo assiduamente al punto che fosse una insegnante, e che mi perdonino entrambi del fatto che non so o non ricordo se abbiano avuto figli. Il mio andare indietro con il tempo, pensando al Giampi e vederlo che d’estate si scotta la pelle anche sotto l’ombrellone, come il vederlo “fuori” con mezzo bicchiere di vino, vederlo nella sua tuta blu intera da meccanico, con una lunga cernierona bianca che gli percorre tutto il corpo, dal collo all’accessorio per fare la pipì.

E ancora ricordo mille altre cose che ci legano felicemente e per fortuna di rado  infelicemente. Tante cose a partire dal fatto che avevamo trenta e più anni di meno, e svanisce il tutto nel mentre percorro altri tre km. In cui raggiungo Albano S. Alessandro. Se nella piccola graziosa Negrone i ricordi eran mille, in quel paese molti di più.

Ero uno sposo a metà degli anni “80”, era estate e la consorte andò al mare una settimana sulla riviera adriatica. Un amico mi propose una strana serata, lo avrei accompagnato al Number One con la sua nuova fiamma, Marina e sua cugina Roberta, unica condizione riuscire a farmi prestare la splendida maggiolino nera cabriolet di mia sorella. Per fortuna o sfortuna accettai perché Roberta diventò la prima pietra con cui ho costruito la disfatta del mio matrimonio sbagliato. Lo stesso era impossibile resistere ad una  ’biondona’ tutta curve al punto giusto, e non bastasse con sole diciotto primavere alle spalle. Fortuna direi, mi resi conto di avere sposato un altra sorella che già ne avevo tre, e ho anche capito di non confondere il bene con l’Amore perché  il gorgonzola e lo zabaglione, hanno due gusti del tutto differenti.

Ho fatto poche altre cose in quel paese a parte il frequentare Roberta e la sua famiglia numerosa, anche perché non offre molto di più della chiesa, e il passarci per andare al lago, anche se ora è una strada poco battuta se non da nostalgici motociclisti. Il babbo di Roberta era la persona più buona al mondo ma si atteggiava a “duro” a tutti i costi e quando aveva qualcosa da dire, prima bestemmiava pesantemente e poi stringendo i pugni li agitava ammonendo persone e fatti. Non avrebbe fatto del male ad una mosca e a parte il lavorare e fumare come un turco altro non faceva. La mamma di Roberta, premurosa in tutto, altre due sorelle e un fratello biondo pure Lui. Giacomo, una promessa dell’equitazione che poi chissà per quali strani motivi prese altre strade che lo condussero alla disfatta del corpo e della mente. Dov’è ora, sicuramente è rimasta l’Anima. Ciao Jak. Il paese è lungo ma non infinito e qualche giro di ruote dopo l’ho di già superato così come il ricordo di Roberta.

Arrivo alla Cá Longa, un ristorante bellissimo in prossimità di Montello che ora non c’è più, ma ricordandolo per me è come mi fosse stato al di fuori della visiera del casco. Vengo invaso da altri pensieri nel tanto che sgaso e mi butto in faccia altro vento, altra voglia di vivere, intanto le ruote girano, e vado ancora oltre.

Quell’uomo.

Quell’uomo.

C’é pioggia fina che scende dal cielo. È pioggia leggera come un soffio di vento e trasporta con se malinconici ricordi d’un tempo che nella vita dell’uomo si dividono in decenni, fatta eccezione dei primi due che ci sfuggono scivolosi tra le dita, arsi da sete di vita. Dopo i primi vent’anni i ricordi delle persone si consolidano e a chi più, a chi un po’ meno insieme alla più matura consapevolezza del saperli vivere si fortificano, e per renderli più solidi ed imparare ad eliminare il meno, in genere ci si siede dopo i famosi “anta” a chiedersi  cosa si è fatto, dato e ottenuto dalla vita. Per quell’uomo ancora un po’ troppo con la testa di un ragazzone, i pesci tirati in barca non erano molti, le reti erano miseramente vuote nonostante si credesse un gran pescatore. Qualcuno a reti rotte s’arrende, e non pesca più, finendo in una stiva con loro. Lui capì di aver esagerato con l’autostima e prima dei cinquanta si sedette a riparale, del resto i buchi nella rete non erano molti e qualche carpa l’aveva presa insieme a qualche trota che aveva saputo donare a chi aveva fame.

A quel punto può capitare che dopo qualche errore riconosciuto, che un abbondante decennio a venire lo si viva con tale convinzione e cuor leggero che ci si lascia andare… anche troppo e si ritorna felicemente un po’ più giovani. D’incanto si rivivono belle esperienze che per distrazione s’erano dimenticate, e all’uomo capitó di sentirsi parte integrante di un graziosissimo paese di montagna sano come il suo bosco e i suoi sentieri che salgono fino alle cime innevate attraversate da corsi d’acqua limpida, un paese anche sano di persone con scarpe grosse e camice di lana con principi e moralità apparentemente ineccepibili. Un paese che all’uomo sembrava regnare un antico andare dei tempi dove poter rintemprare lo spirito e poter riparare le reti lontano da città piene di ingannevoli sensazioni di benessere. Ci si lascia andare in questo paradiso ritrovato, talmente tanto da abbandonare le proprie abitudini per abbracciare indistintamente tutte quelle dei paesani per non offendere morale e abitudini di nessuno di loro.

Le allegre sbicchierate offerte alla ora dell’aperitivo dopo una giornata di lavoro o dopo la messa serale con gli anziani del posto, erano inezie in termini onerosi in confronto al piacere di vedere sorridere divertiti tra una battuta e l’altra i compagni di bevuta, anche perché un calice di vino bevuto in un paesino sul monte costa un terzo che berlo in città, quindi era facile per l’uomo esagerare. E ancora rendersi utile portando nuove stoffe per i costumi di Natale, così che la Madonna con Gesù tra le braccia in groppa a un asinello fosse più bella, e così S. Giuseppe, magari anche rappresentandolo di persona nella consueta recita della ricerca di un albergo che li potesse ospitare.  Come quell’uomo dalle reti buche non mancava mai di portare un fiore in chiesa o di  servire i tavoli e sparecchiarli alle sagre paesane indossando una maglietta di colore diverso di appartenenza ideologica o politica, l’uomo lo faceva esclusivamente per il piacere di compiacere, il bicchiere di vino bevuto mangiando pane e cotechino in compagnia a sagra conclusa non cambiava colore per Lui, fosse un nero, un rosso o un bianco, amava e ama solo Dio., colui che gli insegnò a riparare (e ancora e per sempre insegna a riparare reti da pesca di ogni tipo…)

Serví spontaneamente anche costine e polenta alle feste degli Alpini, tesserandosi per anni come simpatizzante pur non avendo fatto “naya” e pur essendo tesserato da anni con i Bersaglieri, ricordo di un padre avuto orgogliosissimo di appartenervi. Aiutava non per aderire ad una forma di militarismo per grazia quasi scomparso che l’uomo rifiutava a priori, ma per un ulteriore tentativo d’inserimento di quel contesto sociale. Del resto i gloriosi inconsapevoli soldati d’un tempo, sono di fatto i volontari di oggi al servizio di tutti, quindi convinto di questa sana ‘trasformazione’ del presente anche per onorare nel contempo la memoria di persone che hanno combattuto per la libertà del suo Paese. Era e pareva bella, pulita la realtà di quel piccolo accogliente paese di montagna. Tornei di calcio ‘balilla’ con omini di baccalite o tornei in notturna di calcio sul campo sterrato dell’oratorio organizzato per giovani e per gente con ‘pancetta’ dove altrettanto giovani donne e ragazzini  venivano coinvolti facendo da spettatori urlanti e da cheer leader scatenate, il tutto annaffiato a fine partite da abbondanti bevute di birra e vino che inzuppavano nelle torte preparate da mamme del luogo. Non di rado il parroco partecipava imparziale alle premiazioni. Sembrava tutto facesse luccicare il cuore in quel grazioso paese. Divertenti karaoke improvvisati dai gestori dei bar, pranzi e cene organizzati tra baite per commemorare eventi sacri o privati, ma anche ricorrenze commemorative d’ogni tipo. Di rigore, l’uomo per rispetto di tutto e di tutti si recava per un buon pranzo da Tizio, per una pizza con birra da Caio e una bella bevuta da Sempronio, e per il cappuccino del mattino sempre lo stesso posto con il caffè migliore. Ci si lascia andare in un posto simile, forse troppo. Lunghe chiacchierate al bar dell’oratorio gestito a turno da volontari di “vecchi saggi” e giovani nipoti. Nonni del paese con cui si parlottava per ore in compagnia e tra uno sprizt e una sigaretta, raccontavano il loro passato, chi di taglialegna in Francia, chi di minatore e chi di contadino rurale, nel mezzo i racconti che lasciavano più a bocca aperta l’uomo che stava imparando a pescare, quello dei Partigiani che avevano servito la grande guerra.

Mesi e mesi passati ad ammassare ciottoli e pietre per farne muretti che abbellissero se possibile, ancor più i bei sentieri boschivi di quei monti. Matrimoni vissuti con viva partecipazione e funerali pianti con sincera commozione per la scomparsa anche solo di un ‘conoscente’.  La storia di dove molto più di un decennio vissuto da quell’uomo tra quei monti che non si risparmiò nel servire la comunità in modo completamente disinteressato, mettendoci sempre e solo del suo… come due anni e mezzo su e giù per la valle per cercare di insegnare a degli adolescenti con ormoni bollenti, i crismi principali del Santo Rosario, perché prima d’allora per quei giovincelli, Maggio era solo primavera, diventando in seguito il mese della Madonna. Ai Cresimandi l’uomo regalò ad ognuno un dipinto che li rappresentasse immortalandoli in un bel ricordo di gioventù. Ci si lascia andare in quel pondo irrorato di luce. L’uomo si abbandonò ad un bel passato mai vissuto prima. Troppo si abbandonò.

Poche centinaia d’anime vivevano e vivono in quel luogo incantato, molti pareri apertamente mai detti tra loro e dopo alcuni anni molti dissapori accumolati, così che il nucleo lentamente forse senza consapevolezza si ridusse a gruppi sempre più esigui di pensieri e cuori. Separati in casa, e l’uomo rispettoso stava a guardare incurante di appartenere a qualcuno in particolare perché per Lui ognuno aveva qualcosa di buono da dire e da dare, sempre al servizio di chi in qualche modo avesse bisogno di un qualche cosa. Bastavano le montagne e l’amore della sua donna a quell’uomo, il resto era uno splendido contorno, gli bastava guardare fuori dalle grate di quella finestra per scorgere la verità tra le nubi che si diradassero dopo un temporale lasciando arrivare un bellissimo arcobaleno, il camino acceso e nel mentre bevesse un buon bicchiere di vino finalmente vedeva le cime dei monti più alti all’orizzonte che ora lasciavano vedere chiaramente il bianco scialle di neve appoggiato sulle loro spalle. Il camino sempre acceso e le passeggiate con i suoi cani adorati nel bosco prima facesse buio pesto. Era entrato in quel bellissimo mondo quell’uomo, e si lasciò andare per riparare con calma le sue reti. Si lasciò troppo andare.

Quell’uomo che di certo non era ne migliore ne peggiore di nessun altro, visse felicemente il suo tempo in quel bellissimo paese tra terra e cielo fra pace e serenità ma… un bel brutto giorno si permise costruissero delle autorimesse nel borgo storico dove viveva quell’uomo deturpando la piccola piazza antistante e togliendo l’unico fazzoletto di terreno a disposizione dello stesso uomo, la sua gente e i suoi cani. Glieli costruirono in faccia quei box maledetti togliendo quel niente di verde a disposizione per la quasi esclusiva di persone che in quel grazioso paese dopo tanti anni non hanno mai bevuto un solo caffè al bar e hanno sempre disdegnato qualunque manifestazione folcloristica di qualsiasi genere, perché nella loro città sono considerate pagliacciate di tempi andati, feste religiose comprese.

Ma la sfortuna quando arriva è sempre accompagnata da un amica e non bastasse, qualche giorno dopo che i lavori di deturpazione paesaggistica e dei cuori fu avviata, si presentò a casa dell’uomo un povero vecchio a bordo di un automobile di media cilindrata, possidente di multiproprietà in Italia e all’estero che recepiva una pensione più che soddisfacente. Si presentò armato di mano e nel cuore per pretendere la restituzione del doppio di quanto si era pattuito per un affare andato a male per entrambi. Ovviamente per legge venne condannato pecuniariamente il “povero vecchietto” perché in carcere a 80anni non si va, ma per la legge degli uomini il mascalzone era quell’uomo che sembrava tanto bravo, adesso ci si spiegava il perché delle allegre innumerevoli “sbicchierate” offerte al bar quindici anni prima. Qualcuno pensò che adesso si capiva da dove venissero i soldi per i quadri regalati dieci anni prima, con il doppio dei soldi pretesi ma mai dati per un affare andato a male per entrambi 15 anni dopo, caspita!

Un gran mascalzone mistificatore quell’uomo che riparava la sua rete… e ben gli stette se in 15 giorni si brució 15 anni d’amore che aveva tentato di dare e avere. Quell’uomo credeva che il solo portare rispetto per scarpe grosse e camicie di lana bastasse per integrarsi, ma si sbagliava, aveva confuso l’amore della natura con quello degli uomini. Non c’è l’amore necessario dove si getta cemento in un antico borgo, non c’è sufficente amore dove uno strozzino viene osannato. Il cuore di quell’uomo non ce la fa più a tornare, ci ha provato ma non ce la fa più e non certo per paura di qualcuno o di qualcosa ma per immensa inguaribile delusione.

Quell’uomo cercherà altri boschi senza permessi di orrori urbani, altra gente con cui parlare tenendosi ben stretto nel cuore il ricordo di alcune persone che fortunatamente in quel grazioso paese conoscono l’amore, un posto nuovo bello uguale con monti, neve e sole. Non piove più, è sparito il buio è tornato a risplendere il sole. I ladri scappano, l’uomo non è scappato, senza rancore ma con un altro buco nella rete del suo cuore in più da rammendare, è solo alla ricerca di un posto migliore.

 

Sulla ruota dei ricordi.

Sulla ruota dei ricordi.

Son partito per un viaggio nei ricordi, in sella alla moto, senza correre, così che si ammiri ciò che vedo e i pensieri si facciano memorie nel guardare posti e luoghi che hanno visto una buona parte della mia vita. All’inizio di questo spensierato viaggio con meta il lago di Sarnico e poi d’Iseo per far ritorno sulla vecchia statale che da Sovere porta all’altipiano di Clusone e scendere sino a Bergamo attraversando la valle Seriana.

Con pensieri che si fan ricordi, son di già intrippato a Scanzo, con il mitico Bla Bla, una discoteca nel sotterraneo dell’edificio del ristorante Giardinetto che all’epoca era gestito dalla Grazia, una signora bionda, truccatissima e curatissima nell’agghindarsi, ma la sua peculiarità era il tacco 12 che portava puntualmente tutti i santi giorni, senza traballi o sconnessioni nella camminata, l’avvenente biondissima Grazia si muoveva fra i tavoli da servire con tacco 12 e la leggerezza che portava il suo stesso nome di battesimo.    Di suo Marito non ricordo il nome, si vedeva poco, lavorava in cucina, quando appariva, era sempre di ora tarda che fumando una sigaretta, bonfacchiava quattro parole di circostanza quasi sempre condite da non poca rudezza è perché no, anche da un po’ di ignoranza. I figli vennero poi, oltre i miei ricordi di oggi, due maschi, ricordo solamente che uno prese dal padre e uno dalla madre.

La famosa, mitica discoteca del Bla, il Bla Bla condotta dal Mussita, altro mitico personaggio dell’epoca che ancora oggi fa parlare di se come fosse un sopravvissuto dei Nomadi. Mille storie, mille facce in quello scantinato con tanto fumo e rumore. Erano gli anni 80 i ragazzi che frequentavano il Bla, portavano capelli lunghi e jeans stracciati di almeno due taglie più grandi, maglia idem e giaccone quasi sempre di renna che se un po’ sporco era meglio. Ai piedi stivali a punta spagnoli che quando si andava in giro con la Vespa Primavera, “regolarmente truccata”, si lasciavano strisciare penzoloni sull’asfalto in modo si rovinassero un poco come fossero vissuti e lisi come i jeans, e per reggere i calzoni larghi, un cinturone con fibbia enorme di ottone fuso a forma di testa d’aquila o di teschio quando non di facce di Indiani d’America. Nella testa dei ragazzi, solo voglia di fumare canne, bere birre, lavorare poco e andare spesso al mare perché sulle sue rive lo sballo e fare all’amore veniva meglio.

Più di trent’anni dopo i ragazzi portano i capelli corti quasi rasati alla “mojcana”, ci si veste con calzoni stretti e corti sulla caviglia che sembra siano di due taglie in meno, magliette firmate attillate per far risaltare gli addominali e giacche corte e strette che ricordano quelle che portava Totò e Peppino nei loro film sessant’anni prima. Scarpe da tennis rigorosamente griffate che in genere costano quanto un mese d’affitto in una casa periferica, e quando si viaggia a bordo di potenti scooter ci si guarda bene da anche solo sporgerle dalle pedane, immacolate come i pantaloni di Ridolini, e in vita spesso nessuna cintura e quando si, di coccodrillo o pellami raffinati con fibbia classica d’acciaio. Nella testa dei ragazzi d’oggi non c’è più il desiderio di canne, ma di polvere e pasticche, si beve di tutto e di più purché alcolico, il lavoro non c’è quasi più per cui non ci si pone nemmeno il problema e di conseguenza al mare ci si va sempre di meno, anche perché si sballa a casa e a fare all’amore sulla spiaggia rimangono gli stupratori di ogni “colore” che aumentano ogni anno che passa. Cambiano mode e abitudini e gli imbecilli non fanno che aumentare. Sono appena partito con la mia moto in quel del lago. Ho percorso tre kilometri e son già malinconicamente fermo con i miei ricordi… una rotonda la supero, sgaso e vado oltre.